En Minor – When the Cold Truth Has Worn Its Miserable Welcome Out (2020)

Del progetto En Minor ho già avuto modo di parlare un paio di volte, e anche se ormai i progetti paralleli di Phil Anselmo sono come le teste dell’Idra, non mi stufo di andare a buttarci un’orecchio. Che si tratti di black metal, death metal o qualsiasi altra cosa su cui Phil metta le manacce, io ci tento a giudicarlo senza farmi prendere né dall’hype né dalla tristezza esistenziale. Questo perché le primavere passano anche per il fu frontman dei Pantera e la sua voce ormai ha passato il livello della decenza assestandosi su un mi accontento di vederlo dal vivo. Con gli Illegals ha ripreso a suonare canzoni dei Pantera dimostrandosi sì in forma, ma è stato come vedere un mezzo canto del cigno, dato che i video trapelati dalla performance dei Down per il 25° anniversario di Nola hanno fatto vedere che la voce, quando il gioco si fa duro, si nasconde e ne esce fuori un rantolo rauco. 
Quindi perché buttarsi a sentire questi En Minor se le premesse si potrebbero rivelare un boomerang? Perché quello che ho sentito nell’EP era interessante, ma il primo singolo (Blue) era convincente tanto da farmi spendere paragoni importanti. E sì che il singolo, storicamente, è spesso il pezzo peggiore del disco in termini di appeal. 
When the Cold Truth Has Worn Its Miserable Welcome Out è, sfrondato da un titolo che faticherò a ricordare per intero, un qualcosa di assolutamente nuovo, e nello stesso momento, non rivoluzionario per Phil Anselmo. Certo, per chi si fosse fermato ai Pantera, o ai Superjoint Ritual/Superjoint, quello che ha fra le mani è una mezza bestemmia; li capisco, anche se il mondo va avanti e già in tempi non sospetti il nostro nerboruto alcolista sudista aveva dimostrato una certa affinità con le sonorità acustiche. Sto parlando delle canzoni dei Down, nel progetto con la fu Sig.ra Anselmo nei Southern Isolation e poi non dimentichiamoci il fantomatico gruppo Body & Blood, che non è altro che la prima incarnazione degli En Minor. 
Certo, nei Pantera questo aspetto bluesy-sudista era veicolato dalla chitarra di Dimebag, lasciando ad Anselmo solo l’interpretazione della canzone e quindi l’attitudine cazzoduro e avanti tutta; ma è con i Down, dove è compositore principale, che l’influenza della sound di New Orleans entra prepotente nel songwriting di Anselmo. Che poi sono proprio i primi due dischi dei Down ad essere una bomba proprio per quella vena sudista smaccata e mai più ritrovata al 100%. 
Ma sto divagando, ma è difficile rinchiudere il sound degli En Minor senza pescare dentro la tradizione musicale americana, cosa che in When the Cold Truth Has Worn Its Miserable Welcome Out è ben rappresentata nei suoi vari aspetti. Certamente il tutto viene interpretato dalla sensibilità dei musicisti coinvolti negli En Minor, ma nell’LP in questione si respira il country (Love Needs Love), il folk e il blues, generi che fagocitano almeno il 90% della scaletta. A scartare dalla “normalità ci pensa Dead Can’t Dance – che ha un mezzo ritmo tex-mex nella melodia di chitarra, che ascoltata distrattamente richiama la colonna sonora di Narcos – o This Is Not Your Day, ma in generale è l’aria country-blues ad essere il riferimento principale, con tanto di violoncello (Mausoleums o On The Floor) ad inserirsi nelle trame delle tre chitarre. 
Rispetto all’anteprima che avevo sentito (EP e il singolo Blue), mi sento di spostare l’ago della bilancia più verso Nick Cave, forse l’artista che più ha messo “l’imprimatur” sulle composizioni di Anselmo, ma continuo a ritenere che Mark Lanegan può essere visto come un validissimo motivo di paragone (Melancholia o Hats Off).
Vista la qualità media delle canzoni presenti su questo When the Cold Truth Has Worn Its Miserable Welcome Out, mi viene la voglia di sentire di più, di approfondire questo lato più da crooner di Anselmo, ma poi mi viene la classica paura dell’abbondanza, cosa che spesso piglia il singer di New Orleans e lo fa produrre LP ed EP in quantità industriale, diminuendo progressivamente l’ispirazione iniziale. 
Pur essendoci potenzialmente un secondo ottimo LP nelle corde di questo progetto, spero quasi che Phil Anselmo continui a girare ramingo fra un genere e l’altro, seguendo l’istinto e un generale menefreghismo verso quello che la gente si aspetta da lui. E, probabilmente, anche quello che mi aspetto io da lui e che potrebbe portare alla luce un nuovo episodio con brani altrettanto convincenti. O una carriera post-metal. 
Lo amiamo buzzurro, irato e irrequieto, ma negli EN MINOR Phil Anselmo può finalmente tirare il fiato per un momento e smettere di correre dietro a generi che ama alla follia, il black metal, ma che spesso maneggia con risultati indegni
[Zeus]

