Una collezione di cover. Mark Lanegan – I’ll Take Care Of You (1999)

Non è la prima volta che Mark Lanegan fa capolino su queste pagine, ci siamo già passati con l’album precedente. Non ci posso far niente, ma nel reparto grunger-divenuti-adulti e adesso compositori, Lanegan è probabilmente il mio preferito.
Questo lo dico con certezza fino al 2012, poi gli album successivi non li ho seguiti granché perché non sono il mio pane. Sembrano essersi spostati su coordinate a me estranee, totalmente slegati dal mio concetto di rock/rock-blues o, più semplicemente, dalla visione che ho di Mark Lanegan come cantautore.
Che poi è una stronzata, sia chiaro. Sembro essere il tipico fan dei (nome band a caso), che vuole il suo gruppo suonare sempre e comunque la stessa cosa. So che sono nell’errore, ma nel mio cervello Lanegan è, e rimarrà, quello che cantava disperato su Whishey For The Holy Ghost. Ammetto anche che questo, più di The Winding Sheet, è l’LP che mi ha fatto conoscere il cantante americano – le sue opere con gli Screaming Trees erano già nel mio repertorio grunge.
I’ll Take Care of You rientra perfettamente nel filone iniziale del Lanegan cantautore. Non si discosta come ambientazione, come oscurità nella musica e, in generale, come impostazione del disco. Oserei dire che è il penultimo disco ad essere pregno dello spirito blues/soul, prima di svoltare su altre sonorità con Field Songs e poi cambiare pelle da Bubblegum (2004) in avanti.
Nel 1999, però, Lanegan rende omaggio ai grandi del passato, figure carismatiche e/o drammatiche del cantautorato, del blues, del soul o anche dell’indie e li reinterpreta con il suo inconfondibile timbro vocale. Non fraintendetemi, non tutto il disco mi piace alla follia. Certe canzoni non mi prendono molto, ma la tripletta iniziale con Carry Home – I’ll Take Care of you – Shiloh Town (una fra le mie preferite insieme a Shanty Man’s Life) è realmente molto forte, sia dal punto di vista interpretativo, sia da quello dell’appeal. Queste canzoni ti restano dentro subito. Poi incomincia il punto centrale del disco dove Lanegan ha rinchiuso molti cantanti blues e qualche chicca indie (Creeping Coastline of Lights) e c’è bisogno di molta più concentrazione per riuscire a recepirle. Come potete capire, rispetto all’inizio del disco si può vedere una leggerissima flessione.
Il finale di I’ll Take Care of You è però in salita, con buone canzoni (la già citata Shanty Man’s Life è alla posizione numero 10) e un finale che non mi ha mai entusiasmato (la cover di Boogie, Boogie di Tim Rose).
Questa è la prima volta che Lanegan si cimenta in un disco interamente di cover (poi riproporrà la cosa più avanti nel tempo) e il risultato è affascinante visto si scopre un po’ del passato musicale del singer americano, ma non perfetto. Anche se sono presenti tracce più deboli (su Field Songs ce ne sono, non mento), è nella produzione di canzoni proprie dove Lanegan riesce a scavare un solco profondo, equilibrando agli elementi rock/blues, una spiccata sensibilità soul e tematiche autobiografiche o liricamente influenzate da elementi di stampo biblico.
[Zeus]

L’autorevole opinione di Lenny Verga su S&M

Se vi foste persi la precedente recensione, potete recuperarla cliccando su questo link.

