Ancora gli HIM di Razorblade Romance… ma questa volta è Lenny a dare la sua versione dei fatti.

Quando ero al secondo anno di università, minchia son già passati vent’anni, una sera mi ritrovai in un noto bacaro di Venezia con un gruppetto di finlandesi in vacanza. Visto che la birra ha il potere di unire le persone, non fu difficile attaccare discorso. Questi ragazzi mi dissero quanto gli piacesse la città, mi raccontarono dove erano stati e cosa avevano visto. Dopodiché si passò ad argomenti molto più elevati come, ad esempio, se fosse meglio ubriacarsi un po’ alla volta bevendo della birra fresca o in un botto ammazzandosi di superalcolici. Ovviamente ognuno aveva la sua opinione in merito, alcuni propendevano anche per entrambi, senza preoccuparsi delle distinzioni. 

Essendo io un metallaro sfegatato non persi l’occasione di tirare fuori l’argomento “musica” davanti a dei finlandesi. Dopo aver professato il mio amore spropositato per i Sentenced, band che rimpiango ogni giorno della mia vita, snocciolai nomi uno dietro l’altro per far capire quanto il metal finnico fosse popolare da noi. 

Quindi si parlò di Amorphis, Nightwish, Children Of Bodom, Stratovarius, Apocalyptica, la lista potete immaginarla, fino a quando qualcuno di loro disse “HIM!”. “Chi???” dissi io. “HIM!”. “Lui chi?”. “No, HIM, H – I – M”. “Ah, HIM! Sì certo, HIM!” risposi da paraculo, chiedendomi nel frattempo chi cazzo fosse/fossero. Presi mentalmente nota del nome per cercare di scoprire qualcosa. Al tempo non esistevano smartphone e anche in casa erano in pochi ad avere internet, quindi aspettai che si presentasse l’occasione.

Fu proprio con l’uscita di Razorblade Romance, recensito su una rivista un paio di settimane dopo, che entrai per la prima volta in contatto con gli HIM e, a partire dalla copertina, dissi subito “No, grazie”. Modo molto immaturo di prendere una decisione, lo ammetto, ma ero ancora giovane e avevo pochi soldi da spendere in CD. Nei vent’anni successivi comunque non mi capitò mai di ascoltare questo gruppo, nemmeno con gli altri album. Quindi è in occasione di questo anniversario che per la prima volta mi sono preso l’impegno.

Devo ammettere che la proposta musicale non incontra proprio i miei gusti, troppo soft, troppo “easy”, ma mi trovo comunque ad apprezzare le doti vocali di Ville Valo. Mi piace il suo tono profondo anche se in alcuni brani insiste un po’ troppo sugli acuti, che immagino facciano sospirare tanto le ragazzine. Le melodie sono molto orecchiabili e nemmeno troppo scontate, questo è un bene, un punto a favore. L’uso dell’effettistica l’ho trovato abbastanza inutile e non posso certo lodare gli assoli di chitarra. 

Non li ho ascoltati per tutto questo tempo e non ne ho sentito la mancanza, ma probabilmente li avrei apprezzati come sottofondo nei locali, negli eventi o durante i viaggi al posto di tanta altra roba inutile. A piccole dosi ovviamente, almeno per quanto riguarda questo album, perché nella sua interezza mi ha annoiato un po’. Nel complesso l’ascolto rimane comunque piacevole, anche rilassante e se questa è/era la musica easy listening che passava per le radio finlandesi, fortunati loro, perché è molto meglio di più o meno qualsiasi cosa ci viene propinata in Italia.

