Il suono dell'erosione. Exesa – s/t (2018)

A forza di cercare i nuovi Mgla, come se questi fossero già sul punto di essere carne da macello simil-Batushka, il pubblico si sta perdendo un po’ il “qui ed ora” per cercare the next big thing. Quello che troverà coloro che rimpiazzeranno i polacchi, avrà il posto assicurato nel Valhalla degli incassi o delle vanterie da pub dei prossimi mesi/anni (dipende se ha pescato bene, come per gli Mgla, o è andata a fare in culo come con i Batushka). Quindi eccoli tutti a rincorrere i Gaerea o similia, spesso sottovalutando un gruppo valido come i The Committee, e di certo ignorando che nella stessa Polonia il fenomeno Mgla è lungi dall’essere una stanca risacca. Sentitevi gli Exesa, progetto solista del misconosciuto Zyx, e poi fatemi sapere. 
Perché gli Exesa non sono un spudorato plagio, anche se le atmosfere e il riffing circolare, melodico e ipnotico del musicista di Varsavia ha come riferimento immediato proprio i conterranei M. e Darkside (Sacrosant). Non vedo però difficoltà anche ad accostare agli Exesa anche i Kriegsmachine (altro gruppo del duo M.-Darkside) per la capacità di unire una sensazione di catastrofe imminente al sound del disco. 
Anche per Zyx gli strmenti hanno tutti pari dignità, visto che il reparto ritmico è ben evidenziato, con tanto di batteria evidente e brillante, e sicuramente c’è un accento importante sul lavoro di chitarra. La voce è uno scream adeguato al contesto, ma non lascia troppo spazio ad altri aggettivi. 
Disco compatto, auto-prodotto (quindi i suoni sono ruvidi, sinceri e per nulla addomesticati come in altre realtà black metal) e senza filler. Anche perché in 36 minuti scarsi di LP, mettere insieme anche un filler o due è praticamente invocare la bestemmia, ma Zyx mi sembra abbastanza attento da non cadere nel facile errore di produrre un paio di tracce forti e invitanti e poi lasciarsi andare in puttanate madornali. 
Ogni traccia viaggia intorno ai 5/6 minuti ed è capace di esprimere tutto quello che ha da dire nel tempo concesso. Non riesco a trovare un vero punto debole o momento in cui mi sentirei di affermare “taglia”, cosa che mi capita di rado quando le tracce hanno durate abbastanza importanti e giocano tutte sulla ripetitività e ciclicità del riffing. 
Come detto in apertura, il punto di riferimento diretto sono i conterranei Mgla, ma mi sentirei di consigliarli a prescindere dall’ingombrante paragone perché gli Exesa sanno suonare e sanno creare la giusta dimensione spirituale in cui immergersi per sentire questo disco. 
A mio parere, forse di parte visto il mio apprezzamento non proprio nascosto per gli Mgla, una realtà underground sincera come questo progetto di Zyx è molto meglio di compagini come Uada o altre band erroneamente avvicinate (da giudizi troppo avventati) al sound della nuova scena polacca. 

Di nuovo in Polonia con i Christ Agony – Elysium (1999)