A differenza della maggior parte dei metalheads, a me il connubio tra metallo e orchestra, in alcuni casi, è piaciuto molto e mi ha regalato grandi emozioni. Con questa premessa vent’anni fa mi addentrai in un negozio di dischi e comprai S&M. 
Quanto cazzo spesi male quei soldi? Che non furono nemmeno pochi, accidenti. Mi ricordo anche dove andai a comprarlo: in un negozio a Venezia. A Venezia! Dove tutto costa di più e, ovviamente, anche i CD. Ma io dovevo averlo, perché, siccome mi ero rifiutato di comprare Re-Load, pensai che almeno quello potevo comprarlo.
Ma come reagii al primo ascolto di questo live? Dal momento che mi piace
ascoltare colonne sonore e che ad occuparsi delle composizioni orchestrali c’era Michael Kamen, la curiosità era tanta. Potete immaginare l’esaltazione quando sentii The Ecstasy of Gold di Ennio Morricone usata come intro, da fan sfegatato quale sono dei film di Sergio Leone e Clint Eastwood. La band attacca con uno dei miei pezzi preferiti, The Call of Ktulu, nove minuti di strumentale dove, almeno secondo me, l’orchestra esegue un gran bel lavoro di accompagnamento, intervenendo nei punti giusti, sottolinenando le linee melodiche e senza invadere eccessivamente il brano dove c’è bisogno di tirare e spaccare. Ma la magia finisce qui, dopo due brani. E uno non è nemmeno dei Metallica. Non lo suonano nemmeno. Fanculo.
Perché già con la seconda canzone mi rendo conto che c’è qualcosa che non va. 
Master of Puppets suona confusionaria, l’orchestra e la band sembrano andare ognuna per conto proprio, suonando partiture che paiono non avere niente a che fare l’una con l’altra. Sembra quasi di ascoltare due CD diversi che suonano contemporaneamente. Da qui in poi il live mantiene questa impressione per l’intera durata: venti brani, due ore. Gli interventi dell’orchestra sono eccessivi, spesso poco chiari e riempiono spazi che non avevano bisogno di essere riempiti, tarpano le ali a tutti i pezzi che risultano tronfi e confusi. Ma soprattutto massacrano le palle all’ascoltatore. Immagino l’imbarazzo di chi si è trovato ad assistere dal vivo a tale scempio, ed a proposito di questo, non riesco a capire a chi di preciso fosse rivolto questo “prodotto”. Ai fan dei Metallica in generale? Ai neo fan che hanno iniziato ad ascoltarli da Re-Load in poi? Ai signorotti che non si perdono un concerto della San Francisco Symphony Orchestra?
Perché immagino ci saranno stati anche alcuni di loro a questo avvenimento mondano. Proprio qui ci si scontra con uno dei problemi più grossi: la mancanza di una direzione, di uno scopo ben preciso che non fosse solo quello dell’incasso. 
Mi chiedo se qualcuno degli addetti ai lavori si sia mai fermato ad ascoltare cosa stava uscendo da questo esperimento già in fase di scrittura o durante le prove, o se tutti avranno pensato che i nomi coinvolti erano sufficienti per garantirsi gli incassi, non importa il risultato. Perché i soldi li hanno fatti, l’album entrò anche in Italia nella classifica dei più venduti, se non ricordo male, e mentre la moda dei Metallica imperversava per l’intero globo, noi metalhead ci trovammo con il portafogli alleggerito, una gran sensazione di essere stati presi per il culo e con due sottobicchieri parecchio costosi. Penso di aver ascoltato questo CD solo un paio di volte nei primi giorni dopo l’acquisto e poi mai più, a parte qualche ascolto di The Call of Ktulu che mi piaceva e mi piace ancora oggi in questa veste alternativa,
una piccola eccezione in un mare di schifo.

[Lenny Verga]

Foo Fighters – There Is Nothing Left To Lose (1999)

