Madri, crauti e fuochi d’artificio. Rammstein – Mutter (2001)

Per fare una grande pareten, ci vuole un grande pennellen!” se conoscete tutti i riferimenti in questa citazione significa che non siete proprio dei giovanotti. E se aggiungiamo il fatto che Mutter dei Rammstein compie vent’anni proprio in questi giorni, quanto vecchi vi sentite?
Ricordo il periodo in cui sentii per la prima volta Du Hast, il mega singolo del precedente Sehnsucht, che mi fece scoprire la band tedesca anche se per un paio d’anni ancora la mia conoscenza in merito si limitò a questa sola canzone.
Fu proprio con l’uscita di Mutter che mi decisi a comprare entrambi gli album qui citati e mi ricordo anche dove: in un negozio ben fornito in quel di Firenze che immagino ormai non esiterà nemmeno più.
Che vi piacciano o meno i Rammstein, dopo tutto questo tempo Mutter rimane ancora un album che contiene sei singoli a livello mondiale su undici canzoni, pezzi che ancora oggi si sentono in giro e che la gente ascolta, il che non è poco per una band che canta in tedesco, e che altro possiamo dire? Canzoni semplici, dirette, orecchiabili, che entrano subito in testa e non ne escono più, con un tiro pazzesco ed una botta degna di un treno merci che ti colpisce in pieno. 
Non sono metal? Frega un cazzo, per me sono sinonimo di divertimento e grande spettacolo. Peccato che nessuno si ricordi gli altri cinque pezzi, almeno Spieluhr meriterebbe la stessa considerazione delle prime sei tracce e trovo che la conclusiva Nebel abbia una carica emozionale non indifferente. 
Mutter supera questa prova del tempo e non credo avrà difficoltà a superare le prossime.
[Lenny Verga]


Scopro ora che Mutter dei Rammstein compie vent’anni. Questo disco è talmente radicato nel mio immaginario che, volente o nolente, è diventato una sorta di normalità conclamata. Eliminare Mutter dall’equazione della discografia dei teteski è tanto grave, quanto stupido, visto che è qua dentro che troveranno la culla molte delle idee che poi verranno sviluppate nel successivo ventennio di musica. Il tanz-metal è ancora presente, ma non è più così invadente come in Herzeleid o in Sehnsucht (di cui ne replica l’andamento del brano più semplice del lotto: Ich Will; canzone che non è altro che la risposta moderna a Du Hast), poggiando sempre di più la sua ispirazione sulla marzialità e su melodie sopraffine, tanto che ti domandi spesso e volentieri come sia possibile che una lingua ostica e spigolosa come il tedesco sia capace di concedersi ritornelli così catchy e ricordabili in mezzo minuto.
