La compilation del malessere. Eyehategod – Southern Discomfort (2000)

Dove vivo io, trovare CD stoner/sludge era un vero delirio. Sarà che fino ad una quindicina di anni fa chi ascoltava questo genere era quantificabile sulle dita di una mano, ma anche la proposta di dischi nel capoluogo non era proprio enorme. Se eliminiamo il negozio generalista (vendeva articoli elettronici) che è morto con l’avvento del web, i due negozi “specializzati” non possedevano musica di questo genere. Dopo anni di agonia, uno è morto lasciandoci con un solo negozio di musica che, come i Giapponesi sulle isole sperdute del Pacifico, continua la sua missione di fornire musica al popolo bolzanino. 
No, non c’era chance di trovare musica come quella degli Eyehategod qua. O, se arrivava, era mezza copia e quindi finiva con la stessa velocità di una scorreggia post-fagiolata. 
Per ritrovarmi fra le mani Southern Discomfort, che non è altro che una compilation di demo provenienti da Take as Needed for Pain e outtakes di Dopesick, mi son dovuto ritrovare, da solo, a Monaco di Baviera. Me lo ricordo ancora quel momento, visto che comunque non ho preso ‘sto disco al momento dell’uscita ma diversi anni dopo (diciamo dopo il 2007, ma non saprei dire con precisione quando). Veniva giù tanta di quella pioggia che Greta Thunberg avrebbe predetto l’Apocalisse solo guardando fuori dalla finestra dell’Ostello dove ero parcheggiata.
Ma se non trovi un po’ di vero sconforto, che cazzo vai a cercarti gli Eyehategod? Perché il mood dell’acquisto è esattamente quello che porta i risultati desiderati al momento del pagamento: quindi sconforto, freddo, depressione ostile e odio sconsiderato verso gli esseri umani è uguale all’acquisto di Southern Discomfort. La summa perfetta della spesa al momento giusto. 
Ci sono persone che quando sono in quello stato emotivo prendono e cambiano guardaroba, tagliano i capelli o prenotato un viaggio in crociera. Visto che non cambio quasi mai guardaroba, i capelli son rasati da almeno metà della mia vita e le barche grandi con sopra quantità enormi di gente  mi fanno ribrezzo, allora mi getto a capofitto nelle grandi praterie dell’odio, del disgusto, dei riverberi, dei feedback e della droga garantite dalla band di New Orleans. Lo considero la mia Spa privata, il mio momento detox, visto che delle novità americane di infilarsi un tubo nel culo e spararmi del caffè dentro per depurarmi… beh, avete capito anche voi… non è che ne sia proprio un fan accanito. 
Quando ho acquistato questo disco non lo sapevo fosse una compilation. Ero solo contento di aver visto un CD di una band che conoscevo e che era ancora disponibile nello stesso meridiano e nello stesso fuso orario. Solo dopo, con le conoscenze date da internet, ho visto cosa c’era dentro. Che la depressione contenuta in quei solchi erano versioni scarne, violente di quello che gli americani avevano partorito fra il 1993 e il 1996. 
Ma questo disco ha un posto speciale nella mia classifica del disagio, sarà che mi ricorda la pioggia di Monaco o il girovagare al freddo fra ogni sottocultura debosciata, ubriaca e disturbante di certi anfratti monegaschi, ma il suo essere il figlio sgraziato e ricoperto di vomito rende Southern Discomfort un LP più che una mera compilation. 
Se non si apprezza un disco di “scarti” degli Eyehategod, come si può continuare ad amare la band? Una band che, degli scarti e della bruttura, si è fatta cantore brutale e irriverente. 
Recuperatelo perché è il cane senza una zampa, il mobile IKEA arrivato rotto e il disco brutto che vorreste aver fatto voi. Southern Discomfort non è e non sarà mai il miglior disco della band, ma chi cazzo se ne frega dico io. 
[Zeus]

