Social Distortion – Live At The Roxy (1998)

In un anno in cui sono usciti una schiera di dischi dal vivo, anche i veterani del hardcore punk melodico Social Distortion se ne escono con un live: Live at the Roxy. Il disco copre tutto il periodo e le anime della band, quindi dagli esordi di Mommy’s Little Monster fino all’ultimo disco White Light, White Heat, White Trash. Oltre ad essere una fotografia della band dopo 15 anni di attività (Mommy’s Little Monster è datato 1983!), è anche un testamento della formazione con Dennis Danell. Il chitarrista, infatti, morirà nel 2000 a causa di un aneurisma, lasciando un profondo vuoto nella formazione (sentitevi alcuni testi del successivo Sex, Love and Rock’n’Roll). 
Cosa si può dire dei Social Distortion che non sia già stato detto da mille altre persone prima di me? Non saprei proprio. Quello che posso dire, però, è quello che questa band significa per me. Non posso certo affermare di seguirli dagli albori, anzi, sono arrivato a loro molto tardi (direi intorno al 2005/2006, quindi dopo la pubblicazione di Sex, Love and Rock’n’Roll). All’inizio, prima di sentirli, ero scettico, il punk non mi ha mai entusiasmato più di tanto. Non è mai stato il mio genere di musica. Il fatto è che Mike Ness&Co. non sono una band hardcore punk melodica standard. Le influenze di generi come il rock’n’roll, il country e il blues sono elementi che scuotono le fondamenta del genere e lo ibridano in qualcosa di orecchiabile, elegante, potente e che non mi stufa mai. Parte di questo fascino, credo, sta nell’abilità di Ness di unire la capacità di creare singalong catchy, melodie facilmente assimilabili e scintillanti quanto basta ad un pessimismo di fondo, ad una disperazione/un senso di sconfitta che, noi metallari, spesso respiriamo. Non sto generalizzando, ma è quella sensazione di ho combattuto contro il mondo e ho perso che ti prende, che ti fa esclamare “sono melodie orecchiabili, ma cazzo se Ness ha capito cose che sto metabolizzando”. 
Se vogliamo fare un paragone azzardato, Mike Ness ha quella visione del mondo che aveva Johnny Cash e, nel presente, potrei dire Mark Lanegan: una sensazione di rabbiosa impotenza, di sconfitta, condita da sentimenti religiosi (spesso contrastanti) e una lettura disincantata della vita che lo circonda. 
Ah, se volete una recensione di questo live siete cascati nel posto sbagliato. Invece che leggervi come suona uno o come canta Ness, perché non tirate fuori il CD o YouTube e vi ascoltate il disco e capite subito che era ora di riprendere in mano qualcosa dei Social Distortion. 
Perché, ve lo dico chiaro e tondo, anche adesso (e son passati 20 cazzo di anni), la band californiana è attuale come non mai. 
[Zeus]




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Metti su American Psycho dei The Misfist e subito parte il chorus

