Kirk Windstein – Dream in Motion (2020)

Faccio un salto indietro nel tempo. Ad inizio 2000, nella ridente cittadina di Bolzano, trovare qualche vero fan dei Crowbar era come cercare vergini nel quartiere a luci rosse di Amsterdam. Non c’era l’ombra di qualcuno che vedesse nella lentezza primordiale, nella pesantezza e disillusione di Kirk Windstein e soci una fonte di sollievo. Poi ti capita di cambiare giri di persone, conosci nuova gente e finisci a parlare di musica, bere birra e tentare di “fare da manager” ad un gruppo locale. I Crowbar erano cosa per pochi, al tempo. Troppo strani, troppo lenti e fuori moda: se lo stoner faceva fatica a trovare un varco uno, figuriamoci lo sludge.  Quindi capite voi che felicità era poter dire quanto cazzo era bella No Quarter rifatta dalla band di New Orleans. O esaltarmi con The Lasting Dose Planet Collide
Se poi aggiungete che il barbuto Kirk era anche un quinto dei Down, porca puttana, aveva tutte le carte in regola per essere un vero idolo – senza averne il physique
Finché l’alcolismo non è diventato ingestibile la produzione di dischi è stato un costante crescendo di wow, (e mi sento una merda a pensare così). E dopo l’alcolismo e i 12 Steps? Ecco dischi sempre meno interessanti, anche se Severe the Wicked Hand non era affatto male. 
A voler pensare male, con la fine dell’alcolismo e il ritrovato amore per Gesù Cristo, quello che ci ha perso è la musica. Succede sempre così quando si inneggia alla divinità sbagliata. 
Fra un impegno e l’altro, ecco che esce anche la prima uscita solista di Kirk e capite bene che un po’ di hype c’era. L’anticipazione mi era anche piaciuta, un tipico riff del Kirk post-disintossicazione e Dream in Motion (title-track del disco) scorreva senza però ferire.
Cosa che si può dire di praticamente tutto il disco, e se togliamo la presenza di alcuni ottimi riff o arpeggi, spesso le canzoni si afflosciano su sé stesse. Una Hollow Dying Man ha dentro un buon lavoro di chitarre, ma non parte mai. 
Sono contento che si sia tirato via la scimmia dalla schiena, mi dispiacerebbe dover tenere d’occhio i necrologi, e mi pare brutto continuare a ribadire che quando era alcolizzato le canzoni avevano quasi tutte un metro e mezzo di bega e la mostravano senza pudore… ma un pensiero brutto ti si incastra nel cervello. 
Perché, Grande Capro, io ho bisogno di musica che mi tiri via quell’orrida sensazione scura che mi rosola dentro. Ho bisogno di momenti catartici, che non significano certo blast-beat a manetta e Crististuprati ogni mezzo secondo, ma ho necessità di musica che smerigli l’anima dallo schifo. 
Dream in Motion non arriva mai a fare quest’operazione di pulizia. 
Porco demonio, vuoi vedere che mi tocca incominciare a bere più birra io per compensare? 
[Zeus]

Alla fine inneggiano Greta, Pearl Jam – Gigaton (2020)