[Lenny Verga]

La standardizzazione della depressione. Sentenced – Crimson (2000)

Pensateci bene, questo disco compie vent’anni di vita. Se all’epoca eravate abbastanza grandi da ascoltarvelo in diretta, adesso probabilmente siete con famiglia o avete i cazzi&mazzi del lavoro e della vita adulta. Non dico che siete al livello di “braccia dietro la schiena e via ai cantieri”, ma sicuramente non siete il pubblico che ascolta Billie Eilish. Almeno lo spero. 
Nel 2000 anche i Sentenced diventano “grandi” e lasciano da parte un po’ della grinta vera, quella che aveva fatto di Frozen quel gran cazzo di disco che era e si auto-addomesticano. Quindi ecco che Crimson diventa un qualcosa di meno irruento, spostando la bilancia musicale verso il rock più che sul metal, pur mantenendo tematiche che viaggiano lungo lo spettro della depressione-malinconia-problematiche esistenziali. Quello che non hanno perso, ovviamente, è il gusto per la melodia, per quegli hook che ti si inchiodano nel cervello al primo ascolto e per una generale capacità di strutturare una canzone per raggiungere immediatamente l’ascoltatore. 
Se vogliamo, con Crimson questa tendenza è addirittura accentuata e fa sì che qualche canzone di troppo si perda nella consolidata formula-Sentenced. 
Il che non è male, in generale, ma per un gruppo come quello finnico ci si aspetta sempre un po’ di più del “normale”.
Sentito vent’anni dopo, questo disco soffre la concorrenza di dischi più drammatici (quelli precedenti) e quelli più calibrati sotto l’aspetto strettamente melodico-catchy (The Cold White Light). Non bastano poche canzoni realmente ben fatte (una No More Beating as One, Broken, il crescendo di Dead Moon Rising o With Bitterness and Joy) a farti ricordare meglio questo disco, perché il resto la butta tutta su un “rock quasi da radio” se non fosse per il tono generale delle canzoni. 
Questo è quello che mi resta di Crimson dopo vent’anni: un gruppo con tantissimo potenziale che, arrivato al 2000, si trova fra le mani una creatura incredibile ma che non riesce a governare bene. Ormai il passo verso una maggiore commercializzazione è stato fatto e tornare indietro non ha senso, ma su tutto mancano ottime idee o la brillantezza di tagliare la canzone quando le idee scarseggiano, così da condensare quelle poche buone e non diluirle in troppi minuti o nel manierismo. 
Per il prossimo disco, dovremmo/dovrete aspettare ancora due anni e visto che sarà il colpo di coda, l’attimo di vitalità della band, direi che nel frattempo potete recuperare i dischi dei Sentenced e godervi questa botta di malinconia autunnale mentre fuori tira una brezza fredda. 
[Zeus]

Tiamat – Skeleton Skeletron (1999)

Non sono mai stato un grandissimo fan dei Tiamat, anche se ammetto che qualche volta mi ci butto a capofitto e poi me li dimentico per molti mesi. Questo disco, Skeleton Skeletron ad esempio, me lo son dimenticato per anni e ringrazio il Grande Capro per questa operazione “recupero”, così me lo son potuto risentire e, soprattutto, mi son ricordato perché non l’avevo sentito per anni. 
Il motivo è semplice: non è un prodotto che mi attira e mi porta a riascoltarlo. Tutta la componente “new wave” aveva incominciato a mostrare la corda da diverso tempo, quindi arrivare al 1999 con questo disco è essere al contempo mezzi paraculi – mezzi fuori tempo. Ma se Edlund ne aveva voglia, per quale motivo non registrare un disco così? 
Infatti l’ha fatto e poi ha perso completamente la brocca e ha incominciato a produrre LP che definire degni del nome Tiamat è quantomeno azzardato. Ma questi commenti disfattisti li lascio al me futuro. 
Cosa c’è da dire su Skeleton Skeletron? Poco, ve lo posso assicurare, quindi il recupero si fa veloce e poi si passa oltre. Non è un disco da buttare, soprattutto dopo che ha subito il lifting dell’età e delle uscite successive (cosa che riesce a rivitalizzare persino i dischi post-2000 dei cadaveri chiamati In Flames), solo che non è neanche un disco bello in sé. Quindi si posiziona nella grande classifica dei dischi che lasciano il tempo che trovano, inutili sotto molti punti di vista, e ascrivibili sotto la categoria “vezzo dell’artista”. Avessero composto questo sotto altro nome, forse il giudizio sarebbe stato meno tranciante, ma la storia non si fa con i se. Skeleton Skeletron è il disco che mi sto riascoltando or ora, porta impresso il nome Tiamat, e che non credo ritirerò fuori dalla tomba nei prossimi mesi. 
[Zeus]

