Foo Fighters – There Is Nothing Left To Lose (1999)

C’è una costante nei dischi dei Foo Fighters: non saranno mai nella mia top ma non sono mai merda completa. Restano in quel limbo delle canzoni radiofoniche che tutti gli ascoltatori generalisti imparano ad apprezzare, quelli che, quando fai una domanda sul rock, ti rispondono tronfi con “Ligabue” o “Coldplay”… e tu lacrimi sangue.
Nel caso di There Is Nothing Left To Lose, la popolarità insperata viene supportata anche dal video di Learn To Fly, in cui Dave Grohl manifesta il suo essere “faccia di culo” (detto in senso buono, stavolta) e produce qualcosa di divertente al pari di una canzone che non saprei definire meglio di frizzante.
Il cambio di rotta rispetto ai precedenti due dischi in studio è netto: se il primo LP era ruvido, melodico ma aveva un mix di urgenza e attitudine naive che lo faceva sembrare molto “onesto” e il secondo incominciava il processo di Foo Fighter-izzazione, questo terzo disco in studio preme il piede sul pedale “melodico”. Questo è il CD della svolta, quello dove Dave Grohl capisce la capacità commerciale di questa creatura e ci sguazza dentro, senza più doversi giustificare per il passato grunge nei Nirvana o per chissà cosa; nel 1999 può finalmente dare libero sfogo al suo essere un rocker mainstream e sbattersene allegramente il cazzo di tutto.
Che il cambio sia intervenuto perché There Is Nothing Left To Lose è stato registrato come trio (Grohl, Mendel e il neo-entrato batterista Taylor Hawkins, figura decisamente importante come contraltare a Dave Grohl) o perchè non ha più in corpo Franz Stahl (chitarrista degli Scream), questo non so dirlo. Sta di fatto che dopo There Is Nothing Left To Loose, Dave Grohl rientra nel circuito che conta, quello delle collaborazioni e delle comparsate (quindi eccolo nei QOTSA, Tony Iommi, Probot, Nine Inch Nails, Tenacious D…) fomentando l’attenzione sul singer americano e rilanciando, con il botto, la sua carriera da frontman.
Questo è di certo uno dei grandi vantaggi del disco del 1999: There Is Nothing Left To Lose ha riportato Dave Grohl sulla mappa degli artisti che vendono perché, con un sound AOR, è riuscito a raggruppare in un solo spettro sonoro chi da lui chiedeva qualcosina di più ritmato (Stacked Actors, Breakout o Gimme Stitches), chi voleva la canzone da ricordarsi (ad esempio Learn to Fly) ma, innanzitutto, chi voleva la melodia spinta (Aurora), zuccherina (Next Year) e ben memorizzabile dopo uno/due ascolti.
Il problema è che, pur volendogli bene, i dischi dei Foo Fighters non te li ricordi. Dopo i primi 4 ascolti hai scoperto tutto quello che nascondono e questo ne limita molto la vita nell’Hi-Fi.
Hanno potenziale immediato innegabile (ripeto, Learn To Fly mi piace ancora), ma non hanno abbastanza profondità da farteli rimanere nel cuore a lungo. Almeno a me che, come mi è stato riferito, sono diventato un “uomo di bassa lega morale”.
[Zeus]

 

Cannibal Corpse – Bloodthirst (1999)

