I principi attivi della droga. Queens of the Stone Age – Rated R (2000)

All’epoca dell’uscita di Rated R, dei Queens of the Stone Age ti fidati ciecamente. Non c’era bisogno di nessuna prova, di sentire il disco in anteprima o di scandagliare la rete per un tozzo di pane su Youtube. I QOTSA erano il derivato dei Kyuss, per quanto le due creature non centrino granché una con l’altra, se non per la presenza del mainman Josh Homme come compositore principale. E poi erano i QOTSA pre-svolta fighetta, quelli che la popolazione con il risvoltino non cagava di striscio perché seguiva qualcosa che proveniva dall’Inghilterra, era incensato da NME o qualche rivista dimmerda italiana e sembrava proporre qualcosa di realmente figo.
Non voglio sembrare uno di quelli con il fazzolettone sotto l’occhio e il piagnone, ma cristo, dentro Rated R c’era Nick Oliveri, sodale di Homme su Blues For The Red Sun, e anche Mark Lanegan: entrambi personaggi esplosivi e caratterizzati dall’utilizzo massiccio di droghe varie.  
Non potevo farmi mancare un disco del genere. Già le proposte stoner arrivavano con il contagocce da me, figuriamoci i gruppi che, ancora, non erano nessuno. E i QOTSA, all’epoca, non erano ancora il supergruppo che aveva dentro l’ex batterista dei Nirvana. E Mark Lanegan, nel 2000, non era proprio glamour, visto che gli Screaming Trees non se li cagava nessuno e non era ancora arrivato nei radar degli hipster demmerda con i dischi della svolta elettronica. 
Comprare Rated R era un’operazione di fiducia assoluta verso una band che poteva offrirti una valvola di sfogo da questo mondo malato. E così è stato, comprato a scatola chiusa e ascoltato religiosamente per mesi. Ogni tre per due era nell’Hi-Fi, ogni possibilità di musica era quella o quell’altra canzone di Rated R. Sarà che questo LP ha realmente i riff giusti (Feel Good Hit of the Summer o The Lost Art of Keeping a Secret) ) e non si nasconde quando fa l’occhiolino a canzoni melodiche e bastarde (Autopilot – ancora oggi una delle canzoni che più mi piacciono dei QOTSA).
Dentro ci senti la droga e le session alcoliche, il deserto e l’atmosfera tranquilla di un gruppo di musicisti dotati che mettono lo stile al servizio di un buon songwriting. Dentro Rated R ci senti la droga e infatti i pezzi sono schizoidi e non stanno fermi, formando una tracklist che saltella da qualcosa di più rock ad elementi quasi punk, sposta l’obiettivo sulla melodia e poi ritorna di nuovo a macinare riff rocciosi e meccanici. Le canzoni cozzano una contro l’altra, si scontrano e il loro maggiore pregio è anche il maggiore difetto che si portano dietro da vent’anni a questa parte: se non sei nello spirito, il continuo vagabondare alcolico dei brani non lo riesci a seguire. 
Rated R ha una senso di continuità nascosto sotto tutto, ma è difficile comprenderlo ad un ascolto distratto e, nel corso degli anni, questa sua innegabile peculiarità, questo suo essere frutto di jam sessions, è diventato il motivo per cui non riesco ad ascoltarlo spesso. A volte sorpassato dalla maggiore coesione di Song for the Deaf o dalla grezza energia dell’esordio. 
Quello che non riesce comunque a piacermi, e non riesco a rivalutarlo, è il finale stracciacoglioni, da strafatti di droga, di I Think I Lost My Headache
Il me stesso di vent’anni fa, quello che aveva acquistato questo disco con l’entusiasmo genuino del fan e l’aveva consumato a forza di ascoltarlo, avrebbe scritto un’altra recensione. Si sarebbe prodigato a redigere panegirici sull’abilità dei QOTSA, del fatto che ci suonano dentro Oliveri e Lagenan e che la sua attitudine “folle” è proprio il tratto distintivo di Rated R. 
Adesso, con vent’anni di più sulle spalle, una pandemia mondiale che impazza e diversi capelli grigi in più, il mio giudizio su questo LP è più tiepido. Forse lo sto riascoltano nel momento sbagliato e l’overdose alcolica, tenuta a freno dalla sola bravura musicale dei musicisti partecipanti, che trasuda dai solchi non mi è di conforto e non mi trova positivo. 
O, forse, Rated R non mi piace più come un tempo, che lo avevo eletto mio disco di riferimento per fare da soundtrack a giri fra pub, locali e sbronze. Non posso dimenticarlo e avrà sempre un posto di riguardo nella mia classifica dei dischi importanti, ma non è più un LP che ascolto regolarmente. Non lo cerco, anche se so che è la che mi aspetta una volta che avrò bisogno di gettarmi in quello strano turbine proveniente dal deserto del Joshua Tree. 
[Zeus]

