Red Hot Chili Peppers – Californication (1999)

Californication dei Red Hot Chili Peppers, in qualche modo, alle memorie di giri verso la Germania. Come ho già detto diverse volte, molti ricordi si riconnettono alla terra tedesca, quindi non mi stupisco poi più di tanto che anche questo LP sia connesso in qualche modo alla terra del Wuerstel e della Birra.
Non è la prima volta che il gruppo californiano appare su queste pagine, anche se, ahimè, adesso me ne vergogno perchè nel 1999 suonano sempre meno funk e più una versione sgasata del sound “classico”.
Praticamente è il primo passaggio dal “calzino sull’uccello” alla mutandona…
Cosa può fare una band priva di chitarrista, insoddisfatta del suo recente passato (One Hot Minute non è mai accettato dalla band) e con una crisi di mezza età che avanza come un rinoceronte? Quello che fanno tutti, giocano sui sicuro e quindi tirano su da un canale di scolo pieno di piscio, merda e bacilli dell’ebola un Frusciante disperato, dopo essersi sputtanato tutti i soldi in coca, eroina e spero per lui anche qualche mignotta, eliminano tutto quello che di realmente figo c’era nel loro sound (il sesso, il funk, la sguaiatezza etc) e si fanno venire la Sindrome Da Cantiere e abbassano il livello watt su “pop-mellow“.
Annusata la seconda vita, non molleranno più la presa su questo tragitto da By The Way in poi. 
Se vogliamo essere sinceri, Californication non dovrebbe piacerti e lo sai. Non ha niente della scarica d’adrenalina che aveva Blood Sugar Sex Magik e non ha neanche quell’edge particolare che aveva One Hot Minute. Californication è il disco di persone che, arrivate quasi ai 40 anni d’età, decidono di “crescere” e rivolgersi al pubblico generale degli ascoltatori delle radio, dei supermercati e capaci di emozionarsi con canzoni che, un tempo, non sarebbero entrate nella tracklist finale. Quindi ecco le ovvie melodie Beatles-iane e l’incremento del mood riflessivo.
Anche le canzoni che iniziano più funky, come Get On Top, non hanno il carattere di quelle presenti su B.S.S.M – sono la versione analcolica. Non hanno i muscoli, preferiscono passare in sordina e tirar fuori melodie (Otherside e Scar Tissue), la malinconia (Californication) o canzoni come Porcelain o Road Trippin’ (con dentro addirittura un Chamberlain organ). 
Pur reso quasi innocuo, il funk di Flea si sente e, insieme alla batteria di Smith, riesce a fornire il 90% del groove del disco. Frusciante (che è un senzatetto alcolizzato) dirada i suoi interventi, diventando un clone di The Edge degli U2 (band insopportabile) e Kiedis tenta di cantare, ma non è, e non sarà mai, un cantante dotato. 
Messo a nudo il Re, diciamo anche quello che va detto: in Californication ci sono un sacco di canzoni talmente orecchiabili e catchy da essere la preda perfetta per la radio. Non serve neanche pensarci un secondo, hanno le sonorità giuste per i programmi “rock”/alternativi. Funzionano perchè, dentro, hanno un minimo di tiro che li fa restare a galla, che li tiene su un “dignitoso” mare AOR… elemento che perderanno con il disco successivo, traducendosi in pezzi lagnosi e senza sugo.
Altro “problema” è la poca uniformità nella composizione della tracklist. Californication contiene tanti singoli, quanti filler e brani sotto media; provate a valutare la scaletta da Emit Remmus in avanti e capite di cosa sto parlando. I RHCP si giocano le carte migliori all’inizio e poi buttano dentro di tutto e fanno arrivare il disco a 15 canzoni (decisamente troppe!).
Pur con tutti i dubbi sollevati e con le sopracciglia che si alzano stupite, Californication, rispetto a quanto ci faranno ingoiare dopo, è ancora un buon disco. Le melodie ci sono e hanno “nerbo”, funzionando per il grande pubblico che vogliono raggiungere.
Da qua in avanti, però, i RHCP si tramuteranno in qualcosa che non sono più riuscito a capire e che ho smesso addirittura di seguire. 
[Zeus]

Annunci

From Padua to Hell: i Porcupine Tree di Stupid Dream (1999)

