Schammasch – Mystifier – Rotting Christ – Inquisition (Circolo Colony – 29.10.16)

Due gruppi di casa in Italia (Rotting Christ e Inquisition) si mettono insieme per un tour a supporto delle rispettive fatiche discografiche e noi di TheMurderInn non potevamo mancare.
Il Circolo Colony, ormai, ci ha abituato a concerti di ottimo livello, con suoni molto buoni e band di spessore internazionale senza, per forza, andare a cercare i Metallica o i Maiden del caso. Band onestissime, con pedigree da vendere e voglia di spaccare, ecco la ricetta, a tutt’oggi vincente, del Circolo Colony di Brescia.

Il tour dei Rotting Christ + Inquisition è una pietanza troppo ghiotta per essere evitata. Fosse anche solo per la giornata perfetta (un sabato… giornata ideale per chi, come noi, si deve piazzare sul groppone almeno 400km fra andata e ritorno), la possibilità di essere presenti ad un concerto con un bill di questo livello ci ha ingolosito subito.
Perciò all’apertura delle porte ecco che i prodi emissari di TMI erano pronti per raccogliere impressioni (proprie) e sensazioni (proprie) della serata.

Aprono le danze gli svizzeri Schammasch. Band sconosciuta al sottoscritto, ma ben recensiti su portali importanti del metal in Italia. Ci posizioniamo in prima fila, che abbandoniamo solo verso la fine, e ascoltiamo. Non c’è niente da dire, questi svizzeri sono bravi forte. Hanno un fare teatrale che funziona e suoni che passano dalle dilatazioni e viaggi cosmici ad accelerazioni fulminee ed in linea con la foga black metal. Il mix è pericoloso, soprattutto in un locale piccolo e per band d’apertura: il rischio è quello di non essere abbastanza ficcanti e finire nel mescolone di suoni che non ti fa capire un cazzo. Cosa che non avviene per due ottimi motivi: dietro al mixer c’è qualcuno che ci capisce di suoni ed escono puliti e comprensibili; la band sa suonare e gestisce benissimo sia gli aspetti più eterei che le sfuriate.

Una cosa che ci ha colpito per tutta la serata è la velocità del cambio palco. Organizzazione ottima e alta professionalità, niente da dire.

Dopo gli svizzeri, ecco che arrivano i Mystifier. I brasiliani non indulgono in travestimenti o altro, vanno dritto al punto con una precisione di un bazooka. Croci invertite, bestemmie a piovere, blasfemia, sonorità taglienti e con un groove che ti inchioda e un mix death/black (con tanto di basi registrate che fanno tanto Necrophagia/Viking Crown per la loro totale ignoranza) che si fa ascoltare bene. Armando (il chitarrista) è un personaggio e tieni insieme la baracca con il bassista, preso com’era a suonare basso e tastiere contemporaneamente. Il risultato, a volte, finiva nella caciara completa, con errori e fuori tempo… ma il me ne fotto regnava sovrano e Satana sorrideva soddisfatto.

Cambio palco e salgono i Rotting Christ. C’è la folla delle grandi occasioni ad attenderli e il pubblico partecipa alla grande. Sakis & compagnia sentono che la serata è elettrica e ci mettono l’anima a suonare: più compassati i due fratelli Tolis (Sakis sa che ha il pubblico per sé e non gli interessa mettersi troppo in mostra), mentre Vagelis – basso- e George Emmanuel – chitarra solista – ci mettono l’anima fra headbanging e partecipazione con il pubblico. I greci pescano da molti dischi della loro, ampia, discografia ma sono in tour per promuovere Rituals e ne vengono eseguite diverse tracce. Una su tutte splende rispetto al disco: Apage Satana. Dal vivo l’aspetto ritualistico è incredibile e Sakis è il grande cerimoniere che, complice il carisma accumulato negli anni sul palco, gestisce il silenzio e il delirio del pubblico con polso fermo. Qualche estratto dal passato della band fa andare in delirio il pubblico (The Sign Of Evil ExistenceForest Of N’Gai e la conclusiva, sempre immensa, Non Serviam) ma è tutto il set che è solido e perfettamente eseguito. Persino le basi pre-registrate funzionano e non impastano il suono in maniera inutile, consentendo di eseguire tracce come Elthe Kyrie con buona resa).
Peccato solo per la mancanza di King Of The Stellar War, ma è un piccolo pegno da pagare al tempo tiranno.