C’è una costante nei dischi dei Foo Fighters: non saranno mai nella mia top ma non sono mai merda completa. Restano in quel limbo delle canzoni radiofoniche che tutti gli ascoltatori generalisti imparano ad apprezzare, quelli che, quando fai una domanda sul rock, ti rispondono tronfi con “Ligabue” o “Coldplay”… e tu lacrimi sangue.
Nel caso di There Is Nothing Left To Lose, la popolarità insperata viene supportata anche dal video di Learn To Fly, in cui Dave Grohl manifesta il suo essere “faccia di culo” (detto in senso buono, stavolta) e produce qualcosa di divertente al pari di una canzone che non saprei definire meglio di frizzante.
Il cambio di rotta rispetto ai precedenti due dischi in studio è netto: se il primo LP era ruvido, melodico ma aveva un mix di urgenza e attitudine naive che lo faceva sembrare molto “onesto” e il secondo incominciava il processo di Foo Fighter-izzazione, questo terzo disco in studio preme il piede sul pedale “melodico”. Questo è il CD della svolta, quello dove Dave Grohl capisce la capacità commerciale di questa creatura e ci sguazza dentro, senza più doversi giustificare per il passato grunge nei Nirvana o per chissà cosa; nel 1999 può finalmente dare libero sfogo al suo essere un rocker mainstream e sbattersene allegramente il cazzo di tutto.
Che il cambio sia intervenuto perché There Is Nothing Left To Lose è stato registrato come trio (Grohl, Mendel e il neo-entrato batterista Taylor Hawkins, figura decisamente importante come contraltare a Dave Grohl) o perchè non ha più in corpo Franz Stahl (chitarrista degli Scream), questo non so dirlo. Sta di fatto che dopo There Is Nothing Left To Loose, Dave Grohl rientra nel circuito che conta, quello delle collaborazioni e delle comparsate (quindi eccolo nei QOTSA, Tony Iommi, Probot, Nine Inch Nails, Tenacious D…) fomentando l’attenzione sul singer americano e rilanciando, con il botto, la sua carriera da frontman.
Questo è di certo uno dei grandi vantaggi del disco del 1999: There Is Nothing Left To Lose ha riportato Dave Grohl sulla mappa degli artisti che vendono perché, con un sound AOR, è riuscito a raggruppare in un solo spettro sonoro chi da lui chiedeva qualcosina di più ritmato (Stacked Actors, Breakout o Gimme Stitches), chi voleva la canzone da ricordarsi (ad esempio Learn to Fly) ma, innanzitutto, chi voleva la melodia spinta (Aurora), zuccherina (Next Year) e ben memorizzabile dopo uno/due ascolti.
Il problema è che, pur volendogli bene, i dischi dei Foo Fighters non te li ricordi. Dopo i primi 4 ascolti hai scoperto tutto quello che nascondono e questo ne limita molto la vita nell’Hi-Fi.
Hanno potenziale immediato innegabile (ripeto, Learn To Fly mi piace ancora), ma non hanno abbastanza profondità da farteli rimanere nel cuore a lungo. Almeno a me che, come mi è stato riferito, sono diventato un “uomo di bassa lega morale”.
[Zeus]

 

R.U.S.T.X – Center of the Universe (2019)

Certe immagini, per quanto ormai diventate cliché, possono dare immediatamente un’idea chiara di ciò che si vuole esprimere. Un’auto decappottabile lanciata a tutta velocità su una lunga strada che si perde oltre l’orizzonte e che attraversa lande arse dal sole. Quale potrebbe essere la musica sputata fuori dall’autoradio? Le risposte possono essere tante, e il nuovo disco dei R.U.S.T.X potrebbe fare al caso vostro.

Terzo album dei tre fratelli, più una sorella, Xanthou, questo Center of the Universe è un concentrato di pura energia. Il genere proposto prende spunto dalla musica anni ’70 e ’80, con chitarre rocciose e tappeti di tastiere, in cui abbondano le incursioni nel classico heavy metal e nell’hard rock più sfrenato. Non mancano lunghi soli di chitarra ed una certa dose di melodia, soprattutto nelle linee vocali e nei cori in cui spesso si armonizzano le ugole di tutti i componenti.

L’album parte con tre pezzi veloci e ritmati sparati uno in fila all’altro, Defendre Le Rock, Running Man e Black Heart, giusto per non far calare l’attenzione e per dimostrare quanto la band sappia viaggiare. Si passa poi a pezzi un po’ più lenti ed introspettivi, ed è forse qui che l’album inizia ad avere qualche calo. Se la quarta traccia, I Stand to Live riesce comunque ad essere interessante, la successiva Endless Skies stucca e stufa un po’, nonostante la bella performance della singer.

La title track che apre la seconda metà dell’album riporta alla mente le suite dei Savatage, con le sue stratificazioni vocali, le orchestrazioni, gli stacchi di pianoforte, i cambi di umore e i nove minuti abbondanti di durata. Per chi, come me, apprezza la band di riferimento, uno dei momenti più intensi del disco. Da qui in poi l’album si avvia verso la conclusione senza particolari guizzi, con pezzi che, per quanto ben eseguiti, non hanno l’impatto dei brani in apertura.
Diciamo che la band ha dato il suo meglio nella prima parte del CD.

Chiude l’ascolto una buona cover di Band on the Run di Sir Paul McCartney che, sinceramente, ho trovato un po’ troppo slegata dal resto, oserei dire fuori contesto.