Oggi stavo mangiando un pezzo di pizza, unta come il culo di un babbuino immerso nel catrame, da un kebabbaro sotto copertura. Questo perché pensavo di aver finalmente trovato un kebabbaro lercio e volgare, in realtà era una succursale di un baretto usurato che demandava i compiti di farcitura delle pizze e distruzione dell’intestino a questi intrepidi domatori del carboidrato pazzo.
Mentre mi leccavo le dita, godendo solo a metà perché il pensiero di prendermi il vaiolo mentre toccavo con le labbra le dita coperte di oliazza rossastra mi faceva soppesare la mia voglia di vivere a lungo, ho incominciato a spiare la fauna locale.
Il 99% delle persone aveva un’età media da scuola superiore, quindi descrivibile come un milkshake di sudore&ormoni, casino, cicche fumate con la bocca a culo di gallina e chiacchiericcio generico misto trilli da whatsapp. Il restante 1% degli avventori era composto da poveri lavoratori (come il sottoscritto, fuggito dalla glaciale trireme romana dove è costretto a vogare per tenere lo sfavillante stile di vita che lo porta a scegliere la morte certa offerta dal malefico kebabbaro al posto del ristorante borghese con un piatto di pasta alla “modica” cifra di 9€) che, senza le luci al neon dell’ufficio, hanno lo sguardo perso e disilluso di chi, ormai, non ha più niente da dare alla giornata.
Questo è uno dei motivi principali per cui evito di farmi selfie a mezzogiorno, sarei uno spot per il suicido assistito. Vorrei avvertire che non mi faccio neanche selfie di mattina: se no la buca delle lettere si intasa di intimo femminile. La dura vita del recensore. 
Mentre mi ingurgitavo pezzi di pizza, olio di motore e evidenti pezzi di cadavere di studenti che non avevano pagato, mi sono trovato a pensare che anche i Cannibal Corpse nel 1999 avevano necessità assoluta di portare a termine un discorso iniziato con Vile. Non che abbiano finito, ma dopo aver esordito con un disco imponente come quello, si sono trovati a piazzarli un sequel come Gallery Of Suicide che brutto non è, ma si trova diversi gradini sotto al predecessore – e questo pur avendo una tripletta iniziale da tirarti via il tartaro dai denti. Con Bloodthirst la band americana non arriva a produrre brani così “grossi” come I WIll Kill You, ma calibra meglio la scaletta. Inizia bene con Pounded Into Dust, poi stabilizza il tiro e si assesta su una qualità media maggiore del precedente disco in studio, macinando riff (notevolissimo il lavoro del duo O’Brien – Owen) e ritmiche con più potenza (forse i 10 minuti in meno hanno giocato un ruolo importante nel ridurre la sensazione di filler) e andando a decrescere unicamente verso il finale, in cui Webster&Co. piazzano i brani forse meno ricordabili del lotto (Condemned to Agony). Bloodthirst si difende meglio del precedente  disco sul lungo periodo. La velocità d’esecuzione è abbastanza elevata, ma è il groove che ne esce ad essere l’elemento portante e Corpsegrinder usa la voce in maniera eccellente su ogni traccia. Certo, il range vocale dell’uomo-senza-collo è maggiore del suo precedessore, ma su Bloodthirst c’è un fattore che bisogna riconoscerli: sentite come il growl, e gli occasionali scream, fomentano il massiccio lavoro ritmico della band. 
Dove Bloodthrist vince a mani basse rispetto a Gallery Of Suicide è la qualità di registrazione: qua c’è chiarezza e un sound potente e bilanciato, mentre sul precedente disco il suono ne usciva un po’ troppo melmoso. 
Ho lasciato il turpe kebabbaro pensando ai Cannibal Corpse e rivolgendo lo sguardo alla cucina a vista: quella “novità” dovrebbe essere lasciata unicamente ai giapponesi col sushi (quando li trovi, i giapponesi, non il sushi), non messa in mano a turchi che passano a fil di scimitarra qualunque cosa. La cucina, per definizione, deve essere un posto segreto, dove le efferate azioni compiute dai cuochi, o presunti tali, rimangano nascoste alla vista del divoratore di kebab. Un po’ come la copertina di Bloodthirst che, per una volta, avrebbe beneficiato della “cover di riserva”. Parere mio, ma cristo se è brutta. 
[Zeus]

Satana e compagnia svedese: Necrophobic – Darkside (1997)

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Mentre il mondo veniva investito da dischi come Enthrone Darkness Triumphant dei Dimmu Borgir o Anthems to the Welkin at Dusk degli Emperor, in Svezia i Necrophobic davano alla luce il loro secondo disco: Darkside, nonché il primo LPsenza David Parland alla chitarra (di scuola Dark Funeral). Mi ricordo di aver scoperto questo LP, come è giusto che sia, dopo aver sentito i Dissection, band alla quale i Necrophobic guardano come faro nella nebbia. Il sound è quello tipico della band di Jon Nödtveidt e lo si sente dalle misture di black metal, death metal e gelida melodia che percorrono tutte le tracce di questo CD. All’epoca del primo ascolto me ne sono innamorato, tanto che quando hanno fatto la ri-edizione ad inizio 2000 (complice anche un’etichetta italiana, se non ricordo male), mi sono proposto subito per recensire i primi 4 dischi della compagine svedese. Riascoltare con orecchie più mature questo disco, però, è tutta un’altra cosa. Senti che il blackned death metal della band è ancora in fase di evoluzione o, dopo aver esordito con un disco come The Nocturnal Silence, in fase d’assestamento. Altra cosa che ti salta all’occhio è che gli strumentali sono troppi (bella solo Venaesectio) per un disco che di minuti ne conta 37.
A parte queste considerazioni iniziali, ribadisco un concetto: il riffing dei Necrophobic annata 1997 è freddo, controllato e, quando gli consentono di esplodere, ecco che arrivano fuori gli anthem (dimenticatevi voi Darkside o Black Moon Rising…) e questa è una caratteristica che manterranno anche nel futuro (vedasi i pezzi da festone alcolico contenuti nell’ultimo disco). Non sempre le canzoni arrivano dritte al punto, a mio parere The Call tentenna in certi momenti, mentre i due minuti di Nailing The Holy One sono feroci, brutali e si sente Satana alla grande. Forse una delle canzoni più malvage di questo disco, peccato che il crescendo d’emozione viene interrotto nuovamente dall’ultimo strumentale, Nifelhel, che dura 4 lunghi minuti e non aggiungono assolutamente nulla al disco. Le vocals di Tobbe Sidegård, promosso a singer (al posto di Anders Strokirk), sono iraconde e si aggiustano bene con il sound freddo della band. Questo è un aspetto da tenere a mente, visto che il suo timbro vocale caratterizzerà buona parte dell’avventura degli svedesi – almeno fino al ritorno del figliol prodigo Strokirk proprio in occasione dell’ultimo Mark Of The Necrogram.