4

Ad un certo punto della vita, ti tocca fare i conti con la maturità e responsabilità che, prima, erano solo paventate ma mai diventate realtà assodata. O, se proprio vogliamo aumentare lo spettro della conversazione, non erano quello che ti saresti aspettato mentre crescevi e quei quattro peli da culo di coniglio si trasformavano in una barba degna di essere introdotta nel Valhalla. Che sia l’arrivo di un figlio, l’accensione di un mutuo in banca, il cambio di lavoro, sposarti o trasferirti, la vita viene e bussa alla porta chiedendo indietro il credito che ti aveva dato quando pensavi unicamente ad arrivare a sera e il massimo dei problemi era se andare o meno a farti un giro fuori. 
Avendo puntato tutto sul rosso, mi sono trasferito e ho tranciato tutto l’aspetto professionale/quotidiano con un taglio netto. Non sono uno sprovveduto diciottenne che va in Erasmus in uno Stato diverso dal proprio, ma l’impatto vario ed eventuale di questa enorme avventura è notevole e, come sempre, la vita mi ha chiesto indietro interessi maturati nel corso degli anni passati. Quindi ecco il Covid-19 a mettere un po’ di pepe alla situazione cambio di casa/convivenza/trovare nuovo lavoro/vita sociale e da un’avventura con coefficiente di difficoltà medio-alto, lo spostamento ha preso un nuovo interessante livello di difficoltà: alto e vaffanculo. 
Ma non mi sto lamentando, sia chiaro. Ho messo in preventivo tutto quello che mi sarei trovato ad affrontare, a parte certi particolari, ma in fin dei conti non posso certo biasimare il mondo ad averne i coglioni pieni dell’essere umano. Quindi ecco che le anticipazioni di Greta Thunberg hanno incominciato a farsi reali e il mondo vive una sorta di strano medioevo futuristico, in cui una pandemia di stampo “antico” sta modificando la quotidianità. 
Pearl Jam del 2020 ne cavalcano l’onda, buttando fuori Gigaton a quasi 7 anni di distanza dal deludente Lightning Bolt. Mezza delusione che è la cifra stilistica dei Pearl Jam post-Vitalogy, sia chiaro. Avranno sì e no azzeccato 2 dischi in tutto il tempo trascorso fra il 1994 e oggi, e i due dischi sono la somma delle canzoni realmente buone contenute nei dischi fatti uscire nei successivi 26 anni di carriera. E i Pearl Jam i conti con gli interessi chiesti dalla vita li hanno fatti praticamente subito, non essendo mai stati un gruppo realmente giovane e non essendo grunge da… mai. Ecco perché i dischi post-Riot Act sono una delusione (Backspacer era buono solo in parte), perché hanno tentato di ricreare una verginità che non c’era e che, a me, ha infastidito come quelle persone che, a 60 anni suonati, giocano a fare i supergiovani non capendo di essere solo ridicoli. 
Nel 2020 Eddie Vedder sono l’espressione di tutti quelli che sentono una sorta di crisi di mezza età e lo sono perché, ormai, l’hanno raggiunta e si sono uniformati ad essa. Gigaton è un disco che non è brutto in sé, ci sono alcune buone cose dentro, prima metà del disco, e anche tutto il comparto strumentale è di ottima fattura (Eddie Vedder gioca un campionato a parte, anche se ormai ha capito che non può sbraitare più e si adegua al tempo canaglia); Gigaton è, sulla distanza, vagamente noioso e unicamente su Buckle Up totalmente stupido. 
Gigaton è il disco che vi regalerà il parente di mezza età che lo considera realmente rock o che passerà in radio sui canali della vera musica hard rock. Fortunatamente, per questa seconda opzione, c’è la qualità di base del songwriting che salva Gigaton dalle tonnellate di merda che la radio propone come hit
I Pearl Jam di Gigaton mettono nel cassetto le camice di flanella (già posticce al tempo) e i jeans strappati per sostituirli con comodi blazer e pantaloni con il risvoltino.
L’età adulta è anche questo, prendere coscienza che ci sono periodi della propria vita che inevitabilmente finiscono o vengono sostituiti, e che non ha senso continuare a tenere il paraocchi facendo finta che non è vero. Ci vuole consapevolezza e questo LP sa di parlare ad un certo target di persone. Lo fa senza scardinare le coscienze e, per un prodotto di Eddie Vedder & Co., questa è la quotidianità acquisita.
[Zeus]

Colonne sonore di serie B. Viking Crown – Innocence from Hell (2000)