Mutter è un unicum nella discografia dei tedeschi, momento di summa perfetta di tutte le componenti del loro sound sia la parte più prettamente metallica, quella industrial e infine tutto l’aspetto grottesco che contraddistingue la parte lirica dei brani di Lindemann. Ecco perché non riesco a eliminarlo dalla mia mente, perché tutto si poggia su un equilibrio difficile da replicare e, infatti, i Rammstein non ci riusciranno più a farlo, incominciando una discesa d’ispirazione già a partire da un disco (molto) buono come Reise, Reise.
Epocale non c’è che dire, anche se il termine è decisamente forte per un disco che non è, che ne so, Master of Puppets o Black Sabbath, ma Mutter è stato capace di proiettare i Rammstein nelle vette dei festival europei e oltre. Quante band riescono, ancora oggi, ad attirare un pubblico così trasversale come questo sestetto teutonico? Quanti potrebbero riempire platee enormi e stadi senza difficoltà, fornendo al contempo musica ben prodotta e uno show spettacolare? Mi vengono in mente, ad oggi, solo i Maiden con le produzioni ipertrofiche e lo Spitfire che sorvola il pubblico, ma stiamo pur sempre parlando di una band che rimane di genere e non verrà ascoltata da chi, il metal, non lo mastica.
Ai concerti dei Rammstein ho sempre visto uno spaccato sociale variegato, tanto da ricomprendere il metallaro e colui che va in discoteca e, dei Rammstein, conosce solo i remix perché frequentava le discoteche metal/EBM per rimorchiare la tizia gotica (o, per una questione di pari opportunità, anche il contrario).
Ecco perché vedi la gente cadere come birilli quando partono i fuochi d’artificio o le fiammate improvvise, perché i concerti dei Rammstein sono una prova di resistenza al caldo e alla mancanza d’aria. Sfinenti, tanto che mi ricordo il live a Castelfranco, dove la gente diventava scappava da sotto il palco visto che c’era un sole da 40 gradi, le fiammate improvvise di Lindemann, un’aria talmente umida che potevi tranquillamente sorseggiarla e il pubblico, in generale, era indiavolato nel ballare e saltare. Le condizioni erano talmente proibitive che anche Till ha dovuto arrendersi all’evidenza ed evitare qualsiasi bis, visto che di aria non ne aveva neanche lui ed era alla canna del gas con la voce.
Però le canzoni che aspettavi erano queste di Mutter, sedimentate nel cuore e nella mente della gente da anni ed anni di ascolti: partendo da Mein Herz Brennt a Sonne fino ad arrivare a Feuer Frei!.
A vent’anni di distanza, Mutter non è invecchiato un secondo ed è così perché, già allora, era un disco che sapeva essere perfetto per il 2001 con quel suo mix di industrial, metal e componente danzereccia, e al di sopra del periodo storico d’uscita. Mutter nella discografia dei Rammstein è il disco senza tempo e senza età.
In altre parole, era e resterà un classico.
[Zeus]