Neurosis – Times of Grace (1999)

Quante volte ho letto recensioni eccezionali sui Neurosis? E quante volte ho dato loro un ascolto? Entrambe le risposte possono andare nel conto del “molte volte”. Solo che c’è un però e riguarda, principalmente, la mia parte di lavoro di ascoltatore della musica del quintetto di Oakland: non sono mai diventato un loro fan. Ci ho tentato in molti modi e ho provato a entrare nelle spire di quel sound, un post-hardcore dalle fortissime tinte sludge, che nel trittico Through Silver In Blood – Times of Grace – A Sun That Never Sets infiammava le riviste di settore. Perché, al tempo, l’unico modo per capirne di più era andare a leggere e vedere di trovare un senso alla musica apocalittica che i Neurosis sputavano fuori dalle casse. E sì che la materia non mi è sconosciuta, visto che lo sludge è un genere che mi rende una persona migliore e qualche volta persino questa versione di post-hardcore mi è garbata. 
Ma se del primo ho sviluppato ben presto una dipendenza, con i Neurosis non mi sono trovato sulla stessa lunghezza d’onda. Ci stanno i riffoni possenti (sentitevi The Doorway) e anche quell’atmosfera da disastro imminente che circonda le tracce come un manto, sia quelle più sludge/doom, sia quelle più “aperte”. Non c’è una sensazione piacevole che circonda la musica e per me è un elemento estremamente positivo, ma non riesco ad entrarne in contatto. 
La produzione è ottima, frutto della mano esperta di Steve Albini che, come si sa, ha l’abitudine di registrare le band con un suono organico, registrando dal vivo così da mantenere il suono “di una batteria che suona effettivamente in un ambiente”. 
L’unione delle forze fra i Neurosis e Albini da alla luce un disco che equilibra bene tutti gli aspetti (Under The Surface) e non disdegna di alleggerire il carico sia con aperture melodiche, sia con le clean vocals. 
Delle undici tracce (quattro sono strumentali), il punto di svolta è posizionato all’altezza della quinta posizione: dicasi Belief. Questa canzone, pur possedendo il tipico trademark Neurosis, è anche la più melodica/leggera del lotto. 
Quello che emerge, dietro il grosso lavoro degli strumenti “ordinari” (batteria, chitarre, basso) è il feeling tribale che esce dai solchi di Times of Grace. Attenzione, non sto parlando di quel tribale tipo Soulfly o Sepultura annata 1996, ma è una condizione mentale, di ritmiche. 
Forse parte del lavoro “di fino” sta anche nell’utilizzo di una serie di strumenti non proprio consoni al metal (tromboni, violini, corni, tube…) e questo è un fattore da tenere in considerazione quando si parla di espandere i confini del proprio sound. Cosa che, i Neurosis, non hanno smesso di fare nel corso di quel triennio in cui, ahimè, loro producevano dischi venerati e io, capra, non riuscivo a capirli. 
Sfortunatamente sono ancora a quel livello: li sento e porto rispetto per la storia e l’abilità della band, ma io e i Neurosis non ci riusciamo ad incrociare. Non demordo, sia chiaro, ma probabilmente incomincerò ad ascoltare qualcosa in più di questa band quando tutti voi, ormai, ne avrete le palle piene. 
Pazienza. 
[Zeus]

Philip H. Anselmo & The Illegals – Choosing Mental Illness as a Virtue (2018)