Una mezza delusione. Chris Cornell – Euphoria Morning (1999)

La carriera solista di Chris Cornell l’ho sempra scansata, mi fa venire il pelo alto tipo cane spaventato. Perché un solo pezzo dei Soundgarden riesce a spazzare via tutta la discografia solista del cantante di Seattle. Che siano i dischi come questo Euphoria Morning o quelli della sbornia pop con Timbaland e i balletti imbarazzanti. Ad essere ancora più sincero, non ho mai seguito troppo neanche gli Audioslave, per quanto sulla carta potessero essere un buon combo (Rage Against The Machine + Soundgarden).
Qualcosa di questo disco me lo ricordo da quando era uscito ma, visto che alla parola Euphoria Morning il mio cervello ha sollevato il classico sopracciglio chiedendosi “cazzo è?”, allora ho preferito darci un paio di rinfrescate prima di scriverci qualcosa. E confermo il commento del mio cervello. Euphoria Morning non è un brutto disco, sia chiaro, solo che non ti rimane dentro. Nella sua voglia di essere un disco adulto, di far vedere qualcosa di “intimista” o che ne so io, si dimentica qualcosa di fondamentale: le canzoni che spaccano. E, con questo termine, non mi aspetto certo un disco degli Anaal Nathrakh, ma qualcosa che ti faccia svoltare la giornata, la canzone che ti faccia prendere male o ti porti dalle profondità dell’abisso ad un livello di socializzazione decente.
Euphoria Morning non ha niente di tutto questo. Buona produzione, estremo accento sulla voce di Cornell (che, diciamocelo, nel 1999 era ancora fortunato con il “suo strumento”, poi ha incominciato a zoppicare) e con una tracklist di 12 canzoni.
Dodici canzoni, ripetetelo con me, dove manca ogni tipo di energia o di appeal realmente buono. Pochi i brani realmente godibili, il resto si assesta sullo stomaco come peperonata mischiata a cemento armato.
Vi verrebbe da riprendere in mano questo CD se non fosse unicamente per il nome che ha sopra e/o per il grande recupero post-mortem?
Da parte mia è no. E vi posso assicurare che questa sarà l’ultima volta che tocco Euphoria Morning per almeno molti anni. Se son bravo e diligente, forse lo posso riesumare per i 40 anni del disco e, da bravo quasi sessantenne, incomicerò a trovarci dentro dei punti positivi che la mia non-più-giovane età non mi aveva permesso di percepire.
Per quanto riguarda il qui ed ora, il 2019, il rock adulto, malinconico, leggermente venato di mezza psichedelia di Euphoria Morning non mi dice niente.
Verrà adorato perché, quando si muore, tutto diventa bello e poetico, ma alla prova del tempo l’opera per cui Chris Cornell, e la sua ugola, dovrà essere ricordato è quella dei Soundgarden. Tutto il resto, come si dice, è noia.
[Zeus]


Una collezione di cover. Mark Lanegan – I’ll Take Care Of You (1999)