Ultima band ed headliner di giornata, gli Inquisition. Avevamo mancato la band di Dagon quando era venuta in concerto a supporto dei Behemoth, ma questa volta, complice l’orario, possiamo posizionarci alla transenna e vedere all’opera il duo DagonIncubus. Anche i due colombiani-americani sono in giro a supporto dell’ultimo Bloodshed Across the Empyrean Altar Beyond the Celestial Zenith e perciò la scaletta gira intorno ai pezzi nuovi, ma ci sono alcune ottimi ripescaggi dalla discografia passata. Il suono, probabilmente a causa delle molte tracce di chitarra che si sovrapponevano o qualche altra causa, diventa improvvisamente molto impastato quando il duo spinge sull’acceleratore (peccato che Ancient Monumental War Hymn si perda nel mischione iniziale). Dalla prima linea non si riesce a capire bene cosa stanno facendo e così, malvolentieri, ci dirigiamo verso il mixer per avere un suono più chiaro. Niente da fare, il problema persiste… ma almeno c’è più chiarezza nei brani e si sentono brani da Obscure Verse For The Multiverse Ominous Doctrines Of The Perpetual Mystical Macrocosm.
Una considerazione bisogna farla sugli Inquisition: dal vivo, almeno da questo live, ci guadagnano in aggressività (sono macchine da guerra e si fermano solo per pochissimi, rarefatti, momenti di comunione col pubblico) ma perdono quella componente da viaggio cosmico che hanno su disco. Lo so, l’effetto è difficilissimo da riproporre dal vivo, ma questa considerazione andava detta.

[Zeus]

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Ghost – Popestar

I Ghost sono l’unico fenomeno musicale “di mercato” e con “un mercato”. L’assenza di informazioni certe sulla loro identità, e la ricerca collegata, assomigliano un po’ alla sega internazionale sull’identità di Elena Ferrante (la scrittrice). Ebbene sì, inserisco un riferimento alla musica e alla letteratura di consumo (e neanche cose estreme, ma addirittura la Ferrante) nello stesso articolo e sul blog di TheMurderInn.
Viviamo in tempi strani, fidatevi.
C’è un fattore che rende appetibili i Ghost, a parte la zuccherosità della loro musica (uno zucchero che ammicca al Demonio, sia chiaro), ed è proprio il loro status di sconosciuti. Nell’epoca delle informazioni tutto-e-subito, non avere la minima idea chi si celi dietro a quelle maschere, a quella conclamata mancanza di ego dei Nameless Ghouls o al Papa di turno è irritante per la maggior parte degli ascoltatori. Si va su Wikipedia e non si trova neanche un’informazione affidabile.
Che ci sia dietro una congiura?
Quello che è certo è che i Ghost sono uno dei gruppi “nuovi” che ha la potenzialità di riempire sale più grandi del salotto di casa tua e creare hype intorno al metal/rock seventies. Trasversalità e paraculismo in egual misura, condito con una generosa dose di sapienza marketing e di canzoni dalla presa iper-facile.
Perché parlo di trasversalità per i Ghost? Perché i loro dischi non hanno il canone oltranzista del metal (quello che con certe sonorità allontana persone e gnocca – ah, quanto era figa-repellente il metal a suo tempo… ma anche qua i tempi sono cambiati) e neanche la complessità astrusa del rock seventies (condito con il bagaglio di vecchiume che i giovani annusano quando c’è scritto seventies dietro a rock), le canzoni dei Ghost ballano sul filo di tutto questo.
Pescano nel metal e nel rock, nel pop e in altri generi… ed ecco perché parlo di Popestar. Nato come costola del precedente Meliora, adesso esce con vita e virtù proprie.
Un pezzo originale, Square Hammer, che è niente più, niente meno che Ghost al 100% (con tutti i rimandi del caso a gruppi che conoscete) e poi un quartetto di cover dalla provenienza più disparata: dagli Echo And The Bunnymen (e si respirano gli eighties con Nocturnal Me), alle sonorità disco di I Believe (dei Simian Mobile Disco) fino ad arrivare alla doppietta finale composta dagli Eurythmics (Missionary Man) e ai rocker svedesi (Imperiet) con Bible.
Le canzoni vengono riprese e adattate al sound Ghost e questo significa che vengono trattate e risputate fuori con organi, melodie e strutture che rimandano al rock e gli depositano sopra una leggera patina di elegante decadenza.
Popestar è questo e riassume bene l’attitudine della band nei confronti del pubblico e della musica: si prende tutto, si rielabora e si continua a camminare sul filo. Più gente viene contagiata dal sound paraculo, più grande diventerà il seguito.
E come piano satanico ci sta anche bene… In fin dei conti è anche questo il 2016.

