Blackbraid – Blackbraid II (2023)

In quest’ultimo anno son capitate così tante cose che mi son preso male a vedere apparire le prime recensioni del nuovo disco dei Blackbraid. Sono realmente passati quasi 365 giorni dall’esordio? Veramente esce il nuovo capitolo dei Blackbraid proprio mentre sto leggendo Meridiano di sangue di Cormac McCarthy? A tutte queste domande, la risposta è sì. Non sembra vero, ma è così. L’esordio lo avevo accolto con discreto entusiasmo, poco più di trenta minuti che lasciavano intravvedere un potenziale solo da sfruttare. Il buon Sgah’gahsowáh non si è messo a fare troppe stronzate e con l’arrivo della calura ha buttato fuori un dischello da poco più di un’ora che suona completo, ricco e interessante. La matrice musicale mi sembra più focalizzata in questa seconda opera in studio, nell’esordio avevo troppo spesso sottolineato la vicinanza a gruppi come i conterranei UADA, cosa che a distanza di mesi un po’ rimpiango pur non disconoscendone la veridicità, ma non mettendo in evidenza un retroterra musicale come quello del cascadian black metal: quindi ecco che possono venire in mente elementi da Agalloch e Wolves in the Throne Room. Mischiate tutto, metteteci dentro un pizzico di folklore indigeno, seppur usato in maniera misurata e non pacchiana come certe band folk metal del Vecchio Continente, e avete un buona immagine di cosa sia Blackbraid II. Rimango ancora oggi dell’idea che Sgah’gahsowáh si tenga, sapientemente, a distanza da tutti gli altri esponenti del Pan-American Native Front (non la band, ma proprio il genere), evitando di scadere nella semplice retorica nazionalista e concentrandosi su fornire un’esperienza musicale con contenuti autoctoni. Non sono un amante degli strumentali, e dentro Blackbraid II ce ne sono addirittura tre, ma devo essere sincero e dire che sono ben integrati e spesso il riff acustico si mescola nel riff della traccia seguente andando a fornire un senso di continuità al disco. Non si assiste allo stacco brutale fra l’intro che non c’entra un cazzo e poi parte tutt’altra canzone, giusto per capirci. Se tutto il CD suona compatto, ben registrato e coerente, ci sono eccezioni come Twilight Hymn of Ancient Blood, la quale parte misurata e con un riff alquanto sui generis e poi incomincia un subdolo crescendo che arriva a detonare al minuto 3:49, dove a Sgah’gahsowáh piglia un colpo e sputa fuori un furente mix di heavy e thrash metal con spunti cascadian black con tanto di assolo heavy quasi vecchia scuola. Tutto bello e buono? Diciamo che siamo al 90% e gli appunti che potrei muovere al musicista americano sono quelli tipici della one-man band (anche se nei Blackbraid l’effetto si sente in maniera nettamente inferiore ad altri gruppi): Blackbraid II pecca in certi momenti di eccessiva prolissità. Moss Covered Bones on the Altar of the Moon dura più di 13 minuti e dentro ci sono più ripetizioni dello stesso bridge o idea, sfrondarla di qualche minuto non avrebbe fatto male. Discorso identico potrebbe essere fatto qua e là nel corso del disco, ma sono minuzie, veramente. Dove Blackbraid I era un ottimo antipasto che mi aveva convinto a gettarmi sul “piatto principale”, Blackbraid II riesce a rispettare le attese e fornire un LP da mettere in una ideale playlist allargata di fine anno. Geniale? No. Originale? No. Ma è fatto bene e genuino.
[Zeus]