The Kovenant – Animatronic (1999)

Già a partire dalla copertina capisci che, dei vecchi Covenant di Nexus Polaris, non ci è rimasto niente. I protagonisti sono gli stessi, solo che un giorno Nagash si è svegliato e ha capito che c’era una band EBM svedese che aveva il copyright sul nome, fa pippa, cambia il nome e… anche l’attitudine della band.
Il vecchio black metal viene accantonato per seguire la strada di un mix di elettronica – industrial – metal che fa più felici i frequentatori delle discoteche alternative piuttosto che quelli del pit davanti al palco. Quindi ecco le ritmiche che odorano di una strana gangbang fra metallo e club berlinesi (elemento già frequentato anche dai Rammstein) e te le buttano in faccia subito: la doppietta Mirrors Paradise –  New World Order con un continuo scambio di cortesie fra la voce filtrata di Lex Icon ed Eileen Küpper, che si occupa delle voci da soprano, mentre sotto c’è tutto il comparto mezzo danzereccio a far da base ritmica.
La strumentazione tradizionale è spesso sotterrata sotto mille effetti, ma ha un piglio melodico e, quando vuole, dal gusto vagamente epico (Mannequin – che assomiglia ad un pezzo dei Tristania passato sotto MDMA).
Sento già le voci gridare e i puristi strapparsi i capelli, perché questo non è un prodotto true metal, non è qualcosa da farsi piacere perché non rispetta le profondità siderali, il gelo, la morte, Satana e annessi&connessi. 
Vero, sia chiaro. Ad ammetterlo con sincerità assoluta, mi vergono quasi a dire quanto segue: in Animatronic non c’è niente di grim&frostbitten e, con buona probabilità, farà cacare il cazzo a trequarti del reame terracqueo, ma ha un feeling squallido da remake di Blade Runner fatto con i buoni sconto del supermercato che mi intriga.
Perché Animatronic è così vicino a quei dischi sintetici che puzzano lontano un miglio di qualcosa che non dovrebbe piacerti, che non dovrebbe farti schifo al caazzo, ma che ti ascolti comunque.
Guardando a ritroso, però, mi viene questa affermazione dal cuore: dieci volte meglio un pezzo contenuto in questo pacchianissimo LP piuttosto che una delle tracce di Battles degli In Flames. Lo preferirei anche se me l’avessero registrato col culo e ogni canzone fosse finita ad minchiam come i finali degli Archgoat al Black Winter Festival XI.
Nello stesso periodo si stavano muovendo anche i Pain di Peter Tägtgren e usciva il disco più moscio dei Samael. Quindi tanto scalpore non fa, perché il 1999 era un periodo così e il black metal soffocava e moriva fra atroci tormenti, mentre altri generi stavano prendendo il sopravvento.
Anticipando eventi futuri, i The Kovenant intitolano una canzone Jihad (che se non fosse per la voce di Lex Icon, potrebbe essere un pezzo dei Rammstein o degli stessi Samael) e si permettono di coverizzare anche Spaceman dei Babylon Zoo – una di quelle canzoni che, nel 1996, sentivi un po’ ovunque.
I The Kovenant, con Animatronic, fanno un’inversione a U e non tornano più indietro, motivo per cui (immagino) non ci sia più notizia alcuna di questa band da anni a sta parte.
Chi li aveva amati prima, qua dentro non troverà sicuramente niente di proprio gradimento; mentre se volete un po’ di svago, quello brutto e con le birre comprate al Discount e dal sapor di mal di testa, Animatronic non è malaccio.
[Zeus] 

Unida – Coping with the Urban Coyote (1999)