[Zeus]

Rage Against The Machine – Evil Empire (1996)

Non sono mai stato un grande fan dei RATM, ma all’epoca i pezzi di Morello&Co. andavano alla grande sui canali lerci della musica. Il rap-metal doveva ancora essere inciso nella pietra dei trend, il new/nu-metal doveva ancora esplodere nelle mani dei discografici (ma sarebbe successo a brevissimo, visto che nello stesso anno usciranno i dischi di Korn, P.O.D…) ed intanto i RATM mettevano sul mercato una mistura di metal e invettive veterocomuniste e anticapitaliste in rap. Certo, tutto è incentrato sulla chitarra di Morello, che produce e macina riff e rumorismo senza soluzione di continuità, ma il groove è notevole e il rappato fa gangsta (probabilmente sentito di più in USA che qua nelle valli italiane). Il problema, mio sia chiaro, con i RATM è che non riesco a reggere più di qualche canzone senza annoiarmi. Mi piace Bulls On Parade, ma poi mi viene il fiatone quando passano altri due brani. Se vi serve una certificazione del fatto che io non capisca un cazzo di musica, sta tutta nella quantità di premi che Evil Empire ha ricevuto.
Nonostante questo, io continuo a skippare le canzoni, ascoltare solo Bulls On Parade e poi cambiare gruppo.

[Zeus]

Kiss – Unplugged (1996)

Alla fine degli anni ’80 è venuta alla luce una nuova moda televisiva: l’Unplugged.
Sponsorizzata da MTV, il canale televisivo musicale più in voga dell’epoca, l’edizione Unplugged prevedeva che i musicisti si esibissero senza chitarre elettriche e l’armamentario da concerto rock. A queste non scritta legge di marketing musicale si sono piegati molti musicisti: da Bob Dylan a Bruce Springsteen, dai Nirvana a Eric Clapton e via discorrendo. Anche i Kiss, che in fatto di marketing e trend hanno un fiuto micidiale, hanno fatto la loro comparsata ricomponendo la formazione originale (Stanley-Simmons-Frehley-Criss per la prima volta insieme dopo anni ed anni di separazione). Sul palco c’erano anche Kulik e Singer, che all’epoca facevano parte dei Kiss. Praticamente un tripudio per i romantici della band e, vista l’attitudine da contabili di Stanley-Simmons, un buon volano per la reunion mondiale.
L’Unplugged è carino, sì, scivola leggero leggero e ci mettono anche impegno e perciò, per i completisti dei Kiss, può essere un modo per sentire i grandi classici in versione scarna ed acustica. Per chi vuole iniziare con la band, io consiglio di tirar fuori quelli in cui l’elettricità la fa da padrone (perché mi viene in mente Alive?), perché oltre alla fighetteria c’è anche la botta.