Misfits - American Psycho cover.jpg

Forse l’ho già detto mille volte, ma non mi tiro indietro nel dirlo la mille e una. Che cazzo, non gestisco certo una webzine per limitarmi nelle mie possibilità di sparare cazzate oscene, no? Questo non è il caso, ma il disco in questione, American Psycho, cade a pennello per quello che voglio raccontare.
Nel lontano 2005 sono entrato, in punta di piedi, negli Slowtorch come… vabbeh… roadie/road manager e anche pulisci-lattrine e dopo un po’ di mesi siamo partiti per alcuni tour in Italia e in Europa. A parte il furgone che tendeva a spegnersi e lasciarci a piedi ogni 3×2, a parte la pericolosissima aerofagia del “primo” bassista e le lunghe ore di paesaggio sempre uguale fornito gentilmente dalla Foresta Nera teteska, una cosa era ricorrente: la soundtrack. Uno dei CD era il sempreverde Brenze al vento, una compilation di mia invenzione con dentro una serie di canzoni senza il minimo senso logico così, mentre stai prendendo il ritmo con qualche pezzo thrash o death, ecco che ti si blocca l’headbanging con la ballatona strappamutande o altro pezzo che, con il gruppo precedente, non ha proprio nulla da spartire.
La seconda costante era la canzone Dig Up Her Bones, proprio da questo American Psycho. Dig Up Her Bones era la canzone da viaggio, una sorta di amuleto prima di arrivare sul luogo dove si sarebbe tenuto (dita incrociate sempre) il concerto. Negli anni precedenti, quando un locale in pieno centro della mia città proponeva diversi concerti nel weekend, la maglietta dei Misfist era gettonata quasi quanto la canzone Bro Hymn dei Pennywise, quindi posso assicurarvi che vedere ragazzi o ragazze con il faccione bianco sulla maglietta non era proprio raro. Insieme alle magliette, ovvio, spuntavano come funghi, i gruppetti punk che prendevano l’ex band di Danzig come riferimento e quindi ecco che partiva il punkettone melodico della band americana e, con i suoni da cesso dell’autogrill, gli errori dati dall’inesperienza, le birre bevute e l’adrenalina, quello che tutti si ricordano sono gli Ohhhh Oh Ohhhhhhh, quindi i mille chorus che infestavano le feste. American Psycho era il prodotto più fruibile al tempo, soprattutto perché uscito da pochissimo e non lontano una decina di anni dal precedente. Non c’era Glenn Danzig, ma Micheal Graves se la cava più che bene nel creare linee melodiche che ti si appiccicano nel cervello e le tematiche, pur vecchiotte di molti anni, continuano a non essere fuori luogo, fuori tempo o fuori gioco. L’horror rock/punk dei Misfits, nel 1997, era vitale e il pogo, quello da festa in una stanza di 10m. quadri era un fatto dovuto, logico se vogliamo. Per molti ragazzi di 16/17 anni, American Psycho è stata l’introduzione al punk dei Jerry Only&Co. I ragazzi più vecchi potevano contare sulle registrazioni del periodo di Glenn Danzig (o in originale, o tramite le cover fatte dai Metallica), ma i giovani approcciavano la materia con quelle e con canzoni come Dig Up Her Bones, melodiche, potenti, divertenti e nel pieno stile Misfits.
Da qualche parte si doveva pur partire, perché non farlo con una buona versione dei Misfits?
[Zeus]

Finché non arriva quello nuovo, ci godiamo Ænima dei Tool (1996)

Cover art for Ænima, featuring artist Cam de Leon's painting "Smoke Box", with animated smoke and encompassing eyes

