Raglia, piangi, grida… ma solo per i più deboli. In Flames – Clayman (2000)

Non è la prima volta in assoluto che qualcuno, dopo un inizio esplosivo, ha incominciato a fare l’occhiolino al mercato e alla voglia di passare dall’essere carpentiere pagato a cottimo (con tutto il rispetto, sia chiaro) all’essere musicista, indipendete economicamente e finalmente libero di tirarsi via delle voglie. Non me la sento di condannare nessuno, in linea di principio, perchè ciascuno di noi, messo di fronte ad un cambio di vita che porterebbe a fare solo, ed esclusivamente, quello gli piace, sceglierebbe la via del Demonio.
Succede e non si punta il dito.
Il problema non è la critica all’intelligenza economica di Fridén e compari, ma quanto hanno fatto uscire al giro di boa del 2000. Se economicamente gli si fa un plauso, da questo punto in avanti il discorso In Flames passa dall’essere un fenomeno europeo ad un qualcosa di più grande, in termini di creatività il biennio 1999-2000 segna l’inevitabile calo.
Scattato il 1999, ed uscito lo scialbo Colony, gli In Flames hanno incominciato a disattivarsi come l’uranio impoverito, limitando la creatività nel riffing, nel cantato e, in generale, nel sound della band.
Per il solo gusto di confrontare con il recente passato, provate a confrontare il riffing di Whoracle con questo. La distanza è abissale e già con quel disco le chitarre avevano preso una piega più moderna rispetto a The Jester Race, quindi non è una questione di modernità ma proprio di efficacia del riffing. Su Clayman c’è la potenza, il chuga-chuga che tanto va di moda dalla fine del 1990, ma non c’è la memorabilità (se non in brevissimi casi). E se teniamo presente che, con il basso che marca visita, la batteria si limita ad un lavoro più “semplice”, ci troviamo di fronte ad uno snellimento compositivo che non fornisce quel quid che mi sarei aspettato. 
Le linee melodiche spesso sono fornite dalle tastiere in sottofondo e ovviamente dalla voce di Fridén. Quest’ultima è il punto dolente degli In Flames da diverso tempo ormai e non possiamo girarci intorno. Non sapendo se ha adattato lo stile vocale ad una improvvisa carenza di voce o per seguire le regole del mercato del 2000, l’unica conclusione che si può trarre è che le linee vocali sfiatate e doppiate da clean, quando non scivolano nel “mezzo parlato” o nel miagolio lagnoso, azzoppano gli In Flames death metal e li portano in quei territori che il metalcore americano sta incominciando a sondare con entusiasmo – ironicamente prendendo spunto proprio da act affermati come i suddetti svedesi.  
Ma gli In Flames possono vincere contro band più giovani e con un sound più paraculo? Onestamente con Clayman ce la fanno ancora, ma le uova son rotte e da qui in avanti non c’è modo di salvarli dal baratro creativo che si stanno scavando (controbilanciato da vendite sempre più consistenti). Se vuoi il mercato americano, devi piegarti al suo volere. E gli USA vogliono un certo sound, quello che loro pensano essere melodic swedish death e così ecco che nascono obbrobri come i Soilwork e Fridén e soci si snaturano consapevoli di fare il gioco vincente. 
Nel 2000 gli In Flames fanno uscire Clayman e, per quanti dubbi possa suscitare, visto vent’anni dopo è indubbiamente l’inizio della fine, ma possiede almeno quelle due/tre cose che te lo fanno ascoltare senza troppi patemi d’animo.
In seguito, fra il furbesco verse-chorus-verse, il chuga-chuga gratuito, vocals sempre più sfiatate e generale innocuità della proposta, sarà praticamente impossibile salvare qualcosa dalla scure della boia.
Vent’anni dopo, Clayman si salva dal baratro unicamente perché in seguito sono usciti dischi così di merda che, in rapporto, questo LP sembra cioccolata. Avessero smesso nel 2002, non sarei stato così magnanimo nel giudizio.
[Zeus]

Un tocco di pantaloni a zampa, due gingilli d’argento ed ecco i Blues Pills – Lady in Gold (2016)