Non è la prima volta che Mark Lanegan fa capolino su queste pagine, ci siamo già passati con l’album precedente. Non ci posso far niente, ma nel reparto grunger-divenuti-adulti e adesso compositori, Lanegan è probabilmente il mio preferito.
Questo lo dico con certezza fino al 2012, poi gli album successivi non li ho seguiti granché perché non sono il mio pane. Sembrano essersi spostati su coordinate a me estranee, totalmente slegati dal mio concetto di rock/rock-blues o, più semplicemente, dalla visione che ho di Mark Lanegan come cantautore.
Che poi è una stronzata, sia chiaro. Sembro essere il tipico fan dei (nome band a caso), che vuole il suo gruppo suonare sempre e comunque la stessa cosa. So che sono nell’errore, ma nel mio cervello Lanegan è, e rimarrà, quello che cantava disperato su Whishey For The Holy Ghost. Ammetto anche che questo, più di The Winding Sheet, è l’LP che mi ha fatto conoscere il cantante americano – le sue opere con gli Screaming Trees erano già nel mio repertorio grunge.
I’ll Take Care of You rientra perfettamente nel filone iniziale del Lanegan cantautore. Non si discosta come ambientazione, come oscurità nella musica e, in generale, come impostazione del disco. Oserei dire che è il penultimo disco ad essere pregno dello spirito blues/soul, prima di svoltare su altre sonorità con Field Songs e poi cambiare pelle da Bubblegum (2004) in avanti.
Nel 1999, però, Lanegan rende omaggio ai grandi del passato, figure carismatiche e/o drammatiche del cantautorato, del blues, del soul o anche dell’indie e li reinterpreta con il suo inconfondibile timbro vocale. Non fraintendetemi, non tutto il disco mi piace alla follia. Certe canzoni non mi prendono molto, ma la tripletta iniziale con Carry Home – I’ll Take Care of you – Shiloh Town (una fra le mie preferite insieme a Shanty Man’s Life) è realmente molto forte, sia dal punto di vista interpretativo, sia da quello dell’appeal. Queste canzoni ti restano dentro subito. Poi incomincia il punto centrale del disco dove Lanegan ha rinchiuso molti cantanti blues e qualche chicca indie (Creeping Coastline of Lights) e c’è bisogno di molta più concentrazione per riuscire a recepirle. Come potete capire, rispetto all’inizio del disco si può vedere una leggerissima flessione.
Il finale di I’ll Take Care of You è però in salita, con buone canzoni (la già citata Shanty Man’s Life è alla posizione numero 10) e un finale che non mi ha mai entusiasmato (la cover di Boogie, Boogie di Tim Rose).
Questa è la prima volta che Lanegan si cimenta in un disco interamente di cover (poi riproporrà la cosa più avanti nel tempo) e il risultato è affascinante visto si scopre un po’ del passato musicale del singer americano, ma non perfetto. Anche se sono presenti tracce più deboli (su Field Songs ce ne sono, non mento), è nella produzione di canzoni proprie dove Lanegan riesce a scavare un solco profondo, equilibrando agli elementi rock/blues, una spiccata sensibilità soul e tematiche autobiografiche o liricamente influenzate da elementi di stampo biblico.
[Zeus]

L’autorevole opinione di Lenny Verga su S&M

Se vi foste persi la precedente recensione, potete recuperarla cliccando su questo link.