Come sapete benissimo, io non sono un grande fan del progressive. Non lo reggo, a meno che non incominciamo a parlare dei Rush – l’unico gruppo che avrei voluto vedere dal vivo, nonostante le lunghissime suite.
Se ve lo stavate chiedendo (!), ecco il motivo per cui non sarò certo io a recensire il nuovo dei Dream Theater et similia. Nonostante questa mia ritrosia, nel 2009 sono partito in macchina con un amico d’Università (nonché musicista, attualmente impegnato nei preparativi del prossimo LP) e un amico in comune per vedere i Porcupine Tree dal vivo. Il concerto è stato godibile, ovverosia mi è piaciuto, mentre il viaggio è stato fra il travagliato e l’eroico a causa di due fattori concomitanti: a) veniva giù acqua a palate dal cielo e salivano bestemmie a badilate dalla macchina; b) il suddetto amico musicista era completamente disfatto dall’influenza e dalla febbre e quindi, per tutto il tragitto, è riuscito a ripetere in maniera molto Rat Man-iana la seguente parola: Padua.
Quindi non posso certo ricordare questo termine con emoticon o altre cose ggiovani, visto che dopo la decima ripetizione, la voglia di prendere macchina, amico e compagnia cantante e dirigerci verso un muro era alto.
Ovviamente non l’ho fatto, ma il binomio “Porcupine Tree – Padua” è saldo nella mia mente come poche cose a questo mondo.
All’epoca, Steve Wilson&Co. stavano viaggiano sull’onda di un riconoscimento generale dato da mille collaborazioni (più o meno nell’ambito metal) e da una serie di dischi (fra tutti In Absentia), che li aveva trasportati in alto nelle classifiche e nei gradimenti della chiunque. Ovviamente non potevamo sapere che il disco del 2009 sarebbe stato l’ultimo e che poi, pian piano, Steve Wilson avrebbe decretato morte e distruzione della sua creatura e tanti saluti al secchio.
Quello che invece sapevamo è che Stupid Dream del 1999 era un LP di passaggio. Nel senso vero del termine: questo disco era un punto di collegamento, coadiuvato dal successivo Lighbulb Sun (del 2000), fra l’iniziale periodo psichedelico/strumentale, più accessibile e “quasi pop” e quello successivo, dove i Porcupine Tree avrebbero appesantito sì il sound ma avrebbero messo in cantiere una virata prog che non ha mai incontrato al 100% i miei gusti.
Stupid Dream, invece, suona più fresco e accessibile. Meno snob, attitudine di cui Steven Wilson si è ammantato senza troppa difficoltà diventando  pedante, e più godibile. Ecco che questo termine ritorna. Non penso di riuscire a dare un giudizio migliore su questa band, bravissimi di sicuro, ma non riuscirò mai ad appassionarmene in maniera totale.
Questione di chiusura mentale (come direbbe il mio buon socio dell’Università) o di gusti musicali differenti, i Porcupine Tree sono una band che può essere il trampolino per i neofiti del prog, come un gruppo da tenere in serbo per i momenti in cui i vari King Crimson, Gentle Giant etc. sono decisamente troppo complessi e cerebrali.
Vedete un po’ voi a che punto siete, ma intanto sentitevi Even Less che, parere mio, è realmente bella.

Ah, logico: PADUA.

[Zeus]

John Garcia And The Band Of Gold – s/t (2019)

Questo concetto lo avrò modo di ribadire anche nella recensione che uscirà degli Unida: l’andamento discografico di John Garcia è un’altalena fra progetti interessanti (Unida, Kyuss, Slo Burn…) e quelli meno intriganti (Hermano…). Se sui secondi non mi sono mai soffermato più di tanto, sui primi ho speso, e spenderò, parole importanti. Il fatto è che Garcia, sempre attivissimo, è incostante e quando non ha la visione d’insieme tende a buttarsi in progetti vagamente loffi o di mestiere – dove cerca, ma non sempre riesce, di salvare capra e cavoli con la sua voce. 
Il problema è che, in certe situazioni e con il passare delle primavere su questo porco mondo, anche la voce di Mr. Garcia incomincia a risentire del tempo che passa e quindi, quando anche la base musicale non va al massimo, tutto si sgonfia come un soufflè.
Con questa sua nuova uscita solista, accompagnato dalla fantomatica Band Of Gold – la “band del dopolavoro” (cit. Skan), un po’ come Phil Anselmo con gli Illegals -, ritorna a galla e ci fornisce una prova più che dignitosa.
E, vi dirò, la prima cosa che ho pensato sentendo Space Vato è stato “se anche solo la metà del disco ha questa botta, allora siamo a posto“.
Dopo numerosi ascolti posso tranquillamente dire che non ce l’ha, perché la title-track strumentale ha un tiro spazial-desertico che le altre tracce faticano a tenere, ma fortunatamente tutte si assestano su un livello più che dignitoso se non, in alcuni casi, addirittura buono. 
Dignitoso perché la Band Of Gold riesce a tenere bene la straripante presenza di Garcia, fornendo un groove a mani basse (Jim’s Whiskers) o variando copione e sparando i Led Zeppelin del 1980 nella ionosfera (Softer Side).
Lo stato di salute della band si sente proprio dalle prime canzoni del disco, quelle che andranno a settare il registro di questo LP: sentitevi in successione Chicken Delight, Kentucky II My Everything e capite cosa intendo. 
Dentro il CD ci sono le note giuste, quelle che ci piacciono, e si ha il sentore della strada che scorre sotto le ruote, che è una dei primi feeling che voglio ricevere da un disco con dentro Garcia. Se vogliamo è solo nella seconda metà che c’è un po’ di manierismo in più, anche se questa sensazione dura per un pugno di canzoni e non inficia la qualità generale. 
Sul finale, oltre alla “zeppeliniana” Softer Side si potrebbe menzionare Cheyletiella, che ha un vago retrogusto del John Garcia anni ’90 (quindi qualche sentore di Kyuss e Slo Burn) e va a formare una doppietta conclusiva di buon livello. 
Io sono convinto che Garcia sia riuscito a trovare, nella Band of Gold, lo sparring partner giusto. La band sostiene il singer in maniera adeguata (le primavere si fanno sentire anche per lui e quindi manca di alcuni spunti) e riesce a tirar fuori del groove desertico misto ad atmosfere spaziali che convince.
Cosa chiedere di più al buon John? Per me niente, anche perché John Garcia and the Band of Gold è un LP onesto e godibile. Che a quasi 50 anni sia riuscito a capire fin dove spingersi e quanto osare?
[Zeus]

