Sludge – Scarecrow Messiah (2000)

Gli svizzeri Sludge arrivano a questo Scarecrow Messiah dopo un un paio di prove generali (EP, demo) e un disco d’esordio (The Well, più didascalico del successore nell’approcciare la materia). Ammetto serenamente che non li avevo mai sentiti e mi cospargo il capo di cenere, perché questo Scarecrown Messiah è un gran cazzo di disco. Ha il tiro brutto e cattivo degli Entombed, quelli con le chitarre che sembrano sassi strapazzati sulla grattugia e ritmiche picchiate, dritte e brutali, e sopra tutto ci piazzano un lavoro di chitarra efficace e incisivo e vocals che puzzano di black metal (un mix fra Attila e Maniac). Anche i 10 minuti abbondanti di Sweet Daisy scorrono alla grande, probabilmente grazie anche al lavoro al mixer di Fredrik Nordström. Non saranno innovativi al 100%, ma quello era difficile nei ninties, figuriamoci nel 2000 quando le idee buone e innovative scarseggiavano a prescindere; ma gli Sludge ci danno dentro di brutto e lo fanno senza grilli per la testa, quindi badilate nei denti e avanti come un rullo compressore. 
Di Scarecrow Messiah piacciono sia i rallentamenti doom (Obsession), sia tutto lo spettro di contaminazioni fra doom-black-sludge che sputano fuori senza soluzione di continuità per tutti i 50 minuti di musica. 
Gli Sludge fanno parte di quella sacra congrega di band che non raggiungeranno mai il successo, inspiegabile visto che sono cazzuti all’ennesima potenza, ma che danno la paglia a band più affermate e blasonate. Nel 2000 non c’era niente che potesse realmente mettere i bastoni fra le ruote agli Sludge per diventare un gruppo di punta di qualche etichetta. Ma la vita è ingiusta e anche una misera puttana, quindi non è successo così ed è dal 2008 che sono in stallo e non esce più niente sotto questo monicker. In un momento storico in cui i Crowbar facevano uscire un disco compatto ma non geniale come Equilibrium e i Corrosion of Conformity nei mesi successivi avrebbero sparato a vuoto, gli Sludge con Scarecrow Messiah pettinavano culi senza pietà. Peccato che nessuno di realmente importante se ne sia mai reso conto. 
[Zeus] 

Misantropus – Gnomes Metal (2020)

Oggi su The Murder Inn vi presentiamo una recensione atipica, di quelle che un recensore professionista non dovrebbe fare. Ma siccome io professionista non lo sono manco per il cazzo, la faccio lo stesso. Tutto questo preambolo è dovuto al fatto che la recensione è basata su un ascolto parziale dell’album, cosa che non andrebbe fatta, però c’è un motivo. Ma andiamo con ordine.
I Misantropus sono una band di Latina attiva, sotto altri nomi e varie forme, dalla fine degli anni ’80. Fortemente legati all’underground, le loro uscite sono sempre state a tiratura limitata, anzi, limitatissima, sia su vinile che su CD. Gnomes Metal, quinto album della band, ci viene presentato da Broken Bones Promotion e Minotauro Records ed esce esclusivamente in vinile, insieme alla notizia che sarà anche l’ultimo, dopodiché la band continuerà esclusivamente a suonare dal vivo.
Alla luce di questi fatti, tutto ciò che mi è stato possibile ascoltare sono i primi due pezzi dei cinque che compongono il lavoro e, insomma, ho dovuto farmeli bastare.
I Misantropus suonano un doom/stoner/sludge metal dal sapore retrò e dall’approccio minimalista. La registrazione è grezza e terrosa ma in modo consapevole, dal momento che tutti gli strumenti sono chiaramente distinguibili. I pezzi sono lenti e dal minutaggio medio-alto, con tempi dilatati, sono ipnotici e “monoriff”, coronati da una voce da troll delle caverne che ammicca alla scena estrema. Una formula, questa, che ha qualcosa in comune con certo black metal delle origini. Un album minimale, ridotto all’essenziale, non per tutti (anche in senso materiale, eheh!).
Diciamo pure che questa possa non essere considerata una recensione, forse solo una segnalazione, ma quello che ho potuto ascoltare è stato a modo suo interessante, una di quelle cose che potrebbe stimolare chi ha voglia di esplorare  senza pregiudizi gli angoli meno battuti della scena metal, fatti di locali bui, di tanta passione e nessun interesse per il mainstream.
[Lenny Verga]

