L’amore del black metal per i titoli in latino. Isegrim – Dominus Inferus Ushanas (2000)

La musica è fatta di cicli e ricorsi, cosa che mi fa ben sperare per la morte della trap e mi fa rimpiangere il mondo che calpesto perché uscirà una new-trap che ne abbruttirà ancora di più i tratti osceni del genitori. Il fatto è che la musica è espressione di dove siamo, in che punto dell’evoluzione siamo, e il progressivo instupidimento della scena musicale mondiale non è proprio uno dei campanelli più positivi in assoluto. 
Probabilmente anche i nostri nonni pensavano la stessa cosa quando sono usciti quei quattro ragazzacci da Liverpool e il grande punto d’arrivo della loro esperienza musicale era la musica classica o quella proposta dalla RAI. Il distinguo di qualità fra quella musica da drogati fatta di armonie perfette e songwriting accativante e la pochezza della trap è pressoché lampante. 
Anche il black metal, nel 2000, deve essersi sentito così: al tempo stesso vecchio e in cerca di un necessario (?) rinnovamento per proseguire il suo percorso. I fan della prima ora sbavavano bile nel vedere l’improvvisa popolarità delle band e di un genere fatto per essere detestato da tutti (case discografiche comprese) e le band della second wave si trovavano col dubbio esistenziale di come proseguire quello che avevano iniziato
Nel dubbio di dove andare a parare, molte band cresciute con il sound norvegese/svedese nelle orecchie cristallizzano il sound della second wave e lo rendono proprio. I teteski Isegrim non sono certo l’eccezione alla regola e infatti Dominus Infernus Ushanas non è altro che un prodotto certificato e suonato come se fosse prodotto nella seconda metà degli anni 90 in Svezia. E, sinceramente, è anche un buon prodotto. 
Non ha nessuna velleità di definire gli Isegrim come la nuova ondata del black metal, ma il songwriting del quartetto di Ludwigshafen, pur calligrafico (in certi casi è addirittura scopiazzato, sentitevi come si cibano di Mother North nel riff iniziale di Into the War of Satan), non risente di nessun cedimento.
Pulizia del suono, riff che hanno un senso per la melodia e un uso leggermente diverso delle vocals (spesso si incrociano sia gli screaming black che i growl death metal) e una copertina che rimanda tanto al concetto di mix fra copertine brutte e i Marduk di Opus Nocturne, sono tutto quello che dovete sapere di Dominus Infernus Ushanas.
Sapete le coordinate stilistiche, sapete che i tedeschi, quando fanno le cose, ci credono come pochi a questo mondo, allora non mi sembra di dover insultare la vostra intelligenza con cose inutili. 
Se volete la pappa pronta, andate su altre webzine. 
[Zeus]

Il suono della Bestia, Besatt – Hail Lucifer (2000)

