Madri, crauti e fuochi d’artificio. Rammstein – Mutter (2001)

Per fare una grande pareten, ci vuole un grande pennellen!” se conoscete tutti i riferimenti in questa citazione significa che non siete proprio dei giovanotti. E se aggiungiamo il fatto che Mutter dei Rammstein compie vent’anni proprio in questi giorni, quanto vecchi vi sentite?
Ricordo il periodo in cui sentii per la prima volta Du Hast, il mega singolo del precedente Sehnsucht, che mi fece scoprire la band tedesca anche se per un paio d’anni ancora la mia conoscenza in merito si limitò a questa sola canzone.
Fu proprio con l’uscita di Mutter che mi decisi a comprare entrambi gli album qui citati e mi ricordo anche dove: in un negozio ben fornito in quel di Firenze che immagino ormai non esiterà nemmeno più.
Che vi piacciano o meno i Rammstein, dopo tutto questo tempo Mutter rimane ancora un album che contiene sei singoli a livello mondiale su undici canzoni, pezzi che ancora oggi si sentono in giro e che la gente ascolta, il che non è poco per una band che canta in tedesco, e che altro possiamo dire? Canzoni semplici, dirette, orecchiabili, che entrano subito in testa e non ne escono più, con un tiro pazzesco ed una botta degna di un treno merci che ti colpisce in pieno. 
Non sono metal? Frega un cazzo, per me sono sinonimo di divertimento e grande spettacolo. Peccato che nessuno si ricordi gli altri cinque pezzi, almeno Spieluhr meriterebbe la stessa considerazione delle prime sei tracce e trovo che la conclusiva Nebel abbia una carica emozionale non indifferente. 
Mutter supera questa prova del tempo e non credo avrà difficoltà a superare le prossime.
[Lenny Verga]


Scopro ora che Mutter dei Rammstein compie vent’anni. Questo disco è talmente radicato nel mio immaginario che, volente o nolente, è diventato una sorta di normalità conclamata. Eliminare Mutter dall’equazione della discografia dei teteski è tanto grave, quanto stupido, visto che è qua dentro che troveranno la culla molte delle idee che poi verranno sviluppate nel successivo ventennio di musica. Il tanz-metal è ancora presente, ma non è più così invadente come in Herzeleid o in Sehnsucht (di cui ne replica l’andamento del brano più semplice del lotto: Ich Will; canzone che non è altro che la risposta moderna a Du Hast), poggiando sempre di più la sua ispirazione sulla marzialità e su melodie sopraffine, tanto che ti domandi spesso e volentieri come sia possibile che una lingua ostica e spigolosa come il tedesco sia capace di concedersi ritornelli così catchy e ricordabili in mezzo minuto.
Mutter è un unicum nella discografia dei tedeschi, momento di summa perfetta di tutte le componenti del loro sound sia la parte più prettamente metallica, quella industrial e infine tutto l’aspetto grottesco che contraddistingue la parte lirica dei brani di Lindemann. Ecco perché non riesco a eliminarlo dalla mia mente, perché tutto si poggia su un equilibrio difficile da replicare e, infatti, i Rammstein non ci riusciranno più a farlo, incominciando una discesa d’ispirazione già a partire da un disco (molto) buono come Reise, Reise.
Epocale non c’è che dire, anche se il termine è decisamente forte per un disco che non è, che ne so, Master of Puppets o Black Sabbath, ma Mutter è stato capace di proiettare i Rammstein nelle vette dei festival europei e oltre. Quante band riescono, ancora oggi, ad attirare un pubblico così trasversale come questo sestetto teutonico? Quanti potrebbero riempire platee enormi e stadi senza difficoltà, fornendo al contempo musica ben prodotta e uno show spettacolare? Mi vengono in mente, ad oggi, solo i Maiden con le produzioni ipertrofiche e lo Spitfire che sorvola il pubblico, ma stiamo pur sempre parlando di una band che rimane di genere e non verrà ascoltata da chi, il metal, non lo mastica.
Ai concerti dei Rammstein ho sempre visto uno spaccato sociale variegato, tanto da ricomprendere il metallaro e colui che va in discoteca e, dei Rammstein, conosce solo i remix perché frequentava le discoteche metal/EBM per rimorchiare la tizia gotica (o, per una questione di pari opportunità, anche il contrario).
Ecco perché vedi la gente cadere come birilli quando partono i fuochi d’artificio o le fiammate improvvise, perché i concerti dei Rammstein sono una prova di resistenza al caldo e alla mancanza d’aria. Sfinenti, tanto che mi ricordo il live a Castelfranco, dove la gente diventava scappava da sotto il palco visto che c’era un sole da 40 gradi, le fiammate improvvise di Lindemann, un’aria talmente umida che potevi tranquillamente sorseggiarla e il pubblico, in generale, era indiavolato nel ballare e saltare. Le condizioni erano talmente proibitive che anche Till ha dovuto arrendersi all’evidenza ed evitare qualsiasi bis, visto che di aria non ne aveva neanche lui ed era alla canna del gas con la voce.
Però le canzoni che aspettavi erano queste di Mutter, sedimentate nel cuore e nella mente della gente da anni ed anni di ascolti: partendo da Mein Herz Brennt a Sonne fino ad arrivare a Feuer Frei!.
A vent’anni di distanza, Mutter non è invecchiato un secondo ed è così perché, già allora, era un disco che sapeva essere perfetto per il 2001 con quel suo mix di industrial, metal e componente danzereccia, e al di sopra del periodo storico d’uscita. Mutter nella discografia dei Rammstein è il disco senza tempo e senza età.
In altre parole, era e resterà un classico.
[Zeus]