La semplicità prima di diventare pesanti: A Perfect Circle – Mer de Noms (2000)

Nel 2000 il metal se la vede proprio malaccio. H guardato, in maniera distratta, cosa era uscito quell’anno e vi posso assicurare che la vivacità della scena metal (estrema o meno) era ridotta ai minimi termini. Album ne sono usciti, ma grandi album? No, quello non proprio. LP che confermano il cambio di tendenza (vedasi gli Immortal) o altre band che puntano tutto sul rosso quando esce nero (In Flames) o il saluto di un gruppo ormai allo stremo (Pantera). Sono tutti sinonimi di una condizione ormai deteriorata della musica che tanto amiamo. Ci saranno sicuramente dischi che mi ricorderanno grandi cose o anche buoni album, certo, ma quelli che ti segnano l’anima sono passati. Forse perché certe cose hanno una data di scadenza, come il latte, ed è meglio soffermarsi sui ricordi che seguirli nel futuro. Chi lo sa. 
Gli A Perfect Circle racchiudono la loro storia in due dischi, se vogliamo anche l’album di cover non è male, mentre con l’ultimo hanno messo insieme un qualcosa che non ascolto poi più di tanto. Praticamente hanno smesso di essere una band con brani “da riascoltare” nel triennio 2000 – 2003, poi si discute. Mer De Noms non bazzica nei territori metal (ma questo lo dico per chi è sceso dall’albero ieri sera) e anche se suona da rock con il baffetto ritorto, il risvoltino e l’antipasto vegan, hanno ancora quella qualità che molte band Indie cercano come il Valhalla nelle fogne del sound “artistoide”. Quindi mettono più o meno d’accordo tutti: dal metallaro di buon umore al rocker della domenica pomeriggio, con le magliette degli AC/DC comprate all’H&M. 
Sarà perché si porta appreso una mezza dozzina di canzoni buone (il video di Judith mi piace assai) e poi qualche colpo a vuoto. Tanto per buttare dentro musica, ma loro sapevano già che bastavano le altre per vedersi su Billboard, quindi va bene così. In fin dei conti quelle sei canzoni ti fanno riascoltare Mer de Noms, mentre i brani deboli non ti fanno cagare a spruzzo e, secondo un modello di valutazione ormai certificato dalla NASA, questo è un punto a favore di un disco. 
Gli APC se la prenderanno comoda per registrare il seguito, ma intanto hanno rimesso la parola rock in mezzo al letamaio dell’indie e di tutte le band con il The… davanti che, puttanatroia, mi fa salire il vomito. In mezzo ad una marea di letame o dischi inutili, una scintilla come questo Mer de Noms è abbastanza per cercare di scavallare il 2000 e non gettarsi giù da un ponte. 
Me lo ricordavo meglio, riascoltato dopo lungo tempo mi son ricreduto sull’eccellenza che gli avevo appiccicato addosso. Sono invecchiato io e la memoria mi gioca brutti scherzi, ma comunque sia Mer de Noms rimane un disco da tenere e riascoltare. Vent’anni di decantazione non l’hanno trasformato in aceto, per la gioia di Keenan. 
[Zeus]

Vent’anni dopo è ancora bisestile. The Smashing Pumpkins – Machina / The Machine of God (2000)

