Rage – Ghosts (1999)

Ghosts rappresenta la terza collaborazione tra i Rage e la Lingua Mortis Orchestra ed è il secondo capitolo di una trilogia di album scritti appositamente per band ed orchestra. Subito dopo le registrazioni, tre membri del gruppo, i fratelli Efthimiadis (chitarra e batteria) e Sven Fischer (chitarra), abbandoneranno i Rage – rimanendo accreditati ma senza foto all’interno del booklet.
Ed è proprio dalla foto session di Ghosts che si assisterà alla nascita di una formazione incredibile: il power trio formato da Peavy Wagner alla voce a al basso, Viktor Smolski alla chitarra e Mike Terrana alla batteria. Una combinazione perfetta, purtroppo destinata a non durare, capace in sede live di sprigionare una tale potenza da pettinare all’indietro gli spettatori al solo tocco degli strumenti.

In questo album, quindi, non sentiremo le performance dei nuovi arrivati, anche se Smolski ha aggiunto qualche parte di chitarra in post-produzione.

Ma come suona “Ghosts”?
Premetto che il precedente XIII è uno dei miei album preferiti dei Rage: un lavoro perfetto e senza cali qualitativi, diverso dalla classica produzione della band, ma così dannatamente bello da essere uno di quei dischi che si ascoltano per tutta la vita. Le aspettative nei confronti del successore erano, ovviamente, altissime. Sarà all’altezza del suo predecessore? La risposta, almeno per me, è no, ma Ghosts è comunque un buon lavoro.
L’album presenta un concept che unisce i testi in un’unica storia, quella di un uomo morto in circostanze misteriose che, sotto forma di fantasma, ci parla della sua vita e di diversi aspetti dell’esistenza. Il disco si apre con un pezzo da strapparsi i capelli, Beginning of the End, talmente ben scritto che con le idee del chorus e del pre chorus una band qualsiasi ci avrebbe scritto due canzoni intere. L’orchestra, mai invadente, appare per accompagnare il riff portante ed il chorus, allo scopo di aumentarne la drammaticità ed il risultato finale è perfetto.
Peccato che tali livelli di intensità appaiano solo ogni tanto nel resto dell’album. Pezzi come la titletrack, Back in Time, Wash my Sins Away, Love After Death o la conclusiva suite Tomorrow’s Yesterday per quanto belli non raggiungono mai quel climax che il pezzo di apertura ci ha sbattuto in faccia così sfacciatamente. Fa eccezione la ballad Vanished in Haze che, per chi le apprezza (io sì), è uno dei picchi emotivi e compositivi dell’album.

Una menzione la meritano i testi, che non saranno trascendentali, ma creano un concept ben definito e danno un senso compiuto alla storia che la band ci racconta… e no, non è una cosa scontata.

[Lenny Verga]

Darkthrone – Ravishing Grimness (1999)