C’è un assunto fondamentale nella cucina italiana ed è il seguente: la versione 2.0 di un piatto della (tua) tradizione, verrà sempre valutato in base alla sua versione 1.0 cucinata dalla nonna/mamma/parente e confrontato in maniera spietata. Questo perché il piatto evoluto manca di una componente fondamentale ed è quella di riuscire a solleticare le “papille gustitive” della memoria tanto quelle della bocca.
Stesso discorso si può applicare alla carriera musicale di John Garcia. Da quando la sua band principale è implosa, tutto il suo peregrinare di gruppo in gruppo è stato accolto da un sopracciglio alzato e da un perplesso: “ma non è certo come i Kyuss“.
Quindi ecco che i giudizi si sprecano sugli Hermano e, logico, sugli UNIDA.
Questi ultimi sono quelli che, più di ogni altro progetto che ha coinvolto il singer americano, hanno il piglio giusto per farti assaporare il ritmo della strada. Il quartetto americano ha abbastanza groove e melodia da rimanerti dentro e, per quanto proponga una versione quantomeno basilare e easy dello stoner, sono molto più groovy e interessanti degli Hermano. Ovviamente ci sarà sempre chi li paragonerà ai Kyuss, chi addirittura si metterà a fare il confronto con i QOTSA, ma è inutile. I primi sono irraggiungibili, vista il loro essere caduchi, mentre i secondi giocano in un campionato diverso e paragonare l’operato da superstar di Josh Homme con quello più underground di Garcia è fare uno sgarbo all’inquieto cantante.
Se vogliamo trovare il classico tallone d’Achille di tutti i progetti di Garcia è, in maniera assai paradossale, il suo punto di forza maggiore: la voce del singer. Le piroette, i miagolii e tutto il registro che usa Garcia nei suoi progetti, fagocita la musica rendendola un complemento “secondario” alla sua voce. Questo è il punto debole e il punto di forza, perché quando la base musicale, seppur groovy, pesante e con una bella chitarra ribassata e dal riffing lineare ma immediato, non riesce ad avere quel quid ecco che interviene John il monopolizzatore, cancellando i momenti “down” (If Only Two). D’altra parte, è la sua stessa voce che livella i brani, “tagliando le gambe” al groove potente.
Però in Coping with the Urban Coyote c’è di che gioire. Thorn ha un riff che è l’equivalente della canzone del sole e così anche Human Tornado. Ma quello che hanno più di molte canzoni stoner è la capacità di arrivare al punto con immediatezza e tirar fuori il groove con poche, calibrate, note.
Il riff di Nervous è stato ripreso, in mille forme, non so quante volte. Quando non indugia sulla ricerca del groove, Arthur Seay vira anche su momenti di maggiore impatto e velocità, Black Woman e Dwarf It, ma cercando di non indispettire il Generale Garcia pisciando fuori dal vaso.
Volete un esempio di tutto questo? Provate a sentirvi You Wish e avrete di fronte la classica canzone che, in ogni latitudine, popola i CD delle band stoner. Ritmi lenti, feeling desertico e psichedelico, fuzz enorme e poi la voce di Garcia che gioca a nascondino per poi emergere come era solita fare in certi brani dei Kyuss.
Coping with the Urban Coyote degli Unida è un disco stoner nel vero senso del termine, dove la minore componente psichedelica (ridotta alla lunga You Wish), viene compensata da un feeling on-the-road che, nello stoner moderno, sembra essere andato perso a favore di una generale riproposizione dello schema: riff Sabbathiano + elementi psichedelici + voce acuta. A questa sequela di copie-carbone di un genere che tanto amiamo, preferisco l’onesta semplicità e schiettezza di questo disco del 1999.
Non é un capolavoro, ma Coping with the Urban Coyote é capace, anche adesso, di farmi premere il piede sull’acceleratore e lasciarmi alle spalle lavoro, casa e problemi del giorno.
[Zeus]

Amon Amarth – The Avanger (1999)