Rammstein – s/t (2019)

Ormai mi ero quasi dimenticato dell’uscita del nuovo dei Rammstein. Sarà che negli ultimi dieci anni di vita ho ascoltato tantissimo i loro dischi o che il progetto solista di Lindemann mi ha lasciato poca voglia di riascoltarlo, ma questo nuovo disco dei teteski mi era uscito dalla testa finchè non ne hanno dato qualche inutile anteprima twitter/social della sua uscita.
E se come metadone all’astinenza da “tanz-metal”, gli Emigrate di Kruspe non sono certo il disco di cui sento la necessità (ci sono altri dischi che mi prendono di più), l’ultimo Liebe Ist Fuer Alle Da è arrivato a darmi quasi noia, infatti non lo ascolto mai.
Forse arrivo a sentirmi Haifisch, ma è una cosa per dare sfogo alla parte cazzara che risiede in me. E quel disco è del 2009, due lustri da oggi e da questa nuova uscita formalmente senza nome, ma chiamato Rammstein.
Un tempo così lungo per creare un disco è un’operazione degna di Chinese Democracy o il “nuovo dei Tool” (se mai uscirà questo LP, anche se continuano a dire agosto – di quale anno però?). Non che i Rammstein siano mai stati dei fulmini a ciel sereno nel registrare, ma l’attesa era al massimo sui 5 anni. Poi ti chiedi perché la gente aumenta le aspettative, giustamente, rispetto le cose. Un po’ come se la tua vicina di casa, passabilmente gnocca, incomincia a raccontarti le sue evoluzioni sessuali degne di Mia Khalifa e poi ti invita a casa a provare il letto: capite che, almeno un po’, ti scazzerebbe trovarti solo con un missionario triste?
Quindi quando senti che i Rammstein se ne stanno rinchiusi in studio per anni per tirare fuori il successore di LIFAD, un po’ di scimmia ti/mi sale.
Il vero dubbio che si porta dietro tutta l’operazione è quanto hanno ancora da dire dopo oltre 25 anni di attività.
In poche parole: Sono ancora capaci di farci saltare dalla sedia?
La risposta è nein.
Ma le motivazioni sono semplici da individuare. Se arriviamo a considerare Reise, Reise come il loro ultimo grande disco e in Mutter il loro capolavoro assoluto, abbiamo quasi 15 anni di LP non brillantissimi.
Rosenrot mi piace, ha dentro dei grandi pezzi, ma si sente in lontananza l’effetto “Load / Reload“: una sovrabbondanza di canzoni che, limata, avrebbe portato ad un CD unico, corposo e veramente buono; mentre di LIFAD ho già accennato qualcosa, ma escludendo qualche buon pezzo, non sale nella classifica delle uscite discografiche memorabili di Lindemann&Co.
Detto questo, arriviamo al “disco del cerino” e la sua lunga gestazione.
Lo ammetto subito, dopo ore di ascolto posso dire che l’effetto di Rammstein è quello di un elefante che ha partorito un topolino.
Non è un brutto disco, ma è un LP che i Rammstein avrebbero potuto comporre in 2 anni e avanzare ancora qualche mese per coca, wuerstel e troie.
Per me c’è qualcosa che non va.
Su una tracklist di 11 brani, ci sono le canzoni innegabilmente belle o di “qualità superiore” alla media dell’LP (Puppe piace eccome e, se vogliamo, Sex e Ausländer sono un’ottima risposta a Pussy di LIFAD) e canzoni buone (Deutschland e Radio mi son cresciute negli ascolti, ma hanno dei video musicali che sono una bomba). Ad essere generosi, Zeig Dich si porta dietro l’armamentario di riff e ritmiche ormai standard nel repertorio dei tedeschi, ma l’inaspettato cambio di tonalità di Lindemann me la fa risaltare rispetto ad altre canzoni similari.
I “problemi” sorgono nella seconda metà del disco, dove c’è un po’ di giocare sul sicuro e brani più deboli. Was Ich Liebe, eccellente come traccia d’apertura dal vivo, su disco è loffia e Diamant, che tenta di riproporre quel feeling intimo alla Frühling in Paris, sembra quasi incompleta.
Se poi vogliamo generalizzare il discorso, il songwriting della seconda metà del disco si porta dietro una generale debolezza (Tattoo non è male, ma quante canzoni così hanno scritto Kruspe&Landers?).