Colonne sonore di serie B. Viking Crown – Innocence from Hell (2000)

Mi sembra palese adesso come vent’anni fa, che a Phil Anselmo non gliene fosse più fregato un beneamato cazzo dei Pantera sul finire del 1999. Aveva talmente tanti progetti per le mani e così tante siringhe con cui stonarsi, che l’idea di far uscire un disco della band texana era lontana mille miglia dai suoi ottenebrati pensieri. Quindi prima si presenta con Unorthodox Steps of Ritual, EP del 1999 tutt’altro che fondamentale, e adesso ci ritenta con Innocence from Hell. Il tutto sempre in compagnia di Killjoy e della sua allora mogliettina. 
A leggere i 2/3 della formazione, potresti essere tentato di dare un po’ di credito a ‘sto progetto. Cosa che, mi raccomando, non dovete fare. 
Non è un mistero l’amore di Phil Anselmo per il black metal e quello del duo Anselmo-Killjoy per le colonne sonore horror; quello che resta un mistero è perché si siano ostinati a far uscire due LP prima di mandare il progetto al Creatore. Nessuno mi ridarà indietro il tempo perso a sentire un disco che, quando va bene, non aggiunge niente al genere… mentre quando va male ci riservano un riffing banalotto, delle tastiere che funzionano veramente solo negli intermezzi strumentali/atmosferici e, in generale, canzoni che non vanno da nessuna parte. 
Il brutto poi sta che in ben tre episodi (The Burning Embers of Mockery, Raped by Angel Overlords of Infinite Depression) il minutaggio sfora i 2/3 minuti e si rischia il collasso di tutto. Sentitevi Raped by Angel che mette insieme un po’ di tutto dal blast-beat all’atmosfera, da una sorta di percussioni da rito nella foresta sotto casa a momenti lenti che dovrebbero essere haunted. Il tutto, ovviamente, senza avere un vero senso compiuto. 
In totale sono quasi 40 minuti che nessuno vi ridarà indietro. Ok che ci avviciniamo all’estate e probabilmente avete delle ferie a disposizione (se non vi sono state tutte mangiate dall’emergenza Coronavirus), ma piuttosto che buttarsi su prodotti di questo tipo, tirati fuori un po’ a culo e un po’ a cazzo di cane giusto perché girava roba buona, ascoltatevi cose interessanti come gli Exesa
O, se proprio siete fan del singer di New Orleans, fate le cose per bene e tornate a sentirvi i Down, che almeno vedono il buon Phil alle prese con un songwriting decente.
[Zeus]

Finire in tristezza. Pantera – Reinventing the Steel (2000)