Dopo “l’incidente del vino bianco” che ha fatto fallire i Down (almeno fino a prova contraria), Phil Anselmo è entrato in modalità composizione automatica.
Prima un momento di stand-by e poi ecco gli Scour, i Superjoint e, infine, un secondo capitolo con gli Illegals. Lasciato per strada Marzi Montazeri, partito per altri lidi (Exhorder e il suo progetto solista), Phil Anselmo rimescola le carte e fa uscire Choosing Mental Illness As A Virtue.
Rispetto al precedente Walk Through Exits Only lo scarto è in avanti. E questo è innegabile, visto che solo cinque anni prima il singer americano aveva prodotto un disco che era l’equivalente di un ragazzino prepuberale che andava fuori di matto davanti al PC per una stronzata.
Fortunatamente nel 2018 questo ragazzino è cresciuto e la rabbia la riesce ad esprimere meglio; forse non in maniera adeguata, ma le canzoni hanno almeno compiuto, non come quelle su Walk Through Exits Only.
Dopo un breve lasso di tempo in cui il cut-up era la forma lirica più usata dall’ex Pantera, negli ultimi anni Phil sembra essere ritornato a buttare nelle lyrics molte delle cose che lo colpiscono o lo tormentano. Quindi in Choosing Mental Illness As A Virtue (da ora CMIAAV) ecco che ritornno temi già trattati nell’ultimo dei Superjoint e, ovvio, anche nel precedente disco solista. Una sorta di Phil 2.0, sembrerebbe. 
Il fatto è che il progetto con gli Illegals permette di far uscire una combo fra le tipiche tirate sludgy del periodo The Great Southern Trendkill (la title track di questo disco o anche Little Fucking Hero) e poi quella miscela di death/black che sembra essere componente importante nelle produzioni di Anselmo nel post-2000 (Utopian o Finger Me). Questa componente era ovviamente già stata provata con gli Scour e in maniera più puntuale, ma con gli Illegals riesce a fornirne una versione aggiornata secondo il modo di vedere del Phil solista. 
Perché, per qualche motivo, si sente che dentro questo CMIAAV c’è il singer di New Orleans come compositore principale, mentre negli Scour c’è un lavoro diverso. Sbaglierò sicuramente e tutto esce dalla penna di Anselmo anche in quello, ma il tocco del singer sugli Illegals è inconfondibile. 
Ed ecco quindi che partono gli stop’n’go, le accelerazioni che sanno di Superjoint ma finiscono per flirtare molto di più con il death (The Ignorant Point) o delle mazzate sludge con brani zuppi d’adrenalina come IndividualDelinquent. Non c’è niente di innovativo, niente che sia capace di rivoluzionare il senso delle musica – ma rispetto a Walk Through Exits Only qualcosa è cambiato e quel “qualcosa” è la capacità di composizione. Perché nessuno può negare che Phil sia capace di scrivere grandi canzoni (ricordiamoci le canzoni che ha firmato nei Down); il suo problema è l’essere erratico e incapace di dare vera continuità alla musa della scrittura mentre il gioco dei rimandi a sound passati, quando trattati in maniera troppo didascalica, mina la qualità generale della scrittura del singer di New Orleans. 
Il risultato è quindi una generale incostanza nei dischi. 
Choosing Mental Illness As A Virtue non è un capolavoro e soffre degli stessi problemi di fondo, ma il songwriting abbastanza costante ci può far ben sperare per un terzo episodio. 
Io spero che non siate fra la moltitudine di gente che sta aspettando con ansia un disco live di Phil Anselmo & The Illegals che interpretano le canzoni dei Pantera. Lo spero perché è una cosa da lasciare nel passato, un pezzo di storia: le canzoni dei Pantera possono essere interpretate sul palco ma poi tutti a casa a bersi una birra e STOP. Non giochiamo con i sentimenti delle persone. 
Per il momento godiamoci questo Choosing Mental Illness As A Virtue che non ambisce certo a lasciare un segno indelebile nel mondo della musica, ma almeno è la cartina tornasole di quello che è Phil Anselmo all’alba del 2020. 
[Zeus]