Linkin Park – Hybrid Theory EP (1999)

Se bisogna trovare un termometro della crisi del metal sulla finire del 1999, basta guardare all’ascesa di gruppi come i Linkin Park e tutto il “fenomeno” nu metal. Ovvio, i precursori del genere, quelli che hanno mischiato estetiche hip hop/rap al metal erano già emersi, ad esempio i Korn, ma il processo di diluizione della ferocia del metal per rincorrere un trend come quello del nu metal e del passaggio in radio ha trovato combustibile proprio a partire dalla fine degli anni ’90. I grandi vecchi sono in crisi, spesso alle prese con una crisi di coscienza data dall’arrivo dei quarant’anni, di guadagni enormi o solo a causa dei colpi forniti dall’ormai defunto movimento grunge o dalle droghe, quindi le nuove leve hanno incominciato a farsi largo occupando settori ancora scoperti della contaminazione e/o delle possibilità radiofoniche. Il metal smette di essere pericoloso e incomincia a lasciare spazio ad un’apprezzamento più generale, ad essere usufruito fuori dal ghetto di giubbotti in pelle, catene e cristi invertiti. 
Il pubblico generalista, quello che ascolta i Linkin Park, è anche quello che spazia sull’AOR, sul rap o su altre proposte alternative che il mercato sta riversando, come un cazzo di ubriaco che sbocca, sugli ascoltatori. 
Quindi ecco i pattern elettronici, le ritmiche rap di Shinoda e le vocals “torturate” di Chester Bennington e un impianto musicale che definirlo metal è realmente fare un salto enorme. Per me, questo, non è metal, non è niente di assimilabile al metal e, sinceramente, anche poco avvicinabile al rock. Non rientreranno mai nei miei ascolti e continuo a preferire una canzone come Lethe dei Dark Tranquillity rispetto ad una In The End (non presente su questo EP, ma sul CD che uscirà un anno dopo). Lethe ha tutta un’altra portata emotiva. Lo so, sticazzi, ma c’è da sottolineare la cosa per far capire a chi arriva adesso al metallo che cosa significa venire investiti da un’ansia esistenziale mentre si ascolta una canzone. 
Non so cosa dire, questo genere di EP non è proprio il mio pane e secondo me non avrebbe mai dovuto essere associato al metal in nessun caso. Ma l’industria americana, pur di vendere, ti farebbe passare per oro anche la merda più puzzolente. 
Quindi ecco un po’ di merda catalogata come rock. Vi farà piacere sapere che grazie al supporto ricevuto e a quelle melodie zuccherose e i passaggi “iper-emotivi”, questa band ha avuto la possibilità di registrare anche un seguito e poi di continuare. 
Complimenti, veramente. Prendetevi le vostre responsabilità e non fate come alle elezioni che poi tutti dicono “io non l’ho votato” e il tizio al governo ha la maggioranza dei voti. 
Non fate gli stronzi e prendetevi delle responsabilità. 
[Zeus]

L’album rock degli Amorphis – Tuonela (1999)