Quando ho iniziato a scrivere questa recensione, vi giuro, pensavo di partire in elogi spropositati… invece mi sono accorto di quanto l’inesperienza&l’esaltazione possano fuorviare nella recensione e, vent’anni dopo la sua uscita, quello che io consideravo un piccolo capolavoro del sound blackned death svedese di matrice Dissection, in realtà è “solo” un gran bel disco. Non è poco, sia chiaro, ma anche queste sono scoperte.

[Zeus]


Dopo Irreligious non poteva che uscire Sin/Pecado – Moonspell (1998)

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Per qualche motivo sconosciuto al Grande Capro, Sin/Pecado dei Moonspell è stato bastonato da alcune frange di metallari. Non rispondeva alle aspettative metalliche? Non era trve? Non riesco a capirlo, sinceramente. I Moonspell non potevano procedere nella direzione che avevano preso precedentemente, anche perché ormai avevano raggiunto una vetta intoccabile. Ribeiro&Co. dovevano sviluppare un sound diverso, dato che lo spettro black metal ormai era stato soffocato da un indirizzo più gothic e questa nuova direzione viene esaltata alla grande dalla produzione del mastermind Waldemar Sorychta. Già presente sul precedente Irreligious, il produttore polacco segna il passaggio della band nell’epoca d’oro del gothic metal, anzi farà di più, tanto da settare un paragone stilistico per chi si volesse avvicinare alla materia con certi tratti musicali.
I Moonspell, che non erano proprio degli studenti indisciplinati e a digiuno di certe sonorità, partoriscono questo Sin/Pecado. Il disco è distante da quello che era il loro passato remoto, ma con le sue melodie e le atmosfere scure, immerse in quella sensualità perversa che ti fa venire in mente film come Intervista col Vampiro (uscito 4 anni prima), si riallaccia ai momenti meno metal di Irreligious e ne porta avanti il discorso.
A mio parere, modestissimo se vogliamo, Sin/Pecado non raggiunge la vetta di Irreligious ma credo sia una questione di imprinting e di momento storico in cui ascolti certa musica. Io ho sentito prima il disco del 1996, quindi i Moonspell che mi hanno formato sono quelli che cantavano Opium piuttosto che V.C.Eurotic A, ma sono certo che in molti hanno preso questo come disco di partenza e si sono immersi nel decadentismo spinto che solca le tracce di questo LP.
Quello che mi piace di Sin/Pecado è l’onestà di fondo. Non è un disco trendy, è la naturale evoluzione di un sound che si stava già spostando su lidi meno metallici, ma senza dimenticare le radici (bella Flesh), e mischia ai riff di chitarra e al baritono di Ribeiro un’abbondante spruzzata di tastiere/samples ed effetti. Che poi sull’ora di durata ci siano alcune scelte discutibili, per me è innegabile. Non tutto il disco è allo stesso livello (2second Skin è un gradino sotto) e alcune andrebbero bene per un mezzo lento nelle discoteche EBM e Gothic (con ragazze strette in corpetti di pelle e calze a rete e la stessa voglia di vivere che ho io il lunedì mattina – potremmo mettere in questo calderone V.C. o i mille synth di Magdalene), ma stiamo parlando di un prodotto che è strutturato bene e scritto altrettanto.
Segnatevi questo, sentitevi Eurotic A e poi capirete dove ha preso il via act come i Tristania e compagnia gotica.
Se vogliamo trovare qualcosa di profondamente sbagliato è solo il titolo: Let The Children Cum to me… Questo titolo ha diversi livelli di sbagliato. Per il resto, la canzone in sé, è anche bella. Ma puttana miseria, proprio nel titolo dovevano tirare fuori “let the children cum to me…”? Cazzo!
[Zeus]

Sangue, morte e Dracula: Marduk – Nightwing (1998)