Il segnale del cambio si poteva annusare dalla ristampa di Goatlord dopo Panzerfaust, terzo disco del trittico true norwegian black metal.
La band aveva già incominciato ad evolversi e Panzerfaust non cercava più solo la velocità, ma è nel 1996 e precisamente con  Total Death (1996) che i Darkthrone fanno intravedere una nuova presa di posizione sulla loro musica. 
Dopo la pausa di tre anni, il duo Fenriz – Nocturno Culto ritorna in studio e, con Ravishing Grimness, fa capire che i vecchi Darkthrone sono finiti e che l’evoluzione del sound porterà a implementare nella musica delle influenze che vanno dal thrash, all’heavy, dal crust/punk al rock. Il morbo del black metal non sparisce, solo che diventa sottocutaneo e striscia sotto tutte le canzoni come una malattia. 
In Ravishing Grimness non si raggiungono più le velocità del trittico black metal, ma quando decidono di mollare la presa sul midtempo e ci sono quei naturali scoppi di velocità – To The Death (Under The King) – ecco che la sensazione di malignità fuoriesce senza nessun pudore. 
C’è comunque un tratto comune a tutte le canzoni ed è la registrazione: dopo anni passati in lo-fi e un suono raw, Ravishing Grimness tira fuori un wall of sound che ti aggredisce. Le registrazioni sono pulite per i canoni dei Darkthrone e il riffing di Nocturno Culto sono ben udibili, come anche tutto il resto della strumentazione. 
Quello che stupisce è l’efficacia degli stacchi, seppur spesso minimalisti o addirittura semplici. I mid tempo della title track sono intriganti e, insieme a Across The Vacuum, vediamo la band reiterare il proprio sound tanto da renderlo quasi ipnotico. Non dico che raggiungono il livello degli Inquisition, ma sicuramente c’è una componente che ti permette di staccare il cervello e seguire il flusso della musica dentro il “vacuum” (come da titolo). 
La distanza fra Ravishing GrimnessA Blaze in the Northern Sky non può essere maggiore (ma la distanza aumenterà con il passare degli anni). I fan più intransigenti storceranno il naso, ma qua dentro ci sono brani incredibili, ben strutturati (tanto che le canzoni, nella maggior parte, superano i 4/5 minuti di durata) e l’attitudine è quella onesta del duo Fenriz-Nocturno Culto. 
L’idea di stupire gli ascoltatori con una prima traccia in mid tempo non è nuova: il mid tempo dell’iniziale Earth’s Last Picture di Total Death aveva già segnato un punto a favore dell’evoluzione del musica dei norvegesi, ma la registrazione sporchissima era figlia del primo periodo trve grim, quindi lo scarto era meno evidente. Con Lifeless, invece, si segna la vera svolta. La pulizia sonora contrasta con la vecchia visione musicale di Euronymous&Co. e il wall of sound riempie le casse di una canzone che, nel suo incedere a volte ridondante riesce a trasmettere un feeling maligno. 
Ma è un discorso che si potrebbe ripetere per tutti i brani del disco, anche se l’inserto di derive rock’n’roll alimenta (ed alimenterà) sempre più dibattiti su quello che stanno diventano Fenriz e Nocturno Culto. Tutto vero, ma sentitevi il riffing di The Claws of Time. Il groove che esce nella seconda metà della canzone fornisce una prima idea di quello che poi verrà ridefinito come black’n’roll e che sarà la bibbia musicale di act come i Taake post-2000 o dei Satyricon dopo la sbornia violenta di Rebel Extravaganza (a sentirla bene, The Claws of Time non sfigurerebbe su un disco come VolcanoNow, Diabolical). 
La velocità rimane, ma in Ravishing Grimness il concetto che passa è quello di disco compatto, registrato bene e con un songwriting intelligente (firmato, per i 5/6, da Nocturno Culto). 
Un ritorno sulle scene che alimenterà sempre più dicerie e che spaccherà i fan.
Da questo LP del 1999, i Darkthrone non guarderanno più indietro e aggiorneranno il sound a seconda della volontà del duo Fenriz – Nocturno Culto di far uscire questa o quella influenza musicale. 

[Zeus]

Type O Negative – World Coming Down (1999)

Ci sono periodi nella mia vita in cui, per un motivo o per l’altro, vengo assalito da ondate di depressione esistenziale. Momenti in cui sento tutto il peso di questa terra sulle spalle ed è difficile guardare l’esterno con lo sguardo limpido e l’occhio sereno.
Non dico che sono ad un passo dall’appendermi al soffitto, nonostante tutto mi piace ancora questa vita, ma sicuramente è difficile sorridere e ci vuole una forza incredibile per uscire di casa e affrontare un lavoro o le persone in maniera funzionale e proficua. Soprattutto se fate un lavoro come il mio dove, senza se e senza ma, il sorridere e il rapportarsi agli altri è una caratteristica fondamentale.

Questi sono i giorni in cui sento la necessità fisica del metal, una delle poche valvole di sfogo che non mi portino a compiere atti irreperabili. Il metal e una pinta di birra (citazione che mi sento di fare, ma che lascio anonima).
E il metal deve adattarsi a questo mood, a questa sensazione di opprimente down. Deve cavalare questo sentimento e deve parlarmi in quella lingua. Non riesco ad apprezzare un pezzo happy (ad esempio un brano power metal, se mai ascoltassi questo genere), devo torturarmi all’infinito, addentrarmi in sonorità plumbee per arrivare al momento catartico che mi farà inevitabilmente risalire verso la luce. Perchè è così, scrivere e il metal sono due forme catartiche e, quindi, questa recensione è quanto più vicina ad una seduta psicoterapica di quanto voi possiate solo immaginare.