Certe band soffrono della condizione “penalizzante” dei cibi vegani. Non che siano cattivi in sé, sono gusti in fin dei conti, ma quando passeggi per il supermercato (cosa che io faccio perché sono malato e mi diverto a cercare le porcherie più oscene o le novità da provare) e ti capita di passare davanti al bancale vegano, vieni assalito da una serie di nomi fuorvianti: bistecca, grigliata mista, cotoletta, affettato, würstel…
C’è qualcosa di sbagliato in tutto questo, perché si tenta di associare un cibo diverso a qualcosa di conosciuto, cosa che fa ovviamente incazzare una delle due parti nella discussione (i non-vegani più intransigenti). Ci sta il pensiero che non puoi chiamare Wienerschnitzel qualcosa che non lo è, ma capisco che riuscire a trovare un nome diverso e altrettanto accattivante è ugualmente complesso.
Quindi ecco che l’accezione black metal associato a Elysium dei polacchi Christ Agony è totalmente fuori luogo. Logico, il nome ti potrebbe far pensare ad un manipolo di entusiati fistfucker del pianeta di Dio. Quindi brutti, cattivi e incazzati come un bulldog che ha appena assaggiato il proprio piscio dalle ortiche.
I Christ Agony non lo sono. Non sono neanche granché black, ad onor del vero. Ci si trova dentro di tutto in questi solchi, dal thrash al death e qualcosa di subdolamente “dark/goth” in certi passaggi. Di black metal non c’è una fava o, come sulle ricette, si potrebbe scrivere “può contenere tracce di black metal”.
Le vocals canine, un mezzo latrato che a volte trascende nello “scream” e a volte sembra di sentire un Lemmy affetto da laringite e con un plumcake in gola (Lords Of The Night), non certificano questo disco come black metal.
Quello che c’è qua dentro è un disco influenzato dagli eighties, con un piglio vagamente “incazzoso” e con qualche buon riff, ma niente di più eccitante di questo. Fra i solchi troviamo anche dei passaggi melodici, cosa non rara, e anche le clean vocals (ad esempio la title track), questi elementi li inseriscono in quella masnada di band che, sul finire del 1990, hanno incominciato a titubare sulla validità dell’incazzatura suprema come “vero ed unico veicolo di violenza musicale”.
Probabilmente è solo una questione di etichetta sbagliata o di disco sbagliato, ma questo Elysium non mi fa certo sentire la mancanza dei Christ Agony… o la voglia irrefrenabile di recensirli per il prossimo ventennale.
[Zeus]

Scampoli di filosofia nichilista. Mgla – Age Of Excuse (2019)

Ho perso il conto delle volte che ho riscritto questa recensione e, ovvio, delle volte che ho riascoltato questo Age Of Excuse. Li si aspettava al varco dopo Exercises In Futility, non poteva che essere così: QUEL disco è il metro di paragone per tutto quello che incideranno i polacchi.
Gli Mgla, con il passare del tempo, hanno riportato il black metal ai canoni che gli sono propri: sbattersene il cazzo delle mille menate della promozione e puntare tutto sulla musica. Ecco perché il disco è uscito senza nessun tipo di promozione se non l’anteprima di Age Of Excuse II su YouTube e poi, da un giorno all’altro, ecco il disco. Una cosa così l’ho vista, sempre di recente, con Hekatomb dei Funeral Mist.
Il black metal dovrebbe essere così, senza stronzate, senza circhi equestri, nani, ballerine e crociere con il vino. Pur non essendo il 1994, e ce ne siamo accorti tutti che sono passati 25 anni, ho di nuovo bisogno di immergermi in un LP e riemergere dopo mesi cercando ancora di capirlo e con la voglia di studiarlo nei minimi particolari. Perché questa è l’unica sensazione che nasce dopo il primo ascolto di questo disco: la voglia di sentirlo, studiarlo e ritornare a quella tipologia lenta d’ascolto.
Ma veniamo a noi e affermiamo la base: Age Of Excuse è l’opera necessaria degli Mgla e, in un certo senso, il proseguimento del discorso di Exercises In Futility. Troppo grande quel disco per riuscire a superarlo nettamente senza il rischio di bruciarsi. Quindi il disco “necessario” è quello che riprende gli spunti dall’Lp del 2015 e li rielabora abbastanza da crearne un disco nuovo, originale e convincente senza il necessario bisogno di forzarne le regole interne. Che poi, QUEL disco, non è la sola pietra su cui si fonda questo Age Of Excuse, ma ci vedo dentro anche alcune cose di With Hearts Towards None.
Nel 2019, quindi, non sparisce niente di quanto ha reso grandi M e Darkside. Ci sono le melodie subdole e il riffing circolare e asfissiante, così Burzum-iano ma totalmente riconducibile ai soli Mgla, ed entrambi questi elementi sono memorizzabili in brevissimo tempo, ma senza perdere di vista il fattore “scoperta”, profondità dell’ascolto.
Age Of Excuse II ti resta in testa e, quando incominci a dubitare dell’effettiva durata nel tempo dell’LP, ti ricredi e capisci che c’è un’ulteriore sfumatura, un passaggio che non avevi sentito (giusto qualche giorno fa ho “scoperto” una nuova stratificazione sonora su Exercises In Futility che prima mi era sfuggita).
Il pregio di questi polacchi è che, pur creando brani stratificati e farciti di notevoli partiture (sentitevi il lavoro di batteria di Darkside), tutte le canzoni sono abbastanza semplici e scorrevoli da potersi recepire senza doversi studiare le tabulature: Age Of Excuse V e il suo chorus “Not just yet” è indicativo di tutto quanto sopra citato. 
Come nei precedenti capitoli, gli Mgla puntano sempre sul crescendo musicale. Giocano con tracce più “semplici” nelle prime e poi incominciano a caricare di tensione e drammaticità fino a raggiungere la quinta-sesta traccia. Solo in questo momento, la tensione musicale sfocia in brani oscuri e che ti lasciano con la voglia di riascoltarli… perché, come si sa, Misery Loves Company.
Su Age of Excuse, tralasciando i brani già citati, è come sempre la traccia conclusiva (Age of Excuse VI) ad essere il connubio perfetto di circolarità nel riff, nichilismo delle lyrics e un lavoro sopraffino, quasi jazzato, di Darkside.
Ironicamente i 9 minuti della canzone scorrono veloci tanta è la qualità che la percorre e le melodie malate e sottocutanee che circolano su tutto l’LP sono l’ennesima riprova che, se mai ci fossero dubbi, gli Mgla sono una delle realtà più interessanti e emozionanti che il black metal ha tirato fuori negli ultimi 20 anni di vita
Non è poco, ve lo posso assicurare.
[Zeus]