[Zeus]

Dimmu Borgir – Stormblåst (1996)

Pur piazzandoci dentro un pezzo tratto da un gioco dell’Amiga, i Dimmu Borgir sono riusciti a trovare un disco con i controcoglioni. Se For All Tid è grezzo e Enthrone Darkness Triumphant è il successo che conosciamo, Stormblåst è il passaggio che fa sentire di cosa è capace la band. Lo Stormblåst originale, ovvio, non quella cacata assurda che hanno tirato fuori ri-registrandolo. EDT lo ascolto quando mi voglio esaltare con i Dimmu, ha i pezzi bomba che fanno presa; Stormblåst me lo gusto con più calma, perché c’è la Norvegia dentro e anche il freddo. Non sarà un disco degno di figurare nel catalogo Trve Black Metal, ma ci sono dentro brani e passaggi che potrebbero ispirare non so quante band attuali. Forse è la rilettura con gli occhi della nostalgia ma, pur essendo passati vent’anni, Stormblåst fa ancora la sua porca figura.

[Zeus]

Type O Negative – October Rust (1996)

Recensire i TON a 20 anni di distanza fa tremare le gambe. Con che cazzo posso uscirmene per sembrare intelligente? Faccio così, unisco una serie di luoghi comuni e ne esco vincitore.
October Rust è un disco bagna-mutande per ragazze. Pezzi fighi, laccati il giusto, con il vocione di Pete Steele a farla da padrone. C’è l’oscurità dei TON, ma non è la brutta miseria esistenziale che corrode i dischi successivi. Qua c’è il gothic nella forma pippaiola, quella che piace al metallaro e alla sgualdracca gothic con il piercing. A causa di queste gothic-lolite bisognerebbe creare un numero verde per la protezione dei vibratori post-ascolto di questo disco.
Le canzoni ci sono, acchiappone e fighe il giusto. My Girlfriend’s Girlfriend ve la canticchiate sotto la doccia e così Be My Druidess etc etc.
Su Love Me To Death dovete procurare asciugamani a nastro, lo dico a voi ragazze.
Il “problema” di October Rust, l’unico a voler essere rompicazzo, è proprio l’essere iper-laccato e stra-prodotto. Scivola lucido lucido, ma manca del pezzone incredibile come su Bloody Kisses o quella disperazione assoluta di World Coming Down/Life Is Killing Me. Lungi da me dire che non lo ascolto, tutt’altro… gira spesso anche a casa mia.
E adesso venite a me, gothic-lolite, che metto su il disco a ripetizione!
Gli asciugamani li porto io.

[Zeus]

Scour


L’ennesimo progetto di Phil Anselmo è, forse, uno dei migliori partoriti dal singer di New Orleans. Avevamo lasciato il buon Filippone a giostrarsi fra le sculacciate mediatiche a causa dei risaputi saluti al “white wine” (ahaha) e la messa in freezer dei Down, perciò fa anche piacere vederlo alla ribalta con un prodotto che parla, prima di tutto, di musica.
Il suo precedente disco solista con la sua band di supporto, gli Illegals, non è stato un grande affare (come molti dei progetti fuffa in cui Anselmo si getta anima e cuore – cosa che gli fa acquistare credito per la tenacia con cui ci si butta), ma gli si da credito incondizionato e si ascolta anche questo Scour.
Carburato da membri di Cattle Decapitation, Animosity, Pig Destroyer e Strong Intention, Scour plana nelle casse trascinandosi dietro elementi black metal, death-grind e thrash old school. Nelle interviste, Anselmo aveva anticipato che per suonare black un disco non deve avere le vocals dei Gorgoroth e, bisogna ammetterlo, ha ragione. La voce rasenta spesso il growl (pur concedendosi alcune puntate nello scream) e nei cinque brani (che non superano i 3 minuti), la parte ritmica è precisa, pulita e senza pietà. Questa connotazione di pulizia, rimanda la band verso territori sonori black metal svedesi piuttosto che norvegesi.
Spacca il cazzo che su sei tracce (è un EP), ce ne sia addirittura una solo strumentale – per quanto ben concepito nell’EP.
Ma non voglio essere troppo scassacazzo: siamo già contenti che Phil Anselmo abbia trovato qualche sparring-partner degno di questo nome e che il risultato, cioè l’EP Scour, sia degno di essere acquistato.

[Zeus]