Judas Priest – Firepower (2018)

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Dopo aver trattato di tutti i dischi post-reunion dei Judas Priest – con tanto di drammi esistenziali durante l’ascolto del lunghissimo Nostradamus – arrivo finalmente a Firepower, l’ultimo disco in studio degli inglesi. Visto il mio attuale stato mentale, ho aspettato questo disco come mai avrei fatto negli anni precedenti, ormai posso fregiarmi del titolo di Defender e mettermi skinny jeans e altre cose. Non c’è derisione, sia chiaro, ormai sono oltre ogni tipologia di riprovazione o approvazione nei confronti del vestiario in generale.

Se permettono alla gente di andare in giro con i risvoltini – e noi sappiamo benissimo cheRisultati immagini per rob halford kittens shirt l’unico risvoltino concesso è quello del cazzo – allora direi che il mondo può vestirsi come pare e io non metto becco su nulla.
Al che, ricollegandomi sulla questione abbigliamento, mi viene in mente la foto di Rob Halford post-Firepower e il mondo assume un aspetto più tetro e malvagio. Per rendervi il mondo più tetro, ma anche più ironico, vi metto la foto “incriminata”, così potete bearvi di vedere il Metal God in tutta la sua pucciosa attitudine.

Ritorniamo sul qui ed ora e parliamo di Firepower e di un disco che, dopo i dubbi di Nostradamus e Redeemer Of Souls, se ne esce come un ritorno a sonorità più ispirate e, pur senza essere un copia-incolla, guarda con interesse al periodo di Painkiller (ad es. la sezione ritmica di Lightning Strike). Il resto si gioca le sue carte nei canonici 4-5 minuti e senza troppe concessioni all’epicità che, negli ultimi due episodi, mi aveva sfrangiato le palle. Se vogliamo radunano tutto il dramma nella conclusiva Sea Of Red che ti prende bene quando non sei al meglio, ma se no cerchi decisamente altre sonorità.
I toni spaziano dal thrash al heavy, con qualche puntata nell’hard rock ma senza stravolgere troppo il marchio che Halford&Co. hanno forgiato negli anni.
Parliamo poi del singer: le primavere le ha tutte sulle spalle e in Firepower, pur giocando su tonalità più basse e meno svolazzi del solito, sembra essere più ispirato e deciso rispetto ai dischi precedenti. Si è fatto carico della baracca (ormai, con Glenn in formato ridotto causa malattia e KK fuori da giochi, il leader naturale è proprio il frontman) o ha trovato in Faulkner un nuovo alleato capace di assecondare la sua voce da quasi 70enne?
Potrebbe essere l’incrocio fra le due cose, per quando mi riguarda. Ed è proprio qua che sollevi un sopracciglio chiedendoti: come mai in tutto il disco ti ricordi di più di alcuni ritornelli faciloni rispetto a riff o canzoni? Il mio pensiero è semplice: perché, nonostante il 2018 e qualcuno che, dietro il mixer, ci sa fare (vedi Tom Allom e Andy Sneap), le chitarre escono fuori un po’ leggerine e non hanno l’attacco che avevano un tempo.
Forse sono io che mi faccio seghe mentali, ma lasciatemi il dubbio.
Cali improvvisi non ne ho trovati, certi svarioni del precedente LP invece erano riconoscibili subito, ma in Firepower ci ho visto comunque tanto mestiere, qualche buona idea che hanno sviluppato, i prevedibili momenti “power” con Rising From Ruins o Children Of The Sun (inframezzate da un necessario filler strumentale – Guardians).
Se vogliamo cercare proprio l’ago nel pagliaio, rischiando l’epatite e l’HIV visto che potrebbe essere un tiro al bersaglio di Trainspottin-iana memoria, potremmo vedere in un ipotetico lato A (fino a Guardians) il meglio di Firepower e nel lato B qualche canzone inferiore per impatto (citazioni a caso: Traitor’s Gate, No Surrender e la stessa Sea of Red), ma pur sempre di una qualità quantomeno dignitosa.
Se i Judas Priest sono diventati una succursale del carisma e dell’importanza nel songwriting di Rob Halford sarà da vedere, se ci sarà, nel prossimo disco. Al momento quello che possiamo goderci è un LP che suona Judas Priest e lo fa tenendo a mente la lezione dei ninties, distanziandosi dalle pretenziosità del recente passato e che ti fa dire: non è il capolavoro dei Judas Priest e neanche fra 10 anni verrà ricordato così ma, se dovessero sciogliersi domani, lo potrò ricordare come un buon momento di musica, un testamento fedele di quello che, nel 2018, i Judas Priest sapevano proporre al mondo dell’heavy metal e della musica.

Togliendo l’epica della chiusura: Firepower non è male, l’unico dubbio che rimane è se lo è per caratteristiche sue, per confronto con il passato o perché, in un’epoca in cui le uscite loffie abbondano, ecco che dei grandi vecchi dicono “si fa così”.
Che ne so io.
[Zeus]

 

 

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