Graveland – Impaler’s Wolves (1999)

A pensarci bene, i Graveland sono un’altra di quelle realtà che non sanno bene come vendersi: dichiararsi espressamente NSBM o continuare a pasturare nelle ampie praterie del “non so, non dico”? Potremmo metterli insieme ai francesi Peste Noire e altri che, adesso, non mi vengono in mente, ma capite il discorso vero?
I Behemoth si sono scansati dai Graveland con la velocità dl suono, per poi ritornare sulla bocca dei media quando Nergal è stato visto farsi una foto con Rob Darken. Che si conoscano da oltre 20 anni è un discorso totalmente secondario. Che farsi una foto non significa condividerne anche le idee, è un passaggio che spesso e volentieri sfugge a chi le notizie le legge su Facebook.
Ma torniamo ai Graveland, che di questi problemi ne hanno avuti diversi, soprattutto grazie alla Polizia tedesca (album vietati e addirittura un’irruzione nella sede della No Colours Records, tanto per non farsi mancare niente).
Musicalmente parlando è difficile trovare grandi cose da dire su questo EP, Impaler’s Wolves. Ri-registrazioni di due canzoni provenienti dal disco di debutto (Carpathian Wolves del 1994), i due brani contenuti superano i 10 minuti di durata e, come concetto musicale, non presentano enormi differenze uno dall’altro.
Quindi, con piccole variazioni sul tema, Rob Darken si tiene stretto sul sentiero del black metal semplice e diretto, grezzo ma non raw, sia per Impaler Of Wallachia che In the Northern Carpathians. Per evitare l’effetto noia, cosa che può succedere quando si superano certi minutaggi, Darken ci ficca dentro qualche sparuta accelerazione, giusto per variare dall’imperante mid-tempo, e gioca alla grande con l’ambientazione “horrorifica” data dalle tastiere e inserti vari.
Due brani interessanti, aldilà delle fissazioni ideologiche del suo creatore, che possono piacere a chi, nel black metal, cerca un songwriting diretto e non eccessivamente veloce, una sound ricco d’atmosfera e con un tocco d’epicità.
[Zeus]