Partiti nella metà del 1990 e con un primo full length nel 1997, i polacchi Besatt arrivano nel 2000 affermando, senza troppo pudore, la propria fedeltà per Lucifero e tutta la congrega di anime dannate. 
Come lo fanno? Registrando Hail Lucifer su cassetta e portando avanti un black metal ispirato dalla second wave norvegese e qualcosa dei progenitori del black metal. Quello che mi piace e che non stona neanche adesso, a vent’anni dalla sua uscita, è la personalità con cui i polacchi riescono a condensare le sonorità sopra descritte e tradurle in qualcosa di personale. 
Per quanto riguarda il riffing, potrei citare gli Archgoat come comune denominatore (due riff a brano e due velocità totali nel repertorio), ma la qualità delle parti di chitarra è notevole. La registrazione è straordinariamente pulita per una band black metal così diretta e senza compromessi (Antichrist), tanto che sia la batteria che il basso suonano organici (Black Banner). Se vogliamo, questa caratteristica li accomuna ai Marduk, altra band che per diversi anni ha incarnato l’incapacità di mettere insieme una canzone a più velocità (seppur facendolo con i controcoglioni, sia chiaro).  
A questo aggiungo che la capacità di sintesi è un punto a favore dei Besatt. Troppe band si perdono in mille seghe e finiscono per perdere il filo del discorso e anche la mia totale attenzione. 
I Besatt, grazie al Capro, non hanno questo problema e con 9 brani per 35 minuti, riescono a invocare Lucifero senza troppi patemi d’animo. Personalmente sono sempre molto scettico sulle canzoni black metal estremamente lunghe, a parte qualche raro ed illuminato caso, soprattutto da band che nel repertorio musicale hanno due riff in croce rovescia. Non è necessario che tutto il brano o tutto il disco sia veloce come un attacco di scagazza post-chili messicano, apprezzo anche quando le band si prendono il tempo di costruire le canzoni facendole raggiungere il climax, ma questo unicamente se non stai tirando la minestra e le idee giuste le hai finite dopo mezzo minuto forse. 
Per trovare del buon black metal, in questo torbido 2000, bisogna scendere nell’underground dove i soldi non hanno ancora fatto troppi danni. I Besatt hanno qualità e con Hail Lucifer lo dimostrano pienamente. 
[Zeus]

Evocare Satana con i Ragnarok – Diabolical Age (2000)

Cosa volete dire ai Ragnarok? Nel 2000 abbandonano definitivamente la fascinazione per le “cose vichinghe” e si avventurano dove il black metal trova il suo compimento definitivo: la bestemmia libera
Questo è il bello del black metal, quello grezzo e ignorante come una zappa: bestemmie, croci invertite, sangue, caproni e ritmi stupra-cristi.
Riguardata dopo vent’anni possiamo anche notare che la cover art fa abbastanza cagare (forse al tempo era qualcosa di più trve, ma dubito che il giudizio sia variato poi di molto nel tempo), ma in compenso ci sono ottimi spunti di lettura sulla raffinatezza del concept che troveremo dentro il CD.
Raffinatezze che maturano col tempo e, senza i preconcetti mentali del “dover essere iconoclasti”, si possono incominciare ad apprezzare tutti gli elementi che contraddistinguono Diabolical Age: velocità, furia, dei buoni pattern di batteria (non solo via di doppia e tanti saluti alla varietà) e un sacco di melodie date dalle tastiere di Jontho. Sotto quest’ultimo aspetto, mi verrebbe quasi da citare i conterranei Taake come riferimento astratto (ma quasi quasi mi piacerebbe mettere dentro alcuni miseri spunti folk-ish, non tanti e non come quelli dentro il CD con la copertina brutta come il culo di un macaco, ma interessanti). 
Nel 2000 i Ragnarok sono al terzo disco e, seppur non perdendo qualcosa in fatto di effetto sorpresa, non pagano dazio e mantengono una dignità che, 20 anni dopo, gli riconosco appieno. Probabilmente il giudizio positivo proviene anche dalle subdole melodie folk-ish che sento in sottofondo (a meno che non mi sia fumato qualcosa prima dell’ascolto, ma dubito) e queste melodie accennate permettono di tenere in piedi la baracca in maniera abbastanza ispirata. Per fare un esempio di specie, i Marduk, dopo Panzer Division Marduk, hanno abdicato alla velocità senza compromessi per una maggiore varietà nella distruzione sistematica. 
I successivi mille cambi di formazione spezzeranno le gambe ai Ragnarok, ma all’alba del nuovo millennio i norvegesi ci danno ancora dentro. 
Riscoprire i Diabolical Age e questa prima infornata di dischi black metal del 2000 mi ha fatto sinceramente bene, anche se sono certo di aver evitato di toccare le merde più purulente (ci saranno, ma al momento non ci sono arrivato). 
Ribadisco un concetto: qua non si sta parlando di gente che ha rivoluzionato il black metal, ma di band che riescono ancora a produrre dischi degni di questo nome. E i Ragnarok, apparsi sulle scene in contemporanea con la seconda ondata del black metal, possono certamente timbrare il cartellino sotto la voce: disco convincente. 
[Zeus]