Kirk Windstein – Dream in Motion (2020)

Faccio un salto indietro nel tempo. Ad inizio 2000, nella ridente cittadina di Bolzano, trovare qualche vero fan dei Crowbar era come cercare vergini nel quartiere a luci rosse di Amsterdam. Non c’era l’ombra di qualcuno che vedesse nella lentezza primordiale, nella pesantezza e disillusione di Kirk Windstein e soci una fonte di sollievo. Poi ti capita di cambiare giri di persone, conosci nuova gente e finisci a parlare di musica, bere birra e tentare di “fare da manager” ad un gruppo locale. I Crowbar erano cosa per pochi, al tempo. Troppo strani, troppo lenti e fuori moda: se lo stoner faceva fatica a trovare un varco uno, figuriamoci lo sludge.  Quindi capite voi che felicità era poter dire quanto cazzo era bella No Quarter rifatta dalla band di New Orleans. O esaltarmi con The Lasting Dose Planet Collide
Se poi aggiungete che il barbuto Kirk era anche un quinto dei Down, porca puttana, aveva tutte le carte in regola per essere un vero idolo – senza averne il physique
Finché l’alcolismo non è diventato ingestibile la produzione di dischi è stato un costante crescendo di wow, (e mi sento una merda a pensare così). E dopo l’alcolismo e i 12 Steps? Ecco dischi sempre meno interessanti, anche se Severe the Wicked Hand non era affatto male. 
A voler pensare male, con la fine dell’alcolismo e il ritrovato amore per Gesù Cristo, quello che ci ha perso è la musica. Succede sempre così quando si inneggia alla divinità sbagliata. 
Fra un impegno e l’altro, ecco che esce anche la prima uscita solista di Kirk e capite bene che un po’ di hype c’era. L’anticipazione mi era anche piaciuta, un tipico riff del Kirk post-disintossicazione e Dream in Motion (title-track del disco) scorreva senza però ferire.
Cosa che si può dire di praticamente tutto il disco, e se togliamo la presenza di alcuni ottimi riff o arpeggi, spesso le canzoni si afflosciano su sé stesse. Una Hollow Dying Man ha dentro un buon lavoro di chitarre, ma non parte mai. 
Sono contento che si sia tirato via la scimmia dalla schiena, mi dispiacerebbe dover tenere d’occhio i necrologi, e mi pare brutto continuare a ribadire che quando era alcolizzato le canzoni avevano quasi tutte un metro e mezzo di bega e la mostravano senza pudore… ma un pensiero brutto ti si incastra nel cervello. 
Perché, Grande Capro, io ho bisogno di musica che mi tiri via quell’orrida sensazione scura che mi rosola dentro. Ho bisogno di momenti catartici, che non significano certo blast-beat a manetta e Crististuprati ogni mezzo secondo, ma ho necessità di musica che smerigli l’anima dallo schifo. 
Dream in Motion non arriva mai a fare quest’operazione di pulizia. 
Porco demonio, vuoi vedere che mi tocca incominciare a bere più birra io per compensare? 
[Zeus]

Parliamo di High On Fire e del loro debutto: The Art of Self Defense (2000)