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Mi sono accorto che ho parlato di Nightwing dei Marduk solo nella retrospettiva generale, dimenticando completamente che quest’anno il disco compie vent’anni. Rimedio subito e ne parlo oggi. Nightwing è il primo capitolo della trilogia del black metal: sangue, guerra e morte. Se nominando guerra si capisce subito che si parla di Panzer Division Marduk e con La Grande Danse Macabre ecco la morte (e i primi segnali di cedimento della corazzata svedese), quando si parla di sangue i rimandi sono due: Nightwing Dracula (ma nella sua veste storica). Essendo i due temi strettamente legati, il collegamento sangue – Nightwing – dracula è logico e immediato.
Dopo aver registrato Heaven Shall Burn… con Legion alla voce e avendone testato le doti – dicasi la capacità impressionante di sputare millemila parole senza quasi prendere fiato-, Morgan&Co. rientrano in studio e decidono di portare il black metal svedese su un livello più brutale ed elevato. E lo dico consciamente, visto che le avvisaglie di un cambio di rotta si potevano già vedere nel precedente disco, Dracul va Domni Din Nou in Transilvania, in Nightwing decidono di dividere il disco in due tronconi.
Il primo è un compendio di velocità, brutalità, blasfemia senza ritegno (ad esempio Of Hell’s Fire e Slay The Nazarene) e viene giustamente chiamato Dictionnaire Infernal; mentre la seconda metà del disco, dopo la title-track non inserita in nessuno dei due capitoli, è intitolata The Warlord of Wallachia. Già il nome dovrebbe portarvi sul sentiero giusto, ma per chi si fosse connesso solo ora con la storia, stiamo parlando delle vicende che riguardano Vlad Tepes, chiamato Dracul. Quello che stupisce è l’interesse storiografico, visto che più che essere una collezione di impalamenti et similia, Legion racconta, in più capitoli, le vicende occorse a Vlad III di Valacchia.
Questo argomento permette alla band svedese di cambiare registro in maniera repentina, elemento che contraddistingue i Marduk almeno fino a tempi recenti: Morgan non riusciva a concepire, in maniera evoluta e strutturata, una canzone che alternava parti lente a accelerazioni brutali. Per il chitarrista era tutto o bianco o nero e, vista la predilezione per la velocità, il più delle volte il modo migliore per portare a casa la pagnotta era proprio quella di accelerare fino all’impossibile (vedasi Panzer Division Marduk). In Nightwing, i Marduk “spaccano” l’album e infilano tutti i pezzi più cadenzati nella seconda parte del disco (Kaziklu Bey a parte, che corre come se avesse gli ottomani alle spalle), quella in cui è necessario far raccontare la storia a Legion che, dal canto suo, ne approfitta cambiando registro e adattando un po’ le tonalità per favorire l’espressività di questo mini-concept storico.
Pur non essendo organico, la sua impostazione non gli permette di essere un disco totale, preferisco Nightwing Heaven Shall Burn… When We Gathered. In quest’ultimo si sente Satana e l’obiettivo unico è quello di convocarlo sulla terra, ma in Nightwing ci sono dei gran cazzo di pezzi che ancora adesso sono fra i miei preferiti: le già citate Of Hell’s Fire Slay The Nazarene, ma anche Dreams of Blood and Iron è una canzone che continua a torturarmi i sogni e, testo alla mano, cerco di seguire Legion mentre declama le sue lyrics… Il risultato sono io che ansimo e non riesco a tenere il ritmo del suo screaming. Ma questo fattore, bisogna ammetterlo, è un tratto comune su tutti i dischi con il singer svedese.
Nightwing segna la fine di un certo modo di concepire i dischi da parte dei Marduk: velocità, brutalità, blasfemia, melodia e parti lente. Panzer Division Marduk spezzerà l’incantesimo e porterà la band svedese ad un livello di violenza e brutalità fuori dal comune, tanto che si ritroverà spiazzata essa stessa e già con il successivo La Grande Danse Macabre si sentiranno i segnali di una crisi che finirà, in maniera definitiva, con l’arrivo di Mortuus alla voce. Ironia della sorte, è proprio con il singer dei Funeral Mist che i Morgan ritroverà la capacità di strutturare dischi convincenti in tutta la durata e, con questa, anche una certa predilezione per momenti più cadenzati e/o addirittura vagamente melodici.
[Zeus]

Clutch – Earth Rocker (2013)