Un anno dopo il debutto con Once Sent from the Golden Hall, gli svedesi Amon Amarth fanno uscire The Avanger.
Siamo al secondo CD e la band incomincia il suo viaggio verso il viale cipressato, che ancora continua, condito da dischi in cui il pilota automatico è stato inserito e dimenticato. Ovvio, ci sono pezzi godibili, momenti di divertimento o ignoranza da festa paesana, ma non c’è più lo spirito death o qualcosa che gli si avvicini minimamente.
Il pro della cosa, dal punto di vista degli svedesi, è che limando il suono lo hanno reso papabile a tutti e quindi ecco che i palchi sono diventati più grandi e le folle sempre più grosse. Oltre che, da onesti death metaller, adesso si prendono troppo sul serio con la cosa del vichingo.
Quello che allontana le masse dai primi dischi della band è il sound, più scorbutico rispetto al suono bombastico e praricamente sempre uguale dei successivi. Il fatto è che già su The Avenger ci sono i segni della malattia mortale degli Amon Amarth. Swedish death metal melodico, dritto come un righello, un lavoro di chitarre semplice ma efficace a cura del duo Johan Söderberg e Olavi Mikkonen. Ecco, se proprio si può trovare un punto su cui non è possibile controbattere è l’efficacia del riffing, semplice quanto vuoi, sempre uguale quanto vuoi, ma è funzionale al brano.
Ma forse è una questione legata al mio culto religioso
Se troviamo il meglio sul primo disco in studio e poi un continuo abbassamento dell’asticella, in The Avenger gli Amon Amarth confezionano 36 minuti abbastanza costanti, pochissime eccellenze (Bleed for Ancient Gods, The Last with Pagan Blood o la stessa Avenger) e solo qualche elemento puramente normale, quei brani che riempiono la tracklist ma senza avere l’infamia di essere definiti filler.
Su tutto il disco, però, svetta una delle tracce che scomparirà con l’improvvisa popolarità della band: The God, The Son And The Holy Whore. No, non sto scherzando e non è una fake news. Su The Avenger gli Amon Amarth tirano fuori un mezzo spirito blackster (fuori tempo massimo e proprio quando il black è diventato “normale” e quindi sta morendo soffocato) e, con questo, anche una maggiore velocità e violenza. Tutto sommato è una novità abbastanza grossa per una band che, dell’immutabilità, farà il suo trademark di composizione.
Per chi fosse interessato alle metal-novelas, Metalwrath parla di un ipotetico “conflitto” con gli Hammerfall
The Avanger è il primo disco della caduta degli Amon Amarth. Si intravedono i primi segnali della malattia, ma comunque ha ancora un po’ di trasporto death metal che non lo inserire nella categoria “morituri te salutant”. Ma sono le tracce principali che sono infettate, hanno quella religiosa capacità di portare a casa il risultato basandosi su pochi, infallibili, elementi sonori. Lo sprazzo black di The God, The Son And The Holy Whore la rondine che non fa primavera, quindi un unicum e un qualcosa che verrà eliminato ben presto dalla discografia degli svedesi.
The Avenger mostra i primi segnali di una creatività al risparmio, anche se onestamente non è da buttare; ma per chi ha adorato Once Sent… qua dentro troverà già modo per masticare amaro.
[Zeus]

La mia funghi e salame piccante: Dream Theater – Metropolis pt.2: Scenes From A Memory (1999)

Come la maggior parte delle persone, ho una pizza preferita. La mia è con salame piccante e funghi, meglio se porcini. Niente di esagerato o audace, ma cazzo quanto è buona. Preciso che sono uno a cui piace sperimentare cose nuove, assaggiare piatti mai provati. Una volta ho mangiato una pizza con mozzarella di bufala, stracciatella, porchetta di Ariccia, senape al miele e fichi caramellati. Mi è piaciuta un casino, una cosa indescrivibile.
Ma se entro in una pizzeria e non so cosa prendere, o non ho voglia di leggere il menù, o non vedo niente di nuovo che mi attiri, vado sempre sul sicuro con salame piccante e funghi.
Cosa ha a che fare tutto ciò con i Dream Theater? Per me Metropolis pt.2: Scenes From A Memory è l’equivalente della pizza salamino e funghi nella discografia della band. Non sarà l’album più raffinato, elaborato o  sperimentale della band, non è nemmeno il più famoso ma è quello che quando mi viene voglia di Dream Theater scelgo per primo.
E’ l’album di Petrucci &Co. che ho ascoltato sicuramente di più, è heavy quanto basta, ha passaggi esaltanti, non mi annoia mai. Devo ammettere che non sono un fan super sfegatato della band. Mi piacciono, e anche tanto, ma non possiedo l’intera discografia, o i vinili autografati, o la foto di Portnoy nudo e la bambola voodoo di Mangini. Non mi interessa nemmeno la diatriba La Brie sì/La Brie no e non mi sono mai preoccupato troppo dei cambi di line-up, mi “limito” ad ascoltarli e a godere di questo piacere.
Dopo vent’anni la mia opinione su Metropolis pt.2 non è cambiata, il disco è sempre presente nella mia playlist e l’interesse verso i Dream Theater non si è affievolito.
Non mi dilungo nella descrizione dei pezzi, perché non è lo scopo dell’articolo, o in considerazioni sulla tecnica, perché di questo si parla e straparla anche troppo.
Voglio soltanto dire che quando, dopo tanto tempo, la musica continua a
trasmetterti emozioni forti significa che la band ha fatto centro, indipendentemente da tutte le discussioni che ci possano essere.
Discussioni che, quando si parla dei Dream Theater, non mancano mai. A me non interessano, chiudo la bocca e apro le orecchie.