A febbraio del 2000 fanno il loro debutto su full lenght gli americani High On Fire, dediti ad uno sludge/stoner/doom, insomma definitelo un po’ come vi pare, grezzo, ruvido, caldo come catrame pronto per essere asfaltato. E lo fanno con uno stile ed una profondità invidiabile. Sei pezzi per una durata totale che non sto neanche a calcolarla, perché il minutaggio medio è abbastanza alto, ma non importa perché gli High On Fire ipnotizzano, intrippano, catturano e ti trascinano su strade roventi al ritmo della loro musica: la batteria spacca, non perde un colpo, le chitarre e il basso ti penetrano fin dentro lo stomaco, la voce rauca invita ad affrontare il viaggio, a tuo rischio e pericolo.
Sta poi all’ascoltatore se decidere di salire sul carrozzone e godersi la vampata di cocente calore in pieno volto in una corsa senza controllo, o se farsi trascinare in catene scorticandosi gambe e braccia come in un film di Mad Max. Io preferirei la prima ipotesi, perché una cosa è certa: una volta partita, la band non si ferma. 
Vorrei poi aggiungere che questo album è la dimostrazione, ancora oggi dopo vent’anni, di come si possa avere un sound vecchio stile senza risultare dei meri scopiazzatori del passato. Sentite come sono ruvidi i suoni, sembra quasi registrato dal vivo, eppure tutti gli strumenti si sentono alla perfezione, ben distinti, senza mai impastarsi, sovrapporsi o risultare confusi.
Non sono un grande fruitore di questo genere, ma gli High On Fire mi hanno convinto sin dalla prima nota. Non so come sia il seguito della loro discografia ma sono intenzionato a scoprirlo.

[Lenny Verga]

La compilation del malessere. Eyehategod – Southern Discomfort (2000)

Dove vivo io, trovare CD stoner/sludge era un vero delirio. Sarà che fino ad una quindicina di anni fa chi ascoltava questo genere era quantificabile sulle dita di una mano, ma anche la proposta di dischi nel capoluogo non era proprio enorme. Se eliminiamo il negozio generalista (vendeva articoli elettronici) che è morto con l’avvento del web, i due negozi “specializzati” non possedevano musica di questo genere. Dopo anni di agonia, uno è morto lasciandoci con un solo negozio di musica che, come i Giapponesi sulle isole sperdute del Pacifico, continua la sua missione di fornire musica al popolo bolzanino. 
No, non c’era chance di trovare musica come quella degli Eyehategod qua. O, se arrivava, era mezza copia e quindi finiva con la stessa velocità di una scorreggia post-fagiolata. 
Per ritrovarmi fra le mani Southern Discomfort, che non è altro che una compilation di demo provenienti da Take as Needed for Pain e outtakes di Dopesick, mi son dovuto ritrovare, da solo, a Monaco di Baviera. Me lo ricordo ancora quel momento, visto che comunque non ho preso ‘sto disco al momento dell’uscita ma diversi anni dopo (diciamo dopo il 2007, ma non saprei dire con precisione quando). Veniva giù tanta di quella pioggia che Greta Thunberg avrebbe predetto l’Apocalisse solo guardando fuori dalla finestra dell’Ostello dove ero parcheggiata.
Ma se non trovi un po’ di vero sconforto, che cazzo vai a cercarti gli Eyehategod? Perché il mood dell’acquisto è esattamente quello che porta i risultati desiderati al momento del pagamento: quindi sconforto, freddo, depressione ostile e odio sconsiderato verso gli esseri umani è uguale all’acquisto di Southern Discomfort. La summa perfetta della spesa al momento giusto. 
Ci sono persone che quando sono in quello stato emotivo prendono e cambiano guardaroba, tagliano i capelli o prenotato un viaggio in crociera. Visto che non cambio quasi mai guardaroba, i capelli son rasati da almeno metà della mia vita e le barche grandi con sopra quantità enormi di gente  mi fanno ribrezzo, allora mi getto a capofitto nelle grandi praterie dell’odio, del disgusto, dei riverberi, dei feedback e della droga garantite dalla band di New Orleans. Lo considero la mia Spa privata, il mio momento detox, visto che delle novità americane di infilarsi un tubo nel culo e spararmi del caffè dentro per depurarmi… beh, avete capito anche voi… non è che ne sia proprio un fan accanito. 
Quando ho acquistato questo disco non lo sapevo fosse una compilation. Ero solo contento di aver visto un CD di una band che conoscevo e che era ancora disponibile nello stesso meridiano e nello stesso fuso orario. Solo dopo, con le conoscenze date da internet, ho visto cosa c’era dentro. Che la depressione contenuta in quei solchi erano versioni scarne, violente di quello che gli americani avevano partorito fra il 1993 e il 1996. 
Ma questo disco ha un posto speciale nella mia classifica del disagio, sarà che mi ricorda la pioggia di Monaco o il girovagare al freddo fra ogni sottocultura debosciata, ubriaca e disturbante di certi anfratti monegaschi, ma il suo essere il figlio sgraziato e ricoperto di vomito rende Southern Discomfort un LP più che una mera compilation. 
Se non si apprezza un disco di “scarti” degli Eyehategod, come si può continuare ad amare la band? Una band che, degli scarti e della bruttura, si è fatta cantore brutale e irriverente. 
Recuperatelo perché è il cane senza una zampa, il mobile IKEA arrivato rotto e il disco brutto che vorreste aver fatto voi. Southern Discomfort non è e non sarà mai il miglior disco della band, ma chi cazzo se ne frega dico io. 
[Zeus]