Nel 1998 è uscito un disco che vi cambierà la vita… Iron Monkey – Our Problem

Our Problem.jpg

Era da un po’ che volevo scrivere qualcosa su questo disco. Lo aspettavo da un paio d’anni, ad onor del vero, visto che nel 2018, Our Problem degli inglesi Iron Monkey, compie vent’anni di onoratissima carriera. Onoratissima, che paroloni… visto che stiamo parlando di uno degli album sludge che, sotto molti aspetti, ha rivoluzionato il modo di intendere il genere nella gelidissima Albione. In America, lo sludge era già stato monopolizzato dalla zona NOLA (grazie anche all’intervento di Phil Anselmo in versione PR per Crowbar e Eyehategod) e da altre città industriali che poi sforneranno band che, della lucidità e della sobrietà, non sanno proprio che farnese. L’America era quindi coperta e, pur non avendo un canone comune sotto cui incasellare lo sludge, la scena era viva e vegeta. In UK, invece, la situazione si stava muovendo ma ci vollero i nostri paladini Iron Monkey per portare un tocco di depravazione in più. Ci volle il debutto omonimo per scatenare la voglia di un sound caustico, irruento, circolare e devastante e poi, un anno dopo, ecco Our Problem.
Non riesco a decidermi se mi piace di più il disco di debutto o questo, ma punto su questo LP del 1998 per questioni affettive. Se sono arrivato agli Iron Monkey è perché ho sentito Bad Year e, pur non capendo affatto le lyrics (John Morrow ha un conto in sospeso con tutto e tutti e bercia nel microfono tutto il suo risentimento più viscerale), ho capito che stava parlando del mio anno. O con me. O ce l’aveva con me in maniera risentita, cosa che potrei anche supporre e, quindi, non mi sono sentito di contestare visto l’impatto che ha/aveva Our Problem sul mio ottimo umore.
Questo è quello che mi piace del disco: ha la stessa proprietà di dischi come Panzer Division Marduk e simili di portarti il buonumore nella vita, giusto perché scarichi la voglia di uccidere tutti con il machete appena questi LP incominciano a ronzarti nelle orecchie. Partono i riff che profumano di Black Sabbath sotto droghe da cavallo e il mondo ritorna a girare bene. Parte il riff di Supagorgonizer o di Boss Keloid e capisci che gli Iron Monkey devono essere nella lista dei gruppi sludge da sentire senza se e senza ma.
Quando l’ho proposto durante una gita a vedere un festival (tappa finale Marduk come headliner), i miei compagni di scorribande non erano pronti alle bastonate degli inglesi. Marciavano al ritmo del metal e, in alcuni casi, erano anche appassionati di un certo genere estremo (death metal), ma la proposta degli Iron Monkey, capace di unire i Sabbath all’hardcore, le droghe pesanti a tutto il marcio, il disgusto, la violenza e chi più ne ha più ne metta, non era pane per i loro denti. Troppo trasversali, non rientrando in nessuna categoria conosciuta. Troppo seminali  se vogliamo (all’epoca il sound era in evoluzione e, dalle parti americane, i Crowbar stavano facendo uscire una serie di dischi sempre più mirati e pesanti) e, per questo motivo, nel sound dello sludge inglese si sentono ancora i germi di quello che questi cinque inglesi hanno creato vent’anni fa. L’anno scorso sono ritornati con l’album 9-13, buon disco capace di scartavetrare le orecchie per bene, ma parte del bello dei primi dischi era anche il carisma di Morrow dietro il microfono. Secondo me un cantante/screamer/uomo-che-sta-male degno di questo nome per il genere.
Non potevano durare per sempre, però. Questo è poco ma sicuro. Troppo estremi, troppo oltre l’alcolismo come forma di protesta e ormai a pieno titolo ubriaconi strafatti, troppo violenti (come sound e come attitudine generale nella vita) e, in sostanza, troppo veri per poter proseguire oltre due dischi insieme. Già dopo questo si mormoravano parole di scioglimento, con Morrow alle prese con altri progetti, ma sono stati i reni del singer britannico a mettere fine a tutto, senza lasciar spazio a niente che non fosse il rimpianto di una, ennesima, grande band proveniente da Nottingham (UK).
[Zeus]