A differenza della maggior parte dei metalheads, a me il connubio tra metallo e orchestra, in alcuni casi, è piaciuto molto e mi ha regalato grandi emozioni. Con questa premessa vent’anni fa mi addentrai in un negozio di dischi e comprai S&M. 
Quanto cazzo spesi male quei soldi? Che non furono nemmeno pochi, accidenti. Mi ricordo anche dove andai a comprarlo: in un negozio a Venezia. A Venezia! Dove tutto costa di più e, ovviamente, anche i CD. Ma io dovevo averlo, perché, siccome mi ero rifiutato di comprare Re-Load, pensai che almeno quello potevo comprarlo.
Ma come reagii al primo ascolto di questo live? Dal momento che mi piace
ascoltare colonne sonore e che ad occuparsi delle composizioni orchestrali c’era Michael Kamen, la curiosità era tanta. Potete immaginare l’esaltazione quando sentii The Ecstasy of Gold di Ennio Morricone usata come intro, da fan sfegatato quale sono dei film di Sergio Leone e Clint Eastwood. La band attacca con uno dei miei pezzi preferiti, The Call of Ktulu, nove minuti di strumentale dove, almeno secondo me, l’orchestra esegue un gran bel lavoro di accompagnamento, intervenendo nei punti giusti, sottolinenando le linee melodiche e senza invadere eccessivamente il brano dove c’è bisogno di tirare e spaccare. Ma la magia finisce qui, dopo due brani. E uno non è nemmeno dei Metallica. Non lo suonano nemmeno. Fanculo.
Perché già con la seconda canzone mi rendo conto che c’è qualcosa che non va. 
Master of Puppets suona confusionaria, l’orchestra e la band sembrano andare ognuna per conto proprio, suonando partiture che paiono non avere niente a che fare l’una con l’altra. Sembra quasi di ascoltare due CD diversi che suonano contemporaneamente. Da qui in poi il live mantiene questa impressione per l’intera durata: venti brani, due ore. Gli interventi dell’orchestra sono eccessivi, spesso poco chiari e riempiono spazi che non avevano bisogno di essere riempiti, tarpano le ali a tutti i pezzi che risultano tronfi e confusi. Ma soprattutto massacrano le palle all’ascoltatore. Immagino l’imbarazzo di chi si è trovato ad assistere dal vivo a tale scempio, ed a proposito di questo, non riesco a capire a chi di preciso fosse rivolto questo “prodotto”. Ai fan dei Metallica in generale? Ai neo fan che hanno iniziato ad ascoltarli da Re-Load in poi? Ai signorotti che non si perdono un concerto della San Francisco Symphony Orchestra?
Perché immagino ci saranno stati anche alcuni di loro a questo avvenimento mondano. Proprio qui ci si scontra con uno dei problemi più grossi: la mancanza di una direzione, di uno scopo ben preciso che non fosse solo quello dell’incasso. 
Mi chiedo se qualcuno degli addetti ai lavori si sia mai fermato ad ascoltare cosa stava uscendo da questo esperimento già in fase di scrittura o durante le prove, o se tutti avranno pensato che i nomi coinvolti erano sufficienti per garantirsi gli incassi, non importa il risultato. Perché i soldi li hanno fatti, l’album entrò anche in Italia nella classifica dei più venduti, se non ricordo male, e mentre la moda dei Metallica imperversava per l’intero globo, noi metalhead ci trovammo con il portafogli alleggerito, una gran sensazione di essere stati presi per il culo e con due sottobicchieri parecchio costosi. Penso di aver ascoltato questo CD solo un paio di volte nei primi giorni dopo l’acquisto e poi mai più, a parte qualche ascolto di The Call of Ktulu che mi piaceva e mi piace ancora oggi in questa veste alternativa,
una piccola eccezione in un mare di schifo.

[Lenny Verga]

Foo Fighters – There Is Nothing Left To Lose (1999)