Mi sembra palese adesso come vent’anni fa, che a Phil Anselmo non gliene fosse più fregato un beneamato cazzo dei Pantera sul finire del 1999. Aveva talmente tanti progetti per le mani e così tante siringhe con cui stonarsi, che l’idea di far uscire un disco della band texana era lontana mille miglia dai suoi ottenebrati pensieri. Quindi prima si presenta con Unorthodox Steps of Ritual, EP del 1999 tutt’altro che fondamentale, e adesso ci ritenta con Innocence from Hell. Il tutto sempre in compagnia di Killjoy e della sua allora mogliettina. 
A leggere i 2/3 della formazione, potresti essere tentato di dare un po’ di credito a ‘sto progetto. Cosa che, mi raccomando, non dovete fare. 
Non è un mistero l’amore di Phil Anselmo per il black metal e quello del duo Anselmo-Killjoy per le colonne sonore horror; quello che resta un mistero è perché si siano ostinati a far uscire due LP prima di mandare il progetto al Creatore. Nessuno mi ridarà indietro il tempo perso a sentire un disco che, quando va bene, non aggiunge niente al genere… mentre quando va male ci riservano un riffing banalotto, delle tastiere che funzionano veramente solo negli intermezzi strumentali/atmosferici e, in generale, canzoni che non vanno da nessuna parte. 
Il brutto poi sta che in ben tre episodi (The Burning Embers of Mockery, Raped by Angel Overlords of Infinite Depression) il minutaggio sfora i 2/3 minuti e si rischia il collasso di tutto. Sentitevi Raped by Angel che mette insieme un po’ di tutto dal blast-beat all’atmosfera, da una sorta di percussioni da rito nella foresta sotto casa a momenti lenti che dovrebbero essere haunted. Il tutto, ovviamente, senza avere un vero senso compiuto. 
In totale sono quasi 40 minuti che nessuno vi ridarà indietro. Ok che ci avviciniamo all’estate e probabilmente avete delle ferie a disposizione (se non vi sono state tutte mangiate dall’emergenza Coronavirus), ma piuttosto che buttarsi su prodotti di questo tipo, tirati fuori un po’ a culo e un po’ a cazzo di cane giusto perché girava roba buona, ascoltatevi cose interessanti come gli Exesa
O, se proprio siete fan del singer di New Orleans, fate le cose per bene e tornate a sentirvi i Down, che almeno vedono il buon Phil alle prese con un songwriting decente.
[Zeus]

Attenzione, qua si parla di metalcore: Shadow Fall – Of One Blood (2000)

Un genere come il metalcore, non poteva che nascere in America. Copia in maniera brutale il death metal di stampo Gothenburg (quindi eccovi servite scopiazzature dei Dark Tranquillity o le melodie degli In Flames), a cui gli Shadow Fall mescolano elementi di punk, di metal anni ’80 e un’attitudine che definire pop è poco. Anche vent’anni dopo, il metalcore mostra la corda dopo pochi ascolti. Non può permettersi di eliminare tutti i cliché che lo contraddistinguono, quindi i breakdown, le clean vocals e le parti malinconiche (Crushing Belial) e poi le repentine accelerazioni. Questo dover rimanere sul pezzo, li sceloritizza e da qua un’insieme di band copia-carbone e tutte fuorché imprescindibili. 
Dopo l’esordio con Somber Eyes to the Skies del 1998, gli Shadow Fall incominciano a capire che l’attenzione del nuovo pubblico giovane è rivolta verso queste sonorità e puntando forte sul genere, incominciano la scalata al vero successo commerciale che arriverà a quattro anni di distanza da questo Of One Blood.
Il problema di questo LP non è solo uno: sfortunatamente non ci possiamo certo aspettare qualcosa di buono da una band che dell’effetto sorpresa non sa che farsene. Se avete tempo e fantasia, potete indovinare dove capiteranno i clean, i breakdown e anche dove Fair&Co. piazzeranno una simulazione di groove/cattiveria. E il problema è che poi te li trovavi ovunque sulle riviste dell’epoca e non te ne capacitavi il motivo, visto che oltre alla poca fantasia nella composizione, ti sentivi preso per il culo quando scopiazzavano i riff diWhoracle  (come su The First Noble Truth). 
Su Toxicity dei System of a Down si sente un po’ del riffing di Fleshold, ma potrebbe benissimo essere una scopiazzatura a vicenda, visto che certe ritmiche gli armeno-americani le masticavano già da qualche anno
Visto quanto è venuto dopo, in cui regna una confusione incredibile fra i rigagnoli in cui si è sciolto questo fenomeno commericale, non si può tacere sull’importanza di certe band nello sviluppo del sound giovanecommerciale del 2000.
Possiamo lamentarci come vecchi sulla scalinata paese, cultori del vero sapere, ma sono band come gli Shadow Fall e tutto il movimento metalcore ad aver attratto una fetta enorme di pubblico giovane (e/o aver sputtanato il genere che tutti amiamo).
Non ringrazierò di certo gli Shadow Fall, visto che Of One Blood è noioso e ti puoi eccitare a sentirlo se a) non hai mai sentito il death svedese o b) sei americano o c) sei in preda alle paturnie adolescenziali; ma sono certo che fra voi che leggete questa recensione ci sarà chi ha iniziato la sua avventura metallara con band di questo tipo. 
In qualche modo bisogna iniziare, non sempre si può scegliere come. 
[Zeus]

Riffing con Zakk. Black Label Society – Stronger Than Death

Ho sempre avuto un’occhio di favore per Zakk Wylde, principalmente perché è co-responsabile di uno dei migliori dischi di Ozzy Osbourne: No More Tears. Che poi è la mia quasi introduzione al sound della chitarra di Zakk; quasi perché un’idea della sua personale perversione verso i mille squeal della chitarra ce la si poteva fare in No Rest For The Wicked. Sembra che da quel momento in avanti debba costantemente far fischiare la chitarra, probabilmente perché gli hanno detto che se non lo fa vengono sterminate famiglie intere in Africa. L’unica spiegazione è questa, non mi capacito altrimenti. 
Per quanto riguarda la Black Label Society, invece, il buon Zakk è alquanto incostante nella produzione musicale. Assomiglia spesso a quegli studenti dotati che si svegliano solo in certi momenti dell’anno o, se vogliamo portare esempi più personali, assomigliano al mio libretto universitario: costellato di alti e bassi, con una cadenza quasi sospetta o, quantomeno, decisamente costante. E così posso descrivere la carriera nella BLS dell’ex chitarrista di Ozzy. Partito alla grande con Sonic Brew, su Stronger Than Death non riesce a replicare il colpo e partorisce un disco per una buona metà unicamente discreto (anche con la rivalutazione dei vent’anni d’età) e nell’altra metà convincente. Questo trend positivo – mediocre continua fino a Shot To Hell (album solo bruttino), quindi direi che è proprio il peso del songwriting solitario a pesare sul capo di Zaccaria Il Selvaggyo (un po’ come succede a Sakis nei Rotting Christ). 
Il riffing è abbastanza ridondante, mentre i soli ci sono ma spesso sono bulimici di note e quindi non attrattivi per il sottoscritto. Just Killing Time è la ballad che poi troveremo in tutte le salse sui dischi che verranno, solo che qua c’è ancora l’elettrica d’accompagnamento (e quindi meno noiosa delle mille altre che si trovano sugli LP post-2000). Su questo disco possiamo arrivare a contare una manciata di canzoni fra il buono e il decente, il resto non lo ricordate di certo nel corso degli anni.  
Il problema è che Stronger Than Death non ha proprio la qualità che ci si aspetta da un disco della BLS e, vent’anni dopo la sua uscita, posso dire al mio corrispettivo più giovane, che non è sempre oro quello che esce dalle corde di Zakk. Ma che ci volete fare, sei fan di Ozzy e il suo miglior LP è uscito in tempo utile affinché tu lo potessi vivere (e aveva Zakk come chitarrista), allora ti trovi con l’imprinting del duo Ozzy – Zakk
Adesso, nel 2020, guardo indietro e mi accorgo che il mio giudizio era distorto. Ci ho messo anni ad accorgermene, ma adesso sono abbastanza maturo per dire: Stronger Than Death non è niente di che e perde il confronto con il più cazzuto Sonic Brew
Oh, che liberazione. 
[Zeus]

Il sogno infranto di Francesco Ferdinando: Minenwerfer – Alpenpässe (2019)

La Grande Guerra, unico termine accettato per la Prima Guerra Mondiale (la seconda non viene vista in quest’ottica), è un fenomeno stranissimo che rappresenta tutta la schizofrenia del 1900. Una guerra moderna, ma combattuta con i principi del 1800. Una carneficina di uomini, milioni di morti per conquistare pochi metri di terreno che non sarebbero mai stati tenuti o vette dolomitiche conquistate in uno sfoggio di competizione “agonistica”, onore e follia. La Grande Guerra fu un conflitto di posizione, stanziale, con improvvise e virulente escandescenze di combattimento prima di ritornare nella terribile stasi dell’attesa. Solo pochi hanno saputo adattare alla prima guerra mondiale il concetto di modernità (quindi un conflitto di movimento) e le gesta sono visibili nelle imprese di Rommel sul confine italiano. Anch’egli, ovviamente, non aveva capito come maneggiare la guerra di movimento, ma qua si incomincia un trattato di storia e non una recensione dei Minenwerfer e del loro ultimo disco: Alpenpässe
La Prima Guerra Mondiale è un tema meno frequentato dal metal estremo, spesso infervorato e affascinato dal secondo conflitto globale
Ma la Guerra del ’14-’18 è un terreno fertile per band come i God Dethroned, che ci hanno dedicato una tripletta di dischi prima di tornare a bestemmiare Madonne e Santi, o gli ucraini 1914artefici di un disco eccellente proprio a tema. Gli americani Minenwerfer, a parte i nickname ridicoli, non si affidano ad un blackned death come gli ucraini, ma mischiano influenze black metal più tradizionali a quel filone cascadico tipicamente americano. Il risultato è un disco che vede in Der Blutharsch una delle canzoni migliori di tutto il disco: quasi 18 minuti epici che metterei sullo stesso piano di The Hundred Days Offensive dei sopracitati 1914. Dopo questo apice, il disco va in un inevitabile calando. I pezzi in cui pestano come fabbri sono anche quelli meno interessanti, mentre quando ritornano a masticare il verbo del black metal cascadico, con parti più dilatate, lente e/o con intermezzi acustici, allora il livello di questo LP sale di nuovo. 
Proverò a cercare i dischi precedenti (due a quanto mi risulta), visto che questo Alpenpässe mi è piaciuto abbastanza da farmelo riascoltare diverse volte anche dopo il normale “lavoro” per recensirlo. 
[Zeus]

Soy el demonio que vive en la oscuridad, ovvero sia i Morbosidad (2000)

Butti su i Morbosidad e già ti senti più scemo e sporco, nonché avvezzo a pratiche sadomaso con il Grande Capro in persona. Perché i Morbosidad, nel 2000, sono proprio questo: black metal sporco, grezzo come un spalatore di merda professionista, blasfemo, vagamente thrashy e con due tempi in croce. 
Hanno iniziato a buttare merda sulla cristianità alla metà del 1990, ma visto che sono black metal, allora hanno visto il loro batterista trasformarsi in coriandoli a causa di un’esplosione. Da qui lo stop e il primo LP nel 2000, chiamato proprio Morbosidad. Ci sono due riferimenti che ti vengono in mente quando li ascolti: il primo è naturale come le tette di una ventenne, e cioè il rimando diretto a dei “Brujeria in preda la demonio” a causa del cantato in spagnolo (se non ti vengono in mente loro mentre i Morbosidad bestemmiano tutti i santi, hai dei problemi) e poi gli Archgoat come tipologia sonora: due velocità e un scream/growl quasi vomitato. 
Il disco dura 21 minuti, quindi più che definirlo un LP lo metterei nella classifica del EP, ma dentro c’è tutta quella violenza e volgarità che vogliamo dal black metal.
E, udite udite, i Morbosidad sono americani. Ok, a quanto sembra sono più ispanico-americani che W.A.S.P., quindi l’attitudine strupracristi è quella di qualità del Sudamerica e cioè pazzia allo stato brado. 
Non saprei distinguere una canzone dall’altra, ma non è un grosso problema. Nel caso dell’esordio dei Morbosidad si ascoltano i 20 minuti di musica, si elimina dal conteggio un santo e si spala merda fumante a favore del Demonio. Tanto il tuo QI scende di mezzo punto ogni volta che fai ripartire questo disco, non penso che sia necessario anche fare un track-by-track. 
Vent’anni dopo dalla sua uscita, Morbosidad è ancora virulento, sporco e brutto come un barbone che ti mette il cazzo nell’orecchio mentre sei sul bus. 
[Zeus]

Parliamo di High On Fire e del loro debutto: The Art of Self Defense (2000)

A febbraio del 2000 fanno il loro debutto su full lenght gli americani High On Fire, dediti ad uno sludge/stoner/doom, insomma definitelo un po’ come vi pare, grezzo, ruvido, caldo come catrame pronto per essere asfaltato. E lo fanno con uno stile ed una profondità invidiabile. Sei pezzi per una durata totale che non sto neanche a calcolarla, perché il minutaggio medio è abbastanza alto, ma non importa perché gli High On Fire ipnotizzano, intrippano, catturano e ti trascinano su strade roventi al ritmo della loro musica: la batteria spacca, non perde un colpo, le chitarre e il basso ti penetrano fin dentro lo stomaco, la voce rauca invita ad affrontare il viaggio, a tuo rischio e pericolo.
Sta poi all’ascoltatore se decidere di salire sul carrozzone e godersi la vampata di cocente calore in pieno volto in una corsa senza controllo, o se farsi trascinare in catene scorticandosi gambe e braccia come in un film di Mad Max. Io preferirei la prima ipotesi, perché una cosa è certa: una volta partita, la band non si ferma. 
Vorrei poi aggiungere che questo album è la dimostrazione, ancora oggi dopo vent’anni, di come si possa avere un sound vecchio stile senza risultare dei meri scopiazzatori del passato. Sentite come sono ruvidi i suoni, sembra quasi registrato dal vivo, eppure tutti gli strumenti si sentono alla perfezione, ben distinti, senza mai impastarsi, sovrapporsi o risultare confusi.
Non sono un grande fruitore di questo genere, ma gli High On Fire mi hanno convinto sin dalla prima nota. Non so come sia il seguito della loro discografia ma sono intenzionato a scoprirlo.

[Lenny Verga]

Ripassare le costellazioni con i Void Omnia: Dying Light (2016)

Nel mezzo del cammin di nostra vita, son finito sulla pagina dei Void Omnia. Non li conoscevo e, ammetto candidamente, mi dispiace non averli recensiti prima su queste pagine.
Non sono spettacolari o estremamente innovativi, ma quella mistura di black metal veloce, grezzo ma con molte intuizioni melodiche (vedasi prodotti come Mgla, Uada o Exesa uniti a sentori di Sargeist) è ormai uno dei nuovi trend della produzione del black metal della seconda metà del 2000. I Void Omnia, californiani e quindi con un fattore credibilità black metal ridotto a – 20, riescono a rendere bene questo LP senza pisciare fuori dal vaso. Una cosa che trovavo quasi impossibile dall’altro lato dell’Oceano, infatti l’assunto ormai entranto nei documenti ufficiali è: gli americani sono refrattari a suonare una forma degna di black metal.
L’ho sempre detto, negli USA sanno fare altro, ad es. il brutal, ma il black metal è spesso fuori dalle loro corde. Lo so, suono come il classico imbonitore che dice che solo il “suo” prodotto è miracoloso, ma la scena vivida che sta fermentando nel Nord/Est Europa è qualcosa di molto interessante. Anche se, ahimé, quando questi quattro cialtroni creano qualcosa di nuovo ed eccitante, puoi scommettere che si scioglieranno peggio di una mayonese che non si lega. Dopo questo LP, gli ammeregani si sono limitati a due split, ma io spero ancora in un nuovo disco che porti avanti il discorso iniziato con Dying Light. Non faccio il track-by-track, visto che i brani si assomigliano abbastanza nelle strutture (ci sono anche delle parti lente etc, non prendetemi di parola) e non ci sono enormi variazioni né nel cantato (che mi è piaciuto), né nell’approccio alla materia. Quello che però sottolineo, e non è un fattore da poco, è che i brani reggono tutti anche se hanno minutaggi consistenti.
Vista la poca attività in studio, forse non hanno raccolto quanto speravano sfruttando il trend del black metal moderno, ma i Void Omnia restano comunque una band da recuperare se siete sempre affamati di epigoni del sound proveniente dalla Polonia.
[Zeus]

Non proprio come dice il titolo. DIO – Magica (2000)

Vogliamo essere sinceri per una volta? Tutto il rispetto per DIO, non quello finto che sta sulle nuvolette incazzoso come la tua ragazza con le sue cose, ma Ronnie James Dio, ma chi è che ha il coraggio di dire che il Dio solista ha prodotto delle cose veramente degne di nota oltre a Holy Diver Last in Line? Forza, ditemelo porco cazzo. Perché la verità è che si tende spesso a sopravvalutare i DIO proprio per il curriculum vitae e lo sforzo vocale del compianto singer. 
Io, per esempio, non mi son cagato metà della discografia di DIO (dopo qualche sparuto ascolto) proprio perché mi tocca sempre raffrontare la sua carriera con quanto prodotto con i Sabbath o con i Rainbow
Non fucilatemi, lo so che il paragone ucciderebbe un’elefante, ma sticazzi. Poi forse non sono un fruitore delle atmosfere fantasy tanto amate da R.J.Dio, quindi il giudizio potrebbe uscirne molto sfalsato. 
Risentito dopo vent’anni, Magica è tutt’altro che un disco da sostenere e da standing ovation. Su 14 canzoni, almeno nove sono quantomeno dubbiose o non riescono a sollevare il capo sopra la linea della mediocrità. Lasciando perdere le intro/outro e l’ultima traccia, il restante è solo un concentrato di pochi riff interessanti e/o prove vocali concrete ma non eccezionali. 
Il fatto è che R.J.Dio riesce comunque a tirar fuori delle tracce che ti permettono di salvare questo disco; visto che sono una manciata posso anche indicarle tutte. 
A partire dal riffing in midtempo di Lord of the Last Day, passando per quel retrogusto simil-Rainbow del riffing iniziale/portante di Fever Days, la possanza della batteria e voce su Feed My Head e As Long as It’s Not About Love (questa ci entra per il rotto della cuffia). L’outsider del gruppo è una traccia insospettabile per un disco dei DIO: Losing My Insanity. La chitarra acustica folkeggiante, ripresa dall’elettrica e poi la voce di DIO – ovvio che ti ricorda un po’ i Ritchie Blackmore’s Rainbow ma è un punto negativo per me. 
Quattro/cinque canzoni sono poche lo so, ma Cristo, se Dio non è riuscito a tirarne fuori molte altre sopra media, cosa devo fare, mentire? Non posso, all’asilo mi hanno detto che le bugie hanno le gambe corte. 
Cosa ti rimane in mente dell’infanzia. 

Insieme a molte altre band, anche i DIO rappresentano una stranezza nei miei gusti musicali. Dovrebbero piacermi, in qualche modo, ma non li ascolto mai e, quando, metto su solo Holy Diver
[Zeus]