World Coming Down è una ventata di pessimismo e rassegnazione. Quindi perfetto per affrontare tale compito ingrato. Deve descrivere l’oscurità e lo fa bene, tanto che le sonorità iper-leccate di October Rust spariscono e ne esce un sound più organico e naturale. Dove nei precedenti dischi c’era della sbruffoneria (My Girlfriend’s Girlfriend), in questi solchi è il filtro acuto dell’ironia a smussare un po’ il colpo inflitto da una tristezza e rassegnazione palpabile. L’intelligenza compositiva di Pete Steele è innegabile, tanto che brani che potrebbero incartarsi e finire in innaturali lagne monotone, ne escono comunque bene e con soluzioni melodiche perfette. La melodia è un elemento fondamentale nel sound dei ToN, molto più dei riff o della pesantezza. Perchè è su quella vena che si muovono agili dei brani che, di media, superano i 6 minuti di durata.
Non capitemi male, sotto tutto il lavoro di tastiere, synth etc di Silver (che si occupa anche della drum-machine), c’è comunque un comparto musicale serrato e debitore della lezione sabbathiana. Le chitarre sono immerse in un fuzz perenne, zanzarose ma ficcanti, mentre le lenti progressioni musicali della sezione ritmica creano quel mood doom-gothic che i ToN sono capaci di maneggiare ad occhi chiusi.
Non considerando la classica traccia iniziale farlocca (Skip It) e i tre brevi intermezzi strumentali (che indicano altrettante modalità di morte e saluti a this mortal coil), il CD conta 74 minuti di musica. Capite voi che tenere alta l’attenzione su un minutaggio consistente è operazione rischiosa e non riesce sempre. La questione, principalmente, è il progressivo diradarsi delle idee, specialmente intorno alla metà scaletta o verso la seconda parte. In quei punti c’è sempre la possibilità di trovarsi il filler o la traccia loffia che ti fa rodere il culo perchè eri di fronte ad un disco che poteva essere una vera rivelazione. World Coming Down non è sicuramente così, visto che la title-track è messa a metà scaletta e poi c’è il crescendo (compresa Pyretta Blaze, traccia che mi intriga molto per la linea vocale e melodica) fino ad approdare al medley Beatles-iano Day Tripper
Dentro tutto questo c’è Pete Steele che viene a capo dei suoi demoni, che poi diventano i tuoi demoni e, quando il conto arriva a 74 minuti e lui ha vinto, allora hai vinto anche te. Per osmosi, oserei dire.
Perché è in queste tracce, in cui Pete combatte con la morte, che tu risali piano piano verso quella forma di socialità che ti permette di andare avanti e, per un po’ di tempo, non ti fa sentire quel peso sulle spalle e quella nube scura all’angolo dell’occhio.
[Zeus]

L’album di cover… Helloween – Metal Jukebox (1999)

Vi è mai capitato di attraversare un momento, nella vostra vita di metalhead, in cui eravate disposti a comprare qualsiasi cosa pubblicasse una delle vostre band preferite, perché il “totale supporto” era molto importante per voi?

Gli Helloween sono stati uno di quei gruppi che, da ragazzino, mi hanno introdotto nel mondo del metal e li ho seguiti con passione per un sacco di tempo. Ecco quindi che un giorno di vent’anni fa entro baldanzoso in un negozio di dischi e compro l’ultima release delle Zucche di Amburgo. Ai tempi, internet non era così diffuso e completo di informazioni come oggi e le riviste uscivano a cadenza mensile, quindi capitava di comprare un album senza saperne praticamente niente a riguardo, senza averne letto una recensione o anche solo una descrizione del contenuto. Ovviamente sapevo che stavo acquistando un album di cover, ma non quali avrei trovato. Mi bastò ascoltarlo una volta per rendermi conto di aver buttato via i soldi e che il “totale supporto”, in alcuni casi, può rivelarsi una leggera minchiata. Lo ascoltai ancora un paio di volte in seguito e poi addio.

Che cazzo di cover ci sono dentro a questa raccolta? Qualcuno se lo ricorda senza andare a guardare? Ma soprattutto, in quanti lo avete comprato? E in quanti lo ascoltano ancora oggi?

Ripensandoci, al volo ricordo solo due pezzi: una dignitosa versione di “Space Oddity” di David Bowie e una esuberante cover della divertentissima “Hocus Pocus” degli olandesi Focus. Ed il resto? La band si limita svolgere il compitino su alcuni pezzi come “He’s a Woman – She’s a Man” degli Scorpions, “Locomotive Breath” dei Jethro Tull e “White Room” dei Cream; a “metallizzare” inutilmente “Lay All Your Love on Me” degli Abba e “All my Loving” dei Beatles; a rendere scialba “From Out of Nowhere” dei Faith No More e tutte le altre rimanenti track che completano la raccolta e che non ho voglia di elencare.