Di tutto il carrozzone grunge, gli Smashings Pumpkins sono quelli che ho sempre seguito di meno. Credo che il motivo principale sia il suo leader, Billy Corgan. Mi dispiace ammetterlo (!?), ma non ho mai sopportato il suo tono di voce; sento come canta e rabbrividisco, è tipo un gatto attaccato allo scroto mentre sto graffiando la lavagna con una forchetta. Non riesco a digerirlo e poi, in quanto a musica, riesco a sentire un po’ di canzoni e poi penso se ho tolto le cose dalla lavatrice, se ho lavato i piatti o ho portato fuori il cane (che non ho!). Quindi mi distraggo facilmente, riuscendo ad apprezzare realmente poche e selezionate canzoni, diciamo che di tutta la discografia mi viene in mente solo Bullet in Butterfly Wings. Penso che dica tutto, no? 
Ho perso di vista la band all’incirca nel 1995, dopo l’uscita di Mellon Collie and the Infinite Sadness.  All’epoca il grunge si era suicidato da solo, un po’ come molti fenomeni musicali pompati in maniera spropositata dalle case discografiche e dai media. E poi i protagonisti stavano crescendo ed invecchiare non fa bene al grunge (vedasi i Pearl Jam – di cui parleremo anche nel prossimo futuro, visto che cade il ventennale di Binaural). Invecchiare, per lo spleen adolescenziale, è una gran rottura di palle. Dopo anni di silenzio e dimenticanza, li ho incrociati con Adore e il video di Ava Adore e non per una curiosità spasmodica, ma perché MusicBox lo trasmetteva in continuazione. Risultato? L’innesto dell’elettronica mi ha proprio tolto la voglia di ascoltarli. 
Salto avanti ed eccoli a compiere vent’anni con Machina / The Machines of God. Di questo LP avevo sentito di sfuggita qualche canzone, ma ormai nel 2000 gli Smashing Pumpkings erano l’ombra di sé stessi, alle prese con un concept cervellotico (che nessuno ha probabilmente capito) e alla disperata ricerca di sé stessi. Operazione, quest’ultima che prosegue ancora oggi.
Machina ha il sostanziale vantaggio di non basarsi così tanto sull’elettronica come il precedessore. Ci sono sì spruzzate di modernità, ma anche le chitarre distorte e una evidente sensibilità pop (Stand Inside Your Love o la commerciale Try, Try, Try) nella prima parte della tracklist. E fin qua, cari lettori, le canzoni non sono malaccio. La voce è oscena, ma Corgan è capace di comporre canzoni degne di questo nome. Il problema è solo uno: sono fuori tempo massimo e non le riesco ad apprezzare pienamente. Nel 2020, il grunge non mi fornisce più quella sensazione di svago e conforto che era solito darmi ad inizio anni ’90 – adesso parla una lingua differente.
Oltre ad una sensazione di lost in translation e una lunghezza stracciapalle, diverse canzoni non vanno da nessuna parte  (Heavy Metal Machine) o sono brani in cui gli SP cagano direttamente fuori dal vaso.
Con Machina, Corgan tenta il colpo di coda ma si è solo il sussulto del cadavere. Dopo il 2000 il declino si è velocizzato e il viale cipressato è diventato una realtà tangibile, mentre la band continua testardamente a produrre dischi, andare in tour e credere di essere ancora importante.
Non lo sono, fidatevi di me.
La prima metà di Machina / The Machines of God la potete sfruttare per capire come costruire una canzone pop intelligente senza perdere di vista le chitarre.
Bisogna dare atto del buon songwriting di diverse canzoni, se no si finisce per sparare merda sul disco senza sottolineare anche gli eventuali pregi, ma oltre a questo direi che possiamo passare oltre e salutare gli Smashing Pumpkins.
[Zeus]

Infamate di febbraio. 3 Doors Down – The Better Life (2000)