Il 1999 porta alcune novità nel mondo della musica pesante: guardate per esempio cosa è successo agli Amorphis (e cosa succederà poi anche ai Dark Tranquillity). La band finnica non è mai stata un campione assoluto di linearità nel suo processo musicale (sentitevi i tre dischi dal 1992 al 1996 e capite di cosa sto parlando: la progressione sonora, la crescita nel songwriting e l’ampliarsi dello spettro delle influenze è incredibile), ma con Tuonela Esa Holopainen&Co. cambiano non solo le regole del proprio sound, ma proprio l’intero tavolo da gioco.
Fino ad Elegy (compreso), gli Amorphis si potevano legare strettamente al termine death metal e a tutta la scena “evoluta” che circonda quel determinato genere sonoro. In Tuonela, il metal viene al secondo posto. Il primo riferimento sonoro che possiamo cercare è quello del rock, spesso dalle derive malinconiche, e l’anima più anni ’70 di Holopainen/Koivusaari esce in maniera profonda e pregnante.
Il metal, in senso stretto, si manifesta solo nella traccia Greed. Questa è, e rimarrà, l’unica canzone in growl interpretata su disco dall’ex singer Pasi Koskinen, nonché l’unica canzone legata in maniera stretta al death metal fino al ritorno delle sonorità più dure del 2006 (quindi un lasso di tempo di 7 anni).
Già da tempo la band aveva ampliato il bagaglio musicale utilizzando anche strumentazioni esterne al metal come sitar elettrici, fisarmoniche o il sintetizzatore analogico Moog, ma è in Tuonela che questo percorso sonoro comprensivo di flauti, il sitar o lo stesso sassofono diventa caratterizzante e ne arricchisce l’atmosfera (non per niente la title-track è una delle tracce più malinconiche e brumose del disco).
Il passaggio ad una forma classica rock (verse-chorus-verse) e l’aver lasciato da parte la riproposizione delle tematiche del Kalevala in senso stretto, consente a Pasi Koskinen una più ampia libertà sia come stesura dei testi, sia come possibilità vocali (quindi il già citato utilizzo massiccio del clean).
Su Tuonela si verifica lo spostamento di Tomi Koivusaari alle sole chitarre, cosa che ha lasciato Pasi come unico singer della band. L’aver concentrato tutto sulle spalle di Pasi ci permette di “scoprire” le qualità del singer finnico, soprattutto nell’ambito growl.
Sottolineo questo aspetto perché, a mio parere, il solo punto negativo sta proprio nelle vocals di Pasi Koskinen. Ma questo non è neanche un giudizio tranciante e vi spiego perché: se da un lato il suo clean è importante per fornire quella sensazione di “spettralità/malinconia” alla canzone (anche se in Divinity tira fuori la voce), dall’altro lato è proprio il suo essere atonale il suo principale difetto. Le canzoni sono bellissime, ma quel timbro monocorde, senza sussulti, che tanto bene dialogava con il growl di Tomi, adesso è troppo fragile per sostenere tutto e non incide mai in maniera significativa. Ecco che su Greed Pasi esplode un growl profondo e cavernoso (e lo stesso fa dal vivo), ma poi manifesta un range vocale troppo piatto per essere definito un gran cantante. Tanto che, signori miei, appena la musica diventa meno eccelsa (Far From The Sun), la svogliatezza di Pasi mista alle ritmiche poco efficaci fa inabissare il primo disco degli Amorphis per una major.
Detto questo, non possiamo che applaudire al risultato finale di Tuonela. Uno dei miei dischi preferiti della band e che riserva sempre grandi dosi di malinconia e “sapori autunnali” ogni volta che lo si ascolta. A riprova di questo, sentitevi il trittico finale: un crescendo di malinconico distaccamento dall vita (Tuonela è il regno dei morti nella tradizione finnica) e, comunque, non c’è distacco più bello di questo, vista la forma perfetta che gli viene cucita addosso.
Tuonela è il primo step verso una mutazione nella forma degli Amorphis, una forma che non durerà molto ma che farà a tempo a fornire due dischi importanti (il qui presente disco del 1999 e il successivo Am Universum) per poi finire per schiantarsi contro il muro delle aspettative e delle responsabilità di Far From The Sun.
Ma questo, cari miei, è materiale per il post-duemila.
[Zeus]

SLOWTORCH + VU GARDE (Minitour – März 2019) – Teil 1

[German Version]