Certi finali sono scontati, inevitabili oserei dire. Prendete alcune vecchie amicizie, quelle che sembravano scolpite nella roccia, e lasciatele avvizzire lentamente, senza troppo clamore, per molti anni. Poi, ad un tratto, mentre le vostre vite hanno preso percorsi differenti e inclinazioni non più compatibili, ritrovatevi per una serata.
Quello che ne risulterà potrebbe essere una gran serata, con tanto di rielaborazione del passato e voglia di mettere un degno finale, o si finirà presto a dire le stesse cose, ricordare i tempi che furono (quelli meglio), due birre, una stretta di mano e saluti.
Con probabile coda polemica detta ad amici e parenti, su quanto quell’altra persona sia cambiata nel tempo e, in fin dei conti, quanto ti stia sul cazzo il suo atteggiamento generale.
Praticamente quello che è successo ai Pantera a partire da Far Beyond Driven e, per la precisione, dopo l’overdose del morigerato Phil Anselmo. Una pera di troppo (prima, probabilmente, tutti nascondevano la testa sotto la sabbia) ed ecco che l’atmosfera diventa pesante. Il giocattolo regge finché il fisico di Phil Anselmo tiene botta o la sua attenzione, resa labile da tonnellate di canne, droghe ed alcool, non viene attratta da mille altri progetti e hobby.
Unite tutte le componenti: membri che si stanno ormai sul cazzo/indifferenti, nessun interesse da parte di Phil Anselmo a far uscire un disco a nome Pantera, insofferenza dei fratelli Abbott e una generale, malsana, atmosfera di forzata convivenza, e otterrete Reinventing the Steel. Un disco che i fan volevano, ma che la band non aveva intenzione di registrare e, fra i solchi di questo LP, si sente tutto lo scazzo cosmico che si stanno trascinando dietro. Se fino al 1995 Anselmo scriveva dei testi decenti o almeno comprensibili, dopo FBD le sue lyrics diventano tanto ingarbugliate quanto lo è il suo cervello imbevuto di tutte le sostanze stupefacenti reperibili al mercato rionale. Quindi non c’è da stupirsi se su RTS siamo ad un livello inferiore. Cosa fa allora? Tira dentro un po’ di fan-service e una spolverata di “macho USA” per dosare bene, ma alla fin fine qualche passaggio interessante non salva RTS dal giudizio tranciante.
Giusto per citare qualcuna di queste perle:

No sense makes sense
You can’t get bought without thought
Ahh… no sense makes sense
You can’t get bought without thought inside
your head now [da “Uplift”]

O, se proprio non siete convinti,

When I die, I cast a shadow
And I’ll fly, I cast a shadow
Everybody get fucking up!
I cast a shadow…
I… I cast a shadow
I cast a shadow…
I… I cast a shadow [da “I’ll Cast a Shadow”]

Se sappiamo tutti che l’amabile buzzurro (non riuscirò mai ad odiarlo, anche quando ci si mette d’impegno) della Louisiana era cotto a puntino, quello che non si riesce a concepire è la svogliatezza del duo Abbott, con contorno di Rex Brown. Fra The Great Southern Trendkill e Reinventing the Steel passano quattro anni e Dimebag se ne esce con alcuni dei riff meno interessanti in assoluto. Hanno groove e potenza, ma sono lontani mille miglia dalla fangosità di TGST o dalla bellezza dei precedenti LP.
Reinventing The Steel viene composto senza voglia e suona, ironicamente visto che pompa con una produzione brillante e alcuni buoni groove, altrettanto svogliato. Suona da band finita in disgrazia, ma che tenta di darsi un tono mostrando il petto, alzando la voce e ritornando… indietro? Perché RTS è un passo indietro, che fa finta di essere qualcosa di nuovo ma vive sui ricordi e sulle mezze misure, sui manierismi e sul mestiere.

Adesso, come è giusto che sia, è d’obbligo il momento in cui stronco l’album e lo dichiaro spazzatura. Ma non è così. Pur avendo difetti incredibili e pur essendo sgraziato e il fratello scemo del precedente catalogo marchiato Pantera, Reinventing the Steel lo ascolto e anche spesso. Sarà che ho abbassato di molte tacche la mia soglia del brutto, ma nella sua goffaggine e svogliatezza assomiglia a quello studente fancazzista che copia qualcosa a caso dal vicino e vive di rendita sulle interrogazioni fatte nel passato.
E con questo atteggiamento ti ci puoi anche relazionare. Puoi conviverci senza troppi patemi d’animo. Perché, pur avvicinandosi pericolosamente allo sputtanamento di un’eredità artistica di ottimo livello, creano l’album brutto che senti quando stai facendo altro o quando vuoi sentirti ignorante come una zappa. RTS è il disco che ti ricorda le superiori e la loro fine (più o meno gloriosa), e nessun prodotto che viaggia su quei ricordi può uscirne indenne e immacolato come una vergine. Si porta dentro troppe scorie, troppi ricordi, troppe brutture e un’indefinita sensazione di “mi stai sul cazzo, ma non mi ricordo perché“.
Lo ascolto di frequente, e spesso è anche sul mio lettore ipod (probabilmente sono l’ultimo dei Mohicani ad usarlo ancora), mi prende anche bene, ma lo senti che è il saluto triste della band. Il “ci eravamo tanto amati” e poi suona, sconsolata, la sigla di chiusura dei Looney Tunes.
That’s All, Folks!
[Zeus]