Gli altri Batushka – Hospodi (2019)

Neanche due mesi dopo la pubblicazione del disco dei Батюшка, anche i Batushka di Bart escono con Hospodi. E, ancora adesso, si ripropone quell’eterno dilemma: chi è meglio? Chi ha prodotto il miglior prodotto musicale? Perché alla televisione passano programmi musicali dove tutti gli “ospiti” e i partecipanti mostrano il cuore fatto con le dita?
Perché lo so che sono queste le domande che vi percorrono il cervello mentre siete sotto l’ombrellone. Avete la necessità di dirimere la questione, così da potervi rilassare il corpo ed essere violentati mentalmente dall’ennesimo tormentone in spagnolo (ancora oggi ho gli incubi per le canzoni di Alvaro Soler, il promo-video per il suo concerto in Alto Adige mi ha distrutto ogni voglia di uscire e interagire con l’umanità).
Per aiutarvi nel compito immane di capire quali Batushka sono meglio, giungo in vostro soccorso dicendo: Батюшка vince senza neanche sforzarsi troppo, ma per onestà intellettuale, bisogna dire che Hospodi si difende sotto alcuni punti di vista.
Панихида è un disco forte, coerente, suonato bene, dove le uniche pecche realmente evidenti sono sotto l’aspetto vocale (non eccellente nella parte solenne dei canti liturgici) e, se vogliamo essere pignoli, si registra anche un calo di forma intorno alla metà del disco, ma niente di sconvolgente in maniera assoluta.
Hospodi è il suo contrario: scontato quando si parla di songwriting e con parti di chitarra in generale poco convincenti, dove la versione di Bart vince è quando si va a vedere l’aspetto prettamente vocale e catchy. Questi Batushka sembrano, in alcune occasioni, una versione icone dorate e salmodiare alla vodka dei Dimmu Borgir di Eonian. Non ci sono le strumentazioni trovate a cazzo su Fiverr, ma la semplicità della ritmica di chitarra con sopra tutto l’aspetto melodico-enfatico richiama alla lontana certe canzoni di Shagrath.
Non poteva essere diverso visto che Krzysztof Drabikowski è colui che si cela dietro il successo dei Batushka di Litourgiya, dietro tutti i chiaro-scuri chitarristici e il songwriting. I soldi forniti dalla Metal Blade a Bartłomiej Krysiuk non hanno fatto che mascherare (non benissimo, neanche) l’evidenza di un sound più semplice, giocato sui midtempo, ma con una maggiore cura nella parte vocale e su certe melodie accattivanti (Polunosznica).
Rispetto alla stragrande maggioranza della popolazione, a me, Litourgiya, non ha fatto strappare i capelli. Buono, ma non quella perla assoluta descritta dai mille blog o webzine. Invece sono proprio le versioni “fake” a interessarmi e quella di Drabikowski molto di più di questa, visto che Hospodi sa di prodotto uscito in fretta e furia per non far la figura di merda nei confronti del suo ex-compare.
Nonostante tutto, però, rimane il tremendo dubbio che i due galli polacchi hanno fatto la cagata suprema: per beghe da latteria, i due hanno buttato nel cesso la gallina dalle uova d’oro. Uno si trova senza soldi, l’altro senza idee. Praticamente due formazioni monche, che girano tenendo in vita un cadavere.
L’unico che, attualmente, ha la capacità per scrivere delle canzoni degne dei Batushka è Drabikowski, quindi dobbiamo solo vedere cosa ci riserva il futuro. Krysiuk ha tentato il tutto per tutto spremendo al massimo le (poche) idee che circolavano in sala d’incisione, il risultato è Hospodi e capite anche voi che gli eventuali risultati deriveranno solo dalla macchina promozione della Metal Blade.
[Zeus]