Niente di nuovo sotto il sole, per rimanere in tema, anche perché il revival di certe sonorità orientate ai seventies non è certo cosa degli ultimi giorni, ma io mi sono divertito davvero ad ascoltare questo CD. Dieci tracce energiche, ben suonate e nelle quali tutti e quattro i componenti passano dietro al microfono, chi più chi meno, conferendo una certa varietà al lavoro nel suo complesso. Una band sicuramente interessante e capace, consapevole del proprio potenziale. Se non siete di quelli che si soddisfano solo con il metal estremo, un’ascoltata gliela darei.
L’album è in uscita il 15 di novembre tramite Pitch Black Records e Metalmessage.
[Lenny Verga]

Cose inutili. Creed – Human Clay (1999)

Se voleste una prova, un’ulteriore prova, del momento difficile che stava passando il metal nel 1999, vi basti sapere ai CREED è stato concesso di far uscire un secondo album e ai BUSH (la band, non i Presidenti) è stata data l’autorizzazione di uscire con il terzo LP.
Visto che non ho voglia di parlare dei BUSH, parlo dei CREED e non nella maniera buona che farei se stessi recensendo i nuovi film della saga di Rocky.
Alla fine degli anni ’90, un po’ per distanziarsi, un po’ per appropriarsi di un periodo che puzzava come il residuo macilento che si è lasciata alle spalle la risacca, c’è stato un aumento esponenziale del termine nu. C’era la necessità di arrivare a prendere un nuovo tipo di ascoltatore, quello che il periodo d’oro non l’ha sfiorato e si è trovato catapultato nel letame della fine ’90. Quindi ecco furoreggiare tutte le nu-band e, visto che non bastavano, anche le post-band… Ad esempio, mi verrebbe da dire, quelle uscite sotto il moniker di post-grunge: gruppi che si nutrivano ancora dei riflessi della popolarità della musica di Seattle e sguazzavano nella fama data dalle cervella di Cobain.
Il post-grunge serviva eccome alle case discografiche. Se strizzi bene qualcosa, dopo aver tirato fuori tutto il meglio, forse ancora qualche filamento merdoso te lo riesci ancora ad accalappiare.
I Creed escono con il primo disco fuori tempo massimo (1997) e cioè quando le case discografiche stanno già straziando le carni del cadavere del grunge e poi, con il secondo disco, fanno direttamente il botto.
Lo si può capire, credetemi, visto che hanno potenza, ritmiche semplici e accattivanti (Inside Us All), notevole capacità di creare hook melodici e un singer che tenta di essere un Eddie Vedder sotto steroidi. 
Il problema dei Creed, e di tutti quelli che sono usciti sotto l’infamante nomignolo di post-grunge, è che sono buoni per la radio e per il supermercato. Non hanno la profondità emozionale dei Pearl Jam (ci tentano con Never Die, che sembra una scopiazzatura della band di Vedder&Co.) e neanche la potenza che mischia Zeppelin + Sabbath dei Soundgarden (Stapp tenta di fare il verso anche a Cornell in Wash Away Those Years quando alza il tiro). Ci mettono i muscoli, ma non intaccano mai sotto la superficie. La ballatona strappa-mutande (With Arms Wide Open) non è altro che un numero sui generis e continuano a produrre musica sterile (Higher è inutile) e lo faranno ancora per 10 anni, visto che nel 2009 esce l’ultimo loro disco e poi si sfaldano come meringhe.
Poi, facendola brevissima, da una band così innocua (condizione che hanno in comune con i Foo Fighters), non poteva che nascerne una band come gli Alter Bridge
I Creed, con Human Clay e poi con il successivo Weathered, arraffano tutto quello che potevano e mungono la mucca fino a distruggerle le mammelle. Il vuoto musicale che trasmettono, quella sensazione da prodotto confezionato ad arte, non ti lascia un momento e sai che è destinato ad essere ficcato nelle gole degli ascoltatori inermi come neanche il peggior deepthroat. 
[Zeus]

Red Hot Chili Peppers – Californication (1999)