Questo disco, sono quasi certo, mi è stato dato ben 10 anni dopo la sua uscita dal buon Bruno Slowtorch. Prima, e cioè nel 1996, il concetto di progressive mi era quantomai astruso e, quando concepibile, indigesto. Non sono mai riuscito a digerire mappazzoni enormi, non chiedetemi perché. Ok, i Pink Floyd li ascolt(av)o e anche loro hanno composizioni articolate… ma il concetto di progressive, o progressive metal, mi era lontano dalla mia idea di metal/rock = musica che arriva al concetto nell’arco di 5 minuti.
Sono cambiato nel tempo, quindi nel 2005 o giù di li, mi sono sentito Ænima dei Tool a casa di Bruno – con buona probabilità era stato un viaggio infernale dato da un furgone bianco tossicchiante e con una capacità di lasciarti per strada più alta del normale.
Potrebbe essere stata anche una serata in cui l’obiettivo principale era quello di procedere spediti e puntuali con il progetto Slowtorch. Perché quello era il periodo e creare quante più cose possibili per la band era un dettame quasi rigoroso. Quindi ecco le serate a creare grafiche, cercare date, ascoltare musica (i Tool c’erano, anche se erano una goccia nell’acqua fra Clutch, Black Label Society, Corrosion of Conformity, Down etc).
Questo è quello che mi viene in mente ascoltando Ænima: serate passate a lavorare sulla musica, a bere cocktail fatti in casa, a progettare il futuro degli Slowtorch – futuro che, ironia della sorta, per un periodo consistente non mi ha neanche visto partecipe.
I Tool me li sono portati dietro però, ascoltandoli e cadendo sotto il maleficio di canzoni come Stinkfist o H., brani che tutt’oggi, ad oltre vent’anni di distanza dalla loro uscita e dieci dalla mia scoperta, mi esaltano. Ci sono le tracce che ti entrano dopo un po’, come Hooker With A Penis, o le lunghe ed affascinanti Pushit e Eulogy. Senza contare, ovvio, l’enorme Third Eye che, con i suoi oltre 13 minuti di durata, mette a dura prova tutti i miei crismi da rocker da 5 minuti.
Se trovo Die Eier Von Satan divertente, gli strumentali brevissimi sono pure troppi e, pur integrati nel contesto del disco, non riesco mai a concepirli nell’intero del CD e li trovo un po’ pesanti (ma questo succede anche su Lateralus).
Ad un primo ascolto, Ænima sembra molto fruibile (sensazione che si fa largo grazie alle ottime tracce iniziali), ma poi incomincia a prenderti la voglia di approfondirlo, di studiarlo un po’ meglio e così diventa meno agile rispetto a Lateralus. La critica, quella seria, afferma che è Ænima ad essere meglio, ma io me ne fotto e dico che è proprio il disco del 2001 a vincere il confronto – anche se, cazzo, quella Stinkfist è un gioiello sia per quanto riguarda il comparto musicale, sia per la genialata del testo – uno di quelli che avrei desiderato scrivere io.
Io ve lo dico e, se mi credete un po’, cercate di seguire il mio consiglio. Per festeggiare l’ascolto di questo CD, che ha compiuto 22 anni e quindi anche in America può bere (per comprarsi una semi-automatica bastano 12 anni), seguite la ricetta qua sotto e poi buttate su il disco dei Tool. Il drink non è niente di particolare, ma serve per ricreare l’ascolto. Il mio ascolto, per la precisione.

Havana Cola con rinforzo:
– prendere un bicchiere grande, veramente grande.
– versare una generosa porzione di Havana 7 (circa 3/5 del bicchiere)
– versare uno spruzzo di Coca Cola fresca (1/5 del bicchiere).
– fottersene di limone/lime e/o ghiaccio
– rinforzare la dose di Havana 7 con ulteriore Havana 7 (1/5 del bicchiere)
– mescolare
– bere
– riprendere da capo.

Buttate su Ænima e sentitelo con l’animo nuovo, perché sono passati anni dalla sua uscita e, ancora oggi, riesce a regalarti delle sorprese. Un po’ perché a volte l’hai ascoltato distrattamente, un po’ perché non ti eri accorto di alcune cose e, last but not least, perché con il tempo i gusti cambiano e quello che prima era indigesto (vedasi la mia avversione totale per il progressive), ad un certo punto ti garba – ma solo per certi, selezionati, gruppi.

[Zeus]

Eliminare l’imbarazzo del mullet con i Rammstein: Herzeleid (1995)