Батюшка – Панихида (2019)

Gli Europei del 2000 che hanno visto la Nazionale Italiana cadere sotto i colpi malefici di Wiltord e Trezeguet, sono stati tormentati due temi: ma quanto cazzo è stato bravo Francesco Toldo in quel torneo e, secondo solo perché Toldo contro l’Olanda ha fatto Superman, Totti e Del Piero possono giocare insieme? 
Se sul primo punto c’è poco da fare, il 2000 è stato l’anno in cui il portiere padovano ha tirato fuori una prestazione fuori dal comune, così eccellente da far cadere nel dimenticatoio il pur buon andamento in campionato con la Fiorentina. Più o meno tutti si ricordano di quelle parate, dei rigori che sembravano non riuscire a toccare la rete dell’Italia. 
Il vero dibattito dei savi del bar sport, invece, era incentrato sul dualismo del genio: il ventiquattrenne Francesco Totti vs. il ventiseienne Alessandro Del Piero. 
A parte renderci conto dei problemi che ci affliggevano nel 2000 (comparateli con quelli arrivati a partire dal 2009/2010 e poi sediamoci a riflettere), questo dualismo per la maglia della nazionale italiana ha coinvolto molti, se non tutti, i tifosi degli azzurri. 
Formalmente, l’insieme dei due fantasisti era il top che si potesse immaginare (ovviamente perché il Divin Codino non era della partita, pur con i sue oltre trent’anni): giovani, provenienti da squadre abbastanza in forma (nel 2000 la Roma vince lo scudetto) e potenzialmente capaci di far vedere i sorci verdi a qualsiasi difesa. Non era ovviamente così. 
Totti era in forma, mentre Del Piero stentava a recuperare dall’infortunio e ci avrebbe messo ancora degli anni per ritrovare una forma accettabile. Quindi si aveva una nazionale con un potenziale enorme, ma che non verrà mai espresso in toto, mai ribadisco, visto che la convivenza fra due è stata poco praticata dagli allenatori e mal tollerata dai tifosi (sia i cultori der Pupo, sia quelli fedeli al più esperto, e vincente, Pinturicchio). 
Chissà, forse loro sarebbero stati anche contenti di giocare insieme (e così hanno sempre dichiarato), ma l’incompatibilità fra i due numeri 10 era cosa risaputa. 
Quindi se l’esperimento tutti insieme appassionatamente non ha funzionato alla grande, i due separati hanno certamente segnato gli anni calcistici successivi a quell’Europeo. Il primo, Totti, collezionando un solo scudetto, un paio di Coppe Italia e Supercoppe Italiane, ma creando un calcio fatto di estro e scorie da capo ultras; il secondo, forte della corazzata Juventus alle spalle e un passato di vittorie che il primo si sogna/sognerà solo, continuerà a macinare scudetti e coppe a livello italiano fino lasciare il calcio italiano pochi anni fa. 
Che poi questo si ricolleghi al nuovo disco dei Batushka di Drabikowski è un’altro discorso. Sarà che io sono uno di quelli a cui Litourgiya non è piaciuto poi in maniera particolare, ma la divisione (puerile) fra i Batushka di Drabikowski e quelli di Bartłomiej Krysiuk è forse la cosa migliore che potesse capitare. Il secondo (Bartłomiej Krysiuk) si è trovato col culo bruciante quando Drabikowski se ne è uscito con Панихида (trad. Panihida, Servizio funebre), ma non ha tardato a replicare con il singolo “Chapter I: The Emptiness – Polunosznica (Полунощница)” supportato dalla Metal Blade. 
Sentendo il singolo di Bartłomiej Krysiuk si sente il suono di uno preso alla sprovvista, mentre nell’LP di Drabikowski c’è forse una maggiore coesione, cosa che me lo fa preferire a Litourgiya. Non è privo di punti dubbi, registrazioni forse affrettate, qualche mix vagamente pericolante e altre amenità (i cori religiosi sono meglio in Litourgiya, mentre lo scream vince a mani basse sui sul disco di Drabikowski) che non lo rendono un prodotto eccellente, ma di certo più interessante del primo disco in studio. 
Панихида tiene alto il feeling oscuro e ritualistico per buona parte della sua durata, “cadendo” in tracce standard solo nella parte centrale del disco.
Vediamo, adesso, a chi verrà assegnato il ruolo di Totti e a chi quello del Pinturicchio. Certo è che Панихида lancia un guanto di sfida a Bartłomiej Krysiukun confronto che il singer polacco non può permettersi di perdere visto il supporto datogli dalla Metal Blade. 
Intanto godetevi questo LP, Панихида merita gli ascolti che gli si danno e fanculo alle rivalità calcistiche/musicali. 
[Zeus]

