Recuperi fuori tempo massimo: Vader – Litany (2000)

Come in ogni campo artistico di cui ci si possa appassionare, riuscire a stare a dietro a tutto e tutti è praticamente impossibile. Nella musica, anche quella più estrema, esiste ormai un numero talmente alto di band e pubblicazioni che nemmeno l’Encyclopaedia Metallum riesce più a mantenere il passo.
Capita così di perdersi un sacco di uscite interessanti che rimarranno a noi sconosciute probabilmente per sempre, o di segnarsi qualche nome da recuperare in seguito, salvo poi far passare gli anni o dimenticarsene completamente. O di scoprirli con anni di ritardo. E’ un po’ quello che è successo a me con questo gruppo.
I Vader sono una band con cui sono venuto a contatto relativamente tardi. Li ho conosciuti grazie alla collaborazione con Nergal dei Behemoth, che appare come ospite sull’album Revelations del 2002. Quindi conoscevo e seguivo i Behemoth, ma non conoscevo i Vader. 
Immaginate lo stupore quando scoprii che erano in giro già dal 1983, anche se il debut album è del 1992. Avevano già quasi vent’anni di carriera sulle spalle e dieci anni di pubblicazioni e sono stati tra i fondatori della scena estrema polacca, oggi molto prolifica ed apprezzata in tutto il mondo.
Litany, quarto album in studio, è una bordata di death metal senza compromessi, diretto e veloce, incazzatissimo, trentuno minuti di riff massacranti con una sezione ritmica che è una macchina da guerra e che ancora oggi risulta convincente, senza risultare datato o invecchiato male. Nonostante non siano mai entrati nella cerchia delle mie band preferite, né tra gli ascolti frequenti della mia playlist, più per questioni di sovraffollamento della mia discografia che non per demeriti loro, è sempre un piacere ascoltarli quando si presenta l’occasione, che sia su CD o dal vivo in qualche festival. 
Se non li conoscete o non li avete mai ascoltati, Litany è un buon punto di partenza per scoprirli ed apprezzarli.
[Lenny Verga]

Witchmaster – Violence & Blasphemy (2000)

400

I polacchi Witchmaster, prima di questo recupero per il ventennale, non li avevo mai sentiti. O forse avevo sentito il nome di sfuggita perché ci suona dentro Inferno dei Behemoth, ma tanto in questo Violence & Blasphemy il batterista polacco non ci suona, quindi è terreno estremamente nuovo per me. 
I Witchmaster sono della razza bastarda, quel black metal che copula con il thrash e quindi veloce, sporco, grezzo e che rimanda più alla prima ondata del black piuttosto che alle seconde leve. Brani che raramente superano i 4 minuti di durata e un’attitudine da tutto e subito, fanno di Violence & Blasphemy un recupero da fare; se, ovviamente, siete delle capre come me e ve li siete lasciati sfuggire.
I polacchi li trovate a sbattersi nei festivalini lerci e trve kvlt, quelli da cartuccere, vestiti in pelle, borchie e piazze d’armi in mezzo ai crini del metallaro. I Witchmaster sono la colonna sonora delle serate a birre da discount, quelle che hanno scritto mal di testa come ingrediente principale, e headbanging contenuto ma costante.  
Non hanno pretese e non ti chiedono niente di più che essere presente all’invocazione di Satana e nel dire quante più bestemmie possibile nell’arco della canzone. Indicazioni semplici e precise. 
Niente track-by-track, le canzoni con le dovute differenze e variazioni, sono praticamente similari e quindi non fa senso citare Possessed by Satan, Tormentor Infernal Witchmaster. Hanno tutte tiro, quindi vi lascio ascoltare questi 40 minuti di blasfemia e black-thrash, il resto è noia. 
[Zeus]

Il suono della Bestia, Besatt – Hail Lucifer (2000)