Californication dei Red Hot Chili Peppers, in qualche modo, alle memorie di giri verso la Germania. Come ho già detto diverse volte, molti ricordi si riconnettono alla terra tedesca, quindi non mi stupisco poi più di tanto che anche questo LP sia connesso in qualche modo alla terra del Wuerstel e della Birra.
Non è la prima volta che il gruppo californiano appare su queste pagine, anche se, ahimè, adesso me ne vergogno perchè nel 1999 suonano sempre meno funk e più una versione sgasata del sound “classico”.
Praticamente è il primo passaggio dal “calzino sull’uccello” alla mutandona…
Cosa può fare una band priva di chitarrista, insoddisfatta del suo recente passato (One Hot Minute non è mai accettato dalla band) e con una crisi di mezza età che avanza come un rinoceronte? Quello che fanno tutti, giocano sui sicuro e quindi tirano su da un canale di scolo pieno di piscio, merda e bacilli dell’ebola un Frusciante disperato, dopo essersi sputtanato tutti i soldi in coca, eroina e spero per lui anche qualche mignotta, eliminano tutto quello che di realmente figo c’era nel loro sound (il sesso, il funk, la sguaiatezza etc) e si fanno venire la Sindrome Da Cantiere e abbassano il livello watt su “pop-mellow“.
Annusata la seconda vita, non molleranno più la presa su questo tragitto da By The Way in poi. 
Se vogliamo essere sinceri, Californication non dovrebbe piacerti e lo sai. Non ha niente della scarica d’adrenalina che aveva Blood Sugar Sex Magik e non ha neanche quell’edge particolare che aveva One Hot Minute. Californication è il disco di persone che, arrivate quasi ai 40 anni d’età, decidono di “crescere” e rivolgersi al pubblico generale degli ascoltatori delle radio, dei supermercati e capaci di emozionarsi con canzoni che, un tempo, non sarebbero entrate nella tracklist finale. Quindi ecco le ovvie melodie Beatles-iane e l’incremento del mood riflessivo.
Anche le canzoni che iniziano più funky, come Get On Top, non hanno il carattere di quelle presenti su B.S.S.M – sono la versione analcolica. Non hanno i muscoli, preferiscono passare in sordina e tirar fuori melodie (Otherside e Scar Tissue), la malinconia (Californication) o canzoni come Porcelain o Road Trippin’ (con dentro addirittura un Chamberlain organ). 
Pur reso quasi innocuo, il funk di Flea si sente e, insieme alla batteria di Smith, riesce a fornire il 90% del groove del disco. Frusciante (che è un senzatetto alcolizzato) dirada i suoi interventi, diventando un clone di The Edge degli U2 (band insopportabile) e Kiedis tenta di cantare, ma non è, e non sarà mai, un cantante dotato. 
Messo a nudo il Re, diciamo anche quello che va detto: in Californication ci sono un sacco di canzoni talmente orecchiabili e catchy da essere la preda perfetta per la radio. Non serve neanche pensarci un secondo, hanno le sonorità giuste per i programmi “rock”/alternativi. Funzionano perchè, dentro, hanno un minimo di tiro che li fa restare a galla, che li tiene su un “dignitoso” mare AOR… elemento che perderanno con il disco successivo, traducendosi in pezzi lagnosi e senza sugo.
Altro “problema” è la poca uniformità nella composizione della tracklist. Californication contiene tanti singoli, quanti filler e brani sotto media; provate a valutare la scaletta da Emit Remmus in avanti e capite di cosa sto parlando. I RHCP si giocano le carte migliori all’inizio e poi buttano dentro di tutto e fanno arrivare il disco a 15 canzoni (decisamente troppe!).
Pur con tutti i dubbi sollevati e con le sopracciglia che si alzano stupite, Californication, rispetto a quanto ci faranno ingoiare dopo, è ancora un buon disco. Le melodie ci sono e hanno “nerbo”, funzionando per il grande pubblico che vogliono raggiungere.
Da qua in avanti, però, i RHCP si tramuteranno in qualcosa che non sono più riuscito a capire e che ho smesso addirittura di seguire. 
[Zeus]

From Padua to Hell: i Porcupine Tree di Stupid Dream (1999)