Es gibt nicht viel auf dieser Welt, was zugleich so aufregend und fad sein kann, wie die Zeit im Van zwischen einem und dem nächsten Gig einer Tour. Oder die Fahrt zur ersten Show.
Das Aufladen, die Vorfreude auf die Reise und die Mischung aus Adrenalin und Müdigkeit nachdem man viel zu früh aus dem Schlaf gerissen wurde – all das mischt sich nach 3 oder 4 Stunden Fahrt mit tödlicher Langeweile.
Das ist keineswegs schlimm, man muss bloß das richtige Gleichgewicht finden. Die goldene Regel lautet seit eh und je: Ein Ausgleich muss her – und ab und zu ein Zwischenstopp, damit sich alle die Beine vertreten können, wieder in Schwung kommen und sich etwas vom ewig gleichen Ausblick erholen.
SLOWTORCH spielen zwei Gigs in Österreich: Den ersten am 22.03. in Graz und den zweiten am 23.03. in Klagenfurt. Unsere Gefährten sind VU GARDE, die wir in Innsbruck beim Noise Ritual kennen gelernt haben.
Obwohl es sich für die Klagenfurter gewissermaßen um ein Heimspiel handelt, hat die Band netterweise angeboten, bei beiden Konzerten als Opener aufzutreten – eine verdammt nette Geste.
Vielen Dank, VU GARDE!
So etwas passiert nicht oft – aber wenn zwei Bands so gut zusammenpassen, weiß man: Die Tour wird ein Erfolg.
Nach fast 6 Stunden Fahrtzeit inklusive Zwischenstopp kommen wir am Music-House in Graz an. Der Club weckt Erinnerungen an Konzerte in England: Über steile Treppen geht’s in eine Parallelwelt mit der typischen Mischung aus Kellergeruch, Schweiß, Adrenalin und Dreck, die den coolsten Hard Rock-/Metal-Clubs in aller Welt innewohnt.
Über Jahre angesammelte Schmutzschichten, Schimmel, Fett, Bier und Aufkleber an den Wänden…die Stimmung ist vielversprechend.
Heute gibt’s mit Inspector Fuzzjet auch lokalen Support.
Nach einem Chili con Carne, das es in sich hat (die Luft im Bandbus später ist nichts für schwache Mägen), füllt sich das Lokal langsam, und Inspector Fuzzjet entern die Bühne und heizen ordentlich auf.
Die Band spielt zum Teil Covers und erweist sich als typischer, aber guter Opener und zieht offensichtlich genügend Leute ins Music-House – und das, meine Damen und Herren, sagt einiges über den Spürsinn des Veranstalters aus (oder sein glückliches Händchen).
Nach einem schnellen Umbau sind unsere Freunde VU GARDE an der Reihe. Im Unterschied zu unserem ersten Treffen weiß ich diesmal schon, was die Truppe draufhat. Sven ist ein wirklich brillanter Gitarrist und schafft es, den fehlenden Bass mit exzellenten Riffs und Einlagen nahtlos zu ersetzen, während Stephan wie der Leibhaftige auf seine Drums einprügelt.
Am Steuer steht Mela als Sängerin/Hohepriesterin drei österreichischen Musketiere. Sie steckt Leib und Seele in ihre Show: Ihre ausgezeichneten Gesangslinien explodieren förmlich aus der Anlage und ergänzen das Duo Sven-Stephan perfekt.
Das Publikum ist begeistert, spendet entsprechend Applaus und feuert das Trio während des fast einstündigen Sets gehörig an.

Liebe Leser, freut auch auf das erste Album von VU GARDE. Die Band scheint auf dem richtigen Weg zu sein, scheut keine langen Fahrten und gibt auf der Bühne alles – wenn sie ihre Karten gut ausspielen, wird man hoffentlich noch viel von VU GARDE hören.
Noch ein schneller Wechsel, dann sind endlich SLOWTORCH an der Reihe. Wie gewohnt vermeide ich hier überschwängliche Rezensionen, da ich die Band als Roadie/Mädchen für alles begleite, aber eins kann ich euch sagen: Man spürt’s, wenn ein Konzert gut wird. Die Band kommt gut an, es ist genügend Publikum da, die Leute tanzen, bangen und machen mit, während die vier Jungs aus Bozen mit einer guten Mischung alter und neuer Songs (die voraussichtlich noch heuer auf EPs erscheinen sollen) die Bühne in Brand stecken.
Der Sound ist perfekt, er kommt warm und kraftvoll aus der Anlage und reißt das Publikum nach vorne…das ist die große Stoner/Metal-Community, „die dafür sorgt, dass man sich in Österreich wie in Italien oder sonstwo in Europa zu Hause fühlt“: Leute bringen Bier auf die Bühne, umarmen die Musiker und feuern die Band an. Sänger Mela mischt sich unter das Publikum und hebt die Entfernung zwischen Zuschauern und Band auf. In solchen Momenten werden alle zur Band und alle zu Zuschauern…. was bleibt, sind Brunos Riffs und die treibenden Rhythmen von Skan und Fabio. Und Mela, der plötzlich wieder einsetzt und wieder alles zum Tanzen und Headbangen bringt.
So sind SLOWTORCH live. Und genau das haben die Zuschauer erwartet und bekommen.
Als das Konzert vorbei ist, kann man im Club nicht mehr atmen. Amazonasartige Feuchtigkeit und kein bisschen Frischluft. Aber das spielt keine Rolle, der Abend war großartig, und das Duo SLOWTORCH – VU GARDE kann sich ausruhen und auf den morgigen Gig vorbereiten.
Aber zuerst wird ordentlich gefeiert.
Und: What happens in Vegas, stays in Vegas!