[Lenny Verga]

La nuova vita di Nergal. Behemoth – Satanica (1999)

Ditemi voi come fate a rimproverare a Nergal il suo cambio di rotta dal black degli esordi all’attuale blackned death. Perché se Pandemonic Incantation del 1998 era ancora un ibrido fra quello che erano e quello che sarebbero diventati, Satanica è, sempre più, la nuova incarnazione della band. 
Questa evoluzione era telefonata, come lo sfogo della tua ragazza dopo un paio di volte che chiedi “cosa succede?” e con la conseguente risposta “niente”. Avere Inferno dietro al drum-kit e non sfruttarlo adeguatamente è una bestialità paragonabile ad avere Roberto Baggio in squadra e metterlo in porta. Non è una cosa fattibile e non è utile a nessuno sfruttare poco (o male) i membri del gruppo: a volte ci riescono gli Hypocrisy che fanno eseguire a Horgh solo pezzi in mid-tempo, ma questo è un discorso legato alla volontà di Peter di fare quel cazzo che vuole con la sua band. 
Nergal non è scemo e capisce che ha con sé un fuoriclasse e non si sogna per niente di far delle cazzate, lui vuole un certo sound e Inferno glielo procura senza problemi: classica situazione win – win. Che poi questo significa tirar via sperimentazione, cambi di tempo e tutto il resto è un discorso diverso. Pandemonic Incantation è stato un caso particolare, una scheggia impazzita piena di ritmiche intricate e tanto Medio Oriente nel riffing, mentre Satanica è una bestia coesa, un juggernaut che non smette di calpestarti in faccia finché non sono finiti i 35 minuti di durata del disco. 
Questo è un particolare a cui tengo sempre molto: saper dosare la lunghezza di un disco. La capacità di scrivere un disco senza aggiungere cose inutili è da rimarcare, visto che per i Behemoth questo significa una serie di brani pesanti, ma fondamentalmente anonimi e/o poco efficaci. 
Satanica è l’equivalente di un moderno centrocampista di qualità: ha fiato da vendere e attitudine al contrasto duro, ma i lampi di genio non sono proprio nelle sue corde – ci sono momenti buoni, ma la scintilla non è qua.
Gli otto brani non hanno nessun vero filler, ma neanche nessuna canzone che, come nel successivo Thelema.6, sarà un momento imprescindibile dei concerti (forse l’iniziale Decade Of Therion). Come detto sopra: i brani spaccano, sono compatti, ma non ti entrano dentro e questo è forse da collegare al songwriting di Satanica.
Per un simulacro di perfezione, invece, possiamo attendere fino The Satanist.
Sotto l’aspetto puramente d’ascolto, invece, il cambio di passo dal precedente disco è minore: il growl di Nergal è ancora ruvido e cattivo, lontano anni luce da quello più pomposo ma inoffensivo del post 2000, mentre il sound è ben bilanciato fra elementi di pulizia (batteria e basso, entrambi esplosivi ma limpidi) e sporcizia (le chitarre rimangono grosse,  oneste e ruvide anche durante i soli).
Il primo passo verso il cambiamento, ecco come possiamo descrivere Satanica. Il 1999 segna il classico “Il re è morto, viva il re” per i polacchi. Muore il black metal originario ma rinasce una creatura diversa, più “mainstream”, e capace di toccare vette altissime come su The Satanist, ma anche momenti di difficoltà come The Apostasy o Evangelion. Le radici di quello che tutti i moderni metallari conoscono come Behemoth sono qua dentro, mentre per tutti gli altri, la band polacca è morta proprio con questo disco.
[Zeus]