Quindi come posso valutare un disco dalle aspettative altissime, accolto in maniera entusiasta dalla critica “seria” e accompagnato da un lancio pubblicitario incredibile?
Con più freddezza di quanto sospettassi. Prodotto in maniera eccellente, con suoni bombastici e parti melodiche ineccepibili, Rammstein è una summa stilistica del periodo Rosenrot – LIFAD (con la già citata Puppe a riportare alla mente il periodo precedente Reise, Reise) che non riesce ad essere oltre a quello che ti si presenta subito: un disco che poteva essere eccellente, ma che non lo è e non potevo certo aspettarmi esserlo. 
Non potevo aspettarmi di vedere un gruppo di cinquantenni con un sound definito, con una miriade di progetti-cazzeggio (principalmente Lindemann, il quale butta fuori dischi metal e partecipa a progetti trap) e tranquillamente assestati su un certo modo di scrivere, stravolgere il proprio trademark e buttarsi su una strada nuova e rischiosa. Soprattutto se teniamo conto, come già detto, che sono quasi 15 anni che i Rammstein ansimano verso la linea del traguardo.
Portano a casa il risultato in maniera decorosa e cagano in testa a molti progetti odierni, ma se dobbiamo essere oggettivi, allora stanno andando in debito d’ossigeno e ogni disco dal 2005 in avanti è un parto sempre più doloroso e difficile.
Ascoltare Rammstein non sarà trovarsi nel letto la succitata vicina-di-casa-novella-Mia-Khalifa, ma non è neanche una “semplice scopata e saluti”.
Potevamo aspettarci di più, ma c’era il fondato rischio di trovarci in mano molto di meno di quello che gira nello stereo. 
[Zeus]

Vent’anni dopo: Rammstein – Sehnsucht (1997)

sehnsucht
Da web

Sono legato in maniera particolare a Sehnsucht dei Rammstein.
Ero alle superiori e, me derelitto, mi toccava sopravvivere in una classe in cui la musica pesante non esisteva e l’unica concessione alla musica “dura” era quella riservata al grunge (e, vi dirò, nel 1997 i gruppi grunge erano alla canna del gas o direttamente sottoterra).

La musica in voga era quella commerciale della radio – vedete voi che vita demmerda.
Ad un certo punto incominciò a girare per la classe una cassettina (ebbene sì, una cassettina laida) con dentro questo gruppo che cantava in tedesco di cose che, visto che siamo capre pur vivendoci in mezzo ai tedeschi, non capivamo neanche di striscio.
L’andamento marziale, la tonalità di Till Lindemann (quella R grattuggiata e quel modo di cantare che era una via di mezzo fra il classico canto e il parlato) e quell’unione fra metal classico e l’attitudine danzereccia da club berlinese (che verrà definito Tanz Metal, etichetta disgustosa) hanno fatto presa in pochissimo tempo.
L’incapacità di capire le parole hanno portato, i più ignoranti di noi, a formulare la frase: questi sono nazisti!

L’equazione tedesco = nazisti è seconda solo a nazisti dell’Illinois = odio.