Il suono del demonio. Funeral Mist – Devilry (1998)

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Quanto cazzo sono belli i Funeral Mist? Non penso mi stancherò mai di ripeterlo e, vi giuro, nel momento in cui i Marduk hanno cambiato rotta staccandosi da Legion (il cui rapporto era ormai compromesso e la qualità media dei dischi in rapidissima picchiata) e preso in seno il leader della qui presente band, il sottoscritto ha fatto salti di gioia.
Non hanno fatto così molti del parco black metal, ma me ne sbatto il cazzo del giudizio generale e vi ripeto: Mortuus/Arioch ha dato ai Marduk una seconda vita. Poi potete dire quel cazzo che vi pare, ma così è. Punto.
L’impronta satanica è talmente forte che, ascoltando Devilry (primo EP della band svedese), si rischia di vedersi entrare in stanza il Grande Capro in persona. Quindi c’è solo da mettersi comodi e capire che, quando partono le rasoiate, l’unica cosa che dovete fare è assistere alla colonna sonora dell’apocalisse e della distruzione di tutto ciò che è buono e sacro nel mondo.
Arioch non nasconde posizioni forti e che non mancheranno di suscitare scandalo, ma se bisogna essere emissari del male (The Devil’s Emissary), non si può certo sostenere che il proprio credo stia nella salvaguardia dei gattini, degli amici, dell’amor cortese e tutto quello che sta nel reparto “buono&giusto” della vita. Il black metal è il suono della corruzione, della disfatta, del male, delle cose più turpi, oscene e cattive che la vostra mente possa immaginare (Bringer Of Terror).
In questo EP ci sono già molti dei tratti distintivi dei Funeral Mist che verranno: black metal satanico, che concepisce sia momenti di aggressione pura sia rallentamenti sulfurei e/o parti vagamente melodiche (Funeral Mist) e, per finire, l’assoluta propensione a distorcere tutto con inserti esterni e/o filtri deliranti. Questo è il sound dei Funeral Mist in nuce. Se in un secondo tempo le lyrics diventeranno più ragionate e improntate ad una storpiatura satanica delle letture cristiane è solo perché, con il passare degli anni, Arioch è diventato un songwriter più incisivo e sicuro di sé (tanto da influenzare moltissimo il sound Marduk in dischi come Wormwood Rom 5:12).
In Devilry si sente Satana e blasfemia. In Devilry c’è il black metal senza le cazzate, le copertine vedo-non vedo e tutto quello che arriverà a influenzare il sound del Grande Capro dopo l’esplosione melodica di band come i Dimmu Borgir e i Cradle Of Filth.
[Zeus]

Miasmi funebri e cattiveria, in poche parole: Funeral Mist – Hekatomb (2018)