Neurosis – Times of Grace (1999)

Quante volte ho letto recensioni eccezionali sui Neurosis? E quante volte ho dato loro un ascolto? Entrambe le risposte possono andare nel conto del “molte volte”. Solo che c’è un però e riguarda, principalmente, la mia parte di lavoro di ascoltatore della musica del quintetto di Oakland: non sono mai diventato un loro fan. Ci ho tentato in molti modi e ho provato a entrare nelle spire di quel sound, un post-hardcore dalle fortissime tinte sludge, che nel trittico Through Silver In Blood – Times of Grace – A Sun That Never Sets infiammava le riviste di settore. Perché, al tempo, l’unico modo per capirne di più era andare a leggere e vedere di trovare un senso alla musica apocalittica che i Neurosis sputavano fuori dalle casse. E sì che la materia non mi è sconosciuta, visto che lo sludge è un genere che mi rende una persona migliore e qualche volta persino questa versione di post-hardcore mi è garbata. 
Ma se del primo ho sviluppato ben presto una dipendenza, con i Neurosis non mi sono trovato sulla stessa lunghezza d’onda. Ci stanno i riffoni possenti (sentitevi The Doorway) e anche quell’atmosfera da disastro imminente che circonda le tracce come un manto, sia quelle più sludge/doom, sia quelle più “aperte”. Non c’è una sensazione piacevole che circonda la musica e per me è un elemento estremamente positivo, ma non riesco ad entrarne in contatto. 
La produzione è ottima, frutto della mano esperta di Steve Albini che, come si sa, ha l’abitudine di registrare le band con un suono organico, registrando dal vivo così da mantenere il suono “di una batteria che suona effettivamente in un ambiente”. 
L’unione delle forze fra i Neurosis e Albini da alla luce un disco che equilibra bene tutti gli aspetti (Under The Surface) e non disdegna di alleggerire il carico sia con aperture melodiche, sia con le clean vocals. 
Delle undici tracce (quattro sono strumentali), il punto di svolta è posizionato all’altezza della quinta posizione: dicasi Belief. Questa canzone, pur possedendo il tipico trademark Neurosis, è anche la più melodica/leggera del lotto. 
Quello che emerge, dietro il grosso lavoro degli strumenti “ordinari” (batteria, chitarre, basso) è il feeling tribale che esce dai solchi di Times of Grace. Attenzione, non sto parlando di quel tribale tipo Soulfly o Sepultura annata 1996, ma è una condizione mentale, di ritmiche. 
Forse parte del lavoro “di fino” sta anche nell’utilizzo di una serie di strumenti non proprio consoni al metal (tromboni, violini, corni, tube…) e questo è un fattore da tenere in considerazione quando si parla di espandere i confini del proprio sound. Cosa che, i Neurosis, non hanno smesso di fare nel corso di quel triennio in cui, ahimè, loro producevano dischi venerati e io, capra, non riuscivo a capirli. 
Sfortunatamente sono ancora a quel livello: li sento e porto rispetto per la storia e l’abilità della band, ma io e i Neurosis non ci riusciamo ad incrociare. Non demordo, sia chiaro, ma probabilmente incomincerò ad ascoltare qualcosa in più di questa band quando tutti voi, ormai, ne avrete le palle piene. 
Pazienza. 
[Zeus]