Il primo live non si dimentica: Rammstein – Live Aus Berlin (1999)

L’ho riscritta anche troppe volte questa recensione, ma ogni volta non mi ha convinto del tutto. Questo perché i Rammstein, nel 1999, andavano contro ogni probabilità logica. Ditemi voi, quante probabilità ha un gruppo che parla tedesco di sfondare da noi? A parte i Guano Apes (che poi non cantavano in tedesco), Lena (ma solo per una canzone) e poi chi c’è? Falco? Ok, il grande Falco ha avuto la sua notorietà, ma in Italia erano sdoganati solo i grandi del thrash/power tedesco, il Commissario Derrick e la birra. Chiara (helles) o la Pils, forse forse la Weißen, ma non nel resto d’Italia. 
Non c’era grande modo di far passare il “mondo tedesco” nello spioncino dell’esperienza italiana, a meno che non si finisse per ribadire la formazione dell’Inter con i tedeschi terribili, la rivalità calcistica nazionale e, ovviamente, il passato ingombrante che si portano dietro. Come noi, solo che loro ci stanno mettendo più impegno per mettersi sul banco degli imputati e prendere coscienza collettiva di cosa è accaduto. 
Se sei tedesco, canti in tedesco, metti sulla copertina una serie di uomini lucidi d’olio e in posa maschia (Herzeleid), allora nella mente generale viene fuori un collegamento rapido come un ictus: Rammstein = nazi. 
Non quelli dell’Illinois, ma quelli veramente cattivi. 
Ci hanno messo anni e anni per tirarsi via questa parentela sbagliata, Lindemann&Co., tanto che sono arrivati a ribadirlo anche su Mutter che, con gli uomini della croce uncinata non hanno niente a che fare. 
Ovviamente, nel 1995, Herzeleid non fa questo botto enorme né in patria (il binomio di paesi germanofoni del centro Europa) né all’estero. Ci mancherebbe, ovvio, ostico è ostico come LP e il supporto della Motor – Slash non è proprio quello di un colosso come la Universal. 
Meglio va con Sehnsucht, il disco che nel 1997 ha fatto credere a tutti nella mia classe che fossero nazisti. In questo caso era il binomio tedesco – metal, l’ignoranza vagava su sentieri così aperti da toglierti il fiato. Il problema è che io sono partito con quel disco e, ancora adesso, lo adoro. Non conoscevo i Rammstein prima, quindi erano cosa nuova. Chi cazzo aveva internet, YouTube e tutto il resto per capire chi fossero (se non interviste) e/o vedere i video musicali? Io no di certo, avevo forse un lercissimo 56K che mi permetteva a stento di sentire i miei pensieri dietro tutto il macello della connessione. Vedere un video in streaming, se mai avessi saputo cosa fosse lo streaming, sarebbe stato un gioiello mica da ridere. 
Ma niente, quindi ecco la cassettina con dentro Sehnsucht e via ad ascoltarla fino a renderla inservibile e poi riprendere quel CD-R e copiarlo su uno vuoto e tenerlo caro (penso di averlo perso comunque). 
Chi cazzo sono i Rammstein. Perché gira voce che questi bruciano? Che cazzo fanno? Se fino a quel momento il metal era una condizione dello spirito ridotta a certi gruppi e una, incrollabile, certezza, i Rammstein uscivano dallo schema ed erano nuovi, vibranti, qualcosa che per lingua e periodo d’uscita, potevi sentire tua. Stavi assistendo al decollo del razzo e, nel giro di pochi anni, avrebbero fatto il botto. Si sentiva e tu eri presente. 
Una delle poche band “che riempiono gli stadi” ad essere tua, a vederla crescere e arrivare in vetta. 
Adesso tutti fanno gli schizzinosi e citano il mare magnum delle canzoni di Lindemann, ma al tempo col cazzo che c’era questo giro. Al massimo sentivi nominare Engel o Du Hast (e ancora adesso mi ricordo la copertina di Sehnsucht) e, vi giuro, solo da qualche anno ho la percezione concreta che la gente abbia capito il gioco di parole contenuto in Du Hast
Come per i razzi sparati nello spazio, anche i Rammstein dovevano liberarsi di un primo stadio, dovevano sganciare il loro disco dal vivo: quello che riassume il primo biennio di vita della band. Quindi un album che tiene quasi tutte le canzoni dei due LP e ci aggiunge, con notevole gusto, una delle canzoni mai pubblicate su disco in studio: Wilder Wein. Pezzo stupendo, fra l’altro. Nel 1999 escono con Live Aus Berlin e, lasciatisi alle spalle il primo modulo di lancio, i berlinesi si preparano a sganciare sul mondo quello che, senza dubbio, è il loro album più bello e più riuscito: Mutter
Dopo di quello c’è solo la celebrità, il riconoscimento generale e lo sdoganamento che la Germania non è solo würstel, calzettoni bianchi con Birkenstock, turisti arrosati sulla riviera romagnola, pizza con cappuccino, bionde con gli occhi azzurri e Oktoberfest, la Germania è anche Rammstein e Tanz-Metal

[Zeus]

Rammstein – s/t (2019)