Un regalo di Natale: Kriegsmachine – Apocalypticists (2018)

Non annunciato su nessun mezzo, il 21.10 è uscito il nuovo disco dei polacchi Kriegsmachine. Per chi non li conoscesse, può sempre guardare sotto la voce Mgla, progetto principale del duo M-Darkside.
Sono passati quattro anni dal precedente, ed estremamente buono, Enemy Of Man, ma sappiamo che M ama prendersi il suo tempo per registrare la musica delle sue due band (gli stessi Mgla sono fermi dal 2015). Ma veniamo ad Apocalypticists. Se pensate di trovarvi le raffinatezze, quelle atmosfere stranianti degli Mgla, qua non ne trovate. Nei Kriegsmachine, il nero, la depressione e tutto quello che circonda un certo disgusto verso la società, viene declinato con stratificazioni di riff circolari, tanto che alla fine se ne esce stritolati da questa colata di nero pece. Dove Exercises In Futility era stato pulito tanto da lasciare trasparire quelle melodie infettive che ancora adesso fatico a levarmi dalla testa, i Kriegsmachine giocano tutto sull’occupare lo spazio, sull’incessante lavoro di Darkside sulla batteria (come sempre, il batterista polacco si distingue per l’approccio quasi jazz allo strumento e i piatti, in questo frangente, suonano come lampi di luce nell’oscurità quasi Burzum-iana della musica di M) e, ovviamente, su testi mai banali o scontati. Sentitevi la terza traccia (Lost in Liminal) e, in buona misura, avete il riassunto di quello che ho detto: i tempi sono medi e la sensazione di costrizione, data dal riffing circolare, ripetitivo e incessante, è oppressione pura. 
The Other Death ha fascino e negli 11 minuti di tempo dipana un ritratto musicale oscuro, ma nell’insieme non raggiunge le lande ipnotiche degli Mgla, pur avviluppandosi come le spire di un serpente e risucchiando l’aria intorno a sé (scusate l’immagine poetica, mi è partita così e non la tolgo). Il finale è lasciato a On The Essence Of Transformation, 9 minuti di catarsi musicale (Darkside protagonista assoluto nella seconda parte della canzone, visto che si gioca tutto sulle sue ritmiche percussive che sovrastano il riffing monocorde e reiterato di M).  
Per poter apprezzare pienamente Apocalypticists ho dovuto dargli molti ascolti; non è un LP diretto o di semplice assimilazione. Ancora adesso non sono pienamente convinto delle sue potenzialità e, mano sul cuore, gli preferisco un With Hearts Towards None, ma è un signor disco e la negatività che trasmette, quel contorcersi su sé stessi, sui propri sentimenti e sul marcio intorno a noi, è pur sempre di prima qualità. 
[Zeus]

Polonia again. Odraza – Esperalem tkane (2014)