Canne, eroina e vino bianco. Superjoint – Caught Up in the Gears of Application (2016)

Risultati immagini per superjoint

Il dovere morale di Phil Anselmo di far uscire prodotti su prodotti con un indice di lercità altissimo (I.D.L – nuovo parametro di giudizio) è un punto su cui non si può discutere. La volontà feroce, senza compromessi, di far uscire prodotti che intrigano innanzitutto l’ex leader dei Pantera è qualcosa con cui bisogna confrontarsi e il nuovo disco dei Superjoint (ex- Superjoint Ritual) rientra pienamente nel concetto di musica accattivante prima di tutto per il buon Phil.
Caught Up In The Gear Of The Application (C.U.I.T.G.O.T.A. da ora) esce a 13 anni dal precedente A Lethal Dose Of American Hatred e molte cose sono cambiate, una su tutte l’approccio del singer di New Orleans alla musica e alle sonorità della sua voce. Le melodie vocali non esistono quasi più, il nuovo stile è orientato su un belluino ululato che sfocia nel growl (Scour) o si assesta su vie intermedie (come qua o con i suoi Illegals) e questo fattore è da tenere in considerazione quando si parla della musica del nuovo disco dei Superjoint. Oltre a questo fatto, però, c’è da dire che l’aver rivoluzionato per 2/5 la line-up originale con membri della sua band solista, ha portato ad una commistione fra il sound dei Phil Anselmo & The Illegals e quello che producono, adesso, i Superjoint. Non dico che sono uguali, sia chiaro, ma ci sono dei punti di contatto.
C.U.I.T.G.O.T.A. com’è?
Un disco che inizia con delle botte micidiali, senza dubbio le migliori canzoni del disco: dalla prima fino a Sociopathic Herd Delusion sono delle bombe che mischiano hardcore e southern metal e che noi poveretti chiamiamo sludge. Dopo Sociopatic…, la band inserisce i pezzi meno immediati e/o più lunghi (Circling The Bait, Clickbait, Receiving No Answer To The Knock sono le canzoni più lunghe del disco e, condensate di un minuto buono, sarebbero state più fruibili e meno dispersive) e incomincia a perdersi. Dove Asshole non è altro che una canzone sui generis, Mutts Bite Too è un rigurgito personale di Phil Anselmo (leggetevi il testo), ma non vi rimane granché a parte le reiterate ripetizioni del titolo e Right The Fight è un filler evitabile.
Dopo 13 anni, cazzi&mazzi vari per il singer americano e una band per molti versi nuova, questo Caught Up In The Gear Of The Application è un disco soddisfacente a metà, che ti fa venire voglia di uscire per strada a cazzo duro per i primi cinque pezzi e poi ti lascia un po’ interdetto nella seconda metà. Rispetto ai primi due LP a nome Superjoint Ritual, questo disco è zoppo e un figlioccio non proprio perfetto, ma quei cazzo di primi cinque brani sono realmente validi.
[Zeus]

“Drawn to the taste of broke glass”: Crowbar – Broken Glass (1996)