Come sapete benissimo, io non sono un grande fan del progressive. Non lo reggo, a meno che non incominciamo a parlare dei Rush – l’unico gruppo che avrei voluto vedere dal vivo, nonostante le lunghissime suite.
Se ve lo stavate chiedendo (!), ecco il motivo per cui non sarò certo io a recensire il nuovo dei Dream Theater et similia. Nonostante questa mia ritrosia, nel 2009 sono partito in macchina con un amico d’Università (nonché musicista, attualmente impegnato nei preparativi del prossimo LP) e un amico in comune per vedere i Porcupine Tree dal vivo. Il concerto è stato godibile, ovverosia mi è piaciuto, mentre il viaggio è stato fra il travagliato e l’eroico a causa di due fattori concomitanti: a) veniva giù acqua a palate dal cielo e salivano bestemmie a badilate dalla macchina; b) il suddetto amico musicista era completamente disfatto dall’influenza e dalla febbre e quindi, per tutto il tragitto, è riuscito a ripetere in maniera molto Rat Man-iana la seguente parola: Padua.
Quindi non posso certo ricordare questo termine con emoticon o altre cose ggiovani, visto che dopo la decima ripetizione, la voglia di prendere macchina, amico e compagnia cantante e dirigerci verso un muro era alto.
Ovviamente non l’ho fatto, ma il binomio “Porcupine Tree – Padua” è saldo nella mia mente come poche cose a questo mondo.
All’epoca, Steve Wilson&Co. stavano viaggiano sull’onda di un riconoscimento generale dato da mille collaborazioni (più o meno nell’ambito metal) e da una serie di dischi (fra tutti In Absentia), che li aveva trasportati in alto nelle classifiche e nei gradimenti della chiunque. Ovviamente non potevamo sapere che il disco del 2009 sarebbe stato l’ultimo e che poi, pian piano, Steve Wilson avrebbe decretato morte e distruzione della sua creatura e tanti saluti al secchio.
Quello che invece sapevamo è che Stupid Dream del 1999 era un LP di passaggio. Nel senso vero del termine: questo disco era un punto di collegamento, coadiuvato dal successivo Lighbulb Sun (del 2000), fra l’iniziale periodo psichedelico/strumentale, più accessibile e “quasi pop” e quello successivo, dove i Porcupine Tree avrebbero appesantito sì il sound ma avrebbero messo in cantiere una virata prog che non ha mai incontrato al 100% i miei gusti.
Stupid Dream, invece, suona più fresco e accessibile. Meno snob, attitudine di cui Steven Wilson si è ammantato senza troppa difficoltà diventando  pedante, e più godibile. Ecco che questo termine ritorna. Non penso di riuscire a dare un giudizio migliore su questa band, bravissimi di sicuro, ma non riuscirò mai ad appassionarmene in maniera totale.
Questione di chiusura mentale (come direbbe il mio buon socio dell’Università) o di gusti musicali differenti, i Porcupine Tree sono una band che può essere il trampolino per i neofiti del prog, come un gruppo da tenere in serbo per i momenti in cui i vari King Crimson, Gentle Giant etc. sono decisamente troppo complessi e cerebrali.
Vedete un po’ voi a che punto siete, ma intanto sentitevi Even Less che, parere mio, è realmente bella.

Ah, logico: PADUA.

[Zeus]

John Garcia And The Band Of Gold – s/t (2019)

Questo concetto lo avrò modo di ribadire anche nella recensione che uscirà degli Unida: l’andamento discografico di John Garcia è un’altalena fra progetti interessanti (Unida, Kyuss, Slo Burn…) e quelli meno intriganti (Hermano…). Se sui secondi non mi sono mai soffermato più di tanto, sui primi ho speso, e spenderò, parole importanti. Il fatto è che Garcia, sempre attivissimo, è incostante e quando non ha la visione d’insieme tende a buttarsi in progetti vagamente loffi o di mestiere – dove cerca, ma non sempre riesce, di salvare capra e cavoli con la sua voce. 
Il problema è che, in certe situazioni e con il passare delle primavere su questo porco mondo, anche la voce di Mr. Garcia incomincia a risentire del tempo che passa e quindi, quando anche la base musicale non va al massimo, tutto si sgonfia come un soufflè.
Con questa sua nuova uscita solista, accompagnato dalla fantomatica Band Of Gold – la “band del dopolavoro” (cit. Skan), un po’ come Phil Anselmo con gli Illegals -, ritorna a galla e ci fornisce una prova più che dignitosa.
E, vi dirò, la prima cosa che ho pensato sentendo Space Vato è stato “se anche solo la metà del disco ha questa botta, allora siamo a posto“.
Dopo numerosi ascolti posso tranquillamente dire che non ce l’ha, perché la title-track strumentale ha un tiro spazial-desertico che le altre tracce faticano a tenere, ma fortunatamente tutte si assestano su un livello più che dignitoso se non, in alcuni casi, addirittura buono. 
Dignitoso perché la Band Of Gold riesce a tenere bene la straripante presenza di Garcia, fornendo un groove a mani basse (Jim’s Whiskers) o variando copione e sparando i Led Zeppelin del 1980 nella ionosfera (Softer Side).
Lo stato di salute della band si sente proprio dalle prime canzoni del disco, quelle che andranno a settare il registro di questo LP: sentitevi in successione Chicken Delight, Kentucky II My Everything e capite cosa intendo. 
Dentro il CD ci sono le note giuste, quelle che ci piacciono, e si ha il sentore della strada che scorre sotto le ruote, che è una dei primi feeling che voglio ricevere da un disco con dentro Garcia. Se vogliamo è solo nella seconda metà che c’è un po’ di manierismo in più, anche se questa sensazione dura per un pugno di canzoni e non inficia la qualità generale. 
Sul finale, oltre alla “zeppeliniana” Softer Side si potrebbe menzionare Cheyletiella, che ha un vago retrogusto del John Garcia anni ’90 (quindi qualche sentore di Kyuss e Slo Burn) e va a formare una doppietta conclusiva di buon livello. 
Io sono convinto che Garcia sia riuscito a trovare, nella Band of Gold, lo sparring partner giusto. La band sostiene il singer in maniera adeguata (le primavere si fanno sentire anche per lui e quindi manca di alcuni spunti) e riesce a tirar fuori del groove desertico misto ad atmosfere spaziali che convince.
Cosa chiedere di più al buon John? Per me niente, anche perché John Garcia and the Band of Gold è un LP onesto e godibile. Che a quasi 50 anni sia riuscito a capire fin dove spingersi e quanto osare?
[Zeus]