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Gli Odraza, da Cracow, hanno fatto uscire un disco (questo Esperalem tkane) e poi un live di una traccia (Kir) e sono striciati di nuovo nell’oscurità dei Massemord da dove provengono sia Priest che Stawrogin. Cosa ne ricaviamo? Che gli Odraza sono un progettino tanto per fare, al cazzeggio e discount?
In realtà no. Gli Odraza arrivano, mettono insieme sette tracce (sei più una strumentale), e colpiscono con un mix stranissimo di raw black metal, quel post-black metal tanto in voga nelle nuove leve polacche e, vorrei sottilinearlo, con incursioni frenquenti nel blues e nel jazz americano.
Avete letto bene: una band di black metal che non si limita ad inserire un banjio in una canzone (peraltro per pochi minuti), ma mescola parti di black metal intransigente o commistionato con caustiche venature hardcore/punk con le assolate sonorità americane. Giusto per darvi un’idea, buttate un’occhio a Tam, gdzie nas nie spotkamy e venite voi a capo di un nuovo genere musicale che potrebbe essere il country-post black metal? Che cazzo ne so io.
Probabilmente questa varietà assurda di cose che ci mettono dentro è il loro punto di forza e, per i puristi del genere, il loro più grande peccato originale. I secondi, ve lo dico con il cuore, non si dovrebbero avvicinare a questo LP, non lo apprezzerebbero e non troverebbero quelle insane vibrazioni d’odio assoluto che cercano.
Ma…
Sì, c’è un ma. Perché un conto è la musica, un conto è riuscire ad abbinarci dei testi marci, depressi e misantropi (non per niente, Odraza significa disgusto in polacco) che ne veicolino il messaggio in maniera rotonda. Sia chiaro, per capirci qualcosa dei testi mi sono dovuto affidare all’inaffidabile Google Translate, ma un senso generale della sporcizia e disillusione dei testi me l’ha data.
Debutto forte, coraggioso oserei dire, quello dei polacchi. Non essendo una band alle prime armi, aveva dalla sua esperienza e abilità di songwriting che molti newcomers non maneggiano con cura, ma l’arroganza di fondere due generi/tradizioni musicali così distanti in un disco black metal è stata un’intuizione interessante; farle coesistere in maniera decente è stato un plus che il sottoscritto non può ignorare.

Aspetto il nuovo disco, giusto per vedere se quello che ci hanno proposto in questo LP di debutto era un fuoco di paglia o la volontà di sperimentare, ben presente nel retroterra polacco moderno, è un gene che gli Odraza si portano dietro come vessillo.
Staremo a vedere.

Furia – Księżyc milczy luty (2016)

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Ritorno sul luogo del misfatto e ritorno a parlare dei Furia, band polacca che ho già trattato qualche mese fa. Il precedente Nocel era un disco che ho letteralmente consumato nel freddo inverno di casa mia, mentre questo Księżyc milczy luty è colonna sonora di questo strano periodo primaverile. E tanto strana è questa primavera, tanto distante dai primi rigurgiti black metal è questo disco. I polacchi sono inquieti e, solide realtà di odio, depressione e inneggiamento a Satana a parte, ho sempre trovato rinfrescante quell’attitudine al cambiamento che li contraddistingue.
Cambiamento che i Furia, da Katowice, incarnano alla perfezione.
Księżyc milczy luty è lontano dal black metal ortodosso e, se vogliamo, anche da quel black metal più raffinato che ci hanno fatto ascoltare negli anni precedenti al 2016. Nell’Lp di due anni fa ci sono alcune piccole bolle di black metal, ma il resto prosegue su sonorità imbevute (come dicono i recensori più bravi di me) di un post-metal lento, morbido, avvolgente e da un certo gusto melodico.
Se vogliamo, Księżyc milczy luty si stacca di dosso caproni, cristi&madonne incoronate e porchi per mettersi su una divisa più oscura e malinconica, dalle tinte fosche e che, almeno nell’inizio di Grzej, non stonerebbero assolutamente su proposte da catalogare sotto il termine “sludge/stoner”. Forse sono io che me lo sono sognato sentendo quella chitarra in distorsione in secondo piano ed il basso da solo, presente e protagonista, ma cazzo, lasciatemi anche sognare che un gruppo di polacchi dediti al black, ad un certo punto, svariona e tira fuori un’intro sludge della madonna.
La bellezza dei Furia, e dei conterranei Plaga, è che pur non producendo niente di realmente innovativo, riescono a piacermi per la sincerità che ci mettono dentro. Chissà poi come faccio a determinarne la sincerità, ma lo sapete voi, e lo so io, quando sentite un pezzo e vi dite: questo lo fanno di mestiere.
Nei Furia non si sente niente di tutto questo; il percorso c’è ed è organico e quando scorrete la loro discografia passando da Martwa polska jesień (targato 2007) a questo LP del 2016, vi rendete conto che lo scostamento graduale dal black metal al post-black metal a quello che fanno ora era già presente proprio nel primo full-lenght. Sapete che quello che stanno suonando è quello che erano destinati a suonare.
Non faccio nessun racconto traccia-per-traccia o per tematiche per un semplice motivo: nel primo caso non serve, nel secondo non capisco un cazzo e, francamente, non penso sia necessario andare a spaccare il capello in quattro e cercare rimandi o chissà cosa in questo disco dei Furia.
Io vi do solo un consiglio, se mi permettete: ascoltatelo in un momento di calma e poi giudicatelo. Non parliamo della “nuova ondata del black metal” (per fortuna, ci pensano già i Satyricon a rinverdire la fama del black metal con i propri innovativi dischi), ma di un CD che è suonato bene e che ha canzoni realmente molto buone.
[Zeus]