Partiti nella metà del 1990 e con un primo full length nel 1997, i polacchi Besatt arrivano nel 2000 affermando, senza troppo pudore, la propria fedeltà per Lucifero e tutta la congrega di anime dannate. 
Come lo fanno? Registrando Hail Lucifer su cassetta e portando avanti un black metal ispirato dalla second wave norvegese e qualcosa dei progenitori del black metal. Quello che mi piace e che non stona neanche adesso, a vent’anni dalla sua uscita, è la personalità con cui i polacchi riescono a condensare le sonorità sopra descritte e tradurle in qualcosa di personale. 
Per quanto riguarda il riffing, potrei citare gli Archgoat come comune denominatore (due riff a brano e due velocità totali nel repertorio), ma la qualità delle parti di chitarra è notevole. La registrazione è straordinariamente pulita per una band black metal così diretta e senza compromessi (Antichrist), tanto che sia la batteria che il basso suonano organici (Black Banner). Se vogliamo, questa caratteristica li accomuna ai Marduk, altra band che per diversi anni ha incarnato l’incapacità di mettere insieme una canzone a più velocità (seppur facendolo con i controcoglioni, sia chiaro).  
A questo aggiungo che la capacità di sintesi è un punto a favore dei Besatt. Troppe band si perdono in mille seghe e finiscono per perdere il filo del discorso e anche la mia totale attenzione. 
I Besatt, grazie al Capro, non hanno questo problema e con 9 brani per 35 minuti, riescono a invocare Lucifero senza troppi patemi d’animo. Personalmente sono sempre molto scettico sulle canzoni black metal estremamente lunghe, a parte qualche raro ed illuminato caso, soprattutto da band che nel repertorio musicale hanno due riff in croce rovescia. Non è necessario che tutto il brano o tutto il disco sia veloce come un attacco di scagazza post-chili messicano, apprezzo anche quando le band si prendono il tempo di costruire le canzoni facendole raggiungere il climax, ma questo unicamente se non stai tirando la minestra e le idee giuste le hai finite dopo mezzo minuto forse. 
Per trovare del buon black metal, in questo torbido 2000, bisogna scendere nell’underground dove i soldi non hanno ancora fatto troppi danni. I Besatt hanno qualità e con Hail Lucifer lo dimostrano pienamente. 
[Zeus]

Belfegor – The Kingdom of Glacial Palaces (2000)

Si può fare dell’idolatria assoluta una carriera musicale? I polacchi Belfegor pensavano di sì, visto che hanno fatto uscire tre dischi prima di sciogliersi e mettere fine all’avventura nel mondo del metal estremo. Il debutto su LP è nel 2000 e precisamente con questo The Kingdom of Glacial Palaces
Genere? Black metal di stampo norvegese e, precisamente, rivolto ad un’adorazione assoluta del sound degli Immortal (periodo pre-At The Heart of Winter). Oltre a questo, ci sono dentro spruzzate di Gorgoroth, ma nel mix è la componente Abbath&Co. ad avere il ruolo del leone. 
Praticamente quasi tutto in questo LP richiama, in un modo o nell’altro, quanto fatto dai norvegesi prima di rivolgere il loro sguardo verso un black influenzato dal thrash tedesco
Guardatevi i titoli, la copertina, il suono delle chitarre e molto altro e tutto vi richiamerà alla mente quell’epoca miracolosa per il black metal. Però c’è da dire che questo The Kingdom of Glacial Palaces regge sulla distanza e non annoia. Derivativo sì, ma è fatto con gusto e intelligenza. 
I riff ci sono e così anche il songwriting in generale, tanto che ti viene da soffermarti a pensare: meglio questi Belfegor, didascalici sì ma capaci di puntare su un buon disco, o quanto fatto dai loro mentori spirituali negli anni successivi al 1999? 
Per una questione di integrità intellettuale, si punta sempre sul genitore del sound, ma la fede a volte cede e ti verrebbe da chiedere come sarebbe stato il sound Immortal senza la svolta e la sensibile “arteriosclerosi” del songwriting. L’ultimo disco in studio, senza Abbath ma con un Demonaz ritrovato, ci dimostra che però la formula creativa era solo sottovuoto, non persa.
I Belfegor hanno anticipato il treno della via polacca al black metal e l’esplosione dei Behemoth (e di tutta la scena nella seconda metà del 2010), perdendo così l’opportunità di portare il proprio sound ad un livello europeo. Se poi avessero guardato più verso il proprio Paese invece che intestardirsi sulle tematiche Immortal, forse staremmo parlando di un band che ce l’ha fatta. 
Non è andata così, chiamiamola sfortuna. 
[Zeus]