Infami come le foto del McDonalds, quelle stupende foto succulente di hamburger fumanti e gonfi di tutto. Le conoscete vero? Sono spettacolari, con panini ripieni di ogni ben del Capro, gocciolanti di salse e con il pane grande come un badile. L’acquolina fatta pubblicità.
Poi arrivi al tuo “spacciatore” di fiducia e ti ritrovi un panino grande la metà (la depressione di vedere il BigMac diminuito di dimensioni mi ha traumatizzato nel corso degli anni) e completamente diverso dalla cornucopia del volantino.
Una delusione cocente. Brutta cosa la memoria e le aspettative.
Non che mi aspettassi molto dai 3 Doors Down e non avevo memoria, anche perchè questo The Better Life è il disco di debutto, ma quello che c’è dentro nei solchi digitali di questo CD è quanto di più simile al BigMac della realtà.
Un rock sapido, senza sugo e senza nessuna volontà di far niente. Canzoncine utili mentre stai facendo la spesa, eviti di far sentire le onorevoli scorregge al cesso pubblico o per fare da sottofondo ai settanta minuti di attesa che passano fra la tua entrata al cinema e la visione del film, potenzialmente deludente, su cui hai scelto di investire una percentuale considerevole delle tue poche, e mal conservate, risorse finanziare.
I 3 Doors Down, però, non hanno vergogna e piazzano i singoloni strappamutande subito e poi proseguono facendoti continuamente l’occhiolino, dandoti di gomito e dicendoti: “se vuoi rimorchiare, questo è quello che fa per te”.
Per quanto il fine sia quello corretto, il mezzo è errato in maniera oltraggiosamente demoniaca. Perchè, cari quattro lettori (vedo le statistiche, posso scrivere di black, death, figa, morte e governo… ma tanto quattro siete e quattro rimanete), ci vuole anche della dignità nel promuovere il sacro fine della camporella selvaggia. Loro ci hanno messo sopra la carriera e, a quanto immagino, l’investimento deve essergli ritornato con gli interessi, visto che questo genere di musica funziona alla grande sul pubblico. Signori, stiamo parlando di una band che negli anni a venire venderà una cosa come 30 milioni di dischi nel mondo. Non significa qualità, cristo lo so anche io, ma ci sono milioni di persone che hanno preso lo stipendio e l’hanno gettato nelle fogne… tanto valeva farmi un bonifico bancario, così potevo trasportare TheMurderInn in qualche località esotica e vivere di rendita per il resto dei miei giorni.
Ci ha visto lungo Brad Arnold, niente da dire. Ha capito che buttando il tutto sull’incosistente venato di pseudo-rock, avrebbe fatto breccia dove molti altri non hanno osato arrivare. E non sto parlando del cuore.

[Zeus]

Ancora gli HIM di Razorblade Romance… ma questa volta è Lenny a dare la sua versione dei fatti.

Quando ero al secondo anno di università, minchia son già passati vent’anni, una sera mi ritrovai in un noto bacaro di Venezia con un gruppetto di finlandesi in vacanza. Visto che la birra ha il potere di unire le persone, non fu difficile attaccare discorso. Questi ragazzi mi dissero quanto gli piacesse la città, mi raccontarono dove erano stati e cosa avevano visto. Dopodiché si passò ad argomenti molto più elevati come, ad esempio, se fosse meglio ubriacarsi un po’ alla volta bevendo della birra fresca o in un botto ammazzandosi di superalcolici. Ovviamente ognuno aveva la sua opinione in merito, alcuni propendevano anche per entrambi, senza preoccuparsi delle distinzioni. 

Essendo io un metallaro sfegatato non persi l’occasione di tirare fuori l’argomento “musica” davanti a dei finlandesi. Dopo aver professato il mio amore spropositato per i Sentenced, band che rimpiango ogni giorno della mia vita, snocciolai nomi uno dietro l’altro per far capire quanto il metal finnico fosse popolare da noi. 

Quindi si parlò di Amorphis, Nightwish, Children Of Bodom, Stratovarius, Apocalyptica, la lista potete immaginarla, fino a quando qualcuno di loro disse “HIM!”. “Chi???” dissi io. “HIM!”. “Lui chi?”. “No, HIM, H – I – M”. “Ah, HIM! Sì certo, HIM!” risposi da paraculo, chiedendomi nel frattempo chi cazzo fosse/fossero. Presi mentalmente nota del nome per cercare di scoprire qualcosa. Al tempo non esistevano smartphone e anche in casa erano in pochi ad avere internet, quindi aspettai che si presentasse l’occasione.