Ormai mi ero quasi dimenticato dell’uscita del nuovo dei Rammstein. Sarà che negli ultimi dieci anni di vita ho ascoltato tantissimo i loro dischi o che il progetto solista di Lindemann mi ha lasciato poca voglia di riascoltarlo, ma questo nuovo disco dei teteski mi era uscito dalla testa finchè non ne hanno dato qualche inutile anteprima twitter/social della sua uscita.
E se come metadone all’astinenza da “tanz-metal”, gli Emigrate di Kruspe non sono certo il disco di cui sento la necessità (ci sono altri dischi che mi prendono di più), l’ultimo Liebe Ist Fuer Alle Da è arrivato a darmi quasi noia, infatti non lo ascolto mai.
Forse arrivo a sentirmi Haifisch, ma è una cosa per dare sfogo alla parte cazzara che risiede in me. E quel disco è del 2009, due lustri da oggi e da questa nuova uscita formalmente senza nome, ma chiamato Rammstein.
Un tempo così lungo per creare un disco è un’operazione degna di Chinese Democracy o il “nuovo dei Tool” (se mai uscirà questo LP, anche se continuano a dire agosto – di quale anno però?). Non che i Rammstein siano mai stati dei fulmini a ciel sereno nel registrare, ma l’attesa era al massimo sui 5 anni. Poi ti chiedi perché la gente aumenta le aspettative, giustamente, rispetto le cose. Un po’ come se la tua vicina di casa, passabilmente gnocca, incomincia a raccontarti le sue evoluzioni sessuali degne di Mia Khalifa e poi ti invita a casa a provare il letto: capite che, almeno un po’, ti scazzerebbe trovarti solo con un missionario triste?
Quindi quando senti che i Rammstein se ne stanno rinchiusi in studio per anni per tirare fuori il successore di LIFAD, un po’ di scimmia ti/mi sale.
Il vero dubbio che si porta dietro tutta l’operazione è quanto hanno ancora da dire dopo oltre 25 anni di attività.
In poche parole: Sono ancora capaci di farci saltare dalla sedia?
La risposta è nein.
Ma le motivazioni sono semplici da individuare. Se arriviamo a considerare Reise, Reise come il loro ultimo grande disco e in Mutter il loro capolavoro assoluto, abbiamo quasi 15 anni di LP non brillantissimi.
Rosenrot mi piace, ha dentro dei grandi pezzi, ma si sente in lontananza l’effetto “Load / Reload“: una sovrabbondanza di canzoni che, limata, avrebbe portato ad un CD unico, corposo e veramente buono; mentre di LIFAD ho già accennato qualcosa, ma escludendo qualche buon pezzo, non sale nella classifica delle uscite discografiche memorabili di Lindemann&Co.
Detto questo, arriviamo al “disco del cerino” e la sua lunga gestazione.
Lo ammetto subito, dopo ore di ascolto posso dire che l’effetto di Rammstein è quello di un elefante che ha partorito un topolino.
Non è un brutto disco, ma è un LP che i Rammstein avrebbero potuto comporre in 2 anni e avanzare ancora qualche mese per coca, wuerstel e troie.
Per me c’è qualcosa che non va.
Su una tracklist di 11 brani, ci sono le canzoni innegabilmente belle o di “qualità superiore” alla media dell’LP (Puppe piace eccome e, se vogliamo, Sex e Ausländer sono un’ottima risposta a Pussy di LIFAD) e canzoni buone (Deutschland e Radio mi son cresciute negli ascolti, ma hanno dei video musicali che sono una bomba). Ad essere generosi, Zeig Dich si porta dietro l’armamentario di riff e ritmiche ormai standard nel repertorio dei tedeschi, ma l’inaspettato cambio di tonalità di Lindemann me la fa risaltare rispetto ad altre canzoni similari.
I “problemi” sorgono nella seconda metà del disco, dove c’è un po’ di giocare sul sicuro e brani più deboli. Was Ich Liebe, eccellente come traccia d’apertura dal vivo, su disco è loffia e Diamant, che tenta di riproporre quel feeling intimo alla Frühling in Paris, sembra quasi incompleta.
Se poi vogliamo generalizzare il discorso, il songwriting della seconda metà del disco si porta dietro una generale debolezza (Tattoo non è male, ma quante canzoni così hanno scritto Kruspe&Landers?).