A forza di seguire il metal estremo, e complice una galoppante demenza senile, mi sono perso grandi parti del panorama rock mondiale. Facendo una cernita attenta e buttando nel cestino le porcherie, le brutture e pezzi rock mosci, quello che resta è un bel po’ di rock che funziona alla grande. 
Ho già parlato dell’aumento esponenziale del comparto rock/stoner/psichedelico da quando sono arrivato in terra austriaca, e questo è un ulteriore tassello visto che l’altra parte (quella migliore) del MayheM-Duo ascolta moltissimo genere e, di conseguenza, sono entrato alla grande nel mood generale. Cosa che mi fa piacere, sia chiaro, visto che è un settore che, vuoi per stanchezza dopo anni e anni di ascolto, vuoi per delusioni musicali varie, avevo trascurato rimanendo solo sui grandi classici del genere. 
Un giorno, durante la quarantena, sento risuonare in casa le note di Lady in Gold. Ovviamente non conoscevo né la canzone né che erano i Blues Pills, ma il sound era quello giusto e mi ha subito aumentato la percentuale di barba del 37%. 
Eccazzo, mi è piaciuto ‘sto disco.
Lady in Gold suona vintage, cosa non proprio nuova nella rinnovata fortuna del panorama rock-blues, ma ha dalla sua una traccia iniziale che spacca per tutti i 4 minuti di tempo e ti fa salire la scimmia di risentirla. In secondo luogo inserisco anche il cantato di Elin Larsson: la singer svedese non è una di quelle cantanti che continuano a sputarti in faccia mille vocalizzi inutili che ti fanno solo girare il cazzo. Dopo 2 minuti di piroette vocali e yodel, solitamente mi si sciolgono le palle e smetto di sentire la band, con i Blues Pills questo non accade.
Il timbro della Larsson è soulfull, caldo e si armonizza bene con quanto sta succedendo sotto. E questo, signori miei, è un plus notevole. Saper contenere l’onanismo musicale e sfrondare le canzoni dell’inutile è un punto di favore che non smetterò mai di sottolineare. 
Ascoltandoli bene e sapendo cosa è venuto prima di loro e avendo annusato un po’ il “nuovo movimento blues rock moderno”, i Blues Pills non offrono qualcosa di nuovo al panorama musicale attuale. Ma questo, cari miei, non è il loro scopo: quello che gli svedesi fanno è rielaborare un concetto musicale sixties/seventies e riadattandolo al 2000 e alla modernità. 
Ecco perché quando li senti, ti ricordano qualcosa ma non sono una copia.
I Blues Pills prendono elementi come la leggera sporcizia nel sound, il blue-eyed blues, il calore e altro di un’epoca musicale pionieristica facendone proprio il verbo. 
Ecco perché ho detto che la band svedese suona vintage, ma non vecchia. Non si è fossilizzata, facendo il verso ai sixties/seventies rimanendoci schiacciata, no. I Blues Pills suonano blues rock sanguigno, carico e groovy (detto come Austin Powers) e lo fanno bene. 
Vi concedo la critica che ci sono molte band che adesso hanno impostazioni simili o radici nella stessa epoca, ma Cristo, non tutte hanno la qualità media di Lady in Gold.
[Zeus]

Thy Primordial – The Heresy of an Age of Reason (2000)

Dopo quante battute capite che i Thy Primordial sono svedesi? Più o meno quanto ci mettete a capire che una scoreggia in televisione fa cinepanettone. O qualcosa di meno. 
Lo senti subito, una zaffata forte e decisa come il sottobraccio di un pendolare sull’autobus in luglio. E a guardare il DNA, si vede subito che ci sono i Dissection che fanno ciao ciao da dietro la collina degli amplificatori. La band di Jon Nödtveidt ha rivoluzionato il panorama musicale svedese, almeno quello estremo, inserendo delle melodie infettive all’interno di una matrice estrema sempre presente. E così anche per i Thy Primordial, i quali richiamano sì alla mente i conterranei Dissection, ma anche alcune cose di Necrophobic e dei Dark Funeral (soprattutto per la capacità di creare un certo effetto epico nelle loro composizioni). 
Nel 2000 i Thy Primordial sono al quarto disco in quattro anni, c’è quindi c’è poco da meravigliarsi se sono compatti come il culo di una ballerina e senza troppi fronzoli. La band svedese sa suonare e sa di aver nelle dita la capacità di produrli bene e senza troppi cazzi. Questo è il motivo per cui The Heresy of an Age of Reason ha tiro e violenza, ma senza perdere di vista né le melodie sottocutanee, né un songwriting concreto. La produzione è tipica svedese: quindi pulita, capace di esaltare tutti gli strumenti, ma senza diventare plastica come da tradizione Nuclear Blast.
Non stiamo parlando di capolavori assoluti, ma c’è una capacità di sintonizzarsi sul canale giusto della via svedese al black metal, che li rende molto più attrattivi dei conterranei Watain (anch’essi, nel 2000, alle prese con uno dei loro dischi più convincenti – seppur catalogato nel reparto, “un paio di volte e poi di nuovo nel cassetto fino a prossimo riepilogo”). I Thy Primordial fanno il paglio con i Sacramentum, altra band riscoperta in questo lavoro di ricordo/pulizia/valutazione di quanto uscito nell’A.D. 2000. 
Entrambe le band guardano alla stessa fonte d’ispirazione e, pur mantenendosi fedeli e riconoscibili nel sound di genere, hanno una personalità definita e appeal da vendere. 
The Heresy of an Age of Reason non sarà un capolavoro in senso stretto, ma continua una tradizione onorevole. Per me, da riscoprire. 
[Zeus]