Fu proprio con l’uscita di Razorblade Romance, recensito su una rivista un paio di settimane dopo, che entrai per la prima volta in contatto con gli HIM e, a partire dalla copertina, dissi subito “No, grazie”. Modo molto immaturo di prendere una decisione, lo ammetto, ma ero ancora giovane e avevo pochi soldi da spendere in CD. Nei vent’anni successivi comunque non mi capitò mai di ascoltare questo gruppo, nemmeno con gli altri album. Quindi è in occasione di questo anniversario che per la prima volta mi sono preso l’impegno.

Devo ammettere che la proposta musicale non incontra proprio i miei gusti, troppo soft, troppo “easy”, ma mi trovo comunque ad apprezzare le doti vocali di Ville Valo. Mi piace il suo tono profondo anche se in alcuni brani insiste un po’ troppo sugli acuti, che immagino facciano sospirare tanto le ragazzine. Le melodie sono molto orecchiabili e nemmeno troppo scontate, questo è un bene, un punto a favore. L’uso dell’effettistica l’ho trovato abbastanza inutile e non posso certo lodare gli assoli di chitarra. 

Non li ho ascoltati per tutto questo tempo e non ne ho sentito la mancanza, ma probabilmente li avrei apprezzati come sottofondo nei locali, negli eventi o durante i viaggi al posto di tanta altra roba inutile. A piccole dosi ovviamente, almeno per quanto riguarda questo album, perché nella sua interezza mi ha annoiato un po’. Nel complesso l’ascolto rimane comunque piacevole, anche rilassante e se questa è/era la musica easy listening che passava per le radio finlandesi, fortunati loro, perché è molto meglio di più o meno qualsiasi cosa ci viene propinata in Italia.

[Lenny Verga]

La standardizzazione della depressione. Sentenced – Crimson (2000)

Pensateci bene, questo disco compie vent’anni di vita. Se all’epoca eravate abbastanza grandi da ascoltarvelo in diretta, adesso probabilmente siete con famiglia o avete i cazzi&mazzi del lavoro e della vita adulta. Non dico che siete al livello di “braccia dietro la schiena e via ai cantieri”, ma sicuramente non siete il pubblico che ascolta Billie Eilish. Almeno lo spero. 
Nel 2000 anche i Sentenced diventano “grandi” e lasciano da parte un po’ della grinta vera, quella che aveva fatto di Frozen quel gran cazzo di disco che era e si auto-addomesticano. Quindi ecco che Crimson diventa un qualcosa di meno irruento, spostando la bilancia musicale verso il rock più che sul metal, pur mantenendo tematiche che viaggiano lungo lo spettro della depressione-malinconia-problematiche esistenziali. Quello che non hanno perso, ovviamente, è il gusto per la melodia, per quegli hook che ti si inchiodano nel cervello al primo ascolto e per una generale capacità di strutturare una canzone per raggiungere immediatamente l’ascoltatore. 
Se vogliamo, con Crimson questa tendenza è addirittura accentuata e fa sì che qualche canzone di troppo si perda nella consolidata formula-Sentenced. 
Il che non è male, in generale, ma per un gruppo come quello finnico ci si aspetta sempre un po’ di più del “normale”.
Sentito vent’anni dopo, questo disco soffre la concorrenza di dischi più drammatici (quelli precedenti) e quelli più calibrati sotto l’aspetto strettamente melodico-catchy (The Cold White Light). Non bastano poche canzoni realmente ben fatte (una No More Beating as One, Broken, il crescendo di Dead Moon Rising o With Bitterness and Joy) a farti ricordare meglio questo disco, perché il resto la butta tutta su un “rock quasi da radio” se non fosse per il tono generale delle canzoni. 
Questo è quello che mi resta di Crimson dopo vent’anni: un gruppo con tantissimo potenziale che, arrivato al 2000, si trova fra le mani una creatura incredibile ma che non riesce a governare bene. Ormai il passo verso una maggiore commercializzazione è stato fatto e tornare indietro non ha senso, ma su tutto mancano ottime idee o la brillantezza di tagliare la canzone quando le idee scarseggiano, così da condensare quelle poche buone e non diluirle in troppi minuti o nel manierismo. 
Per il prossimo disco, dovremmo/dovrete aspettare ancora due anni e visto che sarà il colpo di coda, l’attimo di vitalità della band, direi che nel frattempo potete recuperare i dischi dei Sentenced e godervi questa botta di malinconia autunnale mentre fuori tira una brezza fredda. 
[Zeus]