Questo misunderstanding ha intaccato la stessa sicurezza dei Rammstein che, in Mutter, hanno dovuto rafforzare un concetto importante, esprimendolo a chiare lettere: e cioè che il loro cuore è a sinistra (Links 2,3,4).
Ma, nel 1997, Mutter doveva ancora uscire e l’ignoranza viaggiava a gonfie vele nei cuori degli stolti e perciò l’equazione Rammstein = nazisti era ancora un grande cavallo di battaglia.

Un particolare che all’inizio non capivamo e che sono riuscito ad apprezzare solo col passare del tempo è la bravura di Lindemann nell’uso delle parole. I temi di Sehnsucht sono scabrosi, toccanti e inquietanti e non hanno da vergognarsi in confronto a quanto sputato fuori da trequarti dei gruppi death del globo, ma le liriche sono studiate in maniera eccellente mescolando ironia, alta letteratura, giochi di parole e utilizzando il tedesco moderno con inserti tratti dal tedesco antico.
L’ironia è la chiave e la resa burlonesca e scabrosa degli argomenti è un lato vincente (e molto intelligente) dei Rammstein.
Peccato che, vista l’osticità della lingua, non venne recepita prima dell’avvento dei traduttori simultanei su Google e dell’internet in generale. Quello che fece breccia, però, era la componente tanz metal che infesterà le discoteche Gothic, EBM da lì a venire.
Se poi vogliamo essere proprio rompicoglioni, c’era gente che si vantava di capire il norvegese/svedese/finlandese quando non sapeva neanche mettere insieme due frasi di italiano in senso compiuto. Questo per dire che l’estremismo della lingua è un concetto molto relativo e che il tedesco, come qualsiasi altra lingua, ha la componente estrema che “fa specie”.

C’è un brano che ha lanciato Sehnsucht e quel pezzo è Engel. Senza questa canzone molti ascoltatori non si sarebbero neanche avvicinati al disco, cosa che invece non è accaduto perchè la componente gothic-pop-tanz-metal (con uso ed abuso delle etichette) del brano è soddisfacente e molto più fruibile di una canzone presa a caso dal precedente Herzeleid.
Sul fatto che Engel sia il miglior brano di Sehnsuch possiamo discuterne. Io non credo, ma forse sono vent’anni che sento questa canzone e ormai ho un’opinione fissa da troppo tempo.
Da qua in avanti i tedesconi hanno scalato il mainstream con dischi sempre più azzeccati (Mutter; Reise Reise; Rosenrot). Il dopo Rosenrot è meno soddisfacente, ma l’età brucia tutti e di questo ne parleremo più avanti.

[Zeus]

ALPEN FLAIR Open air – Sabato 20/06 – Natz/Schabs (BZ)

Capita ogno tanto di ritrovarsi la giornata libera, quindi che si fa?
Si convince la moglie a partire ed a recarsi ad un Open air!