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Non è la prima volta che parlo dei Rammstein su questo blog, l’ultima occasione era per festeggiare il ventennale di Sehnsucht. Visto che non sono certo del 2025, potrebbe essere un’abile mossa di marketing delle corporazioni mondiali per farci credere ad un futuro, mi getto a parlare (a vanvera) di questo disco, il primo dei Rammstein.
Se ci penso adesso, a distanza di così tanto tempo, mi accorgo che nella mia formazione si sono scontrate due visioni del mondo tedesco: quella reale di tutti i giorni e quella artefatta dalla visione di film, pellicole e VHS compromettenti.
La prima mi dipingeva un mondo in cui mi sono sempre trovato, fra alti e bassi fisiologici, bene; la seconda, invece, descriveva una realtà parallela in cui l’alta presenza di baffi (caratteristica tipo del tedesco medio degli anni 80) e di mullet orribili mi causava degli orribili sensi di colpa. Lo scontro fra queste due idee di mondo tetesko sono state sublimate in modo molto netto con l’arrivo dei Rammstein (e altre considerazioni, logico, ma visto che siamo un blog di musica e non la Posta del Cuore, direi che parlo di musica e non dei cazzi e mazzi della mia Provincia).
Sia chiaro, non erano il primo gruppo todesco (scritto così) a far breccia nel mercato, i grandi del thrash teutonico e il power metal avevano già ampiamente spianato la strada e reso colline le panze; ma i Rammstein hanno mischiato l’industrial e quella componente da il più brutto club di Berlino finendo per tirar fuori il cilindro dal coniglio con il termine tanzmetal.
E vi posso assicurare che è un assunto provato e testato dall’Univerità di Stoccolma, quando mischi un genere (a caso) alla dance/techno, il mondo teutonico si esalta a livelli che neanche… vabbeh, non riesco a trovare paragoni calzanti.
Herzeleid è marziale, procede diretto come un tank e ha il beat, necessario come l’ossigeno per un gruppo come il loro. Poche melodie, ma buone. Nessun imbarazzante mullet sulla copertina e neanche altre riprovevoli trovate del mondo dello stinco e della birra. Lindemann, al tempo, scriveva meglio di quanto cantava – cosa che si capisce in circa 2 secondi netti, visto che declama e parla più di cantare nel vero senso della parola.
All’inizio, Herzeleid non mi piaceva troppo e lo relegavo in seconda schiera insieme a Rosenrot, poi ho incominciato a capirlo. Ascoltarlo veramente e capirlo.
Ho compreso che lo scarno era buono, il tunz-unz che faceva “ciao ciao” da dietro i riff quadrati e la batteria marziale era interessante e così ho abbracciato in maniera netta la mia componente teutonica acquisita per osmosi. Era il 1997 ed era appena uscito Sehnsucht e io, giovane altoatesino in terra altoatesina, avevo incontrato la band che mi aveva fatto ritrovare la fede nel Sacro Romano Impero e nella Germania in generale. C’era anche Falco, ma questa è una questione di trashosità insita negli ascolti quotidiani dell’epoca.

Ps: vaffanculo, Der Kommissar mi fa sbellicare e, ancora oggi, quando parte non cambio mai, e dico mai, canale.

AC/DC – Ballbreaker (1995)

Sarò onesto con voi, gli AC/DC non sono stati il motore per la mia conversione al metallo. Ve lo dico conscio del fatto che la band dei fratelli Young è quanto di più semplice (nel senso ampio del termine: quindi accessibile) da sentire ed è una delle porte in cui un adolescente può entrare nel fantastico mondo del metallo pesante.

Ve lo dico io che, da figlio unico, non ho mai avuto nessuno che mi desse i propri dischi metal o hard rock da ascoltare. Tutto quello che girava, era quello che mi toccava scoprire con fatica e, vista la qualità delle cose reperibili in epoca pre-internet, molte delusioni uditive. Se poi teniamo conto che nessuno delle persone che conosc(ev)o ascoltava hard rock o metal, il gioco si faceva più difficile.
La mia porta verso gli inferi è stata grazie ai Black Sabbath e, di questo, non posso che ringraziare il Grande Capro un giorno sì e l’altro anche. E sì che io ci avevo tentato a chiedere un disco metal nella gioventù, nell’occasione era Somewhere In Time dei Maiden – che fra l’altro ha recensito il buon Skan un po’ di tempo fa-, e mi è arrivata fra capo e collo una cassetta completamente diversa: una dei Nomadi.
Mannaggia ai Nomadi e a Io Vagabondo. Non è vero, da quel punto mi sono anche appassionato ai cantautori italiani, finendo poi per limitarmi al Faber e a Guccini. Capra ero e capra sono rimasto.