Tiamat – Skeleton Skeletron (1999)

Non sono mai stato un grandissimo fan dei Tiamat, anche se ammetto che qualche volta mi ci butto a capofitto e poi me li dimentico per molti mesi. Questo disco, Skeleton Skeletron ad esempio, me lo son dimenticato per anni e ringrazio il Grande Capro per questa operazione “recupero”, così me lo son potuto risentire e, soprattutto, mi son ricordato perché non l’avevo sentito per anni. 
Il motivo è semplice: non è un prodotto che mi attira e mi porta a riascoltarlo. Tutta la componente “new wave” aveva incominciato a mostrare la corda da diverso tempo, quindi arrivare al 1999 con questo disco è essere al contempo mezzi paraculi – mezzi fuori tempo. Ma se Edlund ne aveva voglia, per quale motivo non registrare un disco così? 
Infatti l’ha fatto e poi ha perso completamente la brocca e ha incominciato a produrre LP che definire degni del nome Tiamat è quantomeno azzardato. Ma questi commenti disfattisti li lascio al me futuro. 
Cosa c’è da dire su Skeleton Skeletron? Poco, ve lo posso assicurare, quindi il recupero si fa veloce e poi si passa oltre. Non è un disco da buttare, soprattutto dopo che ha subito il lifting dell’età e delle uscite successive (cosa che riesce a rivitalizzare persino i dischi post-2000 dei cadaveri chiamati In Flames), solo che non è neanche un disco bello in sé. Quindi si posiziona nella grande classifica dei dischi che lasciano il tempo che trovano, inutili sotto molti punti di vista, e ascrivibili sotto la categoria “vezzo dell’artista”. Avessero composto questo sotto altro nome, forse il giudizio sarebbe stato meno tranciante, ma la storia non si fa con i se. Skeleton Skeletron è il disco che mi sto riascoltando or ora, porta impresso il nome Tiamat, e che non credo ritirerò fuori dalla tomba nei prossimi mesi. 
[Zeus]

Una mezza delusione. Chris Cornell – Euphoria Morning (1999)

La carriera solista di Chris Cornell l’ho sempra scansata, mi fa venire il pelo alto tipo cane spaventato. Perché un solo pezzo dei Soundgarden riesce a spazzare via tutta la discografia solista del cantante di Seattle. Che siano i dischi come questo Euphoria Morning o quelli della sbornia pop con Timbaland e i balletti imbarazzanti. Ad essere ancora più sincero, non ho mai seguito troppo neanche gli Audioslave, per quanto sulla carta potessero essere un buon combo (Rage Against The Machine + Soundgarden).
Qualcosa di questo disco me lo ricordo da quando era uscito ma, visto che alla parola Euphoria Morning il mio cervello ha sollevato il classico sopracciglio chiedendosi “cazzo è?”, allora ho preferito darci un paio di rinfrescate prima di scriverci qualcosa. E confermo il commento del mio cervello. Euphoria Morning non è un brutto disco, sia chiaro, solo che non ti rimane dentro. Nella sua voglia di essere un disco adulto, di far vedere qualcosa di “intimista” o che ne so io, si dimentica qualcosa di fondamentale: le canzoni che spaccano. E, con questo termine, non mi aspetto certo un disco degli Anaal Nathrakh, ma qualcosa che ti faccia svoltare la giornata, la canzone che ti faccia prendere male o ti porti dalle profondità dell’abisso ad un livello di socializzazione decente.
Euphoria Morning non ha niente di tutto questo. Buona produzione, estremo accento sulla voce di Cornell (che, diciamocelo, nel 1999 era ancora fortunato con il “suo strumento”, poi ha incominciato a zoppicare) e con una tracklist di 12 canzoni.
Dodici canzoni, ripetetelo con me, dove manca ogni tipo di energia o di appeal realmente buono. Pochi i brani realmente godibili, il resto si assesta sullo stomaco come peperonata mischiata a cemento armato.
Vi verrebbe da riprendere in mano questo CD se non fosse unicamente per il nome che ha sopra e/o per il grande recupero post-mortem?
Da parte mia è no. E vi posso assicurare che questa sarà l’ultima volta che tocco Euphoria Morning per almeno molti anni. Se son bravo e diligente, forse lo posso riesumare per i 40 anni del disco e, da bravo quasi sessantenne, incomicerò a trovarci dentro dei punti positivi che la mia non-più-giovane età non mi aveva permesso di percepire.
Per quanto riguarda il qui ed ora, il 2019, il rock adulto, malinconico, leggermente venato di mezza psichedelia di Euphoria Morning non mi dice niente.
Verrà adorato perché, quando si muore, tutto diventa bello e poetico, ma alla prova del tempo l’opera per cui Chris Cornell, e la sua ugola, dovrà essere ricordato è quella dei Soundgarden. Tutto il resto, come si dice, è noia.
[Zeus]