Quello che resta alla fine è un forte dubbio sulla scelta delle canzoni da coverizzare e la sensazione di una lieve presa per il culo. Certo, è solo una mia opinione, ma questo è uno di quei CD che col tempo ci si dimentica di avere nella propria collezione, che quando ci si posa sopra l’occhio ci si ferma un attimo pensando “Cazzo è sta roba? Ah sì, il CD di cover degli Helloween”.
[Lenny Verga]

Il primo live non si dimentica: Rammstein – Live Aus Berlin (1999)

L’ho riscritta anche troppe volte questa recensione, ma ogni volta non mi ha convinto del tutto. Questo perché i Rammstein, nel 1999, andavano contro ogni probabilità logica. Ditemi voi, quante probabilità ha un gruppo che parla tedesco di sfondare da noi? A parte i Guano Apes (che poi non cantavano in tedesco), Lena (ma solo per una canzone) e poi chi c’è? Falco? Ok, il grande Falco ha avuto la sua notorietà, ma in Italia erano sdoganati solo i grandi del thrash/power tedesco, il Commissario Derrick e la birra. Chiara (helles) o la Pils, forse forse la Weißen, ma non nel resto d’Italia. 
Non c’era grande modo di far passare il “mondo tedesco” nello spioncino dell’esperienza italiana, a meno che non si finisse per ribadire la formazione dell’Inter con i tedeschi terribili, la rivalità calcistica nazionale e, ovviamente, il passato ingombrante che si portano dietro. Come noi, solo che loro ci stanno mettendo più impegno per mettersi sul banco degli imputati e prendere coscienza collettiva di cosa è accaduto. 
Se sei tedesco, canti in tedesco, metti sulla copertina una serie di uomini lucidi d’olio e in posa maschia (Herzeleid), allora nella mente generale viene fuori un collegamento rapido come un ictus: Rammstein = nazi. 
Non quelli dell’Illinois, ma quelli veramente cattivi. 
Ci hanno messo anni e anni per tirarsi via questa parentela sbagliata, Lindemann&Co., tanto che sono arrivati a ribadirlo anche su Mutter che, con gli uomini della croce uncinata non hanno niente a che fare. 
Ovviamente, nel 1995, Herzeleid non fa questo botto enorme né in patria (il binomio di paesi germanofoni del centro Europa) né all’estero. Ci mancherebbe, ovvio, ostico è ostico come LP e il supporto della Motor – Slash non è proprio quello di un colosso come la Universal. 
Meglio va con Sehnsucht, il disco che nel 1997 ha fatto credere a tutti nella mia classe che fossero nazisti. In questo caso era il binomio tedesco – metal, l’ignoranza vagava su sentieri così aperti da toglierti il fiato. Il problema è che io sono partito con quel disco e, ancora adesso, lo adoro. Non conoscevo i Rammstein prima, quindi erano cosa nuova. Chi cazzo aveva internet, YouTube e tutto il resto per capire chi fossero (se non interviste) e/o vedere i video musicali? Io no di certo, avevo forse un lercissimo 56K che mi permetteva a stento di sentire i miei pensieri dietro tutto il macello della connessione. Vedere un video in streaming, se mai avessi saputo cosa fosse lo streaming, sarebbe stato un gioiello mica da ridere. 
Ma niente, quindi ecco la cassettina con dentro Sehnsucht e via ad ascoltarla fino a renderla inservibile e poi riprendere quel CD-R e copiarlo su uno vuoto e tenerlo caro (penso di averlo perso comunque). 
Chi cazzo sono i Rammstein. Perché gira voce che questi bruciano? Che cazzo fanno? Se fino a quel momento il metal era una condizione dello spirito ridotta a certi gruppi e una, incrollabile, certezza, i Rammstein uscivano dallo schema ed erano nuovi, vibranti, qualcosa che per lingua e periodo d’uscita, potevi sentire tua. Stavi assistendo al decollo del razzo e, nel giro di pochi anni, avrebbero fatto il botto. Si sentiva e tu eri presente. 
Una delle poche band “che riempiono gli stadi” ad essere tua, a vederla crescere e arrivare in vetta. 
Adesso tutti fanno gli schizzinosi e citano il mare magnum delle canzoni di Lindemann, ma al tempo col cazzo che c’era questo giro. Al massimo sentivi nominare Engel o Du Hast (e ancora adesso mi ricordo la copertina di Sehnsucht) e, vi giuro, solo da qualche anno ho la percezione concreta che la gente abbia capito il gioco di parole contenuto in Du Hast
Come per i razzi sparati nello spazio, anche i Rammstein dovevano liberarsi di un primo stadio, dovevano sganciare il loro disco dal vivo: quello che riassume il primo biennio di vita della band. Quindi un album che tiene quasi tutte le canzoni dei due LP e ci aggiunge, con notevole gusto, una delle canzoni mai pubblicate su disco in studio: Wilder Wein. Pezzo stupendo, fra l’altro. Nel 1999 escono con Live Aus Berlin e, lasciatisi alle spalle il primo modulo di lancio, i berlinesi si preparano a sganciare sul mondo quello che, senza dubbio, è il loro album più bello e più riuscito: Mutter
Dopo di quello c’è solo la celebrità, il riconoscimento generale e lo sdoganamento che la Germania non è solo würstel, calzettoni bianchi con Birkenstock, turisti arrosati sulla riviera romagnola, pizza con cappuccino, bionde con gli occhi azzurri e Oktoberfest, la Germania è anche Rammstein e Tanz-Metal