C’è una costante nei dischi dei Foo Fighters: non saranno mai nella mia top ma non sono mai merda completa. Restano in quel limbo delle canzoni radiofoniche che tutti gli ascoltatori generalisti imparano ad apprezzare, quelli che, quando fai una domanda sul rock, ti rispondono tronfi con “Ligabue” o “Coldplay”… e tu lacrimi sangue.
Nel caso di There Is Nothing Left To Lose, la popolarità insperata viene supportata anche dal video di Learn To Fly, in cui Dave Grohl manifesta il suo essere “faccia di culo” (detto in senso buono, stavolta) e produce qualcosa di divertente al pari di una canzone che non saprei definire meglio di frizzante.
Il cambio di rotta rispetto ai precedenti due dischi in studio è netto: se il primo LP era ruvido, melodico ma aveva un mix di urgenza e attitudine naive che lo faceva sembrare molto “onesto” e il secondo incominciava il processo di Foo Fighter-izzazione, questo terzo disco in studio preme il piede sul pedale “melodico”. Questo è il CD della svolta, quello dove Dave Grohl capisce la capacità commerciale di questa creatura e ci sguazza dentro, senza più doversi giustificare per il passato grunge nei Nirvana o per chissà cosa; nel 1999 può finalmente dare libero sfogo al suo essere un rocker mainstream e sbattersene allegramente il cazzo di tutto.
Che il cambio sia intervenuto perché There Is Nothing Left To Lose è stato registrato come trio (Grohl, Mendel e il neo-entrato batterista Taylor Hawkins, figura decisamente importante come contraltare a Dave Grohl) o perchè non ha più in corpo Franz Stahl (chitarrista degli Scream), questo non so dirlo. Sta di fatto che dopo There Is Nothing Left To Loose, Dave Grohl rientra nel circuito che conta, quello delle collaborazioni e delle comparsate (quindi eccolo nei QOTSA, Tony Iommi, Probot, Nine Inch Nails, Tenacious D…) fomentando l’attenzione sul singer americano e rilanciando, con il botto, la sua carriera da frontman.
Questo è di certo uno dei grandi vantaggi del disco del 1999: There Is Nothing Left To Lose ha riportato Dave Grohl sulla mappa degli artisti che vendono perché, con un sound AOR, è riuscito a raggruppare in un solo spettro sonoro chi da lui chiedeva qualcosina di più ritmato (Stacked Actors, Breakout o Gimme Stitches), chi voleva la canzone da ricordarsi (ad esempio Learn to Fly) ma, innanzitutto, chi voleva la melodia spinta (Aurora), zuccherina (Next Year) e ben memorizzabile dopo uno/due ascolti.
Il problema è che, pur volendogli bene, i dischi dei Foo Fighters non te li ricordi. Dopo i primi 4 ascolti hai scoperto tutto quello che nascondono e questo ne limita molto la vita nell’Hi-Fi.
Hanno potenziale immediato innegabile (ripeto, Learn To Fly mi piace ancora), ma non hanno abbastanza profondità da farteli rimanere nel cuore a lungo. Almeno a me che, come mi è stato riferito, sono diventato un “uomo di bassa lega morale”.
[Zeus]

 

R.U.S.T.X – Center of the Universe (2019)

Certe immagini, per quanto ormai diventate cliché, possono dare immediatamente un’idea chiara di ciò che si vuole esprimere. Un’auto decappottabile lanciata a tutta velocità su una lunga strada che si perde oltre l’orizzonte e che attraversa lande arse dal sole. Quale potrebbe essere la musica sputata fuori dall’autoradio? Le risposte possono essere tante, e il nuovo disco dei R.U.S.T.X potrebbe fare al caso vostro.

Terzo album dei tre fratelli, più una sorella, Xanthou, questo Center of the Universe è un concentrato di pura energia. Il genere proposto prende spunto dalla musica anni ’70 e ’80, con chitarre rocciose e tappeti di tastiere, in cui abbondano le incursioni nel classico heavy metal e nell’hard rock più sfrenato. Non mancano lunghi soli di chitarra ed una certa dose di melodia, soprattutto nelle linee vocali e nei cori in cui spesso si armonizzano le ugole di tutti i componenti.

L’album parte con tre pezzi veloci e ritmati sparati uno in fila all’altro, Defendre Le Rock, Running Man e Black Heart, giusto per non far calare l’attenzione e per dimostrare quanto la band sappia viaggiare. Si passa poi a pezzi un po’ più lenti ed introspettivi, ed è forse qui che l’album inizia ad avere qualche calo. Se la quarta traccia, I Stand to Live riesce comunque ad essere interessante, la successiva Endless Skies stucca e stufa un po’, nonostante la bella performance della singer.

La title track che apre la seconda metà dell’album riporta alla mente le suite dei Savatage, con le sue stratificazioni vocali, le orchestrazioni, gli stacchi di pianoforte, i cambi di umore e i nove minuti abbondanti di durata. Per chi, come me, apprezza la band di riferimento, uno dei momenti più intensi del disco. Da qui in poi l’album si avvia verso la conclusione senza particolari guizzi, con pezzi che, per quanto ben eseguiti, non hanno l’impatto dei brani in apertura.
Diciamo che la band ha dato il suo meglio nella prima parte del CD.

Chiude l’ascolto una buona cover di Band on the Run di Sir Paul McCartney che, sinceramente, ho trovato un po’ troppo slegata dal resto, oserei dire fuori contesto.