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Noto che questa recensione manca e, sapendo che potrei essere maledetto per anni e anni da Bruno Slowtorch, mi metto all’opera e rimedio. Inizio con un’affermazione che non potrà essere smentita: Earth Rocker è un gran cazzo di disco. Una bomba. Questa è l’affermazione principale e non ci si scappa.
E sì che, quando stavo per mettermi all’ascolto, un qualche dubbio ce l’ho avuto. Motivo? A me Strange Cousins from the West del 2009 non è che mi sia piaciuto proprio moltissimo. Mea culpa, mea grandissima culpa ma se devo dire cazzate, cosa ci faccio su TMI?
Quindi l’approccio che è stato quello: ascolto, ma con cautela.
Parte Earth Rocker e mi sono ritrovato scaraventato mezzo metro indietro gridando: Porca Troia che figata. Il resto del disco non fa che confermare questa frase lapidaria.
L’ho detto altre volte, e lo ripeto anche questa, ci sono band e ci sono dischi che hanno la capacità di ampliare la loro potenza in specifiche circostanze: quelle della strada. Quando carichi alcuni CD e li metti alla prova dell’asfalto, capisci subito di che pasta sono fatti. Se reggono l’urto e tu a) canti b) fai headbanging c) schiacci l’acceleratore come se non ci fosse un domani d) fai tutte e tre le cose, allora sai che hai trovato un CD che non teme il passare del tempo. Perché Earth Rocker, pur tornando indietro, è un passo avanti per la discografia di Neil Fallon&Co. Fino al precedente, l’evoluzione in termine di sound e composizione generale vedeva nell’Hammond la marcia in più, l’asso nella manica, per tirar fuori un sound diverso, blues-y ma con l’attitudine hard rock tipica della band del Maryland. Sentitevi Robot Hive/Exodus o anche una traccia, che io adoro, come White Ferry da From Beale Street To Oblivion e capite cosa intendo. Su questo LP del 2013 la faccenda cambia, via l’Hammond, la formazione ritorna la classica a quattro e il songwriting diventa più rock, più straight-in-your-face. Un’attitudine diversa, sicuramente mutuata dall’andare in tour con colossi come i Motörhead – cosa che si sente nel procedere in maniera diretta e senza fronzoli di questo disco. Le jamming session, quelle bellissime parti in cui sentivi di essere trasportato dalla musica, vengono ridotte a favore di un’attitudine diversa, attitudine che poi continuerà anche nei dischi successivi (Psychic Warfare, ad esempio).
Da quando è uscito, Earth Rocker è diventato un metro di paragone per i successivi dischi della band. Notevole per un disco uscito nel 2013.

PS: ma ditemi la verità, a voi Crucial Velocity, quando parte, non vi fa superare ogni limite di velocità esistente? Perché, per me, è il tipico pezzo da accompagnare alla velocità smodata (cit.).

[Zeus]

From Sweden to… – In Flames (1993 – 1997)

Non si può certo dire che gli In Flames siano una band che ama fossilizzarsi su un certo sound. Dal giorno uno della loro vita musicale, la band svedese ha avuto il vizietto di trasformare la propria proposta musicale costringendo i fan a seguirli in direzioni che nessuno avrebbe predetto. Scelta giusta, coraggiosa o insensata?
A vedere i dati di vendita e i tour sempre più grandi, la scelta di cambiare costantemente il proprio stile, pur rimanendo sempre In Flames, ha giovato e anche molto. La popolarità attuale è incredibile e, cavalcando/anticipando/fiutando il trend, la band di Fridén ha raccolto molti nuovi fan – molto probabilmente nelle nuove leve del metal, quelle abituate ad un sound diverso, cresciute con il metalcore e un certo sound americano del death metal melodico.
I vecchi fan? Stanno ancora discutendo se si sentono traditi dalla band o se seguirli ancora. La scelta è difficile, soprattutto visti gli ultimi parti musicali.
Ma tutto è iniziato in maniera più tradizionale, anche se di tradizionale, nella storia degli In Flames, c’è poco.
Immagine correlataDopo il demo del 1993 (intitolato, guarda un po’, Demo ’93), la band di Jesper Strömblad fa uscire il primo disco: Lunar Strain. All’epoca gli In Flames non erano quasi una band, visto che l’unico membro fisso era Jesper e il cantante non era Anders Fridén ma Mikael Stanne dei Dark Tranquillity. Su Lunar Strain è proprio l’ex chitarrista svedese (ora singer) a prestare l’ugola e il prodotto finale è quello che più si avvicina ad un certo ideale di disco degli In Flames. Intendiamoci, non è la realizzazione completa del sound della band, ma presenta tutti i crismi che contraddistinguono il gruppo: melodie cristalline (Everlost [Part II]), parti death metal melodiche, folk nordico (Hårgalåten) e un’attitudine da primo disco in studio. Lunar Strain è affascinante, qualcosa che ti ascolti come reliquia di un passato che non ritornerà mai più; tutti sappiamo però che il vero botto lo faranno dopo e questo è solo l’inizio dell’avventura.

La natura inquieta della band si vede già nell’EP che segue Lunar Strain.
Risultati immagini per in flames subterraneanSubterranean è il primo disco/EP che ho sentito in maniera conscia degli In Flames. Ne avevo sentito parlare bene e, alla prova dei fatti, è un EP onesto e dal tocco smaccatamente svedese. Subterranean è il passaggio naturale dal sound irrequieto e ancora non focalizzato di Lunar Strain a quello superbo di The Jester Race. Gli In Flames, anche in questo caso, non sono una band a tutti gli effetti: i cantanti variano (Henke Forss e Af Gravf, ex Marduk) e così anche i batteristi, ma il prodotto finale è un mix di sonorità che rimandano tanto al folk nordico quanto al death melodico, seppur ci sentano già elementi di metal classico. Gli inserti acustici (il finale di Everdying è semplicemente perfetto) e melodici (ad esempio Timeless) rimarranno ancora per poco nel suono della band, ma finché ci saranno la proposta sarà di assoluto livello.