Una collezione di cover. Mark Lanegan – I’ll Take Care Of You (1999)

Non è la prima volta che Mark Lanegan fa capolino su queste pagine, ci siamo già passati con l’album precedente. Non ci posso far niente, ma nel reparto grunger-divenuti-adulti e adesso compositori, Lanegan è probabilmente il mio preferito.
Questo lo dico con certezza fino al 2012, poi gli album successivi non li ho seguiti granché perché non sono il mio pane. Sembrano essersi spostati su coordinate a me estranee, totalmente slegati dal mio concetto di rock/rock-blues o, più semplicemente, dalla visione che ho di Mark Lanegan come cantautore.
Che poi è una stronzata, sia chiaro. Sembro essere il tipico fan dei (nome band a caso), che vuole il suo gruppo suonare sempre e comunque la stessa cosa. So che sono nell’errore, ma nel mio cervello Lanegan è, e rimarrà, quello che cantava disperato su Whishey For The Holy Ghost. Ammetto anche che questo, più di The Winding Sheet, è l’LP che mi ha fatto conoscere il cantante americano – le sue opere con gli Screaming Trees erano già nel mio repertorio grunge.
I’ll Take Care of You rientra perfettamente nel filone iniziale del Lanegan cantautore. Non si discosta come ambientazione, come oscurità nella musica e, in generale, come impostazione del disco. Oserei dire che è il penultimo disco ad essere pregno dello spirito blues/soul, prima di svoltare su altre sonorità con Field Songs e poi cambiare pelle da Bubblegum (2004) in avanti.
Nel 1999, però, Lanegan rende omaggio ai grandi del passato, figure carismatiche e/o drammatiche del cantautorato, del blues, del soul o anche dell’indie e li reinterpreta con il suo inconfondibile timbro vocale. Non fraintendetemi, non tutto il disco mi piace alla follia. Certe canzoni non mi prendono molto, ma la tripletta iniziale con Carry Home – I’ll Take Care of you – Shiloh Town (una fra le mie preferite insieme a Shanty Man’s Life) è realmente molto forte, sia dal punto di vista interpretativo, sia da quello dell’appeal. Queste canzoni ti restano dentro subito. Poi incomincia il punto centrale del disco dove Lanegan ha rinchiuso molti cantanti blues e qualche chicca indie (Creeping Coastline of Lights) e c’è bisogno di molta più concentrazione per riuscire a recepirle. Come potete capire, rispetto all’inizio del disco si può vedere una leggerissima flessione.
Il finale di I’ll Take Care of You è però in salita, con buone canzoni (la già citata Shanty Man’s Life è alla posizione numero 10) e un finale che non mi ha mai entusiasmato (la cover di Boogie, Boogie di Tim Rose).
Questa è la prima volta che Lanegan si cimenta in un disco interamente di cover (poi riproporrà la cosa più avanti nel tempo) e il risultato è affascinante visto si scopre un po’ del passato musicale del singer americano, ma non perfetto. Anche se sono presenti tracce più deboli (su Field Songs ce ne sono, non mento), è nella produzione di canzoni proprie dove Lanegan riesce a scavare un solco profondo, equilibrando agli elementi rock/blues, una spiccata sensibilità soul e tematiche autobiografiche o liricamente influenzate da elementi di stampo biblico.
[Zeus]

L’autorevole opinione di Lenny Verga su S&M

Se vi foste persi la precedente recensione, potete recuperarla cliccando su questo link.