Un giorno mi sono alzato e ho ascoltato il secondo disco dei Medico Peste – ב: The Black Bile (2020)

Avevo lasciato questa recensione per un tempo propizio, ma la reclusione (parziale) e il nome della band (Medico Peste) sono ottimo carburante per scrivere un po’ di righe. Questo perché già nella prima uscita sulla lunga distanza, i Medico Peste, polacchi e per la metà musicisti live per i conterranei Mgla, mi avevano colpito anche se non conquistato interamente. Troppo poco focus in quel disco, maggiore attenzione al songwriting in questo ב: The Black Bile. La nuova scena polacca, e l’essere parte dell’organico degli Mgla, ha forgiato il sound della band, pur senza impregnarlo in maniera oscena. La cosa è evidente, tanto che si respira subito il riffing consistente e ipnotico, ma sempre dall’impronta melodica, elemento che è centrale nella produzione musicale del duo polacco. Si potrebbe citare All To Human come esempio, ma poi ti capita di imbatterti nella sua parte centrale che è tutt’altro che intrisa di chitarre e spazia piuttosto su dilatazioni sonore, sussurri, arpeggi e un’atmosfera malata. 
Ed è qua che si gioca tutto il sapere dei Medico Peste su ב: The Black Bile, un’alternarsi fra parti di chitarra estremamente ficcanti e dal buon potenziale, dissonanze o rallentamenti nei territori del black metal moderno e poi quella sensazione strana che vengano presi elementi del post-qualcosa che finiranno, tutto sommato, per dettare le coordinate del disco. 
Numinous Catastrophy è qualcosa che potrebbe rientrare in quest’ultima categoria, visto che è indubbiamente un brano black metal (le vocals sono malate e schizoidi), ma ci sono strane contaminazioni quasi post-hardcore nella struttura base del brano e che ricorreranno in molte altre canzoni di questo LP. 
Odio il track by track e anche la descrizione tecnica delle canzoni, un po’ perché non saprei come cazzo descrivervi un brano per filo e per segno se non recuperando lo spartito, un po’ perché leggere “l’elenco del telefono” è eccitante quanto guardarsi una telenovela argentina. Quello che dovete sapere su ב: The Black Bile non è poi moltissimo e va riassunto in poche righe: i Medico Peste hanno capito come gestire le tempistiche, pur senza trovare ancora la formula perfetta per descrivere la loro musica; questo però li distanzia abbastanza dai conterranei Mgla, cosa che è elemento positivo visto che di epigoni ce ne sono già in giro tanti e la cosa non gioca sempre a loro favore. 
Un passo in avanti rispetto all’esordio, ma con ancora delle asperità da limare. Ripongo grandi speranze in questa band, se non si fottono il cervello con il fatidico terzo disco, possiamo trovarci di fronte ad una rivelazione. 
[Zeus]

VOIDFIRE – Ogień Pustki (2020)

I polacchi Voidfire esordiscono con questo “Ogień Pustki”, un disco che a me è piaciuto molto in quanto mi ha riportato alle produzioni black metal degli anni Novanta e inizio Duemila.
Ad un riffing malinconico e serrato, tipico del black metal polacco, la band unisce un gusto melodico davvero bello e carico di feeling, che fa da contraltare alle ritmiche serratissime in blast beat che spesso formano l’ossatura principale dei brani contenuti in questo album.
Sono molto azzeccati anche gli intermezzi acustici e rallentati che donano al disco un’aura maligna e quasi doomy, con le chitarre che si lasciano andare in dissonanze stranianti. I rallentamenti, però, non sono presenti in maniera massiccia in quest’opera, e questo fa in modo che la loro presenza sia ancora più gradita e funzionale alla dinamica dei brani, che si susseguono freschi e con la giusta dose di elementi capaci di catturare l’ascoltatore. Prendete ad esempio una band come i Dissection, aumentatene le parti veloci, mescolate il tutto alle melodie tipiche del black metal dell’est Europa (ad esempio Nokturnal Mortum), e più o meno avrete presente il quadro dipinto dai Voidfire in questo Ogień Pustki. Non sto esagerando, davvero, perché la qualità è davvero molto alta e, secondo me, scomodare certi paragoni non è un’eresia, sebbene manchi il tocco di genio tipico delle band che ho citato. Ma quello è un qualcosa di raro, e quindi basare una recensione su questo elemento sarebbe ingiusto, e rischieremmo di segare le gambe al 90% dei prodotti che ascoltiamo. Per cui, fatevi avanti, questo album è un ottimo “Bignami” del black metal puro e melodico, e vi offrirà tanti begli spunti.
[American Beauty]