Linkin Park – Hybrid Theory EP (1999)

Se bisogna trovare un termometro della crisi del metal sulla finire del 1999, basta guardare all’ascesa di gruppi come i Linkin Park e tutto il “fenomeno” nu metal. Ovvio, i precursori del genere, quelli che hanno mischiato estetiche hip hop/rap al metal erano già emersi, ad esempio i Korn, ma il processo di diluizione della ferocia del metal per rincorrere un trend come quello del nu metal e del passaggio in radio ha trovato combustibile proprio a partire dalla fine degli anni ’90. I grandi vecchi sono in crisi, spesso alle prese con una crisi di coscienza data dall’arrivo dei quarant’anni, di guadagni enormi o solo a causa dei colpi forniti dall’ormai defunto movimento grunge o dalle droghe, quindi le nuove leve hanno incominciato a farsi largo occupando settori ancora scoperti della contaminazione e/o delle possibilità radiofoniche. Il metal smette di essere pericoloso e incomincia a lasciare spazio ad un’apprezzamento più generale, ad essere usufruito fuori dal ghetto di giubbotti in pelle, catene e cristi invertiti. 
Il pubblico generalista, quello che ascolta i Linkin Park, è anche quello che spazia sull’AOR, sul rap o su altre proposte alternative che il mercato sta riversando, come un cazzo di ubriaco che sbocca, sugli ascoltatori. 
Quindi ecco i pattern elettronici, le ritmiche rap di Shinoda e le vocals “torturate” di Chester Bennington e un impianto musicale che definirlo metal è realmente fare un salto enorme. Per me, questo, non è metal, non è niente di assimilabile al metal e, sinceramente, anche poco avvicinabile al rock. Non rientreranno mai nei miei ascolti e continuo a preferire una canzone come Lethe dei Dark Tranquillity rispetto ad una In The End (non presente su questo EP, ma sul CD che uscirà un anno dopo). Lethe ha tutta un’altra portata emotiva. Lo so, sticazzi, ma c’è da sottolineare la cosa per far capire a chi arriva adesso al metallo che cosa significa venire investiti da un’ansia esistenziale mentre si ascolta una canzone. 
Non so cosa dire, questo genere di EP non è proprio il mio pane e secondo me non avrebbe mai dovuto essere associato al metal in nessun caso. Ma l’industria americana, pur di vendere, ti farebbe passare per oro anche la merda più puzzolente. 
Quindi ecco un po’ di merda catalogata come rock. Vi farà piacere sapere che grazie al supporto ricevuto e a quelle melodie zuccherose e i passaggi “iper-emotivi”, questa band ha avuto la possibilità di registrare anche un seguito e poi di continuare. 
Complimenti, veramente. Prendetevi le vostre responsabilità e non fate come alle elezioni che poi tutti dicono “io non l’ho votato” e il tizio al governo ha la maggioranza dei voti. 
Non fate gli stronzi e prendetevi delle responsabilità. 
[Zeus]