[Zeus]

Un tempo erano cosa grossa i Keep of Kalessin: Agnen – A Journey Through The Dark (1999)

Mi ricordo le recensioni quando uscì Armada (o forse Kolossus, ma la memoria non mi aiuta molto) e poi mi ricordo il tour con gli Amon Amarth (With Full Force, 2008!?, non ci sono andato, ma al tempo ero particolarmente interessato agli eventi della vicina Innsbruck): i Keep Of Kalessin erano visti come la next big thing. O, almeno, così li spacciavano nei mille articoli che li riguardavano. Io non li ho mai cagati più di tanto, sempre per la mia classica mania di evitare l’hype come la peste nera. 
I Keep Of Kalessin fanno parte della leva moderna del black metal, quello nato quando questo genere aveva ormai perso ogni significato eversivo e disturbante. Due anni dopo l’esordio con Through Times Of War, la band fa uscire questo dischello nel 1999.
Per un sunto veloce di quello che fanno in Agnen – A Journey Through the Dark, si può dire che i Keep Of Kalessin mischiano un black metal veloce (l’iniziale Dragonlord picchia senza troppa pietà), con tanto di doppia cassa e tupa-tupa, a brevi aperture melodiche (supportate dai synth suonati dal chitarrista Obsidian Claw). A mio avviso non c’è poi molto di nuovo qua dentro, ma l’aver diluito il black metal con inserti death/thrash rende Agnen quantomeno interessante.
A questo mix di sonorità, la band ci aggiunge anche un feeling viking e tira fuori Orb Of Man.
Rispetto ad altri act (anche affermati), i Keep Of Kalessin riescono a contenere la durata delle canzoni, lasciando solo alla ritmata Towards I Roam e alla title-track il compito di alzare il minutaggio e, pur con molti cambi di tempo e sonorità, un po’ di lungaggini non necessarie. 
Derivativi lo sono, non possono certo rivoluzionare il black metal nel 1999, quando chi lo ha creato è ormai alla canna del gas, ma almeno non ti spari nel cazzo dopo l’ascolto. Io non la vedo male come cosa.
Nonostante il suo essere figlio della nuova ondata black metal, non aspetterei altri 20 anni per sentirmi, di nuovo, Agnen – A Journey Through the Dark. 
[Zeus]

E alla fine venne anche il disco inutile dei Samael: Eternal (1999)