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Nove anni di attesa, così tanto ci ha fatto aspettare Arioch prima di riprendere in mano la sua creatura: i Funeral Mist. Ormai non pensavo si potesse rivedere un disco della band prima del 2020, tanto che Viktoria dei Marduk era una ideale pietra tombale su qualsiasi possibile della band solista del singer svedese. Questo, comunque, era quello che i fan della band di Arioch pensavano, finché non è apparsa la notizia che lo scorso 15 giugno sarebbe uscito Hekatomb, terza fatica in studio dei Funeral Mist.
Va da sé che le aspettative erano alte, anche perché il precedente Maranatha era un cazzotto nei denti e rigurgitava un black metal bislacco, ortodosso e mutante in egual misura. Il nuovo, invece, come è?
La capacità compositiva di Arioch/Mortuus è diventata molto coerente e focalizzata, gli inserti “esterni” sono stati ridotti al minimo e sono funzionali al risultato finale: dai chorus liturgici (Metamorphosis – secondo me un’ottima canzone, pur se giocata tutta su un midtempo) alle campane (Within The Without) questi sono elementi che caratterizzano la concezione di black metal del singer svedese. Se vogliamo trovare un paragone (sbagliando) con la band madre, i suddetti Marduk, possiamo vedere alcuni rimandi alle atmosfere di Serpent Sermon (soprattutto per le registrazioni corpose e l’utilizzo dei tempi) e all’onnipresente Wormwood – ormai metro di paragone per il ruolo di Arioch/Mortuus nei Marduk stessi.
Come nel precedente Maranatha, le tematiche sono religiose e distorte sotto l’ottica satanista. Questo particolare è fondamentale per dare coerenza al suono dei Funeral Mist: atmosfere che spesso sfociano in litanie, “vuoti” compositivi riempiti dalle suddette campane o cori, hanno bisogno di un substrato che ci sta. Che non cazzeggia con stronzate, ma che va dritto al punto dicendo: Gesù e Dio sono una truffa, diffidate da questi personaggi.
Arioch si occupa di tutto, tranne della batteria (opera di Lars B. – ex drummer dei Marduk) e della registrazione (di cui si occupa Devo nei suoi Endarker Studio).
Forse non possiamo gridare al miracolo come innovazione nei riff (es. Cockatrice, con quel suo esperimento quasi Burzum-iano nella tastiera posta verso la fine), ma sono estremamente efficaci. Io sono dell’idea che un ottimo riff deve essere ovviamente buono ma, soprattutto, deve essere coerente con il brano, deve fornirgli lo spunto. Non servono mille stronzate, datemi un riff che regge, che abbia la “botta” e siamo d’accordo.
Su tutto, però, la fa da padrone la voce di Arioch. Il punto vincente è proprio il suo screaming caratteristico, capace di veicolare disgusto, odio e veleno in ugual misura. Senza di lui i Funeral Mist sarebbero la stessa cosa? Questa è la domanda da farsi e la risposta, NO, è la spiegazione del perché Arioch sia fondamentale alla riuscita del disco.
La doppietta finale, HosannaPallor Mortis, chiudono il discorso Funeral Mist: la prima con i suoi riflussi alla Mayhem, la seconda con quel suo continuo crescendo verso follia e odio con quel bambino che grida disperato sopra al minaccioso sound fornito da Arioch.
Maranatha è l’album più sperimentale dei Funeral Mist, 53 minuti di black metal sperimentale e contaminato, ma è con questo Hekatomb che Arioch tira le somme del sound della band e lo rende più diretto, lucido e senza compromessi.
Hekatomb è un disco coerente, forte in tutti gli aspetti e, con buon probabilità, un LP migliore di Viktoria stesso.
[Zeus]

Sweden ‘till Death #1 – Marduk (1991 – 1994)

Provo a confessarmi in questa sede, tanto mi leggete in quattro quindi non faccio troppi danni. Da un po’ di tempo mi gira per la testa l’idea di dedicare alcuni articoli monografici a delle band – l’ho già fatto molto tempo fa con i Rotting Christ – e, per fare questo, devo riprendere in mano la discografia della band e rimettermi religiosamente ad ascoltarla… senza tenere conto se la band mi aggrada o meno.
Dopo un po’ di pensieri, mi sono deciso ad andare nella terra dell’IKEA e del Köttbullar e dedicare la mia attenzione ai Marduk. A parte che, ecco la confessione, la band svedese capitanata da Morgan è una fra le mie preferite (nel black e in generale), non potevo tralasciare il fatto che questi svedesi bestemmiatori hanno modificato stile nel corso del tempo, tanto che possiamo trovare 3 epoche dei Marduk: il periodo iniziale (1991 – 1994), quello con Legion alla voce (1995 – 2003) e quello con Mortuus (2004 – ). All’inizio pensavo di rompervi il cazzo con una mega recensione/storia, poi mi son detto che bastano i dischi del periodo, anche suddivisi, e almeno il tutto diventa leggibile senza doversi sparare in vena del tritolo.