Black metal made in Louisiana. Viking Crown – Unorthodox Steps of Ritual (1999)

Dietro lo sconosciuto moniker Viking Crown e allo pseudonimo Anton Crowley si cela il buon Phil Anselmo, ma questo lo sapete già.
In pieno delirio black metal, il singer americano aveva tratto il nome della sua seconda uscita dalla band madre (i Pantera) da un testo dei Darkthrone – Superjoint Ritual -, aveva inciso i primi due demo dei Christ Inversion e, l’anno successivo, avrebbe creato un supergruppo di devastati (Maniac, Fenriz, Phil Anselmo, Satyr e Killjoy) chiamato Eibon. Questi dureranno il tempo di una sbronza e tireranno fuori solo un pezzo: Mirror Soul Jesus. Il motivo, potete capirlo anche voi, era il livello di tossicodipendenza di Phil. 
Detto questo, e sapendo del suo amore per i Venom, il passaggio al black metal era un punto naturale e quindi, nel 1999, esce il primo EP dei Viking Crown. Registrato col culo e catalogabile come “ennesimo progetto cazzeggio” dell’ex singer dei Pantera, i Viking Crown rientrano in un black metal grezzissimo, veloce ma con un elevato feeling da colonna sonora di film horror. Questo fattore deve essere la collaborazione Phil Anselmo – Killjoy o la passione smodata di Anselmo per gli horror più marci – tanto che poi ci ha fatto un festival a tema, pensate voi -, ma rispetto a tutto il black metal che circolava all’epoca, questo tocco “soundtrack” è un fattore che lo differenzia da molti altri prodotti contemporanei. Non sto dicendo che lo fa salire di livello (giammai!), ma in un marasma di registrazioni poverissime, riffing alquanto scontato e pezzi che non si differenziano più di tanto uno dall’altro, questo elemento è sicuramente positivo. Le vocals spaziano dagli scream black al growl (che poi, modificati, diventeranno trademark dei successivi progetti con gli Illegals o gli Scour), passando anche dallo spoken-word filtratissimo. 
Sappiamo, da interviste o estratti passeggeri, che i Viking Crown erano ispirati alla scena norvegese, Darkthrone ma non solo, ma con quel filone hanno poco da spartire e, bisogna ammetterlo, se non avessero dietro il marchio Phil Anselmo, ancora meno gente si sarebbe cagato questo progetto. 
Se riuscisse a condensare le sue idee in pochi, mirati, progetti, gli LP sarebbero realmente di buon livello… ma non sarebbe Phil Anselmo e, quindi, ecco 1000 progetti, di cui almeno il 50% sono fallimentari o dubbi. I Viking Crown rientrano nel 50%, ovvio. 
[Zeus]

Philip H. Anselmo & The Illegals – Choosing Mental Illness as a Virtue (2018)

