The Agony & Ecstasy of Watain (2022)

Mi son sempre chiesto come è possibile continuare ad adorare in maniera sperticata i Watain, pur sapendo che sono almeno 12 anni che non tirano fuori un disco killer. Le spiegazioni sono molteplici e, per quanto ne so, sono totalmente supposizioni mie: ma l’idea è che dopo il clamore suscitato con Lawless Darkness del 2010, la band svedese è forse rimasta soffocata dal proprio hype o dalla voglia di scappare da sé stessi. Ecco che si potrebbe spiegare così perché i Watain hanno incominciato a perdere il proprio trademark a partire dalle sortite dark di The Wild Hunt del 2013 e non hanno di certo fatto meglio con Trident Wolf Eclipse, disco che era brutto in sé, anzi aveva alcuni brani intensi, ma era un lavoro che “normale”, o poco sincero, e per questo non posso riconoscerne una reale grandezza.
The Agony & Ecstasy of Watain è, in maniera quantomeno paradossale visto che ormai avevo quasi abbandonato ogni speranza, il disco che mi ha fatto ricredere su quanto stanno facendo i Danielsson e soci. Un LP che suona compatto, con tante tracce forti, e che non cerca a) di sperimentare per poi ripudiare il proprio stesso percorso e b) di sembrare un disco veloce, furente, come mero strumento di “redenzione” dal mezzo passo falso. Nel 2022 i Watain devono essere arrivati alla conclusione che l’unico modo per essere sé stessi, per quanto siano a mio parere sempre e comunque debitori di certe sonorità, è essere sé stessi.
Essere sé stessi è quindi non rifugiarsi dietro comodità accertate (le velocità del 2018 sono parte del DNA, ma non un posto dove nascondersi), ma abbracciare tutto lo spettro delle sonorità che, ad oggi, li contraddistingue. The Agony & Ecstasy of Watain parte in maniera forse deboluccia, Ecstasies in Night Infinite non riesco mai a ricordarmela, ma la maturità sta nel riprendersi con il passare del tempo e incominciare la risalita proprio dalla successiva The howling: non perfetta, ma ha un piglio più convincente di chi la precede. Nel 2022 i brani più lenti, la quantomeno passabile traccia strumentale (che, a seconda delle giornate, reputo inutile o necessario stacco) e poi i classici assalti con a baionetta sguainata e bombe a mano si fondono in maniera completa, senza che mi assalga la sensazione di totale inutilità o caos.
E qua vorrei aprire un discorso diverso: le melodie e le atmosfere. Queste sono perfettamente evidenti nel 2022, tanto che finalmente dentro un LP della band svedese si respira quella sensazione di oscurità e dannazione nonché, come amano scrivere quelli che di musica se ne intendono, si percepiscono forti e chiare le atmosfere luciferine. Vi riassumo il concetto con una canzone: Serimosa. Ad un primo ascolto l’avevo cassata, ma poi, ascoltata in maniera decente e non come sottofondo mentre faccio altro, ha dispiegato tutto il proprio potenziale. Credetemi, non c’è bisogno (sempre e solo) di canzoni che vanno a mille all’ora per richiamare Satana su questo cazzo di pianeta. E così potrei dire anche per We Remain, per quanto quella sensazione di pezzo alla Dimmu Borgir non mi abbandoni neanche ora (non chiedetemi perché).
The Agony & Ecstasy of Watain è il disco che riporta i Watain nell’alveo che più gli è congeniale. Con buona probabilità non riusciranno più a raggiungere la qualità pre-2010 (Lawless Darkness), ma nel 2022 almeno hanno riportato la barra a dritta con un LP compatto. Non sarà sempre ispiratissimo, ma i quasi 50 minuti di questo disco mi hanno più di una volta fatto fare headbanging e tirato via un po’ del peso della quotidianità.
[Zeus]

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Mastodon – Remission (2002)