Nel 1999, in pieno periodo gothic metal in Europa, i Samael se ne escono con un disco fondamentalmente inutile: Eternal.
Iniziamo così, giusto perché il mood dell’articolo è questo, una recriminazione su come gli autori di Passage (un disco tutto sommato bello e che fa da “passaggio” fra il periodo più black e quello successivo) si siano adagiati su qualcosa di così standard e poco appetibile. Le canzoni, quando tirano, sembrano essere degli scarti dei Pain (alcune cose di Togheter, pur senza quel substrato di “cazzoneria” che ha la band di Peter Tägtgren) e in altri momenti hanno le fattezze dei Rammstein ma molto più sterili e privi di mordente. 
Non ci sono riff brutti, ma la continua ricerca del groove dato dal mid-tempo e dalla marzialità spacca le gambe ai brani e annoia dopo un po’, così come l’ostinarsi ad una voce ieratica per far sì che tutto il brano sia intriso di una grandeur che non ha, se non in pochissima parte. 
La formula fortunata ideata nel precedente Passage non regge e mostra i suoi limiti proprio in questo Eternal. Su questo LP manca il Demonio, quella vena caustica che era presente nei precedenti episodi in casa svizzera. Se prima, anche con l’approccio più industrial, si sentiva ancora quella vena da “nello spazio nessuno può sentirti gridare“, in Eternal questa sensazione viene a mancare, pur essendoci formalmente tutti gli elementi. 
Questo fattore, per me, è il paradosso maggiore. 
Dopo una prova sostanzialmente scarica per tutta la durata del disco, i Samael cercano di scuotersi dal torpore e tentano il “colpo di coda”  in Supra Karma, pur non riuscendoci al 100%, nella più energetica Infra Galaxia. Questi sono pochi esempi di quello che avrebbero potuto, e dovuto, fare Xy e Vorph per creare qualcosa di soddisfacente. Il problema è  che non l’hanno fatto, tarpando le ali al disco e queste poche canzoni di livello superiore al resto non riescono a sollevare le sorti di un disco poco appetibile e zoppo.
Per concludere in bellezza metto anche il carico di bastoni (quanto mi mancano le partite a briscola chiamata prima delle lezioni dell’Università): non riesco a distinguere bene una canzone dall’altra. Forse è un problema solo mio, della mia forma mentis, e pur sforzandomi non riesco a comprendere appieno cosa vogliono raggiungere i Samael in questo LP.
[Zeus]

Il ruggito del maiallo. Devourment – Molesting the Decapitated (1999)

Nelle compagnie da pub c’è sempre l’ubriacone perso, quello che quando arrivi al locale è già mezzo sbronzo sullo sgabello. Dopo un brevissimo periodo di pseudo-lucidità, il soggetto passa in moviola (effetto Baywatch) e, nella parlata, incominciano a mancare degli elementi importanti: tipo la grammatica, o semplicemente le parole.
A partire da questo momento si possono prevedere due risultati: il primo è la catalessi dell’ubriacone, perso in un mondo tutto suo fatto di sbronze micidiali e rigurgiti al sapor di bile; il secondo è la possibilità di vederlo barcollare giù dalla sedia e diventare molesto, o violento, per motivi che sfuggono a tutti, tranne che a lui (c’è l’elefante rosa che lo guida).
Nei momenti di lucidità, che sono l’intervallo fra la sbronza del weekend e il rinforzo del mercoledì, non è neanche cattivo. O, almeno, non è detestabile quanto lo è da ubriaco. Ma quando arriva il weekend diventa un’enorme impianto di raffinazione della birra in piscio. Cosa che conosci alla perfezione e che, ormai, è diventato il “grande classico del sabato sera”.
Lo stronzo ubriaco fottuto sono i Devourment.
Dopo un paio di demo, la band fa uscire Molesting the Decapitated, primo LP dei texani. Se non siete dentro il genere, cosa che può succedere, diciamo che i Devourment si buttano a capofitto nel brutal death/slam metal e ci giocano come un maiallo nel proprio sterco. Quando non si giocano le carte su mid-tempo granitici, questi loschi figuri si buttano in accelerazioni devastanti (Choking On Bile).
La ricetta dei Devourment, come capite, è semplice: mid-tempo, break spezzacollo e accelerazioni brutali. Il tutto con la raffinatezza di un puttanone che ti chiede meno di 5 euro per un servizio completo nel retro del pandino 4×4 con le gomme sporche di letame di vacca.
Su questo impianto sonoro, imperversa il grugnito molesto di Ruben Rosas, uno che ha uno scarico ingolfato dove stanno scivolando maiali ancora vivi al posto delle corde vocali. Quando si cimenta nei pig-squeal o cambia registro, oltre ai maiali ci scende giù anche un procione incazzato che gli sta martoriando le corde vocali.
Il connubio, come potete capire, funziona perfettamente.
Il problema di base, ma è una questione di frequentazione musicale, è che a me i Devourment annoiano in pochissimo tempo. Passata la voglia di brutalità e bestialità del brutal, mi dimentico di averli su PC e quindi li risento ogni morte di Papa. Poi mi ritornano in mente, motivazioni a caso, ma non posso certo dirvi che è una voglia assoluta di Devourment.
Ecco perché i texani sono lo sbronzo di turno: lo puoi mettere in mostra come “reperto da pub”, fa ambiente e, quando gira bene, qualche risata te la strappa senza nessun problema. Ah, ovvio, tiene lontani i fighettini con la maglia legata intorno al collo, il mocassino e il risvoltino.
Ma dopo un po’ queste sue caratteristiche lo rendono anche un calcio nei coglioni e ti viene voglia di andartene dal pub e cambiare aria per un po’.
In tutto lo spettro musicale, lo slam (e sottogeneri) non mi ha mai intrigato troppo. Estremo e violento quanto basta, ma non mi metto mai a cercare un CD dei Devourment (o affini) per allietarmi, o farmi dimenticare, la giornata. Questo lo lascio ad altri dischi.
Sono certo che molti di voi sono appassionati di questo genere, ma non è la mia cup of tea.
[Zeus]