AA.VV. – VII – Respect the Steel (2019)

Potrei iniziare questa recensione con una frase come “Quando ero più giovane”…. ma quanto mi fa sentire vecchio! Oppure “Ai mie tempi”… cazzo fra un po’ vado a vedere i cantieri, peccato siano appena le 5 e mezza del mattino e arriverei un po’ in anticipo. Ecco qui qualcosa che a molti farà percepire il tempo che è passato: una compilation di band emergenti. 

Anni a dietro, andando per festival, sia piccoli che grandi, facendo acquisti ai vari stand capitava di ricevere in regalo una compilation, spesso in custodia di cartoncino, che qualche casa realizzava per far conoscere le band emergenti, chi più chi meno, della propria scuderia. A volte erano invece opera di qualche portale o sito internet. Omaggi del genere erano sempre apprezzati, indipendentemente dal contenuto, e li possiedo ancora tutti.

L’oggetto di questa recensione è proprio una compilation, VII – Respect the Steel, settima raccolta, come si evince dal titolo, realizzata dalla Metalmessage per pubblicizzare i gruppi presi sotto la sua ala. Tutto il discorso precedente mi porta a pensare a quanto sia anacronistico oggi un album di questo tipo. Con tutto il rispetto per chi ha realizzato questo prodotto, a cosa serve una compilation oggi che qualsiasi band, anche quelle nate l’altro ieri, ha un sito, una pagina facebook, un profilo su bandcamp e simili, un canale YouTube dove poter ascoltare un loro pezzo, se non addirittura tutti? Sicuramente è un bell’oggetto per qualche collezionista, dato anche l’artwork della copertina molto curato, ma per l’acquirente medio non saprei. Troverei molto interessante questa proposta se l’etichetta regalasse il CD con l’acquisto dei suoi titoli in catalogo, ma sinceramente non so se lo comprerei. Queste sono opinioni personali che nulla hanno a che fare con la qualità del prodotto. 

La raccolta contiene 13 brani di altrettanti gruppi che propongono una certa varietà di generi e questo è già di per se positivo, perché non ci si fossilizza solo su determinate sonorità. Si passa per il power, l’epic, il thrash, il death, il black, insomma ce n’è per tutti i gusti. Non credo valga la pena fare un track by track perché la recensione sarebbe lunghissima, comunque ho trovato del materiale interessante come le tracce degli epic metaller Ash Of Ashes, dei nostrani Hell’s Guardian e Ontborg, dei blackster Wolves Den e Hangatyr.

Altro che invece mi è piaciuto meno, sia per qualità che per idee, come nel caso degli Invictus e degli Aftermath entrambe votate ad un thrash/speed metal (non bastano assoli sparati a mille per tirare fuori una traccia valida); gli epici Misanthropia che azzeccano un bel ritornello in una traccia che per il resto non sembra aver molto chiara la direzione da prendere; gli epic blackster Atrium Noctis, con buone idee ma che potevano essere realizzate meglio.

Il resto l’ho trovato nella media, tracce che non mi hanno particolarmente impressionato ma che non si meritano di certo un giudizio negativo come con i Reverend Hound, i Dawn Ahead, gli Hollowed e i Forge.