Torniamo a noi e agli Ac/Dc. Detto che non mi hanno introdotto al metal, che ruolo hanno avuto e, di più, che ruolo ha avuto Ballbreaker? Ve lo dico subito e ve lo dico chiaramente: mentre tutti andavano sciacquandosi la bocca con dischi inutili sentiti per la radio, Ballbreaker è diretto, groovy (ditelo come fa Austin Powers, please) e ti fa scattare la air guitar senza neanche pensarci. Con Ballbreaker i fratelli Young giocano semplice e sparano fuori quello che hanno fatto da sempre con l’audacia e la competenza di oltre vent’anni di mestiere. Perché Ballbreaker presentava, all’epoca, il ventennale per la band australiana e loro si saranno detti “spariamo fuori le cartucce migliori, senza complicare la faccenda”.
Vi dico una cosa, hanno fatto dannatamente bene. Perché dopo questo disco, signore e signori, il sound non ha più raggiunto quel supremo mix di rock che fa di Ballbreaker quello che è. Dopo i dischi sono di mestiere e con poche vette, mentre il disco del 1995 ha, contando bene, una cosa come 11 potenziali singoli.
Undici. Potenziali. Singoli. 
Dove cazzo trovate un disco con così tante canzoni che ti rimangono addosso? Forse forse si ritorna indietro a Back In Black del 1980. Epoche preistoriche per certe generazioni.

Come detto, non posso certo ringraziare Malcom e Angus Young di avermi introdotto al metal o aver aperto il pentolone infernale, ma posso di certo ringraziare il fratelli australiani per avermi dato anni e anni di musica che, ancora oggi, mi fa venire voglia di alzarmi dalla sedia e fare un po’ di sana air-guitar.
Se non mi credete su Ballbreaker, non posso certo biasimarvi, ma posso darvi degli stronzi, no?
[Zeus]

 

Invecchiare bene: In Flames – Whoracle

Se pensi a com’erano e come son diventati, ti vien voglia di prendere lo stereo e sbatterelo per terra, ripetutamente. O andare in Svezia, cercare i restanti In Flames (che stanno diventando una specie protetta, fra un pochino usciranno dischi di Fridén&Friends o, che ne so, un titolo a caso con sotto scritto: feat. In Flames – cosa già successa con i Black Sabbath, quindi al peggio non c’è mai fine) e cercare di rinsavirli con il vecchio metodo di Bud Spencer: sberloni due a due finché non diventano dispari.
Questo è il degrado in cui è finito uno dei gruppi fondatori della versione melodica del death metal svedese.
Perchè al tempo gli In Flames erano una realtà da tenere conto: se con Lunar Strain e The Jester Race il quintetto svedese aveva gettato le fondamenta di un suono che attingeva a piene mani dalla NWOBHM dei Maiden mischiandola con il death metal svedese e il folk nordico (e mai si potrebbe ringraziare di più il buon Jesper Strömblad pre-sbronza perenne), in Whoracle lo definiscono, lo levigano ancora di più e sparano fuori dei riff e delle partiture di chitarra da air-metal costante. Whoracle è l’album finale degli In Flames, quello che suggella la carriera e li trascina in alto nel pantheon dei gruppi che sanno di metal, dopo questo disco, la discesa è stata lenta ma inevitabile (a mio parere incomincia già con Colony, disco che ascolto veramente poco).
Whoracle vive di tutto quello che ci si aspetta da un disco dei ragazzi svedesi: le chitarre ci sono e si rincorrono, armonizzandosi e scambiandosi cortesie e gagliardetti, per tutto il corso del disco; la voce c’è ed è ancora quella di Fridén senza la doppiatura in clean che è diventata la sua moda per “smorzare” la delusione dello sfiato da termosifone che ha al posto della voce da anni a questa parte; le melodie sono stupende e lo strumentale (Dialogue With The Stars) è uno degli highlights, insieme a The Hive Jester Script Transfigurated del full lenght.
C’è forse un momento deboluccio, Morphing Into Primal, ma gli si perdona l’essere sostanzialmente normale rispetto agli altri pezzi dell’LP.

A guardare indietro, e son passati 20 anni, ti ricordi che questi erano gli In Flames cristallizzati nella loro forma definitiva; poi possiamo metterci a discutere se preferire Lunar Strain, The Jester Race o questo Whoracle, sia chiaro, ma con Whoracle tutte le pedine del sound che volevano raggiungere ci sono ed è un disco fottutamente arrembante, con ottime melodie e chitarre in pieno spolvero.
Poi c’è stato il declino e la sensazione di amarezza nel vedere questa fotografia del passato è grande.
[Zeus]