L’album rock degli Amorphis – Tuonela (1999)

Il 1999 porta alcune novità nel mondo della musica pesante: guardate per esempio cosa è successo agli Amorphis (e cosa succederà poi anche ai Dark Tranquillity). La band finnica non è mai stata un campione assoluto di linearità nel suo processo musicale (sentitevi i tre dischi dal 1992 al 1996 e capite di cosa sto parlando: la progressione sonora, la crescita nel songwriting e l’ampliarsi dello spettro delle influenze è incredibile), ma con Tuonela Esa Holopainen&Co. cambiano non solo le regole del proprio sound, ma proprio l’intero tavolo da gioco.
Fino ad Elegy (compreso), gli Amorphis si potevano legare strettamente al termine death metal e a tutta la scena “evoluta” che circonda quel determinato genere sonoro. In Tuonela, il metal viene al secondo posto. Il primo riferimento sonoro che possiamo cercare è quello del rock, spesso dalle derive malinconiche, e l’anima più anni ’70 di Holopainen/Koivusaari esce in maniera profonda e pregnante.
Il metal, in senso stretto, si manifesta solo nella traccia Greed. Questa è, e rimarrà, l’unica canzone in growl interpretata su disco dall’ex singer Pasi Koskinen, nonché l’unica canzone legata in maniera stretta al death metal fino al ritorno delle sonorità più dure del 2006 (quindi un lasso di tempo di 7 anni).
Già da tempo la band aveva ampliato il bagaglio musicale utilizzando anche strumentazioni esterne al metal come sitar elettrici, fisarmoniche o il sintetizzatore analogico Moog, ma è in Tuonela che questo percorso sonoro comprensivo di flauti, il sitar o lo stesso sassofono diventa caratterizzante e ne arricchisce l’atmosfera (non per niente la title-track è una delle tracce più malinconiche e brumose del disco).
Il passaggio ad una forma classica rock (verse-chorus-verse) e l’aver lasciato da parte la riproposizione delle tematiche del Kalevala in senso stretto, consente a Pasi Koskinen una più ampia libertà sia come stesura dei testi, sia come possibilità vocali (quindi il già citato utilizzo massiccio del clean).
Su Tuonela si verifica lo spostamento di Tomi Koivusaari alle sole chitarre, cosa che ha lasciato Pasi come unico singer della band. L’aver concentrato tutto sulle spalle di Pasi ci permette di “scoprire” le qualità del singer finnico, soprattutto nell’ambito growl.
Sottolineo questo aspetto perché, a mio parere, il solo punto negativo sta proprio nelle vocals di Pasi Koskinen. Ma questo non è neanche un giudizio tranciante e vi spiego perché: se da un lato il suo clean è importante per fornire quella sensazione di “spettralità/malinconia” alla canzone (anche se in Divinity tira fuori la voce), dall’altro lato è proprio il suo essere atonale il suo principale difetto. Le canzoni sono bellissime, ma quel timbro monocorde, senza sussulti, che tanto bene dialogava con il growl di Tomi, adesso è troppo fragile per sostenere tutto e non incide mai in maniera significativa. Ecco che su Greed Pasi esplode un growl profondo e cavernoso (e lo stesso fa dal vivo), ma poi manifesta un range vocale troppo piatto per essere definito un gran cantante. Tanto che, signori miei, appena la musica diventa meno eccelsa (Far From The Sun), la svogliatezza di Pasi mista alle ritmiche poco efficaci fa inabissare il primo disco degli Amorphis per una major.
Detto questo, non possiamo che applaudire al risultato finale di Tuonela. Uno dei miei dischi preferiti della band e che riserva sempre grandi dosi di malinconia e “sapori autunnali” ogni volta che lo si ascolta. A riprova di questo, sentitevi il trittico finale: un crescendo di malinconico distaccamento dall vita (Tuonela è il regno dei morti nella tradizione finnica) e, comunque, non c’è distacco più bello di questo, vista la forma perfetta che gli viene cucita addosso.
Tuonela è il primo step verso una mutazione nella forma degli Amorphis, una forma che non durerà molto ma che farà a tempo a fornire due dischi importanti (il qui presente disco del 1999 e il successivo Am Universum) per poi finire per schiantarsi contro il muro delle aspettative e delle responsabilità di Far From The Sun.
Ma questo, cari miei, è materiale per il post-duemila.
[Zeus]