In definitiva il piatto della bilancia pende di più dal lato dei giudizi positivi. Rimane comunque il fatto che non è possibile giudicare una band dall’ascolto di un solo brano. Per concludere, nonostante le premesse, non posso che dare onore al merito a chi cerca ancora oggi di divulgare il metal underground in questo modo, con questi mezzi. Bisogna avere coraggio e fiducia nelle proprie band e questo non può che essere un bene.
[Lenny Verga]

Il terzetto si completa – Witchery: Dead Hot & Ready (1999)

La storia dei Witchery, band che mi aggrada parecchio, assomiglia alla parabola dell’ubriaco: l’inizio dell’avventura alcolica ha sempre qualcosa di sfavillante e la parlantina è talmente fluida, perfetta, intrigante ed esplosiva che non si può che restare in ascolto. Questo, almeno, per gli ubriachi funzionali e non quelli che incominciano a sbavare come rottweiler con la rabbia dopo mezzo bicchiere e incominciano a sbattere il bicchiere gridando: spacco bottiglia, ammazzo famiglia. Quelli sono pesanti anche prima di incominciare a bere, quindi non fanno testo. 
Ma l’ubriaco funzionale, quello che con le prime birre sembra ritornare in attività, sciogliendo le ultime riserve di pudore, stanchezza o che altro, è tutta un’altra storia. Questo periodo di eccellenza sociale, questo regno illuminato della sbronza brillante, è un periodo strettissimo per i Witchery che, nel giro di soli due anni, sparano fuori tre cartucce praticamente perfette e poi incominciano a zoppicare. 
Almeno fino ad arrivare a Witchkrieg, album che mi è piaciuto ma a cui manca qualcosa. Il periodo recente mi è sconosciuto e dovrò recuperarlo. 
Dopo aver fatto uscire l’EP Witchburner, la band svedese tira fuori un LP da 33:33 minuti e fa centro secco un’altra volta. Perché è qua che i Witchery hanno creato il loro trademark classico e il loro sound più definito, divertente e furioso. Con (falsa) noncuranza mischiano thrash, death, black (e proto-black) e influenze heavy classico in Dead Hot & Ready. Le influenze dei Mercyful Fate si sentono nelle atmosfere, perché quest’aura vagamente oscura e demoniaca viene creata anche grazie al muro di suono delle chitarre. Il resto lo fa l’attitudine della band e, in buona parte, le vocals di Toxine. Non è un vocalist che varia tanto lo stile durante le sue parti, ma l’efficacia delle linee vocali, l’aggressività e il marciume che trasmette la sua ugola è parte integrante, e fondamentale, per il risultato finale del disco.
Dopo questo CD, incominciano a perdere colpi, a sentire la pressione di due ottimi LP e quella costante sensazione di non essere più il gruppo cazzeggio di musicisti già affermati in altre band (Seance, The Haunted e Arch Enemy giusto per citarne alcuni). Dopo Dead Hot & Ready la gente ha incominciato ad aspettarsi veramente qualcosa da loro e il giocattolo si è incrinato.
[Zeus]

Necrophobic – The Third Antichrist (1999)

Terzo disco in studio dei Necrophobic nell’arco di 6 anni. Dopo aver rivalutato, con mia grande sorpresa, il precedente Darkside, adesso tocca a The Third Antichrist. Rispetto al CD del 1997, questo disco è più costante e non indulge in mille intro/parti strumentali che, in qualche modo, ne minano la costanza ma, e questo è da dire subito, non ha neanche canzoni bomba come Black Moon Rising, Nailing the Holy One o la stesa title-track. 
Se dovessimo fare un paragone sportivo, ci troviamo di fronte ad una macchina che veleggia su buone posizioni e, con ottime probabilità, finisce anche qualche volta sul podio (The Unhallowed) ma non hai mai il quid per poter spaccare di brutto e far mangiare la polvere agli avversari. Meno estro e più portare fieno in cascina (come diceva il buon Fabio Capello). 
The Third Antichrist viaggia bene, il black-death degli svedesi è bilanciato, compatto e varia fra pezzi più “cadenzati” (Into Armageddon o Isaz) a picchi più veloci. 
Tobias Sidegård si occupa sia delle parti di basso che delle linee vocali e, queste ultime, hanno forse meno impatto malvagio rispetto al precedente disco in studio. Il growl è comprensibile e funzionale al sound Necrophobic, quindi non ci si lamenta di certo del risultato finale – manca solo quel quid di prima, quel qualcosa per essere un disco da tenere in considerazione immediata quando si citano Sidegård&Co. 
Poi è innegabile che Eye Of The Storm sia una canzone da “compilation” dei Necrophobic e, a mio parere, anche The Throne Of Soul Possessed, smussata di quel minuto di intro poco inutile, abbia un bel tiro. 
The Third Antichrist è il classico disco concreto, tosto dall’inizio alla fine e piacevole da ascoltare (e senza ricorrere alla pratica dello skip). Sempre in ambito di sport su strada, il terzo disco degli svedesi è il classico LP che ti fa vincere il campionato costruttori perché affidabile, sempre in pista e poco incline a svolazzamenti che possono portare a) eccellenze o b) canzoni completamente svaccate. 
A conti fatti, stiamo parlando di un buon disco. 
[Zeus]

