The Kovenant – Animatronic (1999)

Già a partire dalla copertina capisci che, dei vecchi Covenant di Nexus Polaris, non ci è rimasto niente. I protagonisti sono gli stessi, solo che un giorno Nagash si è svegliato e ha capito che c’era una band EBM svedese che aveva il copyright sul nome, fa pippa, cambia il nome e… anche l’attitudine della band.
Il vecchio black metal viene accantonato per seguire la strada di un mix di elettronica – industrial – metal che fa più felici i frequentatori delle discoteche alternative piuttosto che quelli del pit davanti al palco. Quindi ecco le ritmiche che odorano di una strana gangbang fra metallo e club berlinesi (elemento già frequentato anche dai Rammstein) e te le buttano in faccia subito: la doppietta Mirrors Paradise –  New World Order con un continuo scambio di cortesie fra la voce filtrata di Lex Icon ed Eileen Küpper, che si occupa delle voci da soprano, mentre sotto c’è tutto il comparto mezzo danzereccio a far da base ritmica.
La strumentazione tradizionale è spesso sotterrata sotto mille effetti, ma ha un piglio melodico e, quando vuole, dal gusto vagamente epico (Mannequin – che assomiglia ad un pezzo dei Tristania passato sotto MDMA).
Sento già le voci gridare e i puristi strapparsi i capelli, perché questo non è un prodotto true metal, non è qualcosa da farsi piacere perché non rispetta le profondità siderali, il gelo, la morte, Satana e annessi&connessi. 
Vero, sia chiaro. Ad ammetterlo con sincerità assoluta, mi vergono quasi a dire quanto segue: in Animatronic non c’è niente di grim&frostbitten e, con buona probabilità, farà cacare il cazzo a trequarti del reame terracqueo, ma ha un feeling squallido da remake di Blade Runner fatto con i buoni sconto del supermercato che mi intriga.
Perché Animatronic è così vicino a quei dischi sintetici che puzzano lontano un miglio di qualcosa che non dovrebbe piacerti, che non dovrebbe farti schifo al caazzo, ma che ti ascolti comunque.
Guardando a ritroso, però, mi viene questa affermazione dal cuore: dieci volte meglio un pezzo contenuto in questo pacchianissimo LP piuttosto che una delle tracce di Battles degli In Flames. Lo preferirei anche se me l’avessero registrato col culo e ogni canzone fosse finita ad minchiam come i finali degli Archgoat al Black Winter Festival XI.
Nello stesso periodo si stavano muovendo anche i Pain di Peter Tägtgren e usciva il disco più moscio dei Samael. Quindi tanto scalpore non fa, perché il 1999 era un periodo così e il black metal soffocava e moriva fra atroci tormenti, mentre altri generi stavano prendendo il sopravvento.
Anticipando eventi futuri, i The Kovenant intitolano una canzone Jihad (che se non fosse per la voce di Lex Icon, potrebbe essere un pezzo dei Rammstein o degli stessi Samael) e si permettono di coverizzare anche Spaceman dei Babylon Zoo – una di quelle canzoni che, nel 1996, sentivi un po’ ovunque.
I The Kovenant, con Animatronic, fanno un’inversione a U e non tornano più indietro, motivo per cui (immagino) non ci sia più notizia alcuna di questa band da anni a sta parte.
Chi li aveva amati prima, qua dentro non troverà sicuramente niente di proprio gradimento; mentre se volete un po’ di svago, quello brutto e con le birre comprate al Discount e dal sapor di mal di testa, Animatronic non è malaccio.
[Zeus] 

Unida – Coping with the Urban Coyote (1999)

C’è un assunto fondamentale nella cucina italiana ed è il seguente: la versione 2.0 di un piatto della (tua) tradizione, verrà sempre valutato in base alla sua versione 1.0 cucinata dalla nonna/mamma/parente e confrontato in maniera spietata. Questo perché il piatto evoluto manca di una componente fondamentale ed è quella di riuscire a solleticare le “papille gustitive” della memoria tanto quelle della bocca.
Stesso discorso si può applicare alla carriera musicale di John Garcia. Da quando la sua band principale è implosa, tutto il suo peregrinare di gruppo in gruppo è stato accolto da un sopracciglio alzato e da un perplesso: “ma non è certo come i Kyuss“.
Quindi ecco che i giudizi si sprecano sugli Hermano e, logico, sugli UNIDA.
Questi ultimi sono quelli che, più di ogni altro progetto che ha coinvolto il singer americano, hanno il piglio giusto per farti assaporare il ritmo della strada. Il quartetto americano ha abbastanza groove e melodia da rimanerti dentro e, per quanto proponga una versione quantomeno basilare e easy dello stoner, sono molto più groovy e interessanti degli Hermano. Ovviamente ci sarà sempre chi li paragonerà ai Kyuss, chi addirittura si metterà a fare il confronto con i QOTSA, ma è inutile. I primi sono irraggiungibili, vista il loro essere caduchi, mentre i secondi giocano in un campionato diverso e paragonare l’operato da superstar di Josh Homme con quello più underground di Garcia è fare uno sgarbo all’inquieto cantante.
Se vogliamo trovare il classico tallone d’Achille di tutti i progetti di Garcia è, in maniera assai paradossale, il suo punto di forza maggiore: la voce del singer. Le piroette, i miagolii e tutto il registro che usa Garcia nei suoi progetti, fagocita la musica rendendola un complemento “secondario” alla sua voce. Questo è il punto debole e il punto di forza, perché quando la base musicale, seppur groovy, pesante e con una bella chitarra ribassata e dal riffing lineare ma immediato, non riesce ad avere quel quid ecco che interviene John il monopolizzatore, cancellando i momenti “down” (If Only Two). D’altra parte, è la sua stessa voce che livella i brani, “tagliando le gambe” al groove potente.
Però in Coping with the Urban Coyote c’è di che gioire. Thorn ha un riff che è l’equivalente della canzone del sole e così anche Human Tornado. Ma quello che hanno più di molte canzoni stoner è la capacità di arrivare al punto con immediatezza e tirar fuori il groove con poche, calibrate, note.
Il riff di Nervous è stato ripreso, in mille forme, non so quante volte. Quando non indugia sulla ricerca del groove, Arthur Seay vira anche su momenti di maggiore impatto e velocità, Black Woman e Dwarf It, ma cercando di non indispettire il Generale Garcia pisciando fuori dal vaso.
Volete un esempio di tutto questo? Provate a sentirvi You Wish e avrete di fronte la classica canzone che, in ogni latitudine, popola i CD delle band stoner. Ritmi lenti, feeling desertico e psichedelico, fuzz enorme e poi la voce di Garcia che gioca a nascondino per poi emergere come era solita fare in certi brani dei Kyuss.
Coping with the Urban Coyote degli Unida è un disco stoner nel vero senso del termine, dove la minore componente psichedelica (ridotta alla lunga You Wish), viene compensata da un feeling on-the-road che, nello stoner moderno, sembra essere andato perso a favore di una generale riproposizione dello schema: riff Sabbathiano + elementi psichedelici + voce acuta. A questa sequela di copie-carbone di un genere che tanto amiamo, preferisco l’onesta semplicità e schiettezza di questo disco del 1999.
Non é un capolavoro, ma Coping with the Urban Coyote é capace, anche adesso, di farmi premere il piede sull’acceleratore e lasciarmi alle spalle lavoro, casa e problemi del giorno.
[Zeus]

Foo Fighters – There Is Nothing Left To Lose (1999)

C’è una costante nei dischi dei Foo Fighters: non saranno mai nella mia top ma non sono mai merda completa. Restano in quel limbo delle canzoni radiofoniche che tutti gli ascoltatori generalisti imparano ad apprezzare, quelli che, quando fai una domanda sul rock, ti rispondono tronfi con “Ligabue” o “Coldplay”… e tu lacrimi sangue.
Nel caso di There Is Nothing Left To Lose, la popolarità insperata viene supportata anche dal video di Learn To Fly, in cui Dave Grohl manifesta il suo essere “faccia di culo” (detto in senso buono, stavolta) e produce qualcosa di divertente al pari di una canzone che non saprei definire meglio di frizzante.
Il cambio di rotta rispetto ai precedenti due dischi in studio è netto: se il primo LP era ruvido, melodico ma aveva un mix di urgenza e attitudine naive che lo faceva sembrare molto “onesto” e il secondo incominciava il processo di Foo Fighter-izzazione, questo terzo disco in studio preme il piede sul pedale “melodico”. Questo è il CD della svolta, quello dove Dave Grohl capisce la capacità commerciale di questa creatura e ci sguazza dentro, senza più doversi giustificare per il passato grunge nei Nirvana o per chissà cosa; nel 1999 può finalmente dare libero sfogo al suo essere un rocker mainstream e sbattersene allegramente il cazzo di tutto.
Che il cambio sia intervenuto perché There Is Nothing Left To Lose è stato registrato come trio (Grohl, Mendel e il neo-entrato batterista Taylor Hawkins, figura decisamente importante come contraltare a Dave Grohl) o perchè non ha più in corpo Franz Stahl (chitarrista degli Scream), questo non so dirlo. Sta di fatto che dopo There Is Nothing Left To Loose, Dave Grohl rientra nel circuito che conta, quello delle collaborazioni e delle comparsate (quindi eccolo nei QOTSA, Tony Iommi, Probot, Nine Inch Nails, Tenacious D…) fomentando l’attenzione sul singer americano e rilanciando, con il botto, la sua carriera da frontman.
Questo è di certo uno dei grandi vantaggi del disco del 1999: There Is Nothing Left To Lose ha riportato Dave Grohl sulla mappa degli artisti che vendono perché, con un sound AOR, è riuscito a raggruppare in un solo spettro sonoro chi da lui chiedeva qualcosina di più ritmato (Stacked Actors, Breakout o Gimme Stitches), chi voleva la canzone da ricordarsi (ad esempio Learn to Fly) ma, innanzitutto, chi voleva la melodia spinta (Aurora), zuccherina (Next Year) e ben memorizzabile dopo uno/due ascolti.
Il problema è che, pur volendogli bene, i dischi dei Foo Fighters non te li ricordi. Dopo i primi 4 ascolti hai scoperto tutto quello che nascondono e questo ne limita molto la vita nell’Hi-Fi.
Hanno potenziale immediato innegabile (ripeto, Learn To Fly mi piace ancora), ma non hanno abbastanza profondità da farteli rimanere nel cuore a lungo. Almeno a me che, come mi è stato riferito, sono diventato un “uomo di bassa lega morale”.
[Zeus]

 

Amon Amarth – The Avanger (1999)

Un anno dopo il debutto con Once Sent from the Golden Hall, gli svedesi Amon Amarth fanno uscire The Avanger.
Siamo al secondo CD e la band incomincia il suo viaggio verso il viale cipressato, che ancora continua, condito da dischi in cui il pilota automatico è stato inserito e dimenticato. Ovvio, ci sono pezzi godibili, momenti di divertimento o ignoranza da festa paesana, ma non c’è più lo spirito death o qualcosa che gli si avvicini minimamente.
Il pro della cosa, dal punto di vista degli svedesi, è che limando il suono lo hanno reso papabile a tutti e quindi ecco che i palchi sono diventati più grandi e le folle sempre più grosse. Oltre che, da onesti death metaller, adesso si prendono troppo sul serio con la cosa del vichingo.
Quello che allontana le masse dai primi dischi della band è il sound, più scorbutico rispetto al suono bombastico e praricamente sempre uguale dei successivi. Il fatto è che già su The Avenger ci sono i segni della malattia mortale degli Amon Amarth. Swedish death metal melodico, dritto come un righello, un lavoro di chitarre semplice ma efficace a cura del duo Johan Söderberg e Olavi Mikkonen. Ecco, se proprio si può trovare un punto su cui non è possibile controbattere è l’efficacia del riffing, semplice quanto vuoi, sempre uguale quanto vuoi, ma è funzionale al brano.
Ma forse è una questione legata al mio culto religioso
Se troviamo il meglio sul primo disco in studio e poi un continuo abbassamento dell’asticella, in The Avenger gli Amon Amarth confezionano 36 minuti abbastanza costanti, pochissime eccellenze (Bleed for Ancient Gods, The Last with Pagan Blood o la stessa Avenger) e solo qualche elemento puramente normale, quei brani che riempiono la tracklist ma senza avere l’infamia di essere definiti filler.
Su tutto il disco, però, svetta una delle tracce che scomparirà con l’improvvisa popolarità della band: The God, The Son And The Holy Whore. No, non sto scherzando e non è una fake news. Su The Avenger gli Amon Amarth tirano fuori un mezzo spirito blackster (fuori tempo massimo e proprio quando il black è diventato “normale” e quindi sta morendo soffocato) e, con questo, anche una maggiore velocità e violenza. Tutto sommato è una novità abbastanza grossa per una band che, dell’immutabilità, farà il suo trademark di composizione.
Per chi fosse interessato alle metal-novelas, Metalwrath parla di un ipotetico “conflitto” con gli Hammerfall
The Avanger è il primo disco della caduta degli Amon Amarth. Si intravedono i primi segnali della malattia, ma comunque ha ancora un po’ di trasporto death metal che non lo inserire nella categoria “morituri te salutant”. Ma sono le tracce principali che sono infettate, hanno quella religiosa capacità di portare a casa il risultato basandosi su pochi, infallibili, elementi sonori. Lo sprazzo black di The God, The Son And The Holy Whore la rondine che non fa primavera, quindi un unicum e un qualcosa che verrà eliminato ben presto dalla discografia degli svedesi.
The Avenger mostra i primi segnali di una creatività al risparmio, anche se onestamente non è da buttare; ma per chi ha adorato Once Sent… qua dentro troverà già modo per masticare amaro.
[Zeus]

La mia funghi e salame piccante: Dream Theater – Metropolis pt.2: Scenes From A Memory (1999)

Come la maggior parte delle persone, ho una pizza preferita. La mia è con salame piccante e funghi, meglio se porcini. Niente di esagerato o audace, ma cazzo quanto è buona. Preciso che sono uno a cui piace sperimentare cose nuove, assaggiare piatti mai provati. Una volta ho mangiato una pizza con mozzarella di bufala, stracciatella, porchetta di Ariccia, senape al miele e fichi caramellati. Mi è piaciuta un casino, una cosa indescrivibile.
Ma se entro in una pizzeria e non so cosa prendere, o non ho voglia di leggere il menù, o non vedo niente di nuovo che mi attiri, vado sempre sul sicuro con salame piccante e funghi.
Cosa ha a che fare tutto ciò con i Dream Theater? Per me Metropolis pt.2: Scenes From A Memory è l’equivalente della pizza salamino e funghi nella discografia della band. Non sarà l’album più raffinato, elaborato o  sperimentale della band, non è nemmeno il più famoso ma è quello che quando mi viene voglia di Dream Theater scelgo per primo.
E’ l’album di Petrucci &Co. che ho ascoltato sicuramente di più, è heavy quanto basta, ha passaggi esaltanti, non mi annoia mai. Devo ammettere che non sono un fan super sfegatato della band. Mi piacciono, e anche tanto, ma non possiedo l’intera discografia, o i vinili autografati, o la foto di Portnoy nudo e la bambola voodoo di Mangini. Non mi interessa nemmeno la diatriba La Brie sì/La Brie no e non mi sono mai preoccupato troppo dei cambi di line-up, mi “limito” ad ascoltarli e a godere di questo piacere.
Dopo vent’anni la mia opinione su Metropolis pt.2 non è cambiata, il disco è sempre presente nella mia playlist e l’interesse verso i Dream Theater non si è affievolito.
Non mi dilungo nella descrizione dei pezzi, perché non è lo scopo dell’articolo, o in considerazioni sulla tecnica, perché di questo si parla e straparla anche troppo.
Voglio soltanto dire che quando, dopo tanto tempo, la musica continua a
trasmetterti emozioni forti significa che la band ha fatto centro, indipendentemente da tutte le discussioni che ci possano essere.
Discussioni che, quando si parla dei Dream Theater, non mancano mai. A me non interessano, chiudo la bocca e apro le orecchie.

[Lenny Verga]

La nuova vita di Nergal. Behemoth – Satanica (1999)

Ditemi voi come fate a rimproverare a Nergal il suo cambio di rotta dal black degli esordi all’attuale blackned death. Perché se Pandemonic Incantation del 1998 era ancora un ibrido fra quello che erano e quello che sarebbero diventati, Satanica è, sempre più, la nuova incarnazione della band. 
Questa evoluzione era telefonata, come lo sfogo della tua ragazza dopo un paio di volte che chiedi “cosa succede?” e con la conseguente risposta “niente”. Avere Inferno dietro al drum-kit e non sfruttarlo adeguatamente è una bestialità paragonabile ad avere Roberto Baggio in squadra e metterlo in porta. Non è una cosa fattibile e non è utile a nessuno sfruttare poco (o male) i membri del gruppo: a volte ci riescono gli Hypocrisy che fanno eseguire a Horgh solo pezzi in mid-tempo, ma questo è un discorso legato alla volontà di Peter di fare quel cazzo che vuole con la sua band. 
Nergal non è scemo e capisce che ha con sé un fuoriclasse e non si sogna per niente di far delle cazzate, lui vuole un certo sound e Inferno glielo procura senza problemi: classica situazione win – win. Che poi questo significa tirar via sperimentazione, cambi di tempo e tutto il resto è un discorso diverso. Pandemonic Incantation è stato un caso particolare, una scheggia impazzita piena di ritmiche intricate e tanto Medio Oriente nel riffing, mentre Satanica è una bestia coesa, un juggernaut che non smette di calpestarti in faccia finché non sono finiti i 35 minuti di durata del disco. 
Questo è un particolare a cui tengo sempre molto: saper dosare la lunghezza di un disco. La capacità di scrivere un disco senza aggiungere cose inutili è da rimarcare, visto che per i Behemoth questo significa una serie di brani pesanti, ma fondamentalmente anonimi e/o poco efficaci. 
Satanica è l’equivalente di un moderno centrocampista di qualità: ha fiato da vendere e attitudine al contrasto duro, ma i lampi di genio non sono proprio nelle sue corde – ci sono momenti buoni, ma la scintilla non è qua.
Gli otto brani non hanno nessun vero filler, ma neanche nessuna canzone che, come nel successivo Thelema.6, sarà un momento imprescindibile dei concerti (forse l’iniziale Decade Of Therion). Come detto sopra: i brani spaccano, sono compatti, ma non ti entrano dentro e questo è forse da collegare al songwriting di Satanica.
Per un simulacro di perfezione, invece, possiamo attendere fino The Satanist.
Sotto l’aspetto puramente d’ascolto, invece, il cambio di passo dal precedente disco è minore: il growl di Nergal è ancora ruvido e cattivo, lontano anni luce da quello più pomposo ma inoffensivo del post 2000, mentre il sound è ben bilanciato fra elementi di pulizia (batteria e basso, entrambi esplosivi ma limpidi) e sporcizia (le chitarre rimangono grosse,  oneste e ruvide anche durante i soli).
Il primo passo verso il cambiamento, ecco come possiamo descrivere Satanica. Il 1999 segna il classico “Il re è morto, viva il re” per i polacchi. Muore il black metal originario ma rinasce una creatura diversa, più “mainstream”, e capace di toccare vette altissime come su The Satanist, ma anche momenti di difficoltà come The Apostasy o Evangelion. Le radici di quello che tutti i moderni metallari conoscono come Behemoth sono qua dentro, mentre per tutti gli altri, la band polacca è morta proprio con questo disco.
[Zeus]

Il terzetto si completa – Witchery: Dead Hot & Ready (1999)

La storia dei Witchery, band che mi aggrada parecchio, assomiglia alla parabola dell’ubriaco: l’inizio dell’avventura alcolica ha sempre qualcosa di sfavillante e la parlantina è talmente fluida, perfetta, intrigante ed esplosiva che non si può che restare in ascolto. Questo, almeno, per gli ubriachi funzionali e non quelli che incominciano a sbavare come rottweiler con la rabbia dopo mezzo bicchiere e incominciano a sbattere il bicchiere gridando: spacco bottiglia, ammazzo famiglia. Quelli sono pesanti anche prima di incominciare a bere, quindi non fanno testo. 
Ma l’ubriaco funzionale, quello che con le prime birre sembra ritornare in attività, sciogliendo le ultime riserve di pudore, stanchezza o che altro, è tutta un’altra storia. Questo periodo di eccellenza sociale, questo regno illuminato della sbronza brillante, è un periodo strettissimo per i Witchery che, nel giro di soli due anni, sparano fuori tre cartucce praticamente perfette e poi incominciano a zoppicare. 
Almeno fino ad arrivare a Witchkrieg, album che mi è piaciuto ma a cui manca qualcosa. Il periodo recente mi è sconosciuto e dovrò recuperarlo. 
Dopo aver fatto uscire l’EP Witchburner, la band svedese tira fuori un LP da 33:33 minuti e fa centro secco un’altra volta. Perché è qua che i Witchery hanno creato il loro trademark classico e il loro sound più definito, divertente e furioso. Con (falsa) noncuranza mischiano thrash, death, black (e proto-black) e influenze heavy classico in Dead Hot & Ready. Le influenze dei Mercyful Fate si sentono nelle atmosfere, perché quest’aura vagamente oscura e demoniaca viene creata anche grazie al muro di suono delle chitarre. Il resto lo fa l’attitudine della band e, in buona parte, le vocals di Toxine. Non è un vocalist che varia tanto lo stile durante le sue parti, ma l’efficacia delle linee vocali, l’aggressività e il marciume che trasmette la sua ugola è parte integrante, e fondamentale, per il risultato finale del disco.
Dopo questo CD, incominciano a perdere colpi, a sentire la pressione di due ottimi LP e quella costante sensazione di non essere più il gruppo cazzeggio di musicisti già affermati in altre band (Seance, The Haunted e Arch Enemy giusto per citarne alcuni). Dopo Dead Hot & Ready la gente ha incominciato ad aspettarsi veramente qualcosa da loro e il giocattolo si è incrinato.
[Zeus]

Necrophobic – The Third Antichrist (1999)

Terzo disco in studio dei Necrophobic nell’arco di 6 anni. Dopo aver rivalutato, con mia grande sorpresa, il precedente Darkside, adesso tocca a The Third Antichrist. Rispetto al CD del 1997, questo disco è più costante e non indulge in mille intro/parti strumentali che, in qualche modo, ne minano la costanza ma, e questo è da dire subito, non ha neanche canzoni bomba come Black Moon Rising, Nailing the Holy One o la stesa title-track. 
Se dovessimo fare un paragone sportivo, ci troviamo di fronte ad una macchina che veleggia su buone posizioni e, con ottime probabilità, finisce anche qualche volta sul podio (The Unhallowed) ma non hai mai il quid per poter spaccare di brutto e far mangiare la polvere agli avversari. Meno estro e più portare fieno in cascina (come diceva il buon Fabio Capello). 
The Third Antichrist viaggia bene, il black-death degli svedesi è bilanciato, compatto e varia fra pezzi più “cadenzati” (Into Armageddon o Isaz) a picchi più veloci. 
Tobias Sidegård si occupa sia delle parti di basso che delle linee vocali e, queste ultime, hanno forse meno impatto malvagio rispetto al precedente disco in studio. Il growl è comprensibile e funzionale al sound Necrophobic, quindi non ci si lamenta di certo del risultato finale – manca solo quel quid di prima, quel qualcosa per essere un disco da tenere in considerazione immediata quando si citano Sidegård&Co. 
Poi è innegabile che Eye Of The Storm sia una canzone da “compilation” dei Necrophobic e, a mio parere, anche The Throne Of Soul Possessed, smussata di quel minuto di intro poco inutile, abbia un bel tiro. 
The Third Antichrist è il classico disco concreto, tosto dall’inizio alla fine e piacevole da ascoltare (e senza ricorrere alla pratica dello skip). Sempre in ambito di sport su strada, il terzo disco degli svedesi è il classico LP che ti fa vincere il campionato costruttori perché affidabile, sempre in pista e poco incline a svolazzamenti che possono portare a) eccellenze o b) canzoni completamente svaccate. 
A conti fatti, stiamo parlando di un buon disco. 
[Zeus]

Cannibal Corpse – Bloodthirst (1999)

Oggi stavo mangiando un pezzo di pizza, unta come il culo di un babbuino immerso nel catrame, da un kebabbaro sotto copertura. Questo perché pensavo di aver finalmente trovato un kebabbaro lercio e volgare, in realtà era una succursale di un baretto usurato che demandava i compiti di farcitura delle pizze e distruzione dell’intestino a questi intrepidi domatori del carboidrato pazzo.
Mentre mi leccavo le dita, godendo solo a metà perché il pensiero di prendermi il vaiolo mentre toccavo con le labbra le dita coperte di oliazza rossastra mi faceva soppesare la mia voglia di vivere a lungo, ho incominciato a spiare la fauna locale.
Il 99% delle persone aveva un’età media da scuola superiore, quindi descrivibile come un milkshake di sudore&ormoni, casino, cicche fumate con la bocca a culo di gallina e chiacchiericcio generico misto trilli da whatsapp. Il restante 1% degli avventori era composto da poveri lavoratori (come il sottoscritto, fuggito dalla glaciale trireme romana dove è costretto a vogare per tenere lo sfavillante stile di vita che lo porta a scegliere la morte certa offerta dal malefico kebabbaro al posto del ristorante borghese con un piatto di pasta alla “modica” cifra di 9€) che, senza le luci al neon dell’ufficio, hanno lo sguardo perso e disilluso di chi, ormai, non ha più niente da dare alla giornata.
Questo è uno dei motivi principali per cui evito di farmi selfie a mezzogiorno, sarei uno spot per il suicido assistito. Vorrei avvertire che non mi faccio neanche selfie di mattina: se no la buca delle lettere si intasa di intimo femminile. La dura vita del recensore. 
Mentre mi ingurgitavo pezzi di pizza, olio di motore e evidenti pezzi di cadavere di studenti che non avevano pagato, mi sono trovato a pensare che anche i Cannibal Corpse nel 1999 avevano necessità assoluta di portare a termine un discorso iniziato con Vile. Non che abbiano finito, ma dopo aver esordito con un disco imponente come quello, si sono trovati a piazzarli un sequel come Gallery Of Suicide che brutto non è, ma si trova diversi gradini sotto al predecessore – e questo pur avendo una tripletta iniziale da tirarti via il tartaro dai denti. Con Bloodthirst la band americana non arriva a produrre brani così “grossi” come I WIll Kill You, ma calibra meglio la scaletta. Inizia bene con Pounded Into Dust, poi stabilizza il tiro e si assesta su una qualità media maggiore del precedente disco in studio, macinando riff (notevolissimo il lavoro del duo O’Brien – Owen) e ritmiche con più potenza (forse i 10 minuti in meno hanno giocato un ruolo importante nel ridurre la sensazione di filler) e andando a decrescere unicamente verso il finale, in cui Webster&Co. piazzano i brani forse meno ricordabili del lotto (Condemned to Agony). Bloodthirst si difende meglio del precedente  disco sul lungo periodo. La velocità d’esecuzione è abbastanza elevata, ma è il groove che ne esce ad essere l’elemento portante e Corpsegrinder usa la voce in maniera eccellente su ogni traccia. Certo, il range vocale dell’uomo-senza-collo è maggiore del suo precedessore, ma su Bloodthirst c’è un fattore che bisogna riconoscerli: sentite come il growl, e gli occasionali scream, fomentano il massiccio lavoro ritmico della band. 
Dove Bloodthrist vince a mani basse rispetto a Gallery Of Suicide è la qualità di registrazione: qua c’è chiarezza e un sound potente e bilanciato, mentre sul precedente disco il suono ne usciva un po’ troppo melmoso. 
Ho lasciato il turpe kebabbaro pensando ai Cannibal Corpse e rivolgendo lo sguardo alla cucina a vista: quella “novità” dovrebbe essere lasciata unicamente ai giapponesi col sushi (quando li trovi, i giapponesi, non il sushi), non messa in mano a turchi che passano a fil di scimitarra qualunque cosa. La cucina, per definizione, deve essere un posto segreto, dove le efferate azioni compiute dai cuochi, o presunti tali, rimangano nascoste alla vista del divoratore di kebab. Un po’ come la copertina di Bloodthirst che, per una volta, avrebbe beneficiato della “cover di riserva”. Parere mio, ma cristo se è brutta. 
[Zeus]