Quindi come posso valutare un disco dalle aspettative altissime, accolto in maniera entusiasta dalla critica “seria” e accompagnato da un lancio pubblicitario incredibile?
Con più freddezza di quanto sospettassi. Prodotto in maniera eccellente, con suoni bombastici e parti melodiche ineccepibili, Rammstein è una summa stilistica del periodo Rosenrot – LIFAD (con la già citata Puppe a riportare alla mente il periodo precedente Reise, Reise) che non riesce ad essere oltre a quello che ti si presenta subito: un disco che poteva essere eccellente, ma che non lo è e non potevo certo aspettarmi esserlo. 
Non potevo aspettarmi di vedere un gruppo di cinquantenni con un sound definito, con una miriade di progetti-cazzeggio (principalmente Lindemann, il quale butta fuori dischi metal e partecipa a progetti trap) e tranquillamente assestati su un certo modo di scrivere, stravolgere il proprio trademark e buttarsi su una strada nuova e rischiosa. Soprattutto se teniamo conto, come già detto, che sono quasi 15 anni che i Rammstein ansimano verso la linea del traguardo.
Portano a casa il risultato in maniera decorosa e cagano in testa a molti progetti odierni, ma se dobbiamo essere oggettivi, allora stanno andando in debito d’ossigeno e ogni disco dal 2005 in avanti è un parto sempre più doloroso e difficile.
Ascoltare Rammstein non sarà trovarsi nel letto la succitata vicina-di-casa-novella-Mia-Khalifa, ma non è neanche una “semplice scopata e saluti”.
Potevamo aspettarci di più, ma c’era il fondato rischio di trovarci in mano molto di meno di quello che gira nello stereo. 
[Zeus]

Eliminare l’imbarazzo del mullet con i Rammstein: Herzeleid (1995)

Immagine correlata

Non è la prima volta che parlo dei Rammstein su questo blog, l’ultima occasione era per festeggiare il ventennale di Sehnsucht. Visto che non sono certo del 2025, potrebbe essere un’abile mossa di marketing delle corporazioni mondiali per farci credere ad un futuro, mi getto a parlare (a vanvera) di questo disco, il primo dei Rammstein.
Se ci penso adesso, a distanza di così tanto tempo, mi accorgo che nella mia formazione si sono scontrate due visioni del mondo tedesco: quella reale di tutti i giorni e quella artefatta dalla visione di film, pellicole e VHS compromettenti.
La prima mi dipingeva un mondo in cui mi sono sempre trovato, fra alti e bassi fisiologici, bene; la seconda, invece, descriveva una realtà parallela in cui l’alta presenza di baffi (caratteristica tipo del tedesco medio degli anni 80) e di mullet orribili mi causava degli orribili sensi di colpa. Lo scontro fra queste due idee di mondo tetesko sono state sublimate in modo molto netto con l’arrivo dei Rammstein (e altre considerazioni, logico, ma visto che siamo un blog di musica e non la Posta del Cuore, direi che parlo di musica e non dei cazzi e mazzi della mia Provincia).
Sia chiaro, non erano il primo gruppo todesco (scritto così) a far breccia nel mercato, i grandi del thrash teutonico e il power metal avevano già ampiamente spianato la strada e reso colline le panze; ma i Rammstein hanno mischiato l’industrial e quella componente da il più brutto club di Berlino finendo per tirar fuori il cilindro dal coniglio con il termine tanzmetal.
E vi posso assicurare che è un assunto provato e testato dall’Univerità di Stoccolma, quando mischi un genere (a caso) alla dance/techno, il mondo teutonico si esalta a livelli che neanche… vabbeh, non riesco a trovare paragoni calzanti.
Herzeleid è marziale, procede diretto come un tank e ha il beat, necessario come l’ossigeno per un gruppo come il loro. Poche melodie, ma buone. Nessun imbarazzante mullet sulla copertina e neanche altre riprovevoli trovate del mondo dello stinco e della birra. Lindemann, al tempo, scriveva meglio di quanto cantava – cosa che si capisce in circa 2 secondi netti, visto che declama e parla più di cantare nel vero senso della parola.
All’inizio, Herzeleid non mi piaceva troppo e lo relegavo in seconda schiera insieme a Rosenrot, poi ho incominciato a capirlo. Ascoltarlo veramente e capirlo.
Ho compreso che lo scarno era buono, il tunz-unz che faceva “ciao ciao” da dietro i riff quadrati e la batteria marziale era interessante e così ho abbracciato in maniera netta la mia componente teutonica acquisita per osmosi. Era il 1997 ed era appena uscito Sehnsucht e io, giovane altoatesino in terra altoatesina, avevo incontrato la band che mi aveva fatto ritrovare la fede nel Sacro Romano Impero e nella Germania in generale. C’era anche Falco, ma questa è una questione di trashosità insita negli ascolti quotidiani dell’epoca.