Philip H. Anselmo & The Illegals – Choosing Mental Illness as a Virtue (2018)

Dopo “l’incidente del vino bianco” che ha fatto fallire i Down (almeno fino a prova contraria), Phil Anselmo è entrato in modalità composizione automatica.
Prima un momento di stand-by e poi ecco gli Scour, i Superjoint e, infine, un secondo capitolo con gli Illegals. Lasciato per strada Marzi Montazeri, partito per altri lidi (Exhorder e il suo progetto solista), Phil Anselmo rimescola le carte e fa uscire Choosing Mental Illness As A Virtue.
Rispetto al precedente Walk Through Exits Only lo scarto è in avanti. E questo è innegabile, visto che solo cinque anni prima il singer americano aveva prodotto un disco che era l’equivalente di un ragazzino prepuberale che andava fuori di matto davanti al PC per una stronzata.
Fortunatamente nel 2018 questo ragazzino è cresciuto e la rabbia la riesce ad esprimere meglio; forse non in maniera adeguata, ma le canzoni hanno almeno compiuto, non come quelle su Walk Through Exits Only.
Dopo un breve lasso di tempo in cui il cut-up era la forma lirica più usata dall’ex Pantera, negli ultimi anni Phil sembra essere ritornato a buttare nelle lyrics molte delle cose che lo colpiscono o lo tormentano. Quindi in Choosing Mental Illness As A Virtue (da ora CMIAAV) ecco che ritornno temi già trattati nell’ultimo dei Superjoint e, ovvio, anche nel precedente disco solista. Una sorta di Phil 2.0, sembrerebbe. 
Il fatto è che il progetto con gli Illegals permette di far uscire una combo fra le tipiche tirate sludgy del periodo The Great Southern Trendkill (la title track di questo disco o anche Little Fucking Hero) e poi quella miscela di death/black che sembra essere componente importante nelle produzioni di Anselmo nel post-2000 (Utopian o Finger Me). Questa componente era ovviamente già stata provata con gli Scour e in maniera più puntuale, ma con gli Illegals riesce a fornirne una versione aggiornata secondo il modo di vedere del Phil solista. 
Perché, per qualche motivo, si sente che dentro questo CMIAAV c’è il singer di New Orleans come compositore principale, mentre negli Scour c’è un lavoro diverso. Sbaglierò sicuramente e tutto esce dalla penna di Anselmo anche in quello, ma il tocco del singer sugli Illegals è inconfondibile. 
Ed ecco quindi che partono gli stop’n’go, le accelerazioni che sanno di Superjoint ma finiscono per flirtare molto di più con il death (The Ignorant Point) o delle mazzate sludge con brani zuppi d’adrenalina come IndividualDelinquent. Non c’è niente di innovativo, niente che sia capace di rivoluzionare il senso delle musica – ma rispetto a Walk Through Exits Only qualcosa è cambiato e quel “qualcosa” è la capacità di composizione. Perché nessuno può negare che Phil sia capace di scrivere grandi canzoni (ricordiamoci le canzoni che ha firmato nei Down); il suo problema è l’essere erratico e incapace di dare vera continuità alla musa della scrittura mentre il gioco dei rimandi a sound passati, quando trattati in maniera troppo didascalica, mina la qualità generale della scrittura del singer di New Orleans. 
Il risultato è quindi una generale incostanza nei dischi. 
Choosing Mental Illness As A Virtue non è un capolavoro e soffre degli stessi problemi di fondo, ma il songwriting abbastanza costante ci può far ben sperare per un terzo episodio. 
Io spero che non siate fra la moltitudine di gente che sta aspettando con ansia un disco live di Phil Anselmo & The Illegals che interpretano le canzoni dei Pantera. Lo spero perché è una cosa da lasciare nel passato, un pezzo di storia: le canzoni dei Pantera possono essere interpretate sul palco ma poi tutti a casa a bersi una birra e STOP. Non giochiamo con i sentimenti delle persone. 
Per il momento godiamoci questo Choosing Mental Illness As A Virtue che non ambisce certo a lasciare un segno indelebile nel mondo della musica, ma almeno è la cartina tornasole di quello che è Phil Anselmo all’alba del 2020. 
[Zeus]