Marduk – Fuck Me Jesus (1991)

I Marduk esordiscono il 1991 con il demo Fuck Me Jesus. 
Il demo contiene tre brani più l’intro (Fuck Me Jesus) e un’outro strumentale (Shut Up And Suffer). I brani presenti saranno poi ripresi nell’esordio ufficiale di Dark Endless, quindi direi che, collezionisti a parte, non serve andare ad analizzare quello che c’è qua dentro. Unica nota: le canzoni più grezze, con un sound di chitarra rauco, hanno un tiro maggiore che sull’LP ufficiale. Paradossi dello studio.

Marduk – Dark Endless (1992)

Giusto un anno dopo aver partorito Fuck Me Jesus, ecco che nel 1992 la band svedese entra in studio e registra il debutto ufficiale: Dark Endless. Dietro alla consolle siede ancora Dan Swanö e, particolarità assoluta, i Marduk sono con la formazione a cinque: Axelsson alla voce, Devo e Morgan alle chitarre, Kalm al basso e Joakim Grave alla batteria. Il disco è black metal ma, essendo in un periodo iniziale, risente ancora molto dell’influsso death metal e quindi si muove incerto sui due fronti. Ci sono le accelerazioni brucianti, i blast-beat e le screaming vocals tipiche del black, ma anche rallentamenti e altre soluzioni sonore che, più che il genere nero pece, riguardano il death. Di tutti i dischi della band svedese, Dark Endless è quello che meno apprezzo. Sarà che i pezzi faticano ancora ad essere catalogati come Marduk, sarà che non ci sono dei veri e propri brani che ti stendono (anche se The Black… mostra alcune buone cose). I riff non ti si stampano in testa, cosa che invece poi accade con i dischi successivi – anche se il riffing di Morgan, ben presto, diventerà quasi un gabbia da cui faticherà a tirarsi fuori.

Marduk – Those Of The Unlight (1993)

L’esperimento a cinque in studio è subito eliminato, ma rimangono ancora le due chitarre di Devo e Morgan. Joakim Af Gravf si prende il microfono, pur continuando a suonare anche dietro le pelli – almeno in studio. Al basso entra B. War, musicista che rimarrà con la formazione svedese per una decina d’anni (fino al 2003 con l’album World Funeral). Il cambio di rotta è evidente da subito: gli influssi death metal che ancora “sporcavano” il black metal su Dark Endless vengono eliminati e, questo, fa di Those Of The Unlight il primo black metal album vero e proprio di Morgan&Co.
Dietro al mixer si siede ancora Dan Swanö, ma a variare è l’attitudine e i riff che sostengono le canzoni presenti su questo disco. La velocità c’è, anche se non siamo ancora arrivati ai livelli parossistici di brutalità di Panzer Division Marduk, e anche l’effetto grimness, ma è l’inserimento azzeccato di parti più melodiche e il giusto calibrare fra tensione-rilascio che mette l’album una spanna sopra il precedente.
La testimonianza della compattezza, seppur stiamo parlando di un disco di debuttanti, la si vede dalla durata nel tempo di alcune canzoni: Wolves, che fonda il suo sound su melodie sinistre, accelerazioni e rallentamenti, è ancora oggi un highlights dei concerti dei Marduk, e non mancano neanche riproposizioni di On Darkened Wings o Burn My Coffin – che non sono altro che il trittico centrale di questo album.  Se poi vogliamo trovare l’elemento particolare, e che fa di Those Of The Unlight quello che conosciamo, è Echoes From The Past, sette minuti di strumentale atmosferico. Scelta coraggiosa di sicuro, visto che questa tipologia di canzone non era proprio di voga nei circoli del black metal più oltranzista.

