Inno alla noia. Six Feet Under – Maximum Violence (1999)

Sedici dischi in 24 anni di carriera e nessun album veramente, ma veramente, figo. Se questo non è un record, poco ci manca. Ma a Chris Barnes sembra non fregargliene niente e, dopo aver dato alla luce i suoi migliori dischi nel biennio 1995-1997, alterna dischi impresentabili (l’imbarazzante ma divertente, per me, serie dei Graveyard Classics) a dischi sostanzialmente inutili (Commandment), quindi non c’è molto di che sfregarsi le mani se sai che nel 1999 è uscito Maximum Violence e sai che dovrei subire l’atroce supplizio di 37 minuti di banalità, riff lenti e cavernosi (a volte scippati dagli Obituary, a volte solo senza idee) e conditi tutti dalle vocals ultracavernose di Barnes.
Questo fattore, ad onor del vero, dovrebbe essere il punto forte del menu, visto che l’ex singer dei Cannibal Corpse ha dovrebbe avere il carisma per dare il La alla band e trascinarla, ove e per quanto possibile, verso risultati decenti.
Invece no, cari miei. E se pensavate di trovare una recensione positiva di uno qualsiasi degli album dei Six Feet Under fra il 1997 e il boh (gli ultimi me li sono persi), allora siete capitati nel posto sbagliato e dovreste cercarvi il blog dedicato alla band.
Maximum Violence risente di tutti i limiti e di tutte le storture che accomunano gli album della band. I riff catacombali non vanno, le vocals non sembrano fornire niente di veramente figo, i pattern sono o già sentiti o troppo scontati e anche la cover dei KISS (War Machine) viene fuori loffia e senza sugo. E sì che la formazione, Greg Gall a parte, ha nel duo Terry Butler – Steve Swanson gente che di mestiere ne ha (dicasi militanza in band come Massacre e/o Death). Ma neanche quello regge e così tutto l’LP si muove pachidermico, lento e assonnato dietro la visione “groovy” del suo leader assoluto. Non siamo ancora ai livelli imbarazzanti del periodo Commandment, quando speravi in una botta sullo scroto per svegliarti dal torpore, ma Maximum Violence non gira. Punto.
Con il buon Skan, fra una birra e l’altra, si era arrivati ad ipotizzare un concerto dei Six Feet Under dalle nostre parti. Ignoranti sono ignoranti e hanno quel po’ di groove che, se messo al posto giusto, avrebbe potuto far arrivare un centinaio (?) di persone al locale (qua si ragiona in questi termini ormai… i metallari sono da proteggere con il WWF) e far passare una bella serata.
Questo discorso di divertimento, forse, può valere dal vivo (avevo preso in un momento di delirio ossessivo-compulsivo il CD+DVD con Graveyard Classics III e Wake the Night! Live in Germany, solo perché erano in offerta e avevo soldi da sputtanare), ma in studio la band spara a salve. Questo comporta che ogni singola uscita di Barnes perde in maniera inesorabile il confronto con Webster, Fisher e soci. Non che siano in competizione, sia chiaro, ma se devo dare un soldo bucato ad una delle due band, perché mai mi devo sorbire 40 minuti di tortura dei SUF, quando anche il più debole dei dischi dell’epoca dei Cannibal gli da la paglia?
A voi la risposta.
[Zeus]

Tutti proviamo imbarazzo a fare karaoke, i Six Feet Under lo superano e pubblicano la serie Graveyard Classics

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Dopo i Cannibal Corpse e il primo disco dei Six Feet Under (forse con qualche eccezione nei capitoli immediatamente successivi, ma in seguito è stata la morte cerebrale della band), Chris Barnes è ritornato alla ribalta con… una bellissima polemica con testacalda Dave Mustaine. Dopo che il morigerato Megadave aveva rimproverato Brian Slagel (della Metal Blade)  su Twitter, il frontman dei SUF è intervenuto con grazia sopraffina a calmare le acque e, con un conciso Tweet rivolto a Dave Mustaine (“you sir are a FUCKING ASSHOLE”), ha riportato tutto sul livello nobiliare che è il trademark delle comunicazioni sui social.
La scaramuccia è andata avanti per un po’ e i due musicisti si sono scambiati allegramente insulti sui social come fossero due tredicenni con gli ormoni che saltano fuori dalle mutande. Il che è vagamente patetico, a pensarci, ma ci ha fatto passare ben due minuti di divertimento.
Non si guardano i programmi tipo Paperissima (quando c’era la Henger i treni arrivavano in orario) e/o quello su Cielo con i due tizi sul divano proprio per questo motivo? Due risate grasse, quando ci sono perché spesso è dolore oltraggioso o sono cose talmente tristi da metterti la voglia di spararti un colpo in testa, e puntare il dito unto di patatine contro questi poveri coglioni che tirano fuori performance assurde facendo la figura delle scimmie.
Ci beiamo e godiamo nel vedere le loro disavventure.
Lo stesso pensiero deve averlo avuto anche Chris Barnes dopo essersi fatto un cannone maxi-bon: ogni volta che entro in un bar delle periferia più sconcia d’America, mi tocca vedere queste scene rivoltanti di gente che canta raglia su brani conosciutissimi e il pubblico apprezza battendo le mani, ordinando birre e tirando qualche porco giusto per dare una scossa al santo di turno.
Se va bene per il bar americano con sputacchiere per terra e una selezione di birre che comprende la Lone Star e basta, perché non può andar bene per il metallaro medio? In fin dei conti il succitato metalhead, quando è in macchina o sotto la doccia o in altro posto pubblico, grugnisce sui pezzi storici del rock&metal.
Perché non posso farlo io?
Detto fatto.
E noi, come coglioni, ci sorbiamo quattro (ad oggi) capitoli di Graveyard Classics e non possiamo far altro che sospirare. Il secondo, che poi è il soggetto principale di questo pezzo, è proprio Graveyard Classics II, in cui Chris Barnes&Co. si divertono a martoriare le canzoni degli AC/DC.
Io apprezzo, ma è una questione puramente goliardica. Ma l’effetto di una band sempre uguale a sé stessa che coverizza una band che dell’essere uguale a sé stessa fa un vanto causa degli scompensi temporali che verranno studiati nei prossimi anni.

[Zeus]