Nel 1998 è uscito un disco che vi cambierà la vita… Iron Monkey – Our Problem

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Era da un po’ che volevo scrivere qualcosa su questo disco. Lo aspettavo da un paio d’anni, ad onor del vero, visto che nel 2018, Our Problem degli inglesi Iron Monkey, compie vent’anni di onoratissima carriera. Onoratissima, che paroloni… visto che stiamo parlando di uno degli album sludge che, sotto molti aspetti, ha rivoluzionato il modo di intendere il genere nella gelidissima Albione. In America, lo sludge era già stato monopolizzato dalla zona NOLA (grazie anche all’intervento di Phil Anselmo in versione PR per Crowbar e Eyehategod) e da altre città industriali che poi sforneranno band che, della lucidità e della sobrietà, non sanno proprio che farnese. L’America era quindi coperta e, pur non avendo un canone comune sotto cui incasellare lo sludge, la scena era viva e vegeta. In UK, invece, la situazione si stava muovendo ma ci vollero i nostri paladini Iron Monkey per portare un tocco di depravazione in più. Ci volle il debutto omonimo per scatenare la voglia di un sound caustico, irruento, circolare e devastante e poi, un anno dopo, ecco Our Problem.
Non riesco a decidermi se mi piace di più il disco di debutto o questo, ma punto su questo LP del 1998 per questioni affettive. Se sono arrivato agli Iron Monkey è perché ho sentito Bad Year e, pur non capendo affatto le lyrics (John Morrow ha un conto in sospeso con tutto e tutti e bercia nel microfono tutto il suo risentimento più viscerale), ho capito che stava parlando del mio anno. O con me. O ce l’aveva con me in maniera risentita, cosa che potrei anche supporre e, quindi, non mi sono sentito di contestare visto l’impatto che ha/aveva Our Problem sul mio ottimo umore.
Questo è quello che mi piace del disco: ha la stessa proprietà di dischi come Panzer Division Marduk e simili di portarti il buonumore nella vita, giusto perché scarichi la voglia di uccidere tutti con il machete appena questi LP incominciano a ronzarti nelle orecchie. Partono i riff che profumano di Black Sabbath sotto droghe da cavallo e il mondo ritorna a girare bene. Parte il riff di Supagorgonizer o di Boss Keloid e capisci che gli Iron Monkey devono essere nella lista dei gruppi sludge da sentire senza se e senza ma.
Quando l’ho proposto durante una gita a vedere un festival (tappa finale Marduk come headliner), i miei compagni di scorribande non erano pronti alle bastonate degli inglesi. Marciavano al ritmo del metal e, in alcuni casi, erano anche appassionati di un certo genere estremo (death metal), ma la proposta degli Iron Monkey, capace di unire i Sabbath all’hardcore, le droghe pesanti a tutto il marcio, il disgusto, la violenza e chi più ne ha più ne metta, non era pane per i loro denti. Troppo trasversali, non rientrando in nessuna categoria conosciuta. Troppo seminali  se vogliamo (all’epoca il sound era in evoluzione e, dalle parti americane, i Crowbar stavano facendo uscire una serie di dischi sempre più mirati e pesanti) e, per questo motivo, nel sound dello sludge inglese si sentono ancora i germi di quello che questi cinque inglesi hanno creato vent’anni fa. L’anno scorso sono ritornati con l’album 9-13, buon disco capace di scartavetrare le orecchie per bene, ma parte del bello dei primi dischi era anche il carisma di Morrow dietro il microfono. Secondo me un cantante/screamer/uomo-che-sta-male degno di questo nome per il genere.
Non potevano durare per sempre, però. Questo è poco ma sicuro. Troppo estremi, troppo oltre l’alcolismo come forma di protesta e ormai a pieno titolo ubriaconi strafatti, troppo violenti (come sound e come attitudine generale nella vita) e, in sostanza, troppo veri per poter proseguire oltre due dischi insieme. Già dopo questo si mormoravano parole di scioglimento, con Morrow alle prese con altri progetti, ma sono stati i reni del singer britannico a mettere fine a tutto, senza lasciar spazio a niente che non fosse il rimpianto di una, ennesima, grande band proveniente da Nottingham (UK).
[Zeus]