Per questioni di notorietà, ho fatto il processo inverso rispetto all’andamento classico: prima ho scoperto i Down, poi sono andato a capire le altre band da cui provenivano i membri dei Down. Detto dei Corrosion Of Conformity, che circolavano anche sui canali televisivi musicali più sfigati, e tralasciando i Pantera, gli unici due gruppi che evadevano le regole erano gli EyeHateGod (che continuo a ritenere un nome eccezionale) e i Crowbar. Questi ultimi erano conosciuti su MTV, visto che Beavis And Butthead pigliavano per il culo il modo di cantare di Kirk Windstein, ma io non prendevo MTV quindi io li conoscevo vagamente. Sapevo che erano un gruppo estremamente pesante, innamorato tanto dei Black Sabbath/Melvins quanto dell’hardcore, e che erano talmente influenti da aver creato un genere, lo sludge, che ancora adesso risuona negli stereo di migliaia di persone. Non potevo non ascoltarli, quindi ecco che mi sono preso Crowbar, il loro secondo disco. Il motivo principale è stata una canzone, No Quarter (cover della canzone dei Led Zeppelin), che mi esaltava al limite dell’ossessione. Da quel punto in avanti, mi sono innamorato dei Crowbar e di quel suono così pesante, nichilista, con riff eccellenti e un cantato che trasmetteva sofferenza.
Perché Kirk Windstein, prima di disintossicarsi e lasciare la via dell’alcool (?), era l’emblema di un personaggio che più dello sludge non avrebbe potuto cantare.
Broken Glass, che è il loro quarto disco, è persino più pesante dei precedenti. I suoni sono perfetti, cupi ma mai tanto da far implodere il suono della chitarra, e il mix chitarre-basso crea un continuo di pesantezza sabbathiana – per delucidazioni, sentitevi che spettacolo la parte centrale di You Know (I’ll Live Again) Nothing, ma è tutto il disco che si muove su sonorità di questo tipo – difficilmente replicabile. A complemento di questo fatto, Broken Glass viene nuovamente prodotto da Phil Anselmo (che partecipa anche come backing vocals) e ha Jimmy Bower dietro le pelli. Se teniamo conto anche di Todd Strange al basso, praticamente abbiamo un 4/5 di formazione dei Down su questo disco.
L’affiatamento ne giova e infatti Broken Glass ne esce ispirato in tutte le tracce e non ha un momento di cedimento neanche a cercarlo.

Per questioni affettive, se dovessi scegliere con la pistola puntata alla testa, prenderei il disco omonimo come CD preferito della band di New Orleans, ma Broken Glass rientra nei miei dischi di punta della formazione americana. Ma cazzo, forse tutti i dischi prima Sever The Wicked Hand (che comunque ascolto molto spesso) mi piacciono.
Alla faccia dell’imparzialità.

Vi dovessi dire da dove partire con i Crowbar, vi direi con Crowbar del 1993. Se vi dovessi dire dove arrivano alla summa del sound che li caratterizza, vi indirizzerei proprio su Broken Glass.
[Zeus]

L’amico ubriacone: Iron Monkey 9-13

Memori del fatto che nella mia provincia lo stoner è la musica dei pochi, posso affermare con orgoglio che gli Iron Monkey erano conosciuti forse da due persone su 400.000, quindi siamo messi bene. Our Problem è un disco talmente grande che, spesso, mi lascia senza parole per recensirlo e, quando mi intestardisco, scrivo delle banalità che potrebbero tranquillamente essere perle di altre webzine metal.
Il problema con gli Iron Monkey è essere quello che sono: immensi. Un gruppo deviato che ti fa sentire bene con te stesso perché, a sentirli, sai che loro stanno male. Stavano male prima, quando registravano Iron MonkeyOur Problem, e stanno male adesso con 9-13. Johnny Morrow è scomparso nel 2002, pace all’anima sua, ma dopo 15 anni di totale delirio ecco che gli inglesi lasciano pipa di crack, latte di Fosters e, toltosi il laccio emostatico, ti scaraventano in faccia il nuovo disco di una delle creature più putride dell’Inghilterra moderna.
Dalla formazione a cinque di Our Problem sono passati a quella a tre, con Jim Rushby ad occuparsi di chitarra e vocals – voce che non raggiunge l’efficacia malatissima di Morrow, ma che nel nuovo corso degli Iron Monkey ci sta bene. Questo è il fatto: gli Iron Monkey del 2017 non sono più quelli del 1998, hanno mutato prospettiva e lo sludge della fine degli anni ’90 è mutato in una creatura irsuta che ha inglobato ancora più estremismi. Le partiture sabbathiane-meet-blues non sono più così presenti, anche se alcuni giri ci sono, ma il RIFF è diretto, violento e forse spostato verso l’equilibrio fra metal, sludge, stoner e post-qualcosa che tanto fa modernismo. Moreland St. Hammervortex riassume tutto quello che ho detto, ve lo giuro, perché entra nel grande filone delle canzoni lunghe e quasi “progressive” (non prendetelo come termine scolpito nella pietra) degli Iron Monkey, come lo erano 9 Joint Spiritual Whip Shrimp Fist.
Gli Iron Monkey targati 2017 sono questo: meno bluesy (se vogliamo) e molto più diretti al punto, ti sverniciano le orecchie con potenza e uno scream demente.
Forse adesso, dopo anni e anni, gli Iron Monkey verranno riconosciuti degni di ascolto anche qua da me; ho il sospetto che persone che hanno approcciato lo stoner e si sono spostate su gruppi di genere ma più “levigati” e “progressivi” (Mastodon, Baroness o, arriverei a dire, persino la nuova versione dei Queens Of The Stone Age), una volta entrati a contatto con questa bestia sozza d’alcool e droghe li reputino talmente grezzi, volgari e violenti da rigettarli.
Un po’ come farebbe il figlio di papà entrato per sbaglio all’interno di qualche bettola popolata di casi umani, ubriaconi, zoccole e umanità di vario tipo.
[Zeus]