L’Alpen Flair è un Open air che ruota intorno alla band alto­atesina Frei.Wild, che a noi italiani dice poco, ma che in Germania e Austria sono delle autentiche star. Il festival è dedicato soprattutto agli amanti della musica deutsch­rock, miscuglio tra hard rock e punk rock cantato in tedesco, però la presenza di Sabaton, Helloween e Onkel Tom rende l’evento ghiotto alle mie metalliche orecchie, quindi, si parte!
Entro al concerto nel tardo pomeriggio, l’evento è in corso ormai da tre giorni e, nella giornata di sabato, è dal primo pomeriggio che si esibiscono le band. La prima cosa che mi salta all’occhio è l’organizzazione! Stand ovunque, camping organizzati nei pressi della location concerti, bagni diffusi e facilmente accessibili ( e siamo in 20 mila, capito Gods of Metal et simili!?!), stand per il cibo e birra facilmente accessibili, prezzi umani.
La security controlla ogni singola entrata (si può uscire e rientrare quando si vuole grazie al braccialetto!), il palco è medio grande, ma si riesce a vedere tutto grazie alla struttura ad „anfiteatro“ della location e ad un maxischermo laterale e l’audio è O­T­T­IM­O.
Alla mia entrata stanno suonando gli Eisbrecher, gruppo tanz­metal con cantato in tedesco mooolto simile ai Rammstein. Il pubblico apprezza tantissimo e canta ogni loro pezzo, per cui loro si esaltano e spingono come dannati.
Due parole sul pubblico: il 90 % è li per i Frei.Wild, quindi il supporto ai gruppi di deutsch­rock o simili è totale! Finiti gli Eisbrecher, il tempo per due birrette e entrano sul palco i Sabaton.
Il loro Power Metal epico­-guerraiolo sorretto da tastiera fa cantare i loro fan, in più la loro attitudine da „cazzari“ fa strappare più di un sorriso. Il leader si esibisce infatti in un sacco di scenette comiche, si fa umiliare dal chitarrista in una gara di assoli, improvvisa uno spogliarello, sfida il pubblico a costringerlo a bere birra tutta di un fiato ecc.
Musicalmente non sono la mia tazza di tè e la tastiera preregistrata, che porta il riff portante, fa sembrare il tutto poco „live“. I fan, però, apprazzano e cantano tutto il tempo. Finalmente viene il momento che aspettavo, i giovani vanno nelle retrovie e noi „vecchi“ ci portiamo davanti. Si spengono le luci, parte l’intro „happy happy Helloween“,  entrano i musicisti e si parte subito con „Eagle fly free“ e „doctor Stein“. Deris è in forma strepitosa e tiene i pezzi di Kiske senza problemi, i musicisti sono in palla e il batterista, che ha una batteria con 3200 tamburi, picchia come un fabbro con la rabbia. Il pubblico però è zitto e non canta o partecipa poco.
Saremo in 4 gatti a esaltarci, infatti ci scambiamo subito sguardi di stupore. Alla band, però, non sembra dar fastidio. Dopo aver suonato 2 pezzi del nuovo disco, giusto perchè devono, partono con brani da tutta la loro discografia: la band è sempre più in palla e Deris riesce anche a prendersi il pubblico, che chiaramente non li conosce. Quindi è un susseguirsi di successi, da straight out of Hell a if I could Fly, da the Power ad Halloween. Ma non posso non citare brani come I Can, Are you Metal, Sole Survivor e tante altre quasi senza intervalli, anzi molti pezzi in forma di medley, per finire con una versione ridotta di keeper of the seven keys.
Uscita e rientro con bis: future world e I want out.
Finito il concerto mi ritrovo a scambiare 2 chiacchiere con alcuni altri fan degli Helloween, eravamo cosi pochi che ci riconoscevamo a naso. Concerto strepitoso. Devo abbandonare la venue del concerto, in quanto scende la notte portandosi un freddo polare e io ho la felpa in macchina, ma grazie al braccialetto e l’organizzione delle uscite/entrate non è un problema (e siamo in 20 mila, capito Gods of Metal et simili!?!): riesco a rientrare con i Frei.wild che hanno appena iniziato. Mi ripeto, qui la gente è tutta per loro. Son venuti dall’Austria e dalla Germania con i pulman, c’è ogni tipo di vestiario con i loro logo, c’è un sacco di gente con i loro tatuaggi e sono in 20mila. Il concerto è una specie di karaoke, la folla canta ogni singola nota. Personalmente non è il mio genere, si va da un punk rock a canzoni stile Vasco Rossi suonate con un po più di distorsore, tutte con ritornelli anatemici. Ne approfito per mangiare, cibo ottimo, al giusto prezzo e senza fila (e siamo in 20 mila, capito Gods of Metal et simili!?!) e per osservare la marea di folla che canta all’unisono. Finito il concerto, partono i fuochi d’artificio e i più giovani si riversano nelle 2 sale adibite a discoteca (e siamo in 20 mila, capito Gods of Metal et simili!?!) e la maggior parte della folla se ne torna a casa.
Finito? No! Tocca al buon Tom Angelripper scaldare (letteralmente, la temperatura è scesa a livelli invernali) gli ultimi rimasti. Quindi ecco tutte le peggio canzoni da osteria tedesca ipervitaminizzate in forma thrash più alcuni inediti (una canzone dedicata alla Ruhrpott, una a Lemmy e una a Bon Scott, più di un paio a varie forme di alcohol) proposte dagli Onkel Tom. I sopravvissuti ballano e cantano, la band sembra divertirsi anche se non è di certo il concerto più tecnico e preciso che abbia mai visto, ma sono le 2 passate e si tratta degli Onkel Tom è cosi che dev’essere.
Riassumendo: l’Alpen Flair va visto, anche solo per rendersi conto di come va organizzato un concerto; nessun problema tecnico, nessun problema logistico, band tutte in orario, nessuna coda e una location spettacolare, più una festa che un festival!!!

[Skan]