Marduk – Opus Nocturne (1994)

Ho un legame profondo con Opus Nocturne, visto che è stato il mio primo disco dei Marduk e, come tutte le prime volte, non la si scorda più. Al tempo stavo cercando, in maniera a dir poco incessante, qualcosa che andasse oltre, volevo qualcosa che mi potesse fornire un certo tipo di sensazione. In una rivista avevo visto la recensione di Opus Nocturne o, forse, era la menzione di The Sun Has Failed, questa parte non me la ricordo più. Rendendo breve quello che è lungo: mi sono messo ad ascoltare questo disco dei Marduk e ci sono rimasto sotto. Opus Nocturne è un disco black metal nel vero senso della parola: brutale, veloce ma con inaspettati momenti di rallentamento, vagamente melodico (Materialized In Stone) e con Af Gravf che propone forse il suo miglior repertorio di scream (senza pietà, terrificanti ma non sovra-esposte). Autumnal Reaper Sulphur Soul hanno più o meno lo stesso concetto di base: velocità, aggressione ma ci sono i cambi di tempo che le rendono eccitanti ogni volta che le ascolti. La title-track è epica e malvagia (e Af Gravf sfrutta un range vocale quasi clean) e poi c’è Deme Quaden Thyrane, la storia di Vlad Tepes incomincia a delinearsi.
Questo è stato il MIO disco dei Marduk, da questo momento in avanti non potevo che proseguire a sentirli e vedere dove avrebbero portato la via svedese al black metal.
[Zeus]

Dimmu Borgir – Enthrone Darkness Triumphant (1997)

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Da web

Enthrone Darkness Triumphant dei Dimmu Borgir è uno di questi dischi che, una volta sì e una no, è sul mio iPod, questo la dice tutta sulla potenza che ha questo disco dopo 20 anni di onorato servizio.
La volta no è semplice da spiegare: il suo posto lo prende Stormblåst e ci son pochi cazzi, sarà meno pulito e non si potrà fregiare di avere, in apertura, Mourning Palace, ma quello del 1996 è un cazzo di disco.
Qual’è la forza di E.D.T? Quello che i Dimmu Borgir partoriscono nel 1997, è disco di black metal sinfonico (ma in quel momento anche i Cradle Of Filth erano sinfonici e anche gli Emperor erano considerati precursori del symphonic black metal), suonato bene e prodotto ancora meglio (mai come in questo disco c’è l’unione perfetta di Svezia – Norvegia in un disco, grazie alla produzione lucida lucida ma non plastica dei The Abyss Studios). Enthrone ha le canzoni e tutti sono sugli scudi, per l’ultima volta in assoluto (da questo disco in avanti c’è un progressivo rincoglionimento della band e un declino generale verso un nulla plastico e iper-prodotto).

Mi viene ancora da ridere a ripensare una critica fatta da una rivista specializzata su questo CD: togliendo le tastiere sembra di ascoltare gli AC/DC, togliendo le chitarre, sembra di sentire un gruppo dance.

Le recensioni sono fatte, anche, per essere smentite.

Una cosa che rinfranca è la mancanza delle clean vocals (introdotte con inopportuna quantità con l’arrivo di ICS Vortex al basso – mi immagino Shagrath e Silenoz pensare: “ehi, se ci stavano nelle band di Vortex, perché non mettercele un po’ a caput minchia anche da noi?” e le hanno piazzate a iosa ovunque) e c’è una generale tendenza ad equilibrare le parti suonate con quelle iper-verbose tipiche delle produzioni dei Dimmu Borgir, elemento, quello della iper-verbosità, che si farà sentire con maggiore forza nei dischi dal 2000 in avanti.
Enthrone Darkness Triumphant è un disco che funziona su tutti i livelli: spacca quando deve, ha la componente decadente data dagli arrangiamenti di Stian Aarstad (che ha il merito di suonare su tutti i dischi migliori dei Dimmu Borgir – un caso?) e, soprattutto mi piace ripetermi, ha i pezzi eccellenti.

Ad un concerto di qualche anno fa, dove i Dimmu Borgir nella versione scarnificata (perciò senza cori, nani, ballerine, trapezisti e circo equestre al seguito) hanno riproposto Enthrone Darkness Triumphant per intero, il mio socio di TheMurderInn Skan ha detto una verità assoluta: “Iniziare un concerto con Mourning Palace? Ai Dimmu piace vincere facile“.
Sono d’accordo.
Ed è da 20 anni che continua ad essere vera questa affermazione.

[Zeus]

Narcotrafficanti, death metal e brutture varie – i Brujeria di Pocho Aztlan

Siamo alle solite e, di conseguenza, il dubbio si ripropone: è la Nuclear Blast che si prende artisti alla frutta o sono gli artisti che, arrivati sotto l’egida della teteska NB, hanno un improvviso rincoglionimento generale?
I Brujeria, targati 2016, sono una band che di idee ne ha pochine e significa che Pocho Aztlan è loffio dopo ben pochi ascolti. I brani si atteggiano, tirano fuori il petto e alzano la voce… ma vedi che stanno facendo i tamarri.
Tenete presente che uno dei brani più ricordabili (Bruja) sembra un estratto da Brujerizmo (e lascio a voi pensare se questo è un fattore positivo o meno), mentre di Plata O Plomo si ricorda quasi di più il video della canzone.
Il resto di Pocho Aztlan si attesa su canzoni che non ti picchiano nei denti e ti lasciano insoddisfatto come una scopata malriuscita. Perché puoi anche fare un disco di mestiere e piazzarci dentro tutti i temi a te cari, droga, puttane slabbrate e strafatte di crack, narcotrafficanti, death metal e satanismo, lo capisco cazzo!!, lo capisco veramente – tutti hanno il diritto di arrivare a fine mese e pagarsi la coca e la TV via cavo; ma se ti manca la canzone-bomba, quella che ti brucia il culo come dopo quel chili piccante che ti sei mangiato dal carroccio del messicano impestato, c’è poco da fare: hai solo un dischello death metal che, poco tempo dopo l’acquisto, finirà nella tua colonia di polvere.
O, peggio ancora, verrà scaricato sul PC e ascoltato di quando in quando con l’espressione perplessa del viso.

[Zeus]

Davide Maspero & Max Ribaric – Come lupi tra le pecore (Tsunami edizioni – 2013)

(foto da web)

Cos’è il NSBM?
E’ l’estremizzazione dei concetti del black metal seguendo le varie sfacettature dell’ideologia nazionalsocialista. Dove possiamo trovare questo genere? L’NSBM ha i suoi seguaci in tutto il mondo (e per tutto il mondo si intende proprio tutto, dall’Asia all’America – Nord e Sud -, passando per l’Europa e la Russia, ma senza tralasciare  l’Australia!).
Gli autori di questo libro analizzano il fenomeno in maniera oggettiva, senza scadere nelle lodi o nella discriminazione, con descrizioni dettagliate e suddividendo per appartenenza geografica i vari gruppi. Come Lupi Tra Le Pecore, questo il titolo del libro, approfondisce in varie schede la storia del fenomeno, le radici dell’unione del pensiero satanista con quello nazista, e vari argomenti attigui. Numerose le fotografie e le interviste agli appartenenti alla “scena”.
Libro consigliato a tutti, anche se l’argomento è indigesto (leggere certe dichiarazioni e sapere la presenza di alcuni raduni, ancora negli anni 2000, fa venire la pelle d’oca… se non direttamente la nausea), anche perchè è scritto in maniera egregia.
Raramente ho letto un libro “musicale” che tratta un argomento in maniere cosi completa, soprattutto un fenomeno cosi underground come il NSBM.

[Skan]