Dopo “l’incidente del vino bianco” che ha fatto fallire i Down (almeno fino a prova contraria), Phil Anselmo è entrato in modalità composizione automatica.
Prima un momento di stand-by e poi ecco gli Scour, i Superjoint e, infine, un secondo capitolo con gli Illegals. Lasciato per strada Marzi Montazeri, partito per altri lidi (Exhorder e il suo progetto solista), Phil Anselmo rimescola le carte e fa uscire Choosing Mental Illness As A Virtue.
Rispetto al precedente Walk Through Exits Only lo scarto è in avanti. E questo è innegabile, visto che solo cinque anni prima il singer americano aveva prodotto un disco che era l’equivalente di un ragazzino prepuberale che andava fuori di matto davanti al PC per una stronzata.
Fortunatamente nel 2018 questo ragazzino è cresciuto e la rabbia la riesce ad esprimere meglio; forse non in maniera adeguata, ma le canzoni hanno almeno compiuto, non come quelle su Walk Through Exits Only.
Dopo un breve lasso di tempo in cui il cut-up era la forma lirica più usata dall’ex Pantera, negli ultimi anni Phil sembra essere ritornato a buttare nelle lyrics molte delle cose che lo colpiscono o lo tormentano. Quindi in Choosing Mental Illness As A Virtue (da ora CMIAAV) ecco che ritornno temi già trattati nell’ultimo dei Superjoint e, ovvio, anche nel precedente disco solista. Una sorta di Phil 2.0, sembrerebbe. 
Il fatto è che il progetto con gli Illegals permette di far uscire una combo fra le tipiche tirate sludgy del periodo The Great Southern Trendkill (la title track di questo disco o anche Little Fucking Hero) e poi quella miscela di death/black che sembra essere componente importante nelle produzioni di Anselmo nel post-2000 (Utopian o Finger Me). Questa componente era ovviamente già stata provata con gli Scour e in maniera più puntuale, ma con gli Illegals riesce a fornirne una versione aggiornata secondo il modo di vedere del Phil solista. 
Perché, per qualche motivo, si sente che dentro questo CMIAAV c’è il singer di New Orleans come compositore principale, mentre negli Scour c’è un lavoro diverso. Sbaglierò sicuramente e tutto esce dalla penna di Anselmo anche in quello, ma il tocco del singer sugli Illegals è inconfondibile. 
Ed ecco quindi che partono gli stop’n’go, le accelerazioni che sanno di Superjoint ma finiscono per flirtare molto di più con il death (The Ignorant Point) o delle mazzate sludge con brani zuppi d’adrenalina come IndividualDelinquent. Non c’è niente di innovativo, niente che sia capace di rivoluzionare il senso delle musica – ma rispetto a Walk Through Exits Only qualcosa è cambiato e quel “qualcosa” è la capacità di composizione. Perché nessuno può negare che Phil sia capace di scrivere grandi canzoni (ricordiamoci le canzoni che ha firmato nei Down); il suo problema è l’essere erratico e incapace di dare vera continuità alla musa della scrittura mentre il gioco dei rimandi a sound passati, quando trattati in maniera troppo didascalica, mina la qualità generale della scrittura del singer di New Orleans. 
Il risultato è quindi una generale incostanza nei dischi. 
Choosing Mental Illness As A Virtue non è un capolavoro e soffre degli stessi problemi di fondo, ma il songwriting abbastanza costante ci può far ben sperare per un terzo episodio. 
Io spero che non siate fra la moltitudine di gente che sta aspettando con ansia un disco live di Phil Anselmo & The Illegals che interpretano le canzoni dei Pantera. Lo spero perché è una cosa da lasciare nel passato, un pezzo di storia: le canzoni dei Pantera possono essere interpretate sul palco ma poi tutti a casa a bersi una birra e STOP. Non giochiamo con i sentimenti delle persone. 
Per il momento godiamoci questo Choosing Mental Illness As A Virtue che non ambisce certo a lasciare un segno indelebile nel mondo della musica, ma almeno è la cartina tornasole di quello che è Phil Anselmo all’alba del 2020. 
[Zeus]

Bill&Phil, Songs of Darkness and Despair (2017)

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Come possiamo giudicare Songs of Darkness and Despair? Phil Anselmo (con il contributo di gente delle sue altre band, gli Illegals o i Superjoint o anche i King Parrott, band nel roster Housecore Records) ha scritto e registrato questo LP in 3 giorni, dopo che Bill Moseley (conosciuto come attore in Texas Chainsaw Massacre o nei recenti film di Rob Zombie) ha portato i testi per 5 deliranti canzoni. Il sound punta i piedi dentro il blues, un po’ di outlaw country, l’ovvio inserimento del rock e alcune meno scontate derive sludge, dipanandosi in un formato che sa di jam session cazzeggio ma con un risultato quantomeno coerente e intrigante.
Bill Moseley è meglio come attore che come cantante, ma per quello che ha fatto non se l’è cavata proprio male. Dirty Eye fa ben sperare con il suo riff grasso, ma il troppo bello non dura e quindi arriva la, troppo, lunga Corpus Crispy (titolo stupendo) che allunga la minestra di un brano che dopo i 4/5 minuti aveva già detto tutto, mentre su Catastrophic la parte strumentale è decisamente meglio delle vocals nasali o gli accenni di crooning di Moseley.
Su Tonight’s The Night We Die vengono alla mente i Southern Isolation (la defunta collaborazione fra Phil Anselmo e la sua ex moglie Opal), mentre Bad Donut è veloce e si sente lontano un miglio la puzza del buona la prima e fuori dai coglioni, visto che ci avranno messo sì e no 2 minuti a scriverla.