Pantera – The Great Southern Trendkill (1996)

Cosa succede quando i Pantera, una delle band più auge della seconda ondata del thrash, decide di prendere e immergere la proprio musica in un canale di scolo del Mississippi e lasciarla sporcare per bene?! Ok, il passaggio da thrash-core a questa forma mutante di thrash-core e sludge è arrivata in seguito a sconvolgimenti interni alla band (overdose di Phil Anselmo, tour estenuanti, alcolismo, la band che si stava sfilacciando…), ma il risultato non è certamente inaspettato. GIà da diverso tempo Abbott&Co. stavano prendendo la piega di un inasprimento delle partiture e perciò un risultato plausibile è proprio quello di andare a dopare la propria musica con i reflussi esofagei dello sludge.
The Great Southern Trendkill è il testamento della band, il grido di un gruppo che dice: “non voglio l’attenzione che mi state dando e allora prendo e sbudello il trademark-sound che ho sempre avuto”. A parte il fatto che, per la prima volta il disco nella storia dell band, il disco viene registrato in due posti diversi (parti strumentali in Texas, parti vocali a New Orleans), una differenza notevole sta nella rabbia profusa nei solchi delle varie tracce. Una collera latente che esplode in grida assatanate (si ringrazia Seth Putnam degli Anal Cunt per diversi esempi in merito) e chitarre che ruggiscono. Notevole il cambio delle lyrics che passano dal parlare alla gente al parlare delle esperienze di Phil Anselmo degli ultimi periodi (una sorta di diario-confessionale su paura, ansia, droga, suicidio, morte…). Il disco è quasi doloroso e la mancanza di coesione intera al gruppo si sente in certi episodi in cui, per quanto ci sia la volontà di menare fendenti, si ha l’impressione che sia un motore di grossa cilindrata che gira a vuoto. Tanto rumore, potenza e gas di scarico, ma meno sostanza di quella a cui ci avevano abituati.
Questo, bisogna dirlo, è l’ultimo vero disco ispirato della band. Il successivo è registrato alla cazzo di cane e si sente.