Quando ero alle superiori, avevo un professore di storia e filosofia che era bravo, forse a volte addirittura ultra-motivato nel cercare di inculcare nella testa di una dozzina e più di adolescenti una materia ostica come la filosofia. Tanto di cappello, ve lo dico io. Non è semplice riuscire a convogliare su aspetti grandi come la filosofia il manipolo di ormoni ribelli chiamata adolescenza, l’età in cui sei un testa di minchia senza possibilità di appello. Il problema è che tanta bravura, per quanto riguarda la filosofia, non è mai riuscita a far breccia al 100% in questa noce di cocco che chiamo testa; probabilmente la riflessione esistenziale è arrivata dopo, davanti ad una birra e all’inevitabile caducità dell’uomo a cui assisto/assistiamo ogni dannato giorno. Era una guerra del qui ed ora, piuttosto che un ragionamento organico su dove eravamo, perché siamo fatti così e dove andremo. Domande che mi son posto in seguito, domande che mi assillano, e che son certo mi assilleranno, ancora.
Il paragone è calzante con i Mastodon. Ho scoperto la band di Atlanta solo con il successivo Leviathan del 2004 e poi son tornato indietro a sentirmi questo Remission, uscito nel 2002 d.C. Solo che l’esordio non l’ho mai amato come il suo successore e, se guardo oggi alla discografia della band americana, non credo che nessun altro disco della band sia allo stesso livello di quel CD. E lo dico sapendo che negli anni compresi fra il 2011 e il 2017 (periodo The Hunter – Emperor of the Sand) sono uscite canzoni di gran spessore, però non sono uscite nel periodo giusto, nel momento in cui avevo bisogno di quel sound che i Mastodon, all’epoca, spargevano sulla gente senza pietà. Però il duo Remission – Leviathan ha sempre avuto un appeal differente e, fra i due, il grado era diverso per, come detto, questioni affettive. O, come potrei dire più direttamente: perché Leviathan spacca sempre e comunque, mentre Remission mi piace ma non sempre e non tutto.
Il fatto è che Remission parte alla grande con la devastante Crusher Destroyer e la più conosciuta March of the Fire Ants, mettendo a segno una doppietta che il resto del disco, a mio parere, riesce a stento a pareggiare. Intendiamoci, non è che dopo queste si impippiscano di brutto, ma non sempre tutto quello che producono arriva ad un punto o, almeno, così lo percepisco senza assumere sostanze varie ed eventuali.
Però quello che è di certo, è che Remission ha una bella scorta di riff, potenza, irruenza e tutto quello che volete dai Mastondon prima della svolta psichedelica e pippaiola che li assalirà con Blood Mountain – Crack the Skye. I brani sono corti, molto spesso incisivi e lasciano alle sole Ol’e Nessie, Trainwreck, Trilobite e lo strumentale Elephant Man il compito di superare i 4 minuti radiofonici.
Remission soffre inevitabilmente il confronto con il suo fratello maggiore del 2004, ne subisce l’impatto sul mondo della musica heavy e per succitati motivi non riesce a farsi valere. E non per demeriti musicali: il debutto dei Mastondon è ancora oggi il disco più sludge della band.
Nel 2002 il quartetto di Atlanta aveva di certo una marea di idee, condensate, cattive, grasse e grosse, ma allora non avevano la capacità innata di rimanermi nella testa per giorni come una Blood and Thunder, a dirne una.
Forse è stata una questione prettamente di tempismo, ma fra tour con gli Slowtorch, ascolti a casa mia e di amici, discussioni, gite in macchina e chi più ne ha più ne metta, fu Leviathan il disco che più ascoltavo all’epoca e quindi il gioco è fatto: il risultato è stato puro, semplice, imprinting.
[Zeus]


Teutonic Heavy Metal: Böllverk – Heading for the Crown (2022)

Il classico heavy di stampo tedesco ha regalato alla storia del metal band di notevole livello e importanza, caratterizzate anche da una costanza ed una dedizione alla causa da fare quasi invidia. Si pensi agli Accept, ai Grave Digger, ai Running Wild, nomi non certo fatti a caso, che hanno creato un sound ed un’identità riconoscibili e riconosciuti ancora oggi. 
Su queste importanti basi si fonda il sound dei Böllverk, formazione nata nel 2018 e che arriva oggi a pubblicare il proprio debutto intitolato Heading for the Crown. Heavy metal teutonico senza compromessi (che non inventa  nulla di nuovo e che non ne ha l’intenzione) è, quindi, ciò che troverete dentro questo disco: riff quadrati e rocciosi, accelerazioni, una sezione ritmica pulsante, cori da cantare a corna alzate da sotto il palco e assoli di chitarra a fiumi. A coronare il tutto la voce di Svenja, molto espressiva ed azzeccata, che inevitabilmente fa venire alla mente Doro, la storica singer tedesca, a cui si alterna la voce grossa e roca del chitarrista Zahn. 
Heading for the Crown è composto da nove brani, ben suonati e prodotti (al mixer troviamo Rolf Munkes dei Crematory), che si mantengono su un buon livello e che cercano anche di variare, da pezzi classicamente heavy come la title track e Let’s Ride Till Dawn, a momenti più evocativi come Master of Thunder Someday We Will Die, fino ad un pezzo squisitamente hard rock come Live Fast.
Un appunto che posso fