Noise Ritual V – SLOWTORCH, Pure Rage, Vu Garde (19.01.2018)

Premessa dovuta: come sempre, il report del concerto degli Slowtorch è unicamente un’indicazione e non un giudizio per evidente “conflitto d’interesse”. 

Anno nuovo, nuovo concerto degli Slowtorch. La prima data live del 2019 coincide con un ritorno al Jellyfish Music Bar di Innsbruck (locale già frequentato dalla band bolzanina e che vorrei ringraziare anche in questa sede per la gentilezza assoluta, n.d.A.). Dopo qualche mese di “inattività” concertistica, dovuto alla voglia di concludere la pre-produzione dei brani del successore di Serpente, la TRCH Promotion organizza la quinta edizione del Noise Ritual. Ad accompagnare la band di Bolzano, sono stati chiamati gli austriaci Pure Rage e i Divine Root (poi sostituiti all’ultimo minuto dai Vu Garde, anch’essi austriaci). 
Il locale incomincia ad animarsi già intorno alle 21, ma la prima band (i VU GARDE) non hanno fretta di salire, lasciando così arrivare più persone e rendere il Noise Ritual un festival animato e “caldo”. 
Avevo avuto modo di sentire il trio austriaco su Youtube e, dagli spezzoni che avevo sentito, non mi avevano intrigato. Ma, ammetto, parto sempre prevenuto nei confronti delle doom-band con voce femminile. Per qualche motivo avrebbero le carte giuste per intrigarmi, ma non lo fanno quasi mai. 
Ma… mi sbagliavo. Il sound del trio è caldo, corposo e, cazzo, ha dentro dei bei riff di chitarra. La mancanza del basso, forse anche grazie a come è strutturato il Jellyfish, non sembra essere una pecca e grazie alle bastonate del batterista (Stephan Winzely) e al lavoro sulla chitarra di Sven Kofler, i Vu Garde ti prendono e ti fanno fare un headbanging continuo. Veniamo al mio personale dubbio: la voce femminile. Melanie Köstinger è brava e i suoi vocalizzi si sposano bene con quanto prodotto dagli altri due musicisti, fornendo al sound una buona percentuale di feeling “sciamanico/ritualistico” che il filone occult-metal porta come fiero vessillo. 
Piacevole scoperta e persone molto in gamba e simpatiche – cosa che non guasta mai. 

Dopo i Vu Garde, salgono sul palco i PURERAGE. La band, proveniente dalla vicina Ötztal, hanno un folto gruppo di sostenitori molto leali (tutti vestiti con magliette, toppe o altro della band – per una formazione di appena tre anni, non è malaccio). Gli austriaci sono in quattro, con la formazione classica con due chitarre, basso e batteria (rispettivamente Jan e Benny, Barney e Manu). I suoni, pur non eccellenti – ma questo è “colpa” del locale -, hanno tiro e la gente presente si esalta. Questo è poco ma sicuro, il picco degli spettatori davanti al palco è proprio per questi ragazzi austriaci. L’orario è quello giusto e loro suonano un set tirato, credendoci molto e mettendoci l’anima. Rispetto alla band d’apertura, si sente una maggiore inesperienza ma è normale per un gruppo nato nel 2015. I riff, pur non copiati di sana pianta, sono molto derivativi, anche se poi vanno a creare una composizione originale. Come detto, non sto certo a puntare il dito contro i simpatici austriaci (persone realmente alla mano), appena troveranno una propria voce e un sound che li rappresenta al 100%, allora i riff già sentiti (Metallica, Kyuss etc) spariranno a favore di composizioni originali al 100%.
Nota a margine, durante il set dei PURERAGE, la band austriaca ha invitato sul palco il singer degli SLOWTORCH per eseguire la cover di un brano dei Rage Against The Machine

Ormai abbiamo passato abbondantemente la mezzanotte quando i PURERAGE smettono di suonare e si incominciano a caricare gli amplificatori e preparare tutto per il set degli SLOWTORCH. Il pubblico, pur stanco, reagisce alla grande mentre i quattro altoatesini si gettano nel classico set e, per l’occasione, ci sono alcune piccole novità. Il sound è potente, non perfetto e un po’ sporco, ma i riff di Bruno escono potenti e dinamici, cosa importantissima per il groove che deve avere un genere come quello proposto dagli Slowtorch. 
Di fronte al palco c’è una bella atmosfera e tutti i presenti partecipano al casino incoraggiando la band con headbanging, grida e tutto il necessario per un concerto metal. Non siamo alla Scala, per vedere gli Slowtorch bisogna muoversi, sudare ed essere sotto il palco e a tiro degli altoparlanti. 
Nota estremamente positiva? Lo spirito di gruppo delle band è incredibile e ai rispettivi concerti le band in attesa erano le prime ad essere davanti al palco a supportare i compagni del festival. Questo, lo ripeto, QUESTO è lo spirito che ci vuole per un concerto, non le cazzate da mezze dive della minchia fritta. 
Sono ormai diversi mesi che la formazione si è riunita con il bassista Skan e l’intesa è migliorata, lasciando libero spazio al singer Mela di impazzire sulla scalinata e tirar fuori linee vocali potenti e aggressive ma melodiche. Come sempre ho difficoltà a specificare il genere, ma direi che è il certificato che quanto suonano gli SLOWTORCH è iscrivibile sotto la voce: ORIGINALE. 

Il concerto finisce senza bis, ma i volumi erano talmente alti e le vibrazioni così intense che hanno sfinito la sezione ritmica formata dal già citato Skan e Fabio. Pensate voi che botte di suono uscivano dalle casse e investivano le prime linee del pubblico!! 

Dopo il concerto la festa è andata avanti e, come da tradizione di questo blog, vi ricordo che quello che succede ai concerti, rimane ai concerti.
[Zeus]

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I Metallica e il Natale

Vi sono mancate le doppie recensioni?
Eccone qua una fresca fresca sull’ultima opera dei Metallica – Hardwired… To Self-Destruct.

Quando ero giovane, dai 15 anni fino ai 18 ca., la vigilia di Natale ascoltavo sempre solo …and Justice for all, perché le altre stanze erano impregnate di cori di bambini tedeschi. Siccome i cori dei bambini tedeschi, per mio padre, erano cose serie, per una strana e distorta forma di rispetto, io ascoltavo qualcosa di metal sì, perché comunque quella rimaneva la mia religione, ma qualcosa non di eccessivamente metal, come appunto AJFA. Questo è un album aggressivo sì, ma non iper-aggressivo, con qualcosa di violento e qualcosa di più ragionato, con sonorità metal, distorsione e doppia cassa ma messe in un modo che anche chi non era dentro il metal al 100% potesse ascoltarle senza eccessivo ribrezzo.
Questo incipit per dire che quella è la stessa sensazione che mi ha dato Hardwired… To Self-Destruct.
Il nuovo dei Metallica è un album metal ma non troppo, accessibile da chiunque, da chi ascolta metal e da chi è un consumatore casuale del genere, con qualcosa di veloce e qualcosa di più lento, riferimenti Thrash e anche Hard Rock. Purtroppo la similitudine con AJFA finisce qua: la qualità di Hardwired è molto più bassa e, difetto più grande, è troppo prolisso; 80 minuti sono troppi, soprattutto perché alcune canzoni potevano essere tagliate (ed alcune escluse) senza troppi problemi. Mi ha dato anche l’impressione di un lavoro dove i Metallica si stanno divertendo a suonare e sperimentare, però tenendo sempre un occhio a ciò che la gente vuole da loro, quindi sì al pezzo simil-stoner per chi li ha conosciuti con Load, sì al pezzo uptempo col ritornello per chi gli ha amati col Black Album e sì al pezzone in chiusura per chi li ricorda dagli ’80.

Ma alla fine è un buon disco? Non so, come ho detto, l’eccessiva lunghezza ne diminuisce di molto la qualità e la fruibilità. E poi chiariamo subito una cosa: nonostante alcuni richiami, e alcune canzoni, non è un disco Thrash.
Se cercate Thrash andate da altre parti (Vektor cazzo!).

 [Skan]

Da quando i Metallica hanno infranto il mero concetto di band e sono diventati entità, il cerchio qualunquista di chi li ascolta/nomina/ripudia/osanna/va ai concerti/evita i concerti… ha smesso di essere calcolabile su piano mondiale ma è diventato di misura galattica. Con il Black Album i ‘tallica si sono scrollati di dosso il concetto di metal per abbracciare quello di musica e, grazie (o per sfiga) a questo mutamento di pelle, hanno incominciato a far uscire dischi alla buona. Uno southern-hard rock, uno brutto come le piattole, uno peggio ancora, la tamarrata con l’orchestra (oh, mi annoia), l’oscenità di Lulu e poi, annusato che il trend thrash era tutt’altro che morto, ecco che sono rientrati alla base con Death Magnetic.
I Metallica, però, non sono più ventenni incazzati col mondo e, anni di esperienza e business dopo, anche il cosiddetto“ritorno al thrash” è tutt’altro che veritiero. Scontentare la “casalinga di Voghera” e non farle sentire la ballatona è una brutta cosa per gli affari, idem per il vecchio reduce delle battaglie di pit con il pezzo thrash. Death Magnetic è tutto qua, un colpo al cerchio, un colpo alla botte, esperienza e qualche buono spunto.
Veniamo ad Hardwired… To Self-Destruct.
Com’è questo disco? Sfatiamo il disfattismo e lo sport nazionale del web: lo slashing assoluto delle band storiche. Visto che non sono pagato da nessuno per scrivere le recensioni, posso permettermi l’oggettività.
Posso distruggere Hardwired? No. Non posso farlo perché non è un brutto disco.
Posso dire che è l’album che si aspettava dai Four Horsemen? No. Non posso farlo perché non possono Hetfield&Co. non possono rifarsi una verginità e Hardwired… è un disco monstre e questo ti ammazza mentre lo ascolti.
Diversi brani sono mediocri e annoiano dopo due ascolti. Gli altri, anche buoni, sono hanno un minutaggio così elevato (oltre 6 minuti) che fa perdere appeal al brano; anche la soluzione migliore (e non è quella ottimale, sia chiaro) diventa, dopo un po’, trita e ritrita.
Hardwired… To Self-Destruct è l’essenza stessa dei Metallica nel 2016.
Un prodotto così lungo, con spunti da tutta la storia recente dei ‘tallica, da essere una sorta di Idra musicale. Un disco con tante (troppe) teste e con una mole elefantiaca, che vuole piacere un po’ a tutti e che, per questo motivo, offre il fianco alle molte, giustificate, critiche sul piano del risultato.

[Zeus]

Carnivore – Carnivore

Mettersi ad ascoltare i Carnivore dopo i Type O Negative ha la stessa proprietà stordente del passare da prendere una ragazza, sborsare fantalioni di dollari in cene, drink e rotture di balle per portarsela a letto e trovarsi coinvolto, tuo malgrado, in un’orgia in cui tutti sono vestiti da animaletti del cuore.
Il problema? Scoprire che questi coniglietti amorosi, che fino a dieci minuti prima hai stantuffato come una cazzo di Diavolo della Tasmania sotto cocaina, sono in realtà dei panzuti uomini dai baffoni a manubrio, la canotta che puzza di tacos, birra e vomito rappreso.
Non dico che potrebbe dispiacervi, ma scommetto che un leggero senso di stranimento lo fa. Una sorta di perplessità nell’aver inserito il vostro beneamato cazzo all’interno del tafanario di un camionista che si fa chiamare Chantal e che puzza come il cadavere di un maiale lasciato sotto il sole.
Perché questo sono i Carnivore: sono il camionista dal nome esotico da puttanona di strada che, approfittando di una tua leggera distrazione, ti prende, ti piega a novanta e ti incula come se non ci fosse un domani.
Capirete l’effetto sorpresa. Ed il male ai denti.
Ecco perché il primo dei Carnivore mi piace, perché ha tutta l’ironia e l’ignoranza becera e schifilda tipica del buon Pete Steele mista ad una base musicale che prende Black Sabbath e una bella sciacquatura di cazzo di thrash di quarta mano e comprato all’usato e li sbatte in un frullatore rotto. Da questo mix escono perciò testi deliranti e alcune delle vaccate più esilaranti in un disco, come il coretto da pub straccione di Armageddon o lo stacchetto simil-Police sotto MDMA di God Is Dead. Ecco, sono i particolari che mi piacciono. Stronzate, musica suonata con i piedi (ma neanche troppo, sia chiaro, solo che il risultato è sottocosto) e l’inconfondibile idiozia dei testi di Lord Petrus Steele, come si faceva chiamare nel primo disco, appunto Carnivore (1985).

Non so voi, ma almeno un paio di volte all’anno questo disco va ascoltato.
Anche per ricordarci che non tutti i dischi devono uscire come quelle sfrangiature di cazzo sbrodolone dei Dream Theatre o la svenevole ributtanza di dischi come l’ultimo degli Arch Enemy (a caso…).

[Zeus]

Pantera – Far Beyond Driven (Deluxe Edition)

Ormai mi sono deciso a portarmi a pari con le uscite dei Pantera. Non per niente, solo perché avendo una particolare venerazione per questa band, mi rende sempre molto irritabile il fatto di lasciare indietro parte del lavoro. Se poi le case discografiche non cercassero di guadagnare soldi a iosa pubblicando le stesse identiche cose, sarebbe un compito meno ingrato.
Far Beyond Driven ha portato i Pantera al num 1 delle classifiche, cosa impensabile per una band che proponeva un genere che definire estremo (nel senso thrash del termine) era un eufemismo. Il cambio di rotta da Cowboys From Hell è stato graduale ma determinato. Il thrash+metal classico di CFH è stato distorto in un groove-thrash in VDOP per arrivare, infine, ad un concentrato di thrash-core di FBD.
Il disco vede la presenza di pezzi affilati come rasoi e potenti, incattivi dalle vocals di Phil Anselmo e da un’attitudine più estrema, e alcuni brani che propendono per una concezione quasi techno-thrash-core (quelli centrali, che infatti rallentano le velocità e le bastonate dei primi pezzi).
Il pezzo “tranquillo” della band viene messo in chiusura di disco ed è una cover dei Black Sabbath (Planet Caravan).
Detto questo che, come potete leggere, non aggiunge niente a quello che viene tramandato da fratello maggiore a fratello minore, la questione ritorna a: ma è utile comprare la versione Deluxe?
La nuova edizione vede dentro un DVD live dell’esibizione al Monster of Rock del 1994. Anche in questo caso, vale la pena comprarsi di nuovo il CD per un DVD? Se siete fan o non avete mai preso un disco della band, sì… se no, tenetevi tranquillamente la vostra copia usurata dall’ascolto. Che cazzo. Mica si può foraggiare l’avidità delle case discografiche.

[By Zeus]

Pantera – Vulgar Display Of Power (Deluxe Edt.)

Qua a The MuderInn non ci facciamo mancare niente. Siamo sempre sul pezzo. Sto parlando ovviamente degli altri collaboratori, io sono un fancazzista da ultimo stadio. Per questo motivo mi presento adesso con la recensione della Deluxe Edition di un album come Vulgar Display Of Power dei Pantera. Cosa c’è da dire di un album epocale come VDOP?! Poco o niente. Tutti hanno detto di tutto e non sarò certo io a contraddire quello che altri hanno già scritto, anche perché è innegabile che in questo disco troviamo la band in palla e nella sua versione migliore. Prima di sparare bordate di thrash-core o thrash-core mischiato allo sludge, ecco che la band dei fratelli Abbott getta fuori un disco da cui tutta la seconda generazione di thrasher ha imparato qualcosa (chi meglio, chi peggio… e della seconda schiera ce ne sono troppi. ‘sti stronzi.).
La versione deluxe, però, ha due regali per i fan: il primo è Piss, una lost track della band (l’unica a quanto dice Vinnie Paul); il secondo è il DVD contenente l’esibizione italiana al Monster Of Rock e qualche video ufficiale che avevamo già visto in Vulgar Videos From Hell.
Un’edizione più povera di Cowboys From Hell? Sicuro.
Vale la pena di sborsare sonori euro per una sola traccia? Solo se siete fan scatenati della band o se volete acquistare un album dei Pantera, se no spendeteli per un kebab.
Piss è una canzone sufficiente e giustamente i Pantera hanno deciso di escluderla da una scaletta lucidata alla perfezione. L’unico in buona forma nella canzone è Dimebag, gli altri si arrangiano e timbrano il cartellino, ma lo scazzo è evidente. In compenso qualche riff di Piss è stato ripreso e utilizzato per le bordate di Use My Third Arm.
Ok, questa versione per i 25 anni non aggiunge ‘na fava all’importanza di Vulgar Display Of Power. Ma pensavate realmente il contrario?!

[By Zeus]