[Written by Zeus – Translated by Bruno – Slowtorch, thank you very much]

[TO BE CONTINUED…]

Reunion di classe senza sugo. Silverchair – Neon Ballroom (1999)

Fra le disgrazie più grandi in assoluto, c’è quella della riunione di classe. Evento che viene promosso da un manipolo di sadici, disagiati, ex-compagni di classe che, credendosi i simpa della cumpa, decidono di rimettere insieme tutte le bestie che componevano la classe delle superiori/medie a 10/20 anni o passa dal provvidenziale suono del gong.
Queste iniziative, ho avuto modo di notare, sono accolte con un entusiasmo malsano: gridolini dalle ragazze, qualche commento “vecchio stile” dai ragazzi e, almeno nel caso specifico dell’invito che hanno fatto a me, un sanissimo vaffanculo.
Perché l’entusiasmo da pugile suonato con cui gli ex-compagni di classe si buttano in queste situazioni sociali è preoccupante e, per me, incomprensibile. Come fai a farti piacere queste cose? Cosa c’è di divertente?
Lo sanno tutti che in questi contesti sociali sono due i risultati possibili:
a) la misura di chi ha il cazzo più lungo;
b) il ricordarsi i mille aneddoti passati;
Entrambe le possibilità sono così terrificanti che mi caverei gli occhi piuttosto che parteciparvi (nota per il me futuro: nel caso mi trovassi in mezzo a questa situazione incresciosa, la probabilità è che mi sono rincoglionito di brutto bevendo trielina o che ormai sono ad un passo dal cappio al collo – quindi potrei anche scusarmi).
Rendetevi conto che cosa deprimente incominciare a raccontarsi gli achievement, fare “a gara” a chi è diventato il più masterchef dei superprofessioniti fra gli ex-compagni di classe. Non me ne è sbattuto niente fino ad oggi, tanto che i “grandi traguardi” che vengono postati su Facebook li accolgo con un “chitteseincula”. O simile. Ma non perché odio profondamente i miei ex compagni, no. Non me ne sbatte un cazzo di quello che è successo 20 anni fa. Giuro. Zero, nix, nada. E, visto che non mi è mai arrivato un solo messaggio riportante “come va?” nel corso degli ultimi due decenni (la cosa è reciproca), sospetto che sia la stessa cosa anche da parte loro, solo che la curiosità è una brutta bestia.
Gli aneddoti passati, invece, sono la prima via per l’alcolismo. E l’ira. Fastidiosi all’inverosimile quando erano in auge alle medie/superiori, figuriamoci vent’anni dopo. Mi trituravano le palle all’epoca, adesso che mi sono lasciato alle spalle scuola e compagnia cantante, figurati se accetto queste cose. L’atteggiamento misantropo e “cazzo vuoi” che contraddistingue alcune mie attività sociali fanno a pugni con il revival costante di quello che è stato detto. Dopo un po’ mi cascano i coglioni, e restare tutto il tempo a fare l’ucinetto allo scroto per sostenere le testicolanza cadente non è un passatempo che ho voglia di perseguire. Ci sono hobby migliori: ad esempio sfondarsi di pippe davanti a YouPorn, bere Korea, andare nelle peggiori discoteche popolate da relitti sociali a fine serata e cose così.
Ma ridire le stesse battute come un disco rotto, puttana eva, no.
Il fatto è che poi sti disgraziati ci tentano sempre, cercano con testardaggine di fare la pizzata di classe (con tanti emoticon e cose sgargianti ad accompagnare il tutto) e ancora ricevono da me il classico: “oh, mi dispiace (!!!!!), non ci sono (!?)”.
Stronzo? No.
Si chiama sopravvivenza. La lotta a chi vedrà domani e chi merita di rimanere incastrato sulla fine degli anni ’90 e continuare a sognare quello. Fanculo. Perché c’è un tempo massimo per tutto e, scaduto quello, mi sorge la lacrima.
Anche il grunge ha avuto quell’epoca ad inizio 1990. L’ha avuta, la vissuta e poi, come è giusto che sia, è finita al ritmo del caricatore del fucile di Cobain. Tutto quello che ne è uscito fuori dopo, dalle prime ondate post-1994 a quelle uscite fuori tempo massimo, è solo patetico e vagamente senza senso. Il vagamente è per addolcire la pillola, nel caso aveste dei ricordi preziosi legati a Neon Ballroom dei Silverchair. Ascoltatevelo e capirete che è l’esatta riproduzione, in musica, delle “pizzate di classe” con vent’anni di ritardo. Tutto suona artefatto, senza passione, senza sugo e, in poche parole, fastidioso oltre ogni limite possibile. Perché i Silverchair non dicono niente di vero, stanno solo simulando qualsiasi emozione ed è peggio che risentire la stessa barzelletta, brutta e scontata, per la millesima volta.
Neon Ballroom è musica inutile per ascolti inutili. Quindi la perfetta colonna sonora di quella “pizzata/riunione” di classe che, per me, mai si farà.
P.s: se l’hanno fatta senza chiamarmi, il Grande Capro ha finalmente ascoltato la mia preghiera e mi ha reso invisibile per certi scoccianti eventi – o, nella versione più pragmatica, mi hanno finalmente levato dalla rubrica quando si tratta di queste pizzate (così come avevano già fatto per le altre cazzo di cose).
[Zeus]

Alabama Thunderpussy – River City Revival (1999)