Ps: vaffanculo, Der Kommissar mi fa sbellicare e, ancora oggi, quando parte non cambio mai, e dico mai, canale.

Vent’anni dopo: Rammstein – Sehnsucht (1997)

sehnsucht
Da web

Sono legato in maniera particolare a Sehnsucht dei Rammstein.
Ero alle superiori e, me derelitto, mi toccava sopravvivere in una classe in cui la musica pesante non esisteva e l’unica concessione alla musica “dura” era quella riservata al grunge (e, vi dirò, nel 1997 i gruppi grunge erano alla canna del gas o direttamente sottoterra).

La musica in voga era quella commerciale della radio – vedete voi che vita demmerda.
Ad un certo punto incominciò a girare per la classe una cassettina (ebbene sì, una cassettina laida) con dentro questo gruppo che cantava in tedesco di cose che, visto che siamo capre pur vivendoci in mezzo ai tedeschi, non capivamo neanche di striscio.
L’andamento marziale, la tonalità di Till Lindemann (quella R grattuggiata e quel modo di cantare che era una via di mezzo fra il classico canto e il parlato) e quell’unione fra metal classico e l’attitudine danzereccia da club berlinese (che verrà definito Tanz Metal, etichetta disgustosa) hanno fatto presa in pochissimo tempo.
L’incapacità di capire le parole hanno portato, i più ignoranti di noi, a formulare la frase: questi sono nazisti!

L’equazione tedesco = nazisti è seconda solo a nazisti dell’Illinois = odio.

Questo misunderstanding ha intaccato la stessa sicurezza dei Rammstein che, in Mutter, hanno dovuto rafforzare un concetto importante, esprimendolo a chiare lettere: e cioè che il loro cuore è a sinistra (Links 2,3,4).
Ma, nel 1997, Mutter doveva ancora uscire e l’ignoranza viaggiava a gonfie vele nei cuori degli stolti e perciò l’equazione Rammstein = nazisti era ancora un grande cavallo di battaglia.

Un particolare che all’inizio non capivamo e che sono riuscito ad apprezzare solo col passare del tempo è la bravura di Lindemann nell’uso delle parole. I temi di Sehnsucht sono scabrosi, toccanti e inquietanti e non hanno da vergognarsi in confronto a quanto sputato fuori da trequarti dei gruppi death del globo, ma le liriche sono studiate in maniera eccellente mescolando ironia, alta letteratura, giochi di parole e utilizzando il tedesco moderno con inserti tratti dal tedesco antico.
L’ironia è la chiave e la resa burlonesca e scabrosa degli argomenti è un lato vincente (e molto intelligente) dei Rammstein.
Peccato che, vista l’osticità della lingua, non venne recepita prima dell’avvento dei traduttori simultanei su Google e dell’internet in generale. Quello che fece breccia, però, era la componente tanz metal che infesterà le discoteche Gothic, EBM da lì a venire.
Se poi vogliamo essere proprio rompicoglioni, c’era gente che si vantava di capire il norvegese/svedese/finlandese quando non sapeva neanche mettere insieme due frasi di italiano in senso compiuto. Questo per dire che l’estremismo della lingua è un concetto molto relativo e che il tedesco, come qualsiasi altra lingua, ha la componente estrema che “fa specie”.