Canne, eroina e vino bianco. Superjoint – Caught Up in the Gears of Application (2016)

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Il dovere morale di Phil Anselmo di far uscire prodotti su prodotti con un indice di lercità altissimo (I.D.L – nuovo parametro di giudizio) è un punto su cui non si può discutere. La volontà feroce, senza compromessi, di far uscire prodotti che intrigano innanzitutto l’ex leader dei Pantera è qualcosa con cui bisogna confrontarsi e il nuovo disco dei Superjoint (ex- Superjoint Ritual) rientra pienamente nel concetto di musica accattivante prima di tutto per il buon Phil.
Caught Up In The Gear Of The Application (C.U.I.T.G.O.T.A. da ora) esce a 13 anni dal precedente A Lethal Dose Of American Hatred e molte cose sono cambiate, una su tutte l’approccio del singer di New Orleans alla musica e alle sonorità della sua voce. Le melodie vocali non esistono quasi più, il nuovo stile è orientato su un belluino ululato che sfocia nel growl (Scour) o si assesta su vie intermedie (come qua o con i suoi Illegals) e questo fattore è da tenere in considerazione quando si parla della musica del nuovo disco dei Superjoint. Oltre a questo fatto, però, c’è da dire che l’aver rivoluzionato per 2/5 la line-up originale con membri della sua band solista, ha portato ad una commistione fra il sound dei Phil Anselmo & The Illegals e quello che producono, adesso, i Superjoint. Non dico che sono uguali, sia chiaro, ma ci sono dei punti di contatto.
C.U.I.T.G.O.T.A. com’è?
Un disco che inizia con delle botte micidiali, senza dubbio le migliori canzoni del disco: dalla prima fino a Sociopathic Herd Delusion sono delle bombe che mischiano hardcore e southern metal e che noi poveretti chiamiamo sludge. Dopo Sociopatic…, la band inserisce i pezzi meno immediati e/o più lunghi (Circling The Bait, Clickbait, Receiving No Answer To The Knock sono le canzoni più lunghe del disco e, condensate di un minuto buono, sarebbero state più fruibili e meno dispersive) e incomincia a perdersi. Dove Asshole non è altro che una canzone sui generis, Mutts Bite Too è un rigurgito personale di Phil Anselmo (leggetevi il testo), ma non vi rimane granché a parte le reiterate ripetizioni del titolo e Right The Fight è un filler evitabile.
Dopo 13 anni, cazzi&mazzi vari per il singer americano e una band per molti versi nuova, questo Caught Up In The Gear Of The Application è un disco soddisfacente a metà, che ti fa venire voglia di uscire per strada a cazzo duro per i primi cinque pezzi e poi ti lascia un po’ interdetto nella seconda metà. Rispetto ai primi due LP a nome Superjoint Ritual, questo disco è zoppo e un figlioccio non proprio perfetto, ma quei cazzo di primi cinque brani sono realmente validi.
[Zeus]