Ps: merita il video di Dirty Eye, trashata assurda ma figa, che rende bene il tono del progetto.

[Zeus]

Canne, eroina e vino bianco. Superjoint – Caught Up in the Gears of Application (2016)

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Il dovere morale di Phil Anselmo di far uscire prodotti su prodotti con un indice di lercità altissimo (I.D.L – nuovo parametro di giudizio) è un punto su cui non si può discutere. La volontà feroce, senza compromessi, di far uscire prodotti che intrigano innanzitutto l’ex leader dei Pantera è qualcosa con cui bisogna confrontarsi e il nuovo disco dei Superjoint (ex- Superjoint Ritual) rientra pienamente nel concetto di musica accattivante prima di tutto per il buon Phil.
Caught Up In The Gear Of The Application (C.U.I.T.G.O.T.A. da ora) esce a 13 anni dal precedente A Lethal Dose Of American Hatred e molte cose sono cambiate, una su tutte l’approccio del singer di New Orleans alla musica e alle sonorità della sua voce. Le melodie vocali non esistono quasi più, il nuovo stile è orientato su un belluino ululato che sfocia nel growl (Scour) o si assesta su vie intermedie (come qua o con i suoi Illegals) e questo fattore è da tenere in considerazione quando si parla della musica del nuovo disco dei Superjoint. Oltre a questo fatto, però, c’è da dire che l’aver rivoluzionato per 2/5 la line-up originale con membri della sua band solista, ha portato ad una commistione fra il sound dei Phil Anselmo & The Illegals e quello che producono, adesso, i Superjoint. Non dico che sono uguali, sia chiaro, ma ci sono dei punti di contatto.
C.U.I.T.G.O.T.A. com’è?
Un disco che inizia con delle botte micidiali, senza dubbio le migliori canzoni del disco: dalla prima fino a Sociopathic Herd Delusion sono delle bombe che mischiano hardcore e southern metal e che noi poveretti chiamiamo sludge. Dopo Sociopatic…, la band inserisce i pezzi meno immediati e/o più lunghi (Circling The Bait, Clickbait, Receiving No Answer To The Knock sono le canzoni più lunghe del disco e, condensate di un minuto buono, sarebbero state più fruibili e meno dispersive) e incomincia a perdersi. Dove Asshole non è altro che una canzone sui generis, Mutts Bite Too è un rigurgito personale di Phil Anselmo (leggetevi il testo), ma non vi rimane granché a parte le reiterate ripetizioni del titolo e Right The Fight è un filler evitabile.
Dopo 13 anni, cazzi&mazzi vari per il singer americano e una band per molti versi nuova, questo Caught Up In The Gear Of The Application è un disco soddisfacente a metà, che ti fa venire voglia di uscire per strada a cazzo duro per i primi cinque pezzi e poi ti lascia un po’ interdetto nella seconda metà. Rispetto ai primi due LP a nome Superjoint Ritual, questo disco è zoppo e un figlioccio non proprio perfetto, ma quei cazzo di primi cinque brani sono realmente validi.
[Zeus]

Quando parlare di depressione mi fa sorridere. Down – NOLA (1995)

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Prima di essere il gran cazzo di disco che è, NOLA è l’esempio supremo dell’affanno supremo di raggiungere qualcosa: la gnocca, l’illuminazione, una sbronza coi fiocchi e, ultimo ma non per importanza, il primo disco dei DOWN. Dovete sapere che questo è il disco che ho rincorso per anni, non trovandolo mai né ai concerti, né nei negozi di dischi della mia (ir)ridente regione. Ci ho tentato, o cazzo se ci ho tentato, ma niente. Sembrava sfuggirmi sempre. Scrutavo nelle enormi distese di CD ai concerti e vedevo di tutto, tranne quella cover nera, semplice, con il fleur-de-lis stampato in bianco.
Questo, ovviamente, finché non sono arrivato ad un concerto con il buon Bruno degli Slowtorch. Al tempo stavamo cercando entrambi questo LP e, visto che Satana ci vuole bene ma Dio ci odia in maniera profonda, ho trovato solo una copia nello scatolone dei CD. Imbarazzo totale, chi cazzo la prende? Dicevo, però, che Satana ci ama perché siamo riusciti a trovare una seconda copia del disco e questo, cari i miei lettori, crea una fratellanza metallica difficile da distruggere – anche dopo anni e/o alti e bassi.