 [By Zeus]

 

Mastodon – Once More ‘Round The Sun (2014)

Arrivo con un ritardo tale che, detto da una ragazza al proprio boyfriend, farebbe tremare le mani anche al più hardcore di noi maschi. Questo lo dico perché qua dentro non trovate novità. Solo una mia opinione affinata con il passare del tempo e dell’andare in bici con ‘sto album nelle orecchie. Avevo amato i Mastodon quando erano ignorantissimi e grezzamente sludge e, con Leviathan o Remission, mettevano bombe nelle orecchie del malcapitato ascoltatore. La deriva psichedelica l’avevo apprezzata quanto la fila nelle Poste, vedete voi. Il fatto che, nel 2014 (ma avevano incominciato il discorso già con The Hunter), si siano decisi a prendere le palle in mano e fare un disco diretto, senza troppe pippe mentali, fatto di riff ed energia, non può che trovarmi soddisfatto.
Le canzoni spaccano e, a parte qualche eccezione, non superano i 4-5 minuti di durata che, per l’ascoltatore medio di metal come il sottoscritto, sono la quantità giusta prima di prendere la deriva del prog e trovarmi perplesso. Non sempre, ma spesso succede. Soprattutto quando i riff sono messi a cazzo di cane (non è il caso dei Mastodon, ma di troppi gruppi che spippeggiano allegramente).
Ci sono parti negative? Solo un piccolo appunto sulla voce. Troy Sanders sapeva gridare come un ossesso ma la parte clean esce fuori un po’ zoppicante. Niente da nascondersi dietro un paravento, ma ho sentito cantanti più dotati. Ci sono i soliti ospiti speciali (fra cui il classico Scott Kelly, ormai una presenza costante nei dischi dei Mastodon) e la truppa macina bene anche quando punta il riff in direzione più lisergica e settantiniana.
Once More ‘Round The Sun è un album che si fa piacere. Costruito bene. Ma cristo ritornate a berciare, perché ste vocals messe ad minchiam sono un po’ così.

[By Zeus]

Down IV – part II

 Secondo appuntamento con i Down di Phil Anselmo. Il precedente EP aveva lasciato l’amaro in bocca per certe soluzioni che sapevano di “allungare la minestra e continuare a far uscire musica” (a parte qualche canzone realmente figa dentro), questo secondo lavoro deve assolutamente trascinarsi fuori da una spirale di autocompiacimento in cui la band sta cadendo.
La band di New Orleans fa uscire subito un singolo dell’EP: We Knew Him Well. Il brano, pur non potendo rivaleggiare con quanto prodotto fra il 1995 ed il 2001, riesce ad essere meglio delle recenti prove in studio (stesso discorso si può dire della energica Sufferer’s Years).
Il lavoro fatto da Keenan e Landgraf (il nuovo acquisto al posto di Kirk Windstein, il quale, però, è una macchina da riff di tutt’altra caratura rispetto al pur buono Bobby Landgraf) spazia su tonalità debitrici del Sabba Nero e dei suoi discepoli (vedasi, per esempio, la traccia Conjure che, forse, è l’omaggio più calligrafico a Iommi&Co). Il tiro viene aggiustato inserendo iniezioni southern e macerando tutto nella “versione Down” dello stoner.
Phil Anselmo ha ormai perso lo smalto vocale e gioca tutto di carisma e tonalità torturate, puntando su arrochimenti della voce e scale discendenti, anche perché, per salire, non c’è fiato. Il risultato funziona di mestiere ma non si sa quanto potrà andare avanti, ed i suoi compari dovranno confrontarsi con questo impoverimento vocale del (fu) talentuoso singer.
L’EP si chiude con la lunga Bacchanalia. La canzone è mastodontica, quasi nove minuti di riff grassi, Black Sabbath e testate surriscaldate ma rimane la sensazione che qualche taglio nella versione da studio non avrebbe cambiato troppo il brano. Il finale della canzone, due minuti di parte acustica, rimanda mentalmente a Symptom Of The Universe per il cambio repentino di atmosfera (peccato non alla portata generazionale del brano…).

VOTO: 6,5/10

Line up:
Phil Anselmo – voce
Jimmy Bower – batteria
Pepper Keenan – chitarra
Bobby Landgraf – chitarra
Pat Bruders – basso

Tracklist:
Steeple
We Knew Him Well
Hogshead/Dogshead
Conjure
Sufferer’s Years
Bacchanalia