Quando imparerò il polacco… Furia – Nocel (2014)

 

Fra tutte le band black metal polacche, i Furia sono quelli che ascolto più spesso in assoluto. Hanno un tiro molto particolare e non posso neanche dire che sono strettamente black metal, visto che ad un ascolto più approfondito si sente che i polacchi sono partiti dalla musica più amata da Satana per sperimentare e avanzare in una sorta di experimental/post-black metal. Cosa voglia dire questa definizione, solo il Grande Capro lo sa.
Penso sia un modo quanto mai vago per far rientrare i Furia in un calderone come quello del black metal, ma nello stesso tempo distinguerli quanto basta per non essere l’ennesima riproposizione, da nazione diversa, del classico sound estremo. Perché le componenti basilari del black metal, in Nocel (datato 2014), ci sono tutte, ma poi ecco che le atmosfere si diradano e subentrano degli arpeggi (Ptaki idą) o, se lo ascolti mentre stai camminando, ti ritrovi a pensare che questo disco ha un non-so-che degli ultimi parti musicali degli Enslaved. Non è questione di progressive-black metal, ma è il giocare sui chiaro-scuri musicali che distanzia questi polacchi dagli altri adoratori di Satana.
Per avere un’idea di quello che sto dicendo si potrebbero ascoltare i 3 minuti di Zamawianie drugie, canzone che neanche sotto tortura potrei definire trve black metal, visto che procede con piglio rock sbattendose ampiamente il cazzo, ma il brano ha l’attitudine black dei penultimi Shining (quelli svedesi).
Come fareste voi a definire una band di questo tipo?
Perché poi parte la lunga (oltre 13 minuti) Niezwykła nieludzka nieprzyzwoitość ed ecco che si sommano tratti che richiamano il blast beat tipicamente black ma poi si le atmosfere si dilatano e ne esce fuori una parte che va ad addentrarsi nelle lande desolate frequentate proprio dagli Enslaved e poi ecco il finale con un grande riff che, di black ha poco, ma di rock/metal moltissimo.
I Furia, con il penultimo Nocel, si mettono in scia ai grandi norvegesi e propongono una via polacca al post-black metal. Non tradiscono le origini, ma sicuramente non più la band che ha pubblicato Martwa polska jesień, primo full lenght della band – anche se, a dirla tutta, si sentiva già che il sound dei Furia era destinato a spostarsi verso lidi meno ortodossi.
[Zeus]