Parte Dry Spell e mi sento ancora giovane e pronto per saltare sul furgone degli Slowtorch in vista di una data lercissima in qualche provincia sconosciuta della Germania del Sud.
Premetto una considerazione, così mi tolgo i rompicoglioni dalle palle e posso proseguire sull’onda dei ricordi: gli Alabama Thunderpussy non propongono niente di nuovo, niente di realmente eccezionale o epocale, ma cazzo se sanno fare bene il loro sporchissimo lavoro. L’anno prima erano usciti con Rise Again e lo sentivi che cantavano le storie che la mamma-sorella raccontava a proposito del padre-fratello e, quando non erano intenti a suonare nel fienile, aumentavano il fatturato della band distillando moonshine nella vasca da bagno del nonno ubriacone e sudista. In River City Revival si puliscono un po’ di polvere di dosso, mettono il cappello delle feste e rattoppano i vestiti lisi, ma sotto sotto ci sono ancora dei redneck ignoranti come zappe… e così ci piacciono. O, almeno, così mi piace pensarli.
Rise Again era sporco, ma in River City Revival ci sono i pezzi bomba, quelli che li metti su e ti fanno salire il sorriso del compiacimento: la già citata Dry Spell, Heathen o Mosquito… giusto per citarne alcune.
Giving Up on Living inizia con un riff che mi fa esaltare sempre, poi si quieta e, ancora oggi, non so se la preferisco così, pregna di umori sudisti come le mutande di una Miss Maglietta Bagnata alla fiera della pannocchia, o l’avrei voluta con più ottani, più dinamismo e non solo quello scoppio finale.
Se la cover dei The Four Horsemen (California) di Rockin’ Is Ma’ Business mi rimette in sesto come energia, Own Worst Enemy ha tutto l’occorrente per essere un inno southern dei poveri: delle sensazioni che ti prendono quando ti svegli con le palle girate e triste per aver perso la donna dei tuoi sogni e queste si mescolano al sapore di moquette da albergo di infimo ordine che hai in bocca grazie alla sbronza tonante che ti fa vomitare la prima comunione nel cesso.
Quando voglio nutrirmi di un po’ di mood da bayou, allora faccio partire questa canzone degli Alabama Thunderpussy e sto bene. Perché nei solchi di questo disco convivono tante anime, dal rock sudista dei Lynyrd Skynyrd a seguire. Quindi c’è di che perdersi e, permettetemi, non faccio la primadonna pensando che solo il primo disco fosse “eccezionale”.
Per me no, in River City Revival ci sono quelle grandi canzoni che solo saltuariamente emergeranno nei dischi successivi.

Nel 2005 fanno uscire una nuova edizione del disco con copertina diversa (più glamour e meno da “fiera dell’est”) e con tre canzoni in più.
Ripeto un concetto espresso all’inizio dell’articolo: le Fighe di Tuono dell’Alabama non suoneranno niente di nuovo, non sono i nuovi messia del southern metal/sludge/southern rock, ma cristo se ti fanno divertire, sentire un vagabondo redneck e ti fanno venir voglia di berti una pinta di moonshine mentre stai importunando la reginetta della minchia fritta.
[Zeus]

Alice In Chains – Rainer Fog (2018)

Nel grande recupero delle pubblicazioni del 2018 mi sono dimenticato di fare la recensione di Rainer Fog degli Alice In Chains. La band americana mi era sfuggita dai radar per molti anni, complice una serie di fattori, e solo con l’ascolto di Black Gives Way To Blue mi è tornata la voglia di approcciare la band di Cantrell&Co. Quel disco aveva tutta l’urgenza di 14 anni senza musica, quindi il risultato non può che essere impregnato di questa sensazione di necessità. Il successivo The Devil Put The Dinosaurs Here non lo riesco a digerire molto, quindi devo saltare a pié pari la pubblicazione de 2013 e riascoltarmela più avanti e passare direttamente al 2018 e proprio a questo Rainer Fog.
Ormai la formazione con DuVall alla voce è a proprio agio e quindi anche il suono che ne esce è maturo e, rispetto ai precedenti due dischi, si sente una coesione notevole all’interno di tutti i 54 minuti dell’LP. Questo è un vantaggio notevole, seppur manchi quella sensazione di tensione del primo disco della nuova line-up, manca quel quid. Ci sta, ormai Cantrell ha cinquant’anni e non è più un ragazzino e il suono che fa uscire dalla chitarra è quello di un musicista maturo e con le idee chiare.
Questo per dire che se sperate di indulgere in momenti di nostalgia pura con Rainer Fog, state sbagliando disco. Ovvio, le melodie vocali di Cantrell-DuVall sono caratteristica principale della band, così come certe formule del songwriting, ma QUELLA band (pre-1995) non c’entra niente con QUESTA.
Su Rainer Fog spiccano le ballad e non mancano canzoni che ti rimangono immediatamente in testa: The One You Know, Rainer Fog (il collegamento con Black Gives Way To Blue è incredibile in questo pezzo) o Never Fade, con quella parte iniziale che tanto fa “primi tempi degli AIC”, sono titoli che ti si appiccicano subito nelle orecchie; ma così si potrebbe dire anche di So Far Under, brano che fino a poco tempo fa avevo guardato con sospetto, ma che adesso è cresciuta molto.
In mezzo al disco, ironicamente quelle che ho citato sono posizionate proprio ad inizio CD o alla sua fine, ci sono canzoni meno immediate e che, personalmente, non mi hanno colpito troppo. Pur se fatte bene e con spunti notevoli (gli echi Zeppelin-iani su Deaf Ears Blind Eyes), questi brani non hanno lo spunto melodico o catchy di quelli sopra citati. Sarà che forse le altre due ballad (Fly e Maybe) non incontrano troppo i miei gusti, o forse sono i 7 minuti di All I Am a fare il salto di qualità tale rispetto le altre da farle sembrare meno intriganti, o che Red Giant non mi prenda nonostante i suoi echi metallici e così neanche la pesante Drone.
Questo fattore, i miei dubbi riguardo alle canzoni prodotte quando gli Alice in Chains flirtano pesantemente con il genere che amo, mi lascia perplesso. Avrei puntato tutto su questi brani, ma non è così. Forse è una questione di sapere da dove provengono o sono io che ho delle aspettative enormi/ricordi di un grunge che fu (anche se gli AIC, grunge al 100%, non lo sono mai stati), che non mi permettono di apprezzare interamente questi lucidi episodi più metallici.
Rainer Fog cresce con l’ascolto e molte delle canzoni meno immediate crescono con il passare del tempo (la già citata All I Am), ma in un disco solido e ben suonato (ottime le registrazioni), quel “buco” centrale, con brani meno soddisfacenti o, per lo meno, meno intriganti di quelli posti in apertura-chiusura, mi fa posizionare questo CD dietro al debutto della nuova formazione. E The Devil Put The Dinosaurs Here lo lascio al terzo posto, con la promessa di riascoltarlo.
[Zeus]