Niente di nuovo sotto il sole, per rimanere in tema, anche perché il revival di certe sonorità orientate ai seventies non è certo cosa degli ultimi giorni, ma io mi sono divertito davvero ad ascoltare questo CD. Dieci tracce energiche, ben suonate e nelle quali tutti e quattro i componenti passano dietro al microfono, chi più chi meno, conferendo una certa varietà al lavoro nel suo complesso. Una band sicuramente interessante e capace, consapevole del proprio potenziale. Se non siete di quelli che si soddisfano solo con il metal estremo, un’ascoltata gliela darei.
L’album è in uscita il 15 di novembre tramite Pitch Black Records e Metalmessage.
[Lenny Verga]

Cose inutili. Creed – Human Clay (1999)

Se voleste una prova, un’ulteriore prova, del momento difficile che stava passando il metal nel 1999, vi basti sapere ai CREED è stato concesso di far uscire un secondo album e ai BUSH (la band, non i Presidenti) è stata data l’autorizzazione di uscire con il terzo LP.
Visto che non ho voglia di parlare dei BUSH, parlo dei CREED e non nella maniera buona che farei se stessi recensendo i nuovi film della saga di Rocky.
Alla fine degli anni ’90, un po’ per distanziarsi, un po’ per appropriarsi di un periodo che puzzava come il residuo macilento che si è lasciata alle spalle la risacca, c’è stato un aumento esponenziale del termine nu. C’era la necessità di arrivare a prendere un nuovo tipo di ascoltatore, quello che il periodo d’oro non l’ha sfiorato e si è trovato catapultato nel letame della fine ’90. Quindi ecco furoreggiare tutte le nu-band e, visto che non bastavano, anche le post-band… Ad esempio, mi verrebbe da dire, quelle uscite sotto il moniker di post-grunge: gruppi che si nutrivano ancora dei riflessi della popolarità della musica di Seattle e sguazzavano nella fama data dalle cervella di Cobain.
Il post-grunge serviva eccome alle case discografiche. Se strizzi bene qualcosa, dopo aver tirato fuori tutto il meglio, forse ancora qualche filamento merdoso te lo riesci ancora ad accalappiare.
I Creed escono con il primo disco fuori tempo massimo (1997) e cioè quando le case discografiche stanno già straziando le carni del cadavere del grunge e poi, con il secondo disco, fanno direttamente il botto.
Lo si può capire, credetemi, visto che hanno potenza, ritmiche semplici e accattivanti (Inside Us All), notevole capacità di creare hook melodici e un singer che tenta di essere un Eddie Vedder sotto steroidi. 
Il problema dei Creed, e di tutti quelli che sono usciti sotto l’infamante nomignolo di post-grunge, è che sono buoni per la radio e per il supermercato. Non hanno la profondità emozionale dei Pearl Jam (ci tentano con Never Die, che sembra una scopiazzatura della band di Vedder&Co.) e neanche la potenza che mischia Zeppelin + Sabbath dei Soundgarden (Stapp tenta di fare il verso anche a Cornell in Wash Away Those Years quando alza il tiro). Ci mettono i muscoli, ma non intaccano mai sotto la superficie. La ballatona strappa-mutande (With Arms Wide Open) non è altro che un numero sui generis e continuano a produrre musica sterile (Higher è inutile) e lo faranno ancora per 10 anni, visto che nel 2009 esce l’ultimo loro disco e poi si sfaldano come meringhe.
Poi, facendola brevissima, da una band così innocua (condizione che hanno in comune con i Foo Fighters), non poteva che nascerne una band come gli Alter Bridge
I Creed, con Human Clay e poi con il successivo Weathered, arraffano tutto quello che potevano e mungono la mucca fino a distruggerle le mammelle. Il vuoto musicale che trasmettono, quella sensazione da prodotto confezionato ad arte, non ti lascia un momento e sai che è destinato ad essere ficcato nelle gole degli ascoltatori inermi come neanche il peggior deepthroat. 
[Zeus]

Red Hot Chili Peppers – Californication (1999)