C’è un brano che ha lanciato Sehnsucht e quel pezzo è Engel. Senza questa canzone molti ascoltatori non si sarebbero neanche avvicinati al disco, cosa che invece non è accaduto perchè la componente gothic-pop-tanz-metal (con uso ed abuso delle etichette) del brano è soddisfacente e molto più fruibile di una canzone presa a caso dal precedente Herzeleid.
Sul fatto che Engel sia il miglior brano di Sehnsuch possiamo discuterne. Io non credo, ma forse sono vent’anni che sento questa canzone e ormai ho un’opinione fissa da troppo tempo.
Da qua in avanti i tedesconi hanno scalato il mainstream con dischi sempre più azzeccati (Mutter; Reise Reise; Rosenrot). Il dopo Rosenrot è meno soddisfacente, ma l’età brucia tutti e di questo ne parleremo più avanti.

[Zeus]

LINDEMANN – SKILLS IN PILLS (2015)

Non essendo un recensore prezzolato, posso permettermi di arrivare con mesi di ritardo a recensire l’esordio solista di Till Lindemann (meglio conosciuto come il frontman dei Rammstein).
Ad onor del vero ho ritardato il più possibile, proprio perché non riesco a trovare una valutazione obiettiva a questo progetto. Ci ho tentato, giuro, ma ogni volta mi sono perso a pensare ad altre cose. Vorrà dire qualcosa?
Il fatto è il risultato dell’unione fra il polistrumentista Peter Tägtgren e il singer Till Lindemann, non porta necessariamente ad risultato superiore alla somma delle singole parti, anzi. SKILLS IN PILLS dei LINDEMANN è, e non lo nasconde mai, un disco dei PAIN con alla voce Quello dei Rammstein. Niente di più, niente di meno.
Non ci sono i groove marziali dei tedesconi e niente di quello che caratterizza la band della ex-Germania dell’Est. Ci sono, invece, tutti gli elementi del sound PAIN: melodie catchy, suoni bombastici, tastierine, chorus bubblegum e l’attitudine che mischia il suono metal e la componente quasi (ma solo in maniera tangente) radiofonica.
I brani di Skills In Pills è questo, con la parte deprimente di un inglese stentato (Lindemann maneggia meglio il tedesco, ma và?, e con l’inglese si arrabatta come può e si sente…) e testi che, in molti casi, sono pressoché imbarazzanti (Golden Shower è una cosa rabbrividente). Possiamo anche soprassedere sull’inglese pericolante, molti dei singer stranieri non maneggiano bene la lingua della fredda Albione, ma la qualità dei testi è comunque necessaria. E quelli di Skills in Pills non raggiungono la sufficienza.
A questo particolare si aggiunge anche la pochezza del prodotto musicale in sé. Se all’ascolto si notano più gli hook al progetto Pain, a qualche ora di distanza non c’è un singolo riff che rimanga in testa o un pattern o qualcosa. Il che, da che mondo è mondo, è il viatico perfetto per far finire il CD nel cimitero degli elefanti: quel posto triste in cui vengono messi i CD che, dopo i ripetuti ascolti iniziali, vanno a svernare fino al momento della totale, inevitabile, dimenticanza.
Discorso diverso va fatto per i chorus. Ecco, su questo nessuno ha niente da obiettare: la band (Tägtgren e solo lui) sanno come fare un coro da piantare subito nel cervello. Tutte, e dico tutte, le canzoni del CD hanno lo stesso procedimento: parte dimenticabile, chorus lucente e scintillante, altra parte dimenticabile. Il gioco è fatto.
Capite anche voi che, pur amando i Rammstein e le opere dello svedese – Hypocrisy-, questo Lindemann mi sembra un po’ troppo piatto e deludente?
Lo ascolto, sorrido e lo dimentico.

Il disco, nella versione deluxe, si chiude con That’s My Heart, l’unica canzone di Skills In Pills composta sia da Tägtgren che da Lindemann. La differenza si sente, allontanandosi dalla sensazione PAIN + Lindemann e avvicinandosi al concetto di band e proponendo un mix fra i Pain meno poppettoni e i Rammstein più orchestrali di Liebe Ist Für Alle Da.

[Zeus]