Quante volte dobbiamo ribadire la grandezza dei Clutch? The Elephant Rider (1998)

Non so come fare a ribadire il concetto in maniera che tutti lo capiscano: i Clutch sono una grande band, poi fate voi se volete capire o se continuate a cercare band come i The Giornalisti (letti oggi non so dove) o altri sottoprodotti del marketing musicale odierno. Fate voi, a me sbatte un cazzo, ma non sapete proprio cosa vi perdete. 
Detto questo e precisato che io apprezzo quasi di più la versione post-Pure Rock Fury del quartetto del Maryland, non possiamo certo nasconderci dietro un filo d’erba ed evitare di trovare in The Elephant Riders del 1998 un gran cazzo di LP. Perché così è e ve lo dico io, punto e basta. Sentitevi solo l’iniziale title track o la poderosa The Yeti per un assaggio del nuovo corso sonoro della band americana. Lo stoner si infiltra prepotente nel songwriting di Fallon&Co. e, insieme al genere più amato dai consumatori di cannabis e alcol, entrano anche scorie di funk (Muchas Veces ha addirittura un trombone sopra un solo liquidissimo e lo stesso trombone lo troviamo anche in Crackerjack) e un approccio che, in certi momenti, si fa addirittura pacato. Quindi lo spettro musicale si amplia, mettendo le basi per quello che poi arriverà in seguito. Quindi, se vogliamo vedere il grande disegno, The Elephant Riders è importante in sé vista la qualità delle canzoni che lo compongono, sia in vista futura perché pone le basi per i Clutch diventeranno sempre più grandi – paradossalmente tirandosi via tutto il surplus che avevano inserito nel sound
C’è qualcosa in questo disco che mi fa immaginare di camminare con la testa che ballonzola in un headbanging contenuto ma costante, una sorta di ritmo naturale della camminata.  Il potere di The Dragonfly direi che si può riassumere proprio così: un’onda di puro groove che, porca puttana, Austin Powers e il suo groovy spostati. Ma ancora sto a spiegarvi perché i Clutch sono dei grandi, puttana la miseria. Ma veramente, non capisco. 
Vorrei aggiungere ancora una cosa prima di lasciare la parola alla musica, che troverete sempre sotto le bestialità che scrivo: la musica dei Clutch è fenomenale e, senza paura di essere smentito, potrebbe andare tranquillamente da sola – come i Karma To Burn, tanto per intenderci -, ma non avrebbe la stessa eccezionale capacità di prenderti se non ci fosse la voce da predicatore di Neil Fallon. Fallon è colui che ti spiega cos’è il rock e perché devi convertirti a questo genere, i suoi sono monologhi illuminati sul perché il groove è fondamentale nella dieta quotidiana dell’essere vivente. Questa miscela di tono di voce, testi che si bilanciano fra il paradossale, il realismo e le storie distopiche (vedasi proprio il tema che ha dato il LA a questo CD) e componente musicale sul pezzo è ciò che rende i Clutch dei grandi.
Togliete uno dei pilastri e la creatura sarà sempre grande, ma la sua capacità di colpirti in faccia viene meno. 
[Zeus]