Il ritmo di registrazione di Jesper è elevatissimo, tanto che nel 1996 fa uscire il secondo LP in studio e, finalmente, la formazione si stabilizza con un cantante (Anders Fridén uscito dai Dark Tranquillity) e Björn Gelotte (dietro le pelli). Larsson e Glenn Ljungström completano la line up.
Risultati immagini per in flames the jester race

The Jester Race coincide anche con il cambio di etichetta (da Wrong Again Records a Nuclear Blast) e la novità innegabile. Due dischi sono imprescindibili se si vuole amare la band svedese: Whoracle e questo disco. Non ci sono cazzi. Già solo la chitarra iniziale di Moonshield ti fa capire che la musica sta cambiando e che gli In Flames hanno cambiato marcia rendendo il sound più organico e strutturando il disco su un mix raffinato, ma pur sempre vivace e lontano mille miglia dalla patina artefatta di prodotti analoghi della Nuclear Blast, di elementi folk/acustici, inserti di metal classico e il classico swedish death metal melodico tipico della zona di Gothenburg. Non credo si possano scoprire punti deboli in The Jester Race, ogni canzone è perfetta e, oserei dire, quasi tutto il disco potrebbe uscire come singolo – strumentali a parte (giusto perché non tirerebbero come singolo in radio). Non nascondiamoci, in The Jester Race gli In Flames svoltano e creano la prima versione del loro “trademark” e la melodia non è un elemento di cui si vergognano, anzi! Nonostante questo, però, il disco del 1996 rimane ruvido e death metal, cosa che te lo fa apprezzare sia quando necessiti della “botta death melodica” sia quando hai voglia di metallo ma vuoi qualcosa di più “leggero”.

Dopo The Jester Race, i cinque svedesi fanno uscire un nuovo EP: Black-Ash Inheritance. Uscito qualche mese primRisultati immagini per in flames black ash inheritancea dell’LP Whoracle e con la formazione del precedente disco, le cinque quattro tracce sono una nuova canzone (Goliaths Disarm Their David – fortemente influenzata dal nuovo corso sonoro della band svedese), l’anteprima di un brano di Whoracle, Gyroscope e per finire un medley acustico e una traccia live.
I completisti lo cercheranno sicuramente, ma visto che adesso c’è la possibilità di usare quello strano aggeggio chiamato YouTube, direi che per una sola canzone originale (Goliaths…), la spesa è quasi inutile.

Il ritmo è indiavolato e a distanza di un anno da The Jester Race, la band svedese fa uscire un nuovo disco di canzoni originali (più una cover – Everything Count dei DepecheRisultati immagini per in flames whoracle Mode). La formazione fissa permette al gruppo di spostare i paletti del proprio sound ancora un po’ più in là, esplorando in maniera compiuta la miscela NWOBHM-death svedese-melodie folkeggianti che contraddistinguono gli In Flames. Whoracle è un disco che spacca gli ascoltatori: troppo melodico e per alcuni, ancora troppo death per altri. Quello che possiamo dire è che Whoracle è un disco dove le chitarre contano e anche tanto. Gli scambi sono innumerevoli, perfetti e le armonizzazioni fra le due sei corde creano melodie e riff incredibili. Questo disco del 1997 viaggia su un equilibrio sottilissimo, in cui la voce sembra “quasi non starci” da tanto sono pulite le chitarre ma, in realtà, è l’unica voce che si adatta (Anders Fridén all’ultima prova onesta in studio, prima di passare a clean, mille tracce per dare corpo/effetto alla voce etc). Questo fragile equilibrio si basa tutto su pezzi che viaggiano a mille, dove forse Morphing Into Primal è l’elemento più “normale” stretto com’è fra Jester Script Transfigured World Within The Margin. Whoracle suona talmente bene che persino la cover dei Depeche Mode calza a pennello, riletta secondo lo stile degli svedesi, e non stona nel contesto di un disco come questo.
Da questo momento in avanti l’irrequietezza, la voglia di esplorare i confini del proprio sound ha portato gli In Flames in direzioni sempre più “estreme” – e, in questo caso, non nel senso di brutal.
[Zeus]

To Be Continued

I tempi cambiano: Metallica – Garage Inc. (1998)

