Badilate sui denti. Testament – The Gathering (1999)

Quando vuoi fare un po’ il saputello nelle conversazioni metallare, una delle armi da buttare nella mischia è quella dei Testament. Non sono così vendibili come i Big4, ma neanche oscuri macinatori di thrash metal come altre realtà di tutto il globo terracqueo. I Testament stanno in quella via di mezzo del thrash americano, una sorta di nobilità senza troppi clamori. Questo vale, almeno finché non nominate The Gathering.
Da questo momento in avanti ci sarà un ondeggiare di teste in segno di assenso quasi unanime. Sapete di aver vinto e di poter tornare a pasteggiare contenti. The Gathering è l’arma contundente da poter utilizzare quando si va a parlare di thrash e non si vuole citare la classica trimurti Metallica-Slayer-Megadeth. Non ci si vuole sputtanare dicendo che ci si è svegliati ascoltando Fuel dei Metallica o cercare di capire quale panzana possa tirar fuori il buon Dave Mustaine nelle mille-e-una interviste/intervento twitter o che altro. Degli Slayer si parla bene, ma negli ultimi anni più per un rimpianto di Hanneman che per l’effettiva qualità dei dischi che sono usciti.
Ma su The Gathering si va sul sicuro e i motivi sono semplici: line-up da urlo (tanto che i veri Testament sono soltanto Patterson e Billy, tanto imponente nelle linee vocali, quanto tendente a replicare cose già fatte), cinque canzoni che ti prendono a calci in culo senza alcuna pietà e poi un mixing compatto e stretto come il culo di una gallina stitica.
Stiamo parlando di un disco che, nel 1999, mi ha ridonato un po’ di fiducia nel thrash metal. Una fiducia che abbraccia questo album anche se non è thrash puro, ma un condensato di quanto era vigente in quegli anni come “approccio heavy” al sound della Bay Area, quindi ecco il groove alla Pantera di, ad esempio, Riding The Snake o l’attitudine death metal che si respira in brani come Legions Of the Dead.
Mi ha ridato fiducia perché picchia forte, picchia duro e, senza troppi giri di parole, gioca facile grazie ad una line up che è incredibile (Dave Lombardo alla batteria, DiGiorgio al basso e Murphy alla chitarra solista). Tenete presente che il 1999, oltre a offrirci il nu metal, è anche territorio fertile di gothic metal e derive industrial di alcune delle band di punta del periodo.
Il disco è compatto, ma sono le prime tracce ad essere l’asso pigliatutto: sono forti, sentite mille volte e coverizzate da qualche pazzo che non aveva capito come distruggere Master Of Puppets. Quindi occupano, per meriti indiscussi, buona parte degli elogi a questo LP.
Ma una domanda bruciapelo la faccio: dopo 3 Days in Darkness qualcuno sa dirmi un titolo? Perché non mi serve neanche cercare di ricordare D.N.R, True Believer, Down For Life e Eyes Of Wrath e il ritornello di True Believer lo canto anche andando a far benzina.
Ma il resto? Lungi dal far polemica su un disco bestiale, c’è un’indubbia differenza di percezione fra la prima parte di The Gathering e la seconda. Non sto parlando di differenza qualitativa (non ci sono filler), ma le ultime sei canzoni stanno alle prime cinque, come l’intera rosa del Brescia sta al Divin Codino (periodo con le Rondinelle).
Difficile tirarsi via dalla memoria quanto fatto all’inizio del CD, quindi ecco che Careful What You Wish For spande sì groove, ma verrà citata forse due volte in 4 anni e così si può dire di tutto quello che segue fino ad arrivare al minuto 42 del disco.
Questo è, nel bene o nel male (per chi fosse così merdalnaso da pensare male di questo disco), The Gathering.
Un disco che, per i criticoni, sarà sempre o “troppo poco coeso” o “lontano dal passato della band“. Forse sono anche appunti che ci possono stare, dopo il 1999 la band cambia e incomincia un percorso strano, fatto di dischi zoppi ed altri più sul pezzo. Dove il songwriting ritornerà stabilmente nelle mani del solo Peterson (su The Gathering era un lavoro collettivo di Peterson, Billy e Lombardo) e quindi sensibili alle alterne ispirazioni del chitarrista californiano.
Quindi occhio quando citate questo disco nelle conversazioni, potrebbe arrivarvi, fra capo e collo, la classica domanda: ma Allegiance ti piace?
E qua son dolori, soprattutto se avete subito il trattamento Man In Black della memoria e non arrivate dopo la quinta traccia.
[Zeus]

Il duro lavoro dei Testament – The Formation Of Damnation (2008)

Per non rovinarmi il palato, non ho ascoltato il disco successivo al devastante The Gathering dei Testament. Ho amato quel disco tanto da farmi sorvolare bellamente First Strike Still Deadly del 2001 (anche perché è un disco con pezzi ri-registrati) per andare a inchiodarmi su questo The Formation Of Damnation del 2008, primo disco originale in studio.
Su The Formation Of Damnation c’è la reunion tanto sospirata con Skolnick e anche la sezione ritmica viene rinnovata e vede il ritorno di Greg Christian al basso, mentre alla batteria si siede Paul Bostaph.
Il disco, aperto da uno strumentale, parte subito forte con More Than Meets The Eye e poi prosegue con lo stesso piglio anche su The Eagle Has Landed. Il sound è sempre thrash, anche se l’evoluzione verso il sonorità più pesanti non viene dimenticata e, infatti, ecco che il sentimento di un grande mix delle epoche dei Testament si fa largo pochi minuti dopo aver iniziato l’ascolto.
The Formation Of Damnation (da ora TFOD) non è un brutto disco, anzi direi che è uno di quegli LP che ascolti ma selezionando i brani che ti acchiappano e stop.
Perché ne parliamo adesso su TheMurderInn? Perché questo è il decimo anniversario dalla nascita e perché mi è venuto in mente il verso more the meets the eyes” e, visto che mancava su TMI, ho deciso di colmare la lacuna.
Se vogliamo il problema è uno solo e, vi giuro, non posso giurare che non sia solo mio e dato dal recensire questo disco a così tanti anni di distanza: dopo qualche ascolto, e superato il colpo dato dall’adrenalina dei primi ascolti, TFOD mi sembra un lavoro che i Testament hanno prodotto (bene!) ma giocando sicuro (The Persecuted Don’t Forget picchia bene, ma sembra una traccia che richiama in maniera un po’ troppo smaccata The Gathering).
Ci sono anche episodi meno convincenti come la title track, Killing Season (moscia e bruttina) e in generale le ultime tracce del disco suonano come filler ben confezionati se paragonati ai primi brani di The Formation Of Damnation.
Questo LP è uscito con squilli di tromba e recensioni fantastiche, mi immaginavo le lacrime del recensore a prendere in mano il disco dei Testament dopo anni di silenzio e con l’ultima prova in studio un certo The Gathering.
A riascoltarlo oggi posso confermare che ci sono dei buoni brani ma su 11 canzoni quasi la metà non è granché (!!) e questo non gioca a favore della generale longevità di TFOD.
A volte bisognerebbe veramente aspettare un po’ di anni prima di prendere in mano un disco e recensirlo, giusto per evitare di vomitare su schermo paroloni che, anni e anni dopo, ti chiedi “ma veramente lo trovavo così spettacolare questo disco?“.
[Zeus]