Ricordi e stoner, Dozer – In the Tail of a Comet (2000)

Non risentivo il nome Dozer da una vita, e precisamente dal 2007 quando ero a Vienna e sono andato a vederli dal vivo. Poi ho scoperto che hanno buttato fuori un nuovo LP l’anno dopo e saluti per molti anni. 
Sarà che di quel periodo viennese non conservo molti ricordi piacevoli, ma i Dozer sono finiti sotto la cartella “sentiti e saluti”. 
Errore mio, logico, non si fa mai questa puttanata. Ma che ci volete fare? 
Colgo l’occasione del ventennale di In the Tails of a Comet per redimermi e compiere il necessario mea culpa. Lo faccio con una maturità maggiore, anche se in quel periodo di stoner ne masticavo veramente tanto e, in Alto Adige, non è che fosse proprio uno dei generi più in voga in assoluto. Lo stava diventando, pian piano, ma non era ancora qualcosa di abusato e di gruppi che ne masticavano le regole ce n’erano veramente pochi
Ma fra tutte le band estere che debuttavano all’epoca e che poi avrebbero incominciato ad inondare il mondo musicale con queste sonorità fra il 2000 e il 2005, c’erano anche gli svedesi Dozer
Capisco le perplessità dell’epoca sulla loro originalità assoluta, ma vent’anni dopo mi accorgo che le critiche mosse alla compagine dalle terre dell’IKEA erano state troppo dure. I Dozer non sono una brutta copia dei Kyuss, anche se qualche elemento di quel sound si sente negli spartiti della band. Ad onor del vero quell’attitudine sonora era presente in moltissime band che, a quell’epoca (o anche adesso), approcciano lo stoner secondo la lezione impartita da Homme & Co. 
Se dovessimo cercare un paragone a tutti i costi, possiamo dire che ancora oggi si respirano elementi dello stoner desertico americano e anche quell’attitudine rock/metal che poi troveremo in migliaia di band europee (o anche in molti brani degli Orange Goblin, seppur declinati in maniera diversa). 
La cover del disco ti mette sulla falsa strada, ti fa credere di trovarti di fronte all’ennesimo disco che ricalca Welcome to the Sky Valley, ma il suono si differenzia molto dai rigurgiti psichedelici che ci sono in quel disco. Logicamente ci sono momenti più dilatati (High Roller), ma i brani sono più rivolti ad un rock’n’roll sporco e dall’attitudine stoner. Quindi ecco una capacità di sintesi notevole (nove brani per neanche 40 minuti di musica) e una capacità di racchiudere in brani dal minutaggio radiofonico un concentrato estremamente groovy. Non mi fanno venir voglia del classico Spring Break americano, ma di certo mi riportano sul sentiero dei ricordi e mi fanno venir voglia di sedermi su una poltrona sfondata davanti ad un fuoco crepitante, un bicchiere di whisky-cola e amici con cui sparar stronzate. 
Non molti dischi sono capaci di questo, bisogna dargliene atto ai Dozer. E con questo ho saldato il conto con gli svedesi, scusatemi per avervi ignorato. 
[Zeus]

Il suono della malinconia: Faidra – Six Voices Inside (2020)