Badilate sui denti. Testament – The Gathering (1999)

Quando vuoi fare un po’ il saputello nelle conversazioni metallare, una delle armi da buttare nella mischia è quella dei Testament. Non sono così vendibili come i Big4, ma neanche oscuri macinatori di thrash metal come altre realtà di tutto il globo terracqueo. I Testament stanno in quella via di mezzo del thrash americano, una sorta di nobilità senza troppi clamori. Questo vale, almeno finché non nominate The Gathering.
Da questo momento in avanti ci sarà un ondeggiare di teste in segno di assenso quasi unanime. Sapete di aver vinto e di poter tornare a pasteggiare contenti. The Gathering è l’arma contundente da poter utilizzare quando si va a parlare di thrash e non si vuole citare la classica trimurti Metallica-Slayer-Megadeth. Non ci si vuole sputtanare dicendo che ci si è svegliati ascoltando Fuel dei Metallica o cercare di capire quale panzana possa tirar fuori il buon Dave Mustaine nelle mille-e-una interviste/intervento twitter o che altro. Degli Slayer si parla bene, ma negli ultimi anni più per un rimpianto di Hanneman che per l’effettiva qualità dei dischi che sono usciti.
Ma su The Gathering si va sul sicuro e i motivi sono semplici: line-up da urlo (tanto che i veri Testament sono soltanto Patterson e Billy, tanto imponente nelle linee vocali, quanto tendente a replicare cose già fatte), cinque canzoni che ti prendono a calci in culo senza alcuna pietà e poi un mixing compatto e stretto come il culo di una gallina stitica.
Stiamo parlando di un disco che, nel 1999, mi ha ridonato un po’ di fiducia nel thrash metal. Una fiducia che abbraccia questo album anche se non è thrash puro, ma un condensato di quanto era vigente in quegli anni come “approccio heavy” al sound della Bay Area, quindi ecco il groove alla Pantera di, ad esempio, Riding The Snake o l’attitudine death metal che si respira in brani come Legions Of the Dead.
Mi ha ridato fiducia perché picchia forte, picchia duro e, senza troppi giri di parole, gioca facile grazie ad una line up che è incredibile (Dave Lombardo alla batteria, DiGiorgio al basso e Murphy alla chitarra solista). Tenete presente che il 1999, oltre a offrirci il nu metal, è anche territorio fertile di gothic metal e derive industrial di alcune delle band di punta del periodo.
Il disco è compatto, ma sono le prime tracce ad essere l’asso pigliatutto: sono forti, sentite mille volte e coverizzate da qualche pazzo che non aveva capito come distruggere Master Of Puppets. Quindi occupano, per meriti indiscussi, buona parte degli elogi a questo LP.
Ma una domanda bruciapelo la faccio: dopo 3 Days in Darkness qualcuno sa dirmi un titolo? Perché non mi serve neanche cercare di ricordare D.N.R, True Believer, Down For Life e Eyes Of Wrath e il ritornello di True Believer lo canto anche andando a far benzina.
Ma il resto? Lungi dal far polemica su un disco bestiale, c’è un’indubbia differenza di percezione fra la prima parte di The Gathering e la seconda. Non sto parlando di differenza qualitativa (non ci sono filler), ma le ultime sei canzoni stanno alle prime cinque, come l’intera rosa del Brescia sta al Divin Codino (periodo con le Rondinelle).
Difficile tirarsi via dalla memoria quanto fatto all’inizio del CD, quindi ecco che Careful What You Wish For spande sì groove, ma verrà citata forse due volte in 4 anni e così si può dire di tutto quello che segue fino ad arrivare al minuto 42 del disco.
Questo è, nel bene o nel male (per chi fosse così merdalnaso da pensare male di questo disco), The Gathering.
Un disco che, per i criticoni, sarà sempre o “troppo poco coeso” o “lontano dal passato della band“. Forse sono anche appunti che ci possono stare, dopo il 1999 la band cambia e incomincia un percorso strano, fatto di dischi zoppi ed altri più sul pezzo. Dove il songwriting ritornerà stabilmente nelle mani del solo Peterson (su The Gathering era un lavoro collettivo di Peterson, Billy e Lombardo) e quindi sensibili alle alterne ispirazioni del chitarrista californiano.
Quindi occhio quando citate questo disco nelle conversazioni, potrebbe arrivarvi, fra capo e collo, la classica domanda: ma Allegiance ti piace?
E qua son dolori, soprattutto se avete subito il trattamento Man In Black della memoria e non arrivate dopo la quinta traccia.
[Zeus]