Logo cambiato, facce perplesse, a parte Lars Ulrich che ci crede, e via così: l’incubo in terra per tutti gli adoratori dei ‘Tallica. Un doppio disco in cui l’ex band thrash americana si diletta a riprendere e rifare i grandi pezzi del passato che l’hanno ispirata.
Volete sapere l’ironia della sorte? I pezzi cover suonano 10 volte meglio degli originali contenuti in quel dischello asfittico e terribile di Re-Load o, se vogliamo, di molte delle tracce di Load stesso. Non ho mai capito perché, ma negli anni ’90 i Metallica si sono dilettati nell’essere una professionalissima cover band e hanno avuto un risultato sonoro migliore di quando suonavano l’idea di Metallica che avevano in testa.
Contorto, lo so. Quindi la smetto subito.
Garage Inc. del 1998 è una fotografia di quello che sono i Metallica e di quello che erano. Quello che sono viene impresso nel primo disco: fra cover di Black Sabbath, Misfits, Discharge e Mercyful Fate appaiono anche Lynyrd Skynyrd, Bob Seger e Nick Cave. Il risultato sono cover godibili (il medley dei Sabbath o quello dei Mercyful Fate è buono e mi ritrovo ad ascoltarlo più volte) e ti mostrano una band che, della furia passata, non ha più neanche l’ombra. Sono signorotti per bene che suonano per bene delle cover per bene.
Per bene.
Il secondo dischello, invece, è per i nostalgici e riprende in parte quel The $5,98 EP: Garage Days Re-Revisited e poi B-side, cover varie (fra cui la popolarissima Stone Cold Crazy dei Queen) e poi l’orgia di canzoni dei Motörhead tratto da un EP del 1996 – ripresi con quattro classici (Overkill, Damage Case, Stone Dead Forever e Too Late Too Late).
Il divario, probabilmente d’attitudine o di presunzione d’attitudine, è incredibile. Sul primo disco non sembrano mai premere sull’acceleratore, su qualcosa che colpisca e si finisce per giustificare la svolta hard-rock-corrosionofconfomity-ana del periodo post-Black Album; nel secondo CD, invece, c’è quella vibrazione di un passato che fu, forse perché non avevano ancora preso gusto nel massacrare Jason Newsted o perché ci tentano di più. Non lo so.
Sappiate solo che dopo di questo c’è il silenzio lungo 5 anni e il temibilissimo St.Anger.
Se vogliamo, Garage Inc., con i suoi alti e bassi e il suo essere passatempo da ricconi, è la cosa migliore incisa dai quattro americani dal 1996 al 2003. Lo sottolineo perché non è scontato ricordarselo in mezzo al massacro sonoro che ci hanno gustosamente rifilato i Four Horsemen.
Meditate gente, meditate…
[Zeus]

Satyricon – Deep Calleth Upon Deep

Qualche mese fa stavo conversando con il buon Skan davanti ad un piatto di pasta e ho menzionato che i Satyricon avevano fatto uscire un nuovo disco – Deep Calleth Upon Deep. Il Cd era stato anticipato da due singoli, la title-track e To Your Breathern To The Dark. Al tempo, penso fosse agosto, il giudizio unanime (ma i ricordi sbiadiscono con le ore) era stato di una band che, con buona pace all’anima nostra, aveva deciso di tirar fuori un disco facilotto.
Cosa che porta a chiedersi: ormai quanti sono i dischi a mezzo servizio dei Satyricon? A risalire la corrente si incontra il temibile Satyricon di quattro anni fa e il pericolante The Age Of Nero. Escludo dal computo l’autoerotismo di Live At The Opera, perché sono convinto che siano dischi fatti ad uso e consumo di chi se li registra (cosa molto black metal, sia chiaro) e utili come sprizzplakat per il mastermind di turno – in questo caso il buon Satyr. Sarà che ad un certo punto molti pensano che aggiungere un’orchestra sia il segno di maturità della band, beh, io non sono fra quelli.
Se facciamo i salmoni ancora un po’, raggiungiamo la doppietta Now, Diabolical Volcano. Questi, se paragonati ai parti successivi del duo norvegese, possono essere qualificati come ottimi dischi. Ovvio che se fai lo stronzo, torni indietro e li paragoni a qualcosa di precedente, i due cd sopracitati si prendono delle sonore legnate ma, almeno, avevano qualche traccia che un po’ di rimaneva nel cervello e c’era quel pizzico di attitudine in più.

Fosse anche attitudine a tirar su la gnocca dopo concerto. Che è occupazione buona e giusta.