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da web

Raccontare cosa significa NOLA è raccontare le calate dei Down in Italia (quattro per me, perché una, da coglione patenteato quale sono, me la sono persa).
La prima in un caldissimo Gods Of Metal, con un caldo che ti spaccava il culo e livelli di birra importanti già a metà pomeriggio – inevitabilmente sudati in mezzo secondo -. Loro sul palco, con un Phil Anselmo ubriaco cotto, e per la prima volta in Italia. Delirio assoluto sotto il palco, con il sottoscritto e il buon Bruno Slowtorch a tirare porchi e fare headbanging in preda all’estasi totale. Perché c’è poco da fare, quando parte una Bury me in smoke o Eyes Of The South allora tutto è perfetto.
Essere un BROES (acronimo di Brotherhood of the eternal sleep) significa prendersi la macchina, mettersi in moto da soli, spararsi oltre 300Km e andarseli a vedere a Milano in occasione del “An Evening With Down” (penso nel 2008). Aspettare ore in prima linea, distrutto sulla balaustra, e poi concedersi il gusto di vederseli a pochi metri. E chi cazzo se ne frega del sound non propriamente pulitissimo, tanto che ci importa se poi ecco che ti fatto Jail in acustico. E tu sei lì che sei contento di essere metallaro e di essere presente, perché chi era assente, quella sera, si è perso un Signor Concerto.
O ricordarsi, ad un Gods Of Metal di due anni dopo e in compagnia con TheCrazyJester, che il concerto può riservarti delle sorprese immense anche quando non sei davanti a tutti, col caldo che ti massacra, l’odore fetido dei cessi che ti intasa le narici, e Phil che ha la voce di uno che si è ingoiato un procione vivo e raglia le canzoni di Down III: Over The Under. Lo sai tu e forse anche altra gente ma poi ti piazzano una Hail The Leaf e tutto quello che poteva farti storcere il naso è rinchiuso nella cartella “sticazzi” e tu continui a sbracciarti, a fare headbanging fino a farti salire il pranzo nel cervello e poi ancora di più.
Non ultimo, significa prendere la macchina insieme al buon Skan e andare verso il festival a Majano a vedere i Down, gratis (puttana miseria, gratis!!!!), per la quarta volta. Quel concerto era caldo africano e l’odore di frico per tutto il piazzale, una tempesta d’acqua da farti invocare Satana, fango a fiumi e gente (eroi del metallo) fermi sotto secchiate di acqua gelida a vedere la nuova versione dei Down (con Bruders e Landgraf a rimpiazzare Brown&Windstein) con indosso mantelle con più buchi che plastica, sacchi dell’immondizia addosso e un’umidità corporea da livelli equatoriali. Ma fondamentalmente te sbatti il cazzo, perché tanto prima o poi ti faranno la tua canzone, quella per cui hai fatto chilometri, ti sei preso acqua, fango e per cui la schiena ti uccide. Prima o poi ti faranno Stone The Crow e tu sai che sarà un grandissimo momento e sarai felice. Ti dimenticherai del lavoro, dei cazzo di problemi e di tutto quello che la vita ti getta in faccia.

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Da web

 

Vi giuro, non so come potete stare ancora al PC senza correre a mettere su il disco o aprire YouTube e far partire NOLA. Ma cosa cazzo avete per la testa? Forza!

So che essere parte della BROES è una questione di pura fede, seconda solo al credo assoluto e incrollabile in Tony Iommi e nei Black Sabbath.
Per me NOLA è un disco perfetto e non replicabile. Svago e convinzione pura, adorazione della sacra trinità droga-Lynyrd Skynyrd-Black Sabbath e capacità di riassumere in pochi minuti una concezione di vita.