Il suono dell’erosione. Exesa – s/t (2018)

A forza di cercare i nuovi Mgla, come se questi fossero già sul punto di essere carne da macello simil-Batushka, il pubblico si sta perdendo un po’ il “qui ed ora” per cercare the next big thing. Quello che troverà coloro che rimpiazzeranno i polacchi, avrà il posto assicurato nel Valhalla degli incassi o delle vanterie da pub dei prossimi mesi/anni (dipende se ha pescato bene, come per gli Mgla, o è andata a fare in culo come con i Batushka). Quindi eccoli tutti a rincorrere i Gaerea o similia, spesso sottovalutando un gruppo valido come i The Committee, e di certo ignorando che nella stessa Polonia il fenomeno Mgla è lungi dall’essere una stanca risacca. Sentitevi gli Exesa, progetto solista del misconosciuto Zyx, e poi fatemi sapere. 
Perché gli Exesa non sono un spudorato plagio, anche se le atmosfere e il riffing circolare, melodico e ipnotico del musicista di Varsavia ha come riferimento immediato proprio i conterranei M. e Darkside (Sacrosant). Non vedo però difficoltà anche ad accostare agli Exesa anche i Kriegsmachine (altro gruppo del duo M.-Darkside) per la capacità di unire una sensazione di catastrofe imminente al sound del disco. 
Anche per Zyx gli strmenti hanno tutti pari dignità, visto che il reparto ritmico è ben evidenziato, con tanto di batteria evidente e brillante, e sicuramente c’è un accento importante sul lavoro di chitarra. La voce è uno scream adeguato al contesto, ma non lascia troppo spazio ad altri aggettivi. 
Disco compatto, auto-prodotto (quindi i suoni sono ruvidi, sinceri e per nulla addomesticati come in altre realtà black metal) e senza filler. Anche perché in 36 minuti scarsi di LP, mettere insieme anche un filler o due è praticamente invocare la bestemmia, ma Zyx mi sembra abbastanza attento da non cadere nel facile errore di produrre un paio di tracce forti e invitanti e poi lasciarsi andare in puttanate madornali. 
Ogni traccia viaggia intorno ai 5/6 minuti ed è capace di esprimere tutto quello che ha da dire nel tempo concesso. Non riesco a trovare un vero punto debole o momento in cui mi sentirei di affermare “taglia”, cosa che mi capita di rado quando le tracce hanno durate abbastanza importanti e giocano tutte sulla ripetitività e ciclicità del riffing. 
Come detto in apertura, il punto di riferimento diretto sono i conterranei Mgla, ma mi sentirei di consigliarli a prescindere dall’ingombrante paragone perché gli Exesa sanno suonare e sanno creare la giusta dimensione spirituale in cui immergersi per sentire questo disco. 
A mio parere, forse di parte visto il mio apprezzamento non proprio nascosto per gli Mgla, una realtà underground sincera come questo progetto di Zyx è molto meglio di compagini come Uada o altre band erroneamente avvicinate (da giudizi troppo avventati) al sound della nuova scena polacca. 

Di nuovo in Polonia con i Christ Agony – Elysium (1999)

Certe band soffrono della condizione “penalizzante” dei cibi vegani. Non che siano cattivi in sé, sono gusti in fin dei conti, ma quando passeggi per il supermercato (cosa che io faccio perché sono malato e mi diverto a cercare le porcherie più oscene o le novità da provare) e ti capita di passare davanti al bancale vegano, vieni assalito da una serie di nomi fuorvianti: bistecca, grigliata mista, cotoletta, affettato, würstel…
C’è qualcosa di sbagliato in tutto questo, perché si tenta di associare un cibo diverso a qualcosa di conosciuto, cosa che fa ovviamente incazzare una delle due parti nella discussione (i non-vegani più intransigenti). Ci sta il pensiero che non puoi chiamare Wienerschnitzel qualcosa che non lo è, ma capisco che riuscire a trovare un nome diverso e altrettanto accattivante è ugualmente complesso.
Quindi ecco che l’accezione black metal associato a Elysium dei polacchi Christ Agony è totalmente fuori luogo. Logico, il nome ti potrebbe far pensare ad un manipolo di entusiati fistfucker del pianeta di Dio. Quindi brutti, cattivi e incazzati come un bulldog che ha appena assaggiato il proprio piscio dalle ortiche.
I Christ Agony non lo sono. Non sono neanche granché black, ad onor del vero. Ci si trova dentro di tutto in questi solchi, dal thrash al death e qualcosa di subdolamente “dark/goth” in certi passaggi. Di black metal non c’è una fava o, come sulle ricette, si potrebbe scrivere “può contenere tracce di black metal”.
Le vocals canine, un mezzo latrato che a volte trascende nello “scream” e a volte sembra di sentire un Lemmy affetto da laringite e con un plumcake in gola (Lords Of The Night), non certificano questo disco come black metal.
Quello che c’è qua dentro è un disco influenzato dagli eighties, con un piglio vagamente “incazzoso” e con qualche buon riff, ma niente di più eccitante di questo. Fra i solchi troviamo anche dei passaggi melodici, cosa non rara, e anche le clean vocals (ad esempio la title track), questi elementi li inseriscono in quella masnada di band che, sul finire del 1990, hanno incominciato a titubare sulla validità dell’incazzatura suprema come “vero ed unico veicolo di violenza musicale”.
Probabilmente è solo una questione di etichetta sbagliata o di disco sbagliato, ma questo Elysium non mi fa certo sentire la mancanza dei Christ Agony… o la voglia irrefrenabile di recensirli per il prossimo ventennale.
[Zeus]

Scampoli di filosofia nichilista. Mgla – Age Of Excuse (2019)

Ho perso il conto delle volte che ho riscritto questa recensione e, ovvio, delle volte che ho riascoltato questo Age Of Excuse. Li si aspettava al varco dopo Exercises In Futility, non poteva che essere così: QUEL disco è il metro di paragone per tutto quello che incideranno i polacchi.
Gli Mgla, con il passare del tempo, hanno riportato il black metal ai canoni che gli sono propri: sbattersene il cazzo delle mille menate della promozione e puntare tutto sulla musica. Ecco perché il disco è uscito senza nessun tipo di promozione se non l’anteprima di Age Of Excuse II su YouTube e poi, da un giorno all’altro, ecco il disco. Una cosa così l’ho vista, sempre di recente, con Hekatomb dei Funeral Mist.
Il black metal dovrebbe essere così, senza stronzate, senza circhi equestri, nani, ballerine e crociere con il vino. Pur non essendo il 1994, e ce ne siamo accorti tutti che sono passati 25 anni, ho di nuovo bisogno di immergermi in un LP e riemergere dopo mesi cercando ancora di capirlo e con la voglia di studiarlo nei minimi particolari. Perché questa è l’unica sensazione che nasce dopo il primo ascolto di questo disco: la voglia di sentirlo, studiarlo e ritornare a quella tipologia lenta d’ascolto.
Ma veniamo a noi e affermiamo la base: Age Of Excuse è l’opera necessaria degli Mgla e, in un certo senso, il proseguimento del discorso di Exercises In Futility. Troppo grande quel disco per riuscire a superarlo nettamente senza il rischio di bruciarsi. Quindi il disco “necessario” è quello che riprende gli spunti dall’Lp del 2015 e li rielabora abbastanza da crearne un disco nuovo, originale e convincente senza il necessario bisogno di forzarne le regole interne. Che poi, QUEL disco, non è la sola pietra su cui si fonda questo Age Of Excuse, ma ci vedo dentro anche alcune cose di With Hearts Towards None.
Nel 2019, quindi, non sparisce niente di quanto ha reso grandi M e Darkside. Ci sono le melodie subdole e il riffing circolare e asfissiante, così Burzum-iano ma totalmente riconducibile ai soli Mgla, ed entrambi questi elementi sono memorizzabili in brevissimo tempo, ma senza perdere di vista il fattore “scoperta”, profondità dell’ascolto.
Age Of Excuse II ti resta in testa e, quando incominci a dubitare dell’effettiva durata nel tempo dell’LP, ti ricredi e capisci che c’è un’ulteriore sfumatura, un passaggio che non avevi sentito (giusto qualche giorno fa ho “scoperto” una nuova stratificazione sonora su Exercises In Futility che prima mi era sfuggita).
Il pregio di questi polacchi è che, pur creando brani stratificati e farciti di notevoli partiture (sentitevi il lavoro di batteria di Darkside), tutte le canzoni sono abbastanza semplici e scorrevoli da potersi recepire senza doversi studiare le tabulature: Age Of Excuse V e il suo chorus “Not just yet” è indicativo di tutto quanto sopra citato. 
Come nei precedenti capitoli, gli Mgla puntano sempre sul crescendo musicale. Giocano con tracce più “semplici” nelle prime e poi incominciano a caricare di tensione e drammaticità fino a raggiungere la quinta-sesta traccia. Solo in questo momento, la tensione musicale sfocia in brani oscuri e che ti lasciano con la voglia di riascoltarli… perché, come si sa, Misery Loves Company.
Su Age of Excuse, tralasciando i brani già citati, è come sempre la traccia conclusiva (Age of Excuse VI) ad essere il connubio perfetto di circolarità nel riff, nichilismo delle lyrics e un lavoro sopraffino, quasi jazzato, di Darkside.
Ironicamente i 9 minuti della canzone scorrono veloci tanta è la qualità che la percorre e le melodie malate e sottocutanee che circolano su tutto l’LP sono l’ennesima riprova che, se mai ci fossero dubbi, gli Mgla sono una delle realtà più interessanti e emozionanti che il black metal ha tirato fuori negli ultimi 20 anni di vita
Non è poco, ve lo posso assicurare.
[Zeus]