Ho dovuto fare un funerale vichingo al mio iPod dopo quasi 12 anni di onoratissimo servizio. I tasti ormai non rispondevano più alla pressione ed era inutile mettere il blocco da tanto era consumato. Ironicamente la batteria era ancora perfetta, cosa che i cellulari odierni si scordano e dopo mezzo minuto sono scarichi. 
Questo cambio mi ha riportato su piattaforme online e quindi alla scoperta di musica diversa da quella contenuta sul quel piccolo aggeggio musicale. 
La Black Metal Promotion su YouTube fornisce sempre millemila gruppi da sentire e mi sono lasciato incuriosire dai Faidra. Il motivo principale è stata la copertina (un po’ come accadeva nell’epoca pre-internet) e la descrizione atmospheric black metal. In un momento storico come questo, ci sono sonorità che si adagiano perfettamente al mood generale. 
Anche se questa recensione apparirà online in un secondo momento, la sto scrivendo rinchiuso in una quarantena volontaria austriaca (le leggi son fatte così, per chi arriva c’è la quarantena e saluti), mentre il mondo fuori sta impazzendo a causa del Coronavirus e per la ricerca disperata di carta igienica e pasta (ma non Barilla, attenzione, visto che è italiana). 
La paura è più contagiosa di qualsiasi malattia. 
Gli svedesi Faidra (non so se è one-man band o un gruppo – non ci sono informazioni) riescono però a buttare fuori la soundtrack perfetta per quest’epoca quasi apocalittica. Mid-tempo costante con pochissimi aumenti di ritmo (The Judas Cradle ha un riffing più vivace e anche un accelerazione sul finale), scream crispy e convincente e una soffusa dose di synth quasi Burzum-iani. L’effetto ipnotico è garantito, anche perché le strutture sono circolari e ti mettono in un loop meditativo ed estraniante. La varietà non è proprio il punto su cui i Faidra mettono l’accento, ma non è neanche il loro scopo ultimo. 
Quello che ci si potrebbe aspettare è qualche maggiore variazione, un po’ come fanno gli Mgla et similia, giusto per fornire della dinamicità alle canzoni, ma sono piccoli appunti su un disco effettivamente molto interessante e che consiglio senza problemi. 
Se state cercando del black metal atmosferico, ipnotico e vagamente “epico” in certe sue parti, malinconico sotto molti aspetti e dall’accento melodico importante, allora i Faidra, e il loro Six Voices Inside, potrebbe essere fatti per voi. 
[Zeus]

Shining – Within Deep Dark Chambers (2000)

Conoscendone l’evoluzione e avendo visto dove sono arrivati all’alba del 2020, il primo disco degli Shining suona ingenuo, spettrale, monotono e disturbante nello stesso tempo. A vent’anni dalla sua uscita si può certamente dire che, all’epoca, Kvarforth non fosse quel granché di compositore, visto che utilizza la stessa formula per tutti e sei i brani. Ci sono variazioni, rallentamenti e attacchi melodici, ma il format standard dei brani degli Shining annata 2000 è quello.
Considerati capostipiti del DSBM e quindi precursori di quella straniante formula black metal misto al doom, gli esordienti Shining sono influenzati pesantemente dalla second wave del black metal. 
Le vocals di Kvarforth hanno un range ancora molto ridotto: o puntano sul growling o virano su high pitched screaming vocals che a me ricordano, molto, un primo Burzum sotto codeina. Se vogliamo sono proprio queste a determinare il mood del disco: non potendo contare su migliaia di variazioni e giocando, gioco-forza, in un terreno ristretto dai canoni dei genere (cosa che poi sfonderanno per avvicinarsi ad un black metal dal taglio più sperimentale, se non con qualche tinta più rock), sono le vocals a dover dirigere l’orchestra, a settare il mood e prenderti lo stomaco.
Questo lo fanno, ma solo in parte. Pur non facendoti alzare dal letto cantando Pollon o spingendoti a far Yoga e il saluto al sole, Within Deep Dark Chambers non trasmette in toto miseria, disperazione e suicidio. Il concetto base dietro il DSBM è la perdita di ogni speranza, della futilità di ogni azione e vita e Niklas ci tenta con tutte le sue forze, armeggiando in maniera abbastanza ingenua canzoni da 7/8 minuti che, pur facendo un passo nella direzione giusta, non riescono ad esprimere il concetto in maniera chiara. 
Questa disperazione e vuoto interiore verrà raggiunto nel prossimo futuro, lo sappiamo con il senno del poi, ma nel 2000 non avreste messo tutti i vostri soldi su questo cavallo. E lo avreste fatto non perché non ci sia della qualità dentro Within Deep Dark Chambers, ci sono prime uscite molto peggiori, ma perché un conto è avere le idee, un conto riuscire ad esprimerle in maniera compiuta.
Disco fondamentale, come ogni precursore di genere che si rispetti, ma non imprescindibile.
[Zeus]