Questo è NOLA per me e, se mi permettete, adesso vaffanculo e smetto di scrivere, che devo recuperare i cocci dopo una serata di macello con la truppa degli Slowtorch.
[Zeus]

Official Live: 101 Proof

101800

Come fai a non amare questo live?!
Dimmelo, forza. Parlo con te che mi guardi con lo sguardo bovino.
Nel 1997 i Pantera sono una supercorazzata nel mondo metal. Cazzuti come uno dei Klitschko ed espressioni massime del motto “a cazzo duro senza futuro“, la band di Dallas (più New Orleans) sgrana, fra un’overdose quasi mortale e una serie di live, questa testimonianza che sbrana la concorrenza.
Un best of fatto in versione live questo Official Live: 101 Proof. Brani da Cowboys From Hell, da Vulgar Display Of Power, da Far Beyond Driven e anche da quello che, per molti, è un album duro da digerire: The Great Southern Trendkill (io lo adoro come disco, ha il malessere e il dolore dentro). Il trittico Sandblasted Skin, Suicide Note Pt.2 e War Nerve suona cattivo e violento come, e forse più, della versione su disco: penso a causa della registrazione live che ne limita stratificazioni, effetti da studio e cazzi e mazzi e restituisce sul palco brani di impatto e groove.
Prendersi questo disco significa entrare a spallate sulla fine degli anni ’90, quando il metal incominciava ad andare in agonia da groove metal, nu metal e merda varia e prendersi una bella boccata d’aria fresca dalla frittura mista di schifezze che escono in questo momento storico sfigato (a parte qualche valida eccezione, sia chiaro). Il tutto, vorrei sottolinearlo, senza doversi sorbire minuti di discorsi inutili di un fattissimo Phil Anselmo che, non avendone abbastanza di cantare sui palchi di mezzo mondo, si reinventa anche predicatore della ceppa dorata e ammorba i concerti con cazzate cosmiche che passano dal razzismo al metal con la facilità con cui io mi cambio le mutande al mattino.

Ma non vorrei rivangare cose passate, se pensate che il buon Filippone si sia scoperto un redneck ignorante, alcolista e fattone solo all’alba del 2016, forse è meglio se continuate ad ascoltare l’ultimo degli In Flames – ve lo meritate ampiamente.

Official Live: 101 Proof è un cazzo di disco che mi esalta ogni volta, tanto che è uno dei pochi selezionati che mi porto sempre e comunque in macchina. Lo ascolto meno di prima, ma saperlo nella chiavetta mi rende una persona meglio.
E lo sappiamo bene quanto brutte siano le persone che non ascoltano i Pantera.

 

Scour


L’ennesimo progetto di Phil Anselmo è, forse, uno dei migliori partoriti dal singer di New Orleans. Avevamo lasciato il buon Filippone a giostrarsi fra le sculacciate mediatiche a causa dei risaputi saluti al “white wine” (ahaha) e la messa in freezer dei Down, perciò fa anche piacere vederlo alla ribalta con un prodotto che parla, prima di tutto, di musica.
Il suo precedente disco solista con la sua band di supporto, gli Illegals, non è stato un grande affare (come molti dei progetti fuffa in cui Anselmo si getta anima e cuore – cosa che gli fa acquistare credito per la tenacia con cui ci si butta), ma gli si da credito incondizionato e si ascolta anche questo Scour.
Carburato da membri di Cattle Decapitation, Animosity, Pig Destroyer e Strong Intention, Scour plana nelle casse trascinandosi dietro elementi black metal, death-grind e thrash old school. Nelle interviste, Anselmo aveva anticipato che per suonare black un disco non deve avere le vocals dei Gorgoroth e, bisogna ammetterlo, ha ragione. La voce rasenta spesso il growl (pur concedendosi alcune puntate nello scream) e nei cinque brani (che non superano i 3 minuti), la parte ritmica è precisa, pulita e senza pietà. Questa connotazione di pulizia, rimanda la band verso territori sonori black metal svedesi piuttosto che norvegesi.
Spacca il cazzo che su sei tracce (è un EP), ce ne sia addirittura una solo strumentale – per quanto ben concepito nell’EP.
Ma non voglio essere troppo scassacazzo: siamo già contenti che Phil Anselmo abbia trovato qualche sparring-partner degno di questo nome e che il risultato, cioè l’EP Scour, sia degno di essere acquistato.

[Zeus]