Graveland – Impaler’s Wolves (1999)

A pensarci bene, i Graveland sono un’altra di quelle realtà che non sanno bene come vendersi: dichiararsi espressamente NSBM o continuare a pasturare nelle ampie praterie del “non so, non dico”? Potremmo metterli insieme ai francesi Peste Noire e altri che, adesso, non mi vengono in mente, ma capite il discorso vero?
I Behemoth si sono scansati dai Graveland con la velocità dl suono, per poi ritornare sulla bocca dei media quando Nergal è stato visto farsi una foto con Rob Darken. Che si conoscano da oltre 20 anni è un discorso totalmente secondario. Che farsi una foto non significa condividerne anche le idee, è un passaggio che spesso e volentieri sfugge a chi le notizie le legge su Facebook.
Ma torniamo ai Graveland, che di questi problemi ne hanno avuti diversi, soprattutto grazie alla Polizia tedesca (album vietati e addirittura un’irruzione nella sede della No Colours Records, tanto per non farsi mancare niente).
Musicalmente parlando è difficile trovare grandi cose da dire su questo EP, Impaler’s Wolves. Ri-registrazioni di due canzoni provenienti dal disco di debutto (Carpathian Wolves del 1994), i due brani contenuti superano i 10 minuti di durata e, come concetto musicale, non presentano enormi differenze uno dall’altro.
Quindi, con piccole variazioni sul tema, Rob Darken si tiene stretto sul sentiero del black metal semplice e diretto, grezzo ma non raw, sia per Impaler Of Wallachia che In the Northern Carpathians. Per evitare l’effetto noia, cosa che può succedere quando si superano certi minutaggi, Darken ci ficca dentro qualche sparuta accelerazione, giusto per variare dall’imperante mid-tempo, e gioca alla grande con l’ambientazione “horrorifica” data dalle tastiere e inserti vari.
Due brani interessanti, aldilà delle fissazioni ideologiche del suo creatore, che possono piacere a chi, nel black metal, cerca un songwriting diretto e non eccessivamente veloce, una sound ricco d’atmosfera e con un tocco d’epicità.
[Zeus]