Cose inutili. Creed – Human Clay (1999)

Se voleste una prova, un’ulteriore prova, del momento difficile che stava passando il metal nel 1999, vi basti sapere ai CREED è stato concesso di far uscire un secondo album e ai BUSH (la band, non i Presidenti) è stata data l’autorizzazione di uscire con il terzo LP.
Visto che non ho voglia di parlare dei BUSH, parlo dei CREED e non nella maniera buona che farei se stessi recensendo i nuovi film della saga di Rocky.
Alla fine degli anni ’90, un po’ per distanziarsi, un po’ per appropriarsi di un periodo che puzzava come il residuo macilento che si è lasciata alle spalle la risacca, c’è stato un aumento esponenziale del termine nu. C’era la necessità di arrivare a prendere un nuovo tipo di ascoltatore, quello che il periodo d’oro non l’ha sfiorato e si è trovato catapultato nel letame della fine ’90. Quindi ecco furoreggiare tutte le nu-band e, visto che non bastavano, anche le post-band… Ad esempio, mi verrebbe da dire, quelle uscite sotto il moniker di post-grunge: gruppi che si nutrivano ancora dei riflessi della popolarità della musica di Seattle e sguazzavano nella fama data dalle cervella di Cobain.
Il post-grunge serviva eccome alle case discografiche. Se strizzi bene qualcosa, dopo aver tirato fuori tutto il meglio, forse ancora qualche filamento merdoso te lo riesci ancora ad accalappiare.
I Creed escono con il primo disco fuori tempo massimo (1997) e cioè quando le case discografiche stanno già straziando le carni del cadavere del grunge e poi, con il secondo disco, fanno direttamente il botto.
Lo si può capire, credetemi, visto che hanno potenza, ritmiche semplici e accattivanti (Inside Us All), notevole capacità di creare hook melodici e un singer che tenta di essere un Eddie Vedder sotto steroidi. 
Il problema dei Creed, e di tutti quelli che sono usciti sotto l’infamante nomignolo di post-grunge, è che sono buoni per la radio e per il supermercato. Non hanno la profondità emozionale dei Pearl Jam (ci tentano con Never Die, che sembra una scopiazzatura della band di Vedder&Co.) e neanche la potenza che mischia Zeppelin + Sabbath dei Soundgarden (Stapp tenta di fare il verso anche a Cornell in Wash Away Those Years quando alza il tiro). Ci mettono i muscoli, ma non intaccano mai sotto la superficie. La ballatona strappa-mutande (With Arms Wide Open) non è altro che un numero sui generis e continuano a produrre musica sterile (Higher è inutile) e lo faranno ancora per 10 anni, visto che nel 2009 esce l’ultimo loro disco e poi si sfaldano come meringhe.
Poi, facendola brevissima, da una band così innocua (condizione che hanno in comune con i Foo Fighters), non poteva che nascerne una band come gli Alter Bridge
I Creed, con Human Clay e poi con il successivo Weathered, arraffano tutto quello che potevano e mungono la mucca fino a distruggerle le mammelle. Il vuoto musicale che trasmettono, quella sensazione da prodotto confezionato ad arte, non ti lascia un momento e sai che è destinato ad essere ficcato nelle gole degli ascoltatori inermi come neanche il peggior deepthroat. 
[Zeus]