Ma torniamo alla fragranza di Deep Calleth Upon Deep, che per evitare i castroni recensori che son solito fare mi son anche riascoltato più volte del dovuto nelle ultime settimane/mesi e questo giusto per cercare di capire se fossi prevenuto io (un vecchio detto polacco dice: se ti scotti con la zuppa, soffi anche sullo yoghurt. Forse non era polacco, ma suona decisamente ex-comunista) o se fosse proprio una questione di band che da una decina di anni a questa parte è baluardo di un sound oltremodo inconsistente.
Pensate ad una cosa: To Your Brethern In The Dark, che è una delle tracce migliori del lotto, ne esce fuori come una canzone sì, buona ma…sai, sembra che i Satyricon si siano divertiti a farsi la cover-band di sé stessi. E su questo concetto si fonda tutto il giudizio di DCUP e questo spunto ti fa pensare. The Ghost Of Rome Dissonant sono di una pochezza assoluta, mentre Black Wings And Whitering Gloom, 7 minuti non ispiratissimi ma almeno black metal, risalta stretta fra la precedente Dissonant e il dubbiosissimo finale Burial Rite. E, come per la discografia, ecco che mi tocca fare il cazzo di saltatore all’indietro e si vede che è proprio nelle prime 3 canzoni che il duo norvegese ci dà il meglio.
Le vicende personali, gli antani, qualche scappellamento a destra e il convincersi a vicenda – spesso ripetendo ad nauseam il concetto che i Satyricon son sempre i Satyricon, cosa che approvo visto che anche stocazzo è sempre stocazzo, quindi non si va troppo distanti dal vero e dal giusto – possono forzare il giudizio finale sovra-interpretando un disco che, depurato da molti degli aspetti romantici/affettivi logici dell’amante del metal, è forse l’esempio limpido di quel (poco) che attualmente hanno da dire i Satyricon in termini di black(-‘n roll-)metal.
Vediamo se con il prossimo, che uscirà chissà quando tendendo conto delle condizioni di salute di Satyr, continueranno a scavarsi la fossa e mi faranno recensire con le gengive sanguinanti o, sbagliando nel tentativo di innovare, registreranno un disco con il Demonio nel cuore.
Almeno in subaffitto.
[Zeus]

 

Back to the roots: i Moonspell e il nuovo disco in studio (1755)

Per una volta, arriviamo più o meno in tempo con le recensioni. Siamo due mesi in ritardo e tantissimi siti “stocazzo” hanno già detto il loro “stocazzo” di parere, quindi non c’è niente da fare, mi tocca dire cose già dette.
I Moonspell sono uno di quei gruppi che mi acchiappano e mi annoiano a giro di giostra, non so spiegarmi il perché. Passo periodi ad ascoltare Wolfheart o Irreligious e poi mi ritrovo per mesi a sfanculare il gruppo portoghese come fosse una tizia impestata che non vorresti toccare neanche con quello del tuo amico.
Quindi la prospettiva di recensire 1755 assomiglia ad una partita a Prato Fiorito di Windows: se Fernando&Co. arrivano nel momento giusto, sono propenso a recensioni gradevoli, se no mazzuolo.
Fatta questa premessa, gestisco la recensione in maniera easy così da rendervela leggera anche voi che state ancora digerendo il cotechino di capodanno.
Ecco alcuni chiave:
a) i Moonspell incidono un concept album sul terremoto più cruento, e significativo, della storia portoghese; terremoto che spinge il passaggio dalla visione “religiosa” a quella “laica” dello Stato;
b) Fernando Ribeiro canta sempre in portoghese, aumentando l’effetto Chilometro Zero (e bio, ci sta) del prodotto che si sta ascoltando;
c) calca la mano sul fattore death metal sinfonico, privilegiando la parte sinfonica – elemento, quello dei cori e delle orchestrazioni, che saltano fuori ogni tot come brufoli sulla faccia degli adolescenti;
e) Em Nome Do Medo non era già apparsa su Alpha Noir o mi sono fumato qualcosa di strano?

I primi due punti sono intriganti, la commistione fra “concept storico” e fedeltà alla linea (cit.) è un forte traino emotivo del disco. Le canzoni ci sono, anche se non riesco a valutarne la profondità e quindi la sopravvivenza alle sabbie del tempo. Il terzo punto, quello relativo alle orchestrazioni, è molto soggettivo. I patiti del sinfonico e dei chorus accentuati, allora avranno di che godere; tutti gli altri dopo un po’ si stuferanno delle eccessive parti orchestrali e vorrebbero un disco meno gotico e più diretto, sul punto e, se vogliamo, meno leggero.
Ma è proprio questo reinventarsi ad essere il punto di forza di una band che ha passato molte stagioni musicali e, ritornando all’ovile con un sound influenzato dal Mediterraneo e dal Sud, riporta indietro le lancette dell’orologio ad un momento in cui il suo sound era la meridiana per molte band.
Le prime due canzoni del disco sono, fra l’altro, le meno azzeccate di 1755. Superato questo “scoglio”, ci troviamo davanti ad un CD che ha molti punti attrattivi e si fa ascoltare con piacere. Mi sono perso la produzione centrale dei Moonspell, troppo persi dietro ad un reprise di un sound estremo che non gli è proprio al 100%. Li riprendo in mano, e nelle cuffie, con questo disco e rimango soddisfatto. Non sento Irreligious o i dischi dell’età dell’innocenza, ma una band che ha la bussola funzionante e sa dove andare.
[Zeus]