A differenza della maggior parte dei metalheads, a me il connubio tra metallo e orchestra, in alcuni casi, è piaciuto molto e mi ha regalato grandi emozioni. Con questa premessa vent’anni fa mi addentrai in un negozio di dischi e comprai S&M. 
Quanto cazzo spesi male quei soldi? Che non furono nemmeno pochi, accidenti. Mi ricordo anche dove andai a comprarlo: in un negozio a Venezia. A Venezia! Dove tutto costa di più e, ovviamente, anche i CD. Ma io dovevo averlo, perché, siccome mi ero rifiutato di comprare Re-Load, pensai che almeno quello potevo comprarlo.
Ma come reagii al primo ascolto di questo live? Dal momento che mi piace
ascoltare colonne sonore e che ad occuparsi delle composizioni orchestrali c’era Michael Kamen, la curiosità era tanta. Potete immaginare l’esaltazione quando sentii The Ecstasy of Gold di Ennio Morricone usata come intro, da fan sfegatato quale sono dei film di Sergio Leone e Clint Eastwood. La band attacca con uno dei miei pezzi preferiti, The Call of Ktulu, nove minuti di strumentale dove, almeno secondo me, l’orchestra esegue un gran bel lavoro di accompagnamento, intervenendo nei punti giusti, sottolinenando le linee melodiche e senza invadere eccessivamente il brano dove c’è bisogno di tirare e spaccare. Ma la magia finisce qui, dopo due brani. E uno non è nemmeno dei Metallica. Non lo suonano nemmeno. Fanculo.
Perché già con la seconda canzone mi rendo conto che c’è qualcosa che non va. 
Master of Puppets suona confusionaria, l’orchestra e la band sembrano andare ognuna per conto proprio, suonando partiture che paiono non avere niente a che fare l’una con l’altra. Sembra quasi di ascoltare due CD diversi che suonano contemporaneamente. Da qui in poi il live mantiene questa impressione per l’intera durata: venti brani, due ore. Gli interventi dell’orchestra sono eccessivi, spesso poco chiari e riempiono spazi che non avevano bisogno di essere riempiti, tarpano le ali a tutti i pezzi che risultano tronfi e confusi. Ma soprattutto massacrano le palle all’ascoltatore. Immagino l’imbarazzo di chi si è trovato ad assistere dal vivo a tale scempio, ed a proposito di questo, non riesco a capire a chi di preciso fosse rivolto questo “prodotto”. Ai fan dei Metallica in generale? Ai neo fan che hanno iniziato ad ascoltarli da Re-Load in poi? Ai signorotti che non si perdono un concerto della San Francisco Symphony Orchestra?
Perché immagino ci saranno stati anche alcuni di loro a questo avvenimento mondano. Proprio qui ci si scontra con uno dei problemi più grossi: la mancanza di una direzione, di uno scopo ben preciso che non fosse solo quello dell’incasso. 
Mi chiedo se qualcuno degli addetti ai lavori si sia mai fermato ad ascoltare cosa stava uscendo da questo esperimento già in fase di scrittura o durante le prove, o se tutti avranno pensato che i nomi coinvolti erano sufficienti per garantirsi gli incassi, non importa il risultato. Perché i soldi li hanno fatti, l’album entrò anche in Italia nella classifica dei più venduti, se non ricordo male, e mentre la moda dei Metallica imperversava per l’intero globo, noi metalhead ci trovammo con il portafogli alleggerito, una gran sensazione di essere stati presi per il culo e con due sottobicchieri parecchio costosi. Penso di aver ascoltato questo CD solo un paio di volte nei primi giorni dopo l’acquisto e poi mai più, a parte qualche ascolto di The Call of Ktulu che mi piaceva e mi piace ancora oggi in questa veste alternativa,
una piccola eccezione in un mare di schifo.

[Lenny Verga]