Californication dei Red Hot Chili Peppers, in qualche modo, alle memorie di giri verso la Germania. Come ho già detto diverse volte, molti ricordi si riconnettono alla terra tedesca, quindi non mi stupisco poi più di tanto che anche questo LP sia connesso in qualche modo alla terra del Wuerstel e della Birra.
Non è la prima volta che il gruppo californiano appare su queste pagine, anche se, ahimè, adesso me ne vergogno perchè nel 1999 suonano sempre meno funk e più una versione sgasata del sound “classico”.
Praticamente è il primo passaggio dal “calzino sull’uccello” alla mutandona…
Cosa può fare una band priva di chitarrista, insoddisfatta del suo recente passato (One Hot Minute non è mai accettato dalla band) e con una crisi di mezza età che avanza come un rinoceronte? Quello che fanno tutti, giocano sui sicuro e quindi tirano su da un canale di scolo pieno di piscio, merda e bacilli dell’ebola un Frusciante disperato, dopo essersi sputtanato tutti i soldi in coca, eroina e spero per lui anche qualche mignotta, eliminano tutto quello che di realmente figo c’era nel loro sound (il sesso, il funk, la sguaiatezza etc) e si fanno venire la Sindrome Da Cantiere e abbassano il livello watt su “pop-mellow“.
Annusata la seconda vita, non molleranno più la presa su questo tragitto da By The Way in poi. 
Se vogliamo essere sinceri, Californication non dovrebbe piacerti e lo sai. Non ha niente della scarica d’adrenalina che aveva Blood Sugar Sex Magik e non ha neanche quell’edge particolare che aveva One Hot Minute. Californication è il disco di persone che, arrivate quasi ai 40 anni d’età, decidono di “crescere” e rivolgersi al pubblico generale degli ascoltatori delle radio, dei supermercati e capaci di emozionarsi con canzoni che, un tempo, non sarebbero entrate nella tracklist finale. Quindi ecco le ovvie melodie Beatles-iane e l’incremento del mood riflessivo.
Anche le canzoni che iniziano più funky, come Get On Top, non hanno il carattere di quelle presenti su B.S.S.M – sono la versione analcolica. Non hanno i muscoli, preferiscono passare in sordina e tirar fuori melodie (Otherside e Scar Tissue), la malinconia (Californication) o canzoni come Porcelain o Road Trippin’ (con dentro addirittura un Chamberlain organ). 
Pur reso quasi innocuo, il funk di Flea si sente e, insieme alla batteria di Smith, riesce a fornire il 90% del groove del disco. Frusciante (che è un senzatetto alcolizzato) dirada i suoi interventi, diventando un clone di The Edge degli U2 (band insopportabile) e Kiedis tenta di cantare, ma non è, e non sarà mai, un cantante dotato. 
Messo a nudo il Re, diciamo anche quello che va detto: in Californication ci sono un sacco di canzoni talmente orecchiabili e catchy da essere la preda perfetta per la radio. Non serve neanche pensarci un secondo, hanno le sonorità giuste per i programmi “rock”/alternativi. Funzionano perchè, dentro, hanno un minimo di tiro che li fa restare a galla, che li tiene su un “dignitoso” mare AOR… elemento che perderanno con il disco successivo, traducendosi in pezzi lagnosi e senza sugo.
Altro “problema” è la poca uniformità nella composizione della tracklist. Californication contiene tanti singoli, quanti filler e brani sotto media; provate a valutare la scaletta da Emit Remmus in avanti e capite di cosa sto parlando. I RHCP si giocano le carte migliori all’inizio e poi buttano dentro di tutto e fanno arrivare il disco a 15 canzoni (decisamente troppe!).
Pur con tutti i dubbi sollevati e con le sopracciglia che si alzano stupite, Californication, rispetto a quanto ci faranno ingoiare dopo, è ancora un buon disco. Le melodie ci sono e hanno “nerbo”, funzionando per il grande pubblico che vogliono raggiungere.
Da qua in avanti, però, i RHCP si tramuteranno in qualcosa che non sono più riuscito a capire e che ho smesso addirittura di seguire. 
[Zeus]