Dornenreich – Bitter ist’s dem Tod zu dienen (1999)

Quando ho sentito Bitter ist’s dem Tod zu dienen per la prima volta sono rimasto spiazzato. Sapevo cosa aspettarmi, ma non cosa ne avrei ricavato una volta finito l’ascolto. I tirolesi Dornenreich, alla prova del secondo disco, partoriscono una mistura di black metal melodico-sinfonico e con alcuni rimandi ai tedeschi Empyrium, elemento questo che porterà Evìga a condividere il palco, come session live, proprio con questi ultimi.
Assolutamente lontani dall’essere una mera copia, i Dornenreich fanno lo stesso percorso evolutivo che, nel biennio 1997-1999, ha portato la band bavarese ad abbandonare le sfumature black metal per addentrarsi nelle lande meste e malinconiche del folk più dark
Il black metal sinfonico è ancora la base di Bitter ist’s dem Tod zu dienen, ma i pattern sono tutt’altro che lineari e/o prevedibili, sfociando in momenti di schizofrenia musicale che comprendono, fra gli altri, arpeggi acustici e ventate di melodie folk. Questo per farvi capire che, nella musica della band, non c’è molto degli act più celebrati del symphonic black metal e poco hanno in comune anche con l’avanguardia più progressiva (gli Emperor).
Bitter ist’s dem Tod zu dienen si sviluppa in un’ora di musica e con tracce che non scendono sotto i cinque minuti (Federstrich in Grabesnähe è la più corta delle sei canzoni del CD), tanto che i primi pezzi del CD hanno un feeling da capitoli di un racconto.
Non mi addentro troppo nel track-by-track, in primis perché è un disco che oggi compie 20 anni e quindi non ha senso, inoltre i track-by-track pedanti mi annoiano come poche a questo mondo, preferirei leggermi l’elenco telefonico. La musica mi piace ascoltarla, non leggermi dove trovare lo stacco, il cambio di tempo e tutte le amenità. 
So che ci sono pervertiti così in giro… vade retro
Torno di nuovo a Bitter ist’s dem Tod zu dienen e ribadisco un concetto importante: il secondo LP dei Dornenreich non lascia indifferenti. Pur essendo un disco difficile e necessitando delle condizioni giuste per gustarselo (come sottofondo mentre fai altro è sprecato), questo album ti prende bene. 
Bitter ist’s dem Tod zu dienen non è mai stato uno dei miei dischi preferiti, quello che vorrei suonato al mio funerale o da avere su un’isola deserta (che poi, che cazzo te ne fai se non hai il lettore?). Una questione di mio approccio musicale, senz’altro. 
Vent’anni dopo, e con maggiore esperienza sul groppone, non vario il giudizio ma nei solchi di questo disco continua ad esserci quell’aura ombrosa, molto narrativa, che rende Bitter ist’s dem Tod zu dienen un mix equilibrato fra colonna sonora e racconto. 
[Zeus]