“Drawn to the taste of broke glass”: Crowbar – Broken Glass (1996)

Per questioni di notorietà, ho fatto il processo inverso rispetto all’andamento classico: prima ho scoperto i Down, poi sono andato a capire le altre band da cui provenivano i membri dei Down. Detto dei Corrosion Of Conformity, che circolavano anche sui canali televisivi musicali più sfigati, e tralasciando i Pantera, gli unici due gruppi che evadevano le regole erano gli EyeHateGod (che continuo a ritenere un nome eccezionale) e i Crowbar. Questi ultimi erano conosciuti su MTV, visto che Beavis And Butthead pigliavano per il culo il modo di cantare di Kirk Windstein, ma io non prendevo MTV quindi io li conoscevo vagamente. Sapevo che erano un gruppo estremamente pesante, innamorato tanto dei Black Sabbath/Melvins quanto dell’hardcore, e che erano talmente influenti da aver creato un genere, lo sludge, che ancora adesso risuona negli stereo di migliaia di persone. Non potevo non ascoltarli, quindi ecco che mi sono preso Crowbar, il loro secondo disco. Il motivo principale è stata una canzone, No Quarter (cover della canzone dei Led Zeppelin), che mi esaltava al limite dell’ossessione. Da quel punto in avanti, mi sono innamorato dei Crowbar e di quel suono così pesante, nichilista, con riff eccellenti e un cantato che trasmetteva sofferenza.
Perché Kirk Windstein, prima di disintossicarsi e lasciare la via dell’alcool (?), era l’emblema di un personaggio che più dello sludge non avrebbe potuto cantare.
Broken Glass, che è il loro quarto disco, è persino più pesante dei precedenti. I suoni sono perfetti, cupi ma mai tanto da far implodere il suono della chitarra, e il mix chitarre-basso crea un continuo di pesantezza sabbathiana – per delucidazioni, sentitevi che spettacolo la parte centrale di You Know (I’ll Live Again) Nothing, ma è tutto il disco che si muove su sonorità di questo tipo – difficilmente replicabile. A complemento di questo fatto, Broken Glass viene nuovamente prodotto da Phil Anselmo (che partecipa anche come backing vocals) e ha Jimmy Bower dietro le pelli. Se teniamo conto anche di Todd Strange al basso, praticamente abbiamo un 4/5 di formazione dei Down su questo disco.
L’affiatamento ne giova e infatti Broken Glass ne esce ispirato in tutte le tracce e non ha un momento di cedimento neanche a cercarlo.

Per questioni affettive, se dovessi scegliere con la pistola puntata alla testa, prenderei il disco omonimo come CD preferito della band di New Orleans, ma Broken Glass rientra nei miei dischi di punta della formazione americana. Ma cazzo, forse tutti i dischi prima Sever The Wicked Hand (che comunque ascolto molto spesso) mi piacciono.
Alla faccia dell’imparzialità.

Vi dovessi dire da dove partire con i Crowbar, vi direi con Crowbar del 1993. Se vi dovessi dire dove arrivano alla summa del sound che li caratterizza, vi indirizzerei proprio su Broken Glass.
[Zeus]