Si respira di nuovo il suono dell'Hammond: Spiritual Beggars – Ad Astra (2000)

Vediamo di mettere subito giù le cose importanti e leviamocele dalle palle: ci sono le tette in copertina? C’è l’hammond? Ti fa venire voglia di salire in macchina e sgasare? 
Se la risposta a queste tre domande è sì, allora state parlando di Ad Astra degli Spiritual Beggars. E se ci aggiungete che questo è il progetto non noioso come la morte di Michael Amott, capite che finalmente posso parlare bene del musicista svedese post-Carcass
Ad Astra è un gran disco di hard rock declinato in versione seventies, un po’ stoner, ma nella versione easy, quella da strada più che quella da pippone mentale con bong in mano. Ci sono le chitarre che graffiano, un buon Spice dietro il microfono e c’è l’organo Hammond suonato da Per Wiberg (poi negli Opeth) e, per me, quando si arriva a nominare l’Hammond si vince facile. Sarà che sono partito con la sacra trimurti dell’hard rock britannico (anche se i Deep Purple hanno preso il terzo posto nella classifica o secondo a pari merito con i Led Zeppelin), ma l’associazione hard rock e il suono acidissimo dell’Hammond risveglia la voglia del pantalone a zampa, della contestazione contro il Vietnam e una serie di condizioni sociali poco consone alla narrazione tramite questo articolo. 
Pur non essendo proprio cortissimo, dura un’oretta, Ad Astra non ha cali di tensione, se non quando i quattro decidono di scendere verso digressioni musicali in cui Amott gioca con Wiberg sul finale di Until The Morning e annusi nell’aria qualcosa di simile ad una jam (o quei classici finali dilatati da disco dei seventies). Fortunatamente poi riprendono la marcia con Escaping the Fools e quindi capisci che è stato tutto programmato e non c’era spazio per derive troppo “stoner”, ma piuttosto di matrice oldies
Se dovessi mettere una citazione da un film per descrivere questo LP, l’unica cosa che potrei dire sarebbe Groovy e subito la mente va ad Austin Powers. Capite che, pur centrando un beneamato cazzo, gli Spiritual Beggars ci starebbero benissimo in quel contesto? Perché Ad Astra è groovy, poderoso, quadrato e di tutti questi aggettivi sono fiero e mi ci trovo bene, così come mi trovo bene a vent’anni di distanza a sentire questo LP e scordarmi per un momento tutte le cose che ho da fare, la fame che mi attanaglia lo stomaco e i cambiamenti in atto nella mia vita di questo periodo. 
Non sono ritornato di botto più giovane, ma di sicuro non ho avvertito il retrogusto delle caramelle Rossana mentre stavo ascoltando questo disco. Penso sia il miglior metro di giudizio per capire se un LP è invecchiato bene o meno; e questo, cari miei, non è invecchiato per niente. 
[Zeus]

Il discount del sadomaso. Marduk – Obedience (2000)

All’alba del 2000, il belligerante battaglione Marduk si deve essere trovato con un grossissimo dilemma fra le mani: che cazzo facciamo ora?
Un po’ come quando, dopo una serata alcolica, ti trombi una tipa, ti addormenti giusto cinque secondi sognando il Valhalla e il giusto riposo del guerriero e ti risvegli con il sole già alto e un’improbabile conversazione da dover sostenere.
Dopo aver tirato fuori una badilata di black metal belligerante, l’equivalente musicale dell’anal-intruder proveniente dal set di Top Secret, e con un concept da finire (Sangue e Guerra sono stati trattati nel biennio 1998-1999), Morgan deve essersi sentito un po’ stordito e con lui i Marduk,  i quali non tireranno fuori niente di realmente eccitante fino al 2004.
Obedience è l’antipasto discount in attesa di La Grande Danse Macabre del 2001. Tre pezzi completamente inutili al fine di una valutazione generale. Obedience è sadomaso tratto direttamente da riviste porno anni ’80 (quindi vagamente surreale) e Funeral Bitch anticipa La Grande Danse Macabre e fa vedere il nuovo approccio “lento” dei Marduk.
Into the Crypts of Rays (cover dei Celtic Frost) è una riproposizione abbastanza didascalica, quindi ok e niente di più.
Ad inizio 2000, i Marduk sono in attesa di ulteriori sviluppi e lo dimostrano ampiamente mettendo sul mercato un prodotto meh.
[Zeus]

L'esordio ufficiale dei Watain si chiama Rabid Death's Curse (2000)

Dei Watain non ho molti ricordi, probabilmente perché non mi sono serviti come introduzione al black metal né mi hanno mai spinto a riascoltarli, per puro piacere, più di due volte consecutive. A parte, ovviamente, quando mi metto in testa di recensirli e/o quando il buon Skan mi racconta che usava certe loro canzoni per mettere a nanna i pupi.
Cosa che fa acquisire al prode bassista degli Slowtorch un posto d’onore nelle orde del Grande Capro.
Nel 2000, i Watain fanno uscire Rabid Death’s Curse. Un filo in più di malvagità e cazzodurosenzafuturo rispetto ai più laccati dischi odierni, quindi probabilmente dimenticato dalla maggioranza della gente che, appena sente una bestemmia accompagnata da una chitarra grattuggiata si sente male. Che poi sono gli stessi che affollano i concerti dei Guns N’ Roses del post-reunion del 2019 pensando di trovarsi davanti gli stessi Guns degli anni ’90 o, cosa ancora maggiore, perché fare presenzialismo peggio dei nostri parlamentari è uno sport rinomato negli ascoltatori di musica.
Quindi, attualmente, a nominare i Watain te ne torni a casa con Lawless Darkness del 2010 (se sei fortunato) o con The Wild Hunt del 2013 se ti va meno bene. Rabid Death’s Curse, invece, sarà ignorato per il suo essere storpio, brutto e meno accessibile di tutti i prodotti che lo seguiranno. Verrà ignorato perché qua dentro lo scream è malato e il trend black metal melodico di stampo Dissection è presente ma ancora da definire in maniera compiuta. Non è un disco perfetto, e il Grande Capro sa che nessuno dei dischi dei Watain lo è, ma ha almeno un po’ di carattere. Suona brutto, quindi ha il mio orecchio più attento.
Non ho nessuno che mi spinge a riascoltarlo ancora, quindi immagino che subirà la stessa deprimente condizione di tutta la discografia della band: un paio di ascolti per rinfrescare la memoria e poi un bel tuffo nel cassetto finché non mi verrà in mente di riaprilo, stupirmi di quello che c’è dentro e andare a riascoltarmi qualsiasi altra cosa a caso.
[Zeus]

Non saranno gli inizi, ma regge l’urto: Entomed – Uprising (2000)

Sarà superficiale come valutare una tipa unicamente da come si veste, ma provate a guardare la copertina di Same Difference e di Uprising degli Entombed. Nella prima si respira l’odore dell’alternative, Uprising puzza di già qualcosa di differente. Fidatevi che è così anche la musica. Già dall’attacco di Seeing Red c’è una sporcizia, un’urgenza, che ti fa alzare la manina al cielo e fare su e giù con le corna. Ma è praticamente tutto così il disco, più o meno, anche quando ci aggiungono le cowbell (ad esempio su Something out of Nothing, nella migliore tradizione di Don’t Fear The Reaper) o quando tirano fuori il DNA punk, rock o addirittura proto-stoner (sentite il riff di Say It in Slugs). Non è il crust di Left Hand Path o le bombe di Wolverine Blues, ma almeno l’attitudine rinnovata di Uprising mi restituisce un feeling simile a quello che si respirava quest’ultimo disco (sentitevi la parte centrale di Time Out).
Fra il 1994 e il 1999 ci sono stati un po’ di anni in cui la band svedese ha flirtato con generi diversi dall’accoppiata bastarda fra death metal svedese e influssi rock/punk (esemplificati da To Ride… Same Difference): questi cinque anni trovano nei recensori un’ambivalenza naturale, fra quelli che apprezzano l’evoluzione del sound degli Entombed e quelli che non speravano altro che la band facesse un’inversione di rotta e ritornasse a fare quello che aveva sempre fatto.
Alla faccia dei miei propositi di evoluzione, posso dire che anche io sono della seconda categoria. Non ho mai provato un grande “affetto” per i due dischi sopra citati, ascoltati sì ma senza troppo entusiasmo; però Uprising riesce ad essere interessante seppur non sempre sia capace di uscirsene fuori con idee brillanti. 
Io, per una volta, mi accontento e riascoltare questo disco con vent’anni di piú sulle spalle mi ha fatto capire cosa cerco quando tiro fuori un disco della band: dagli Entombed voglio solo il feeling di sporcizia ed ignoranza, per il resto vi lascio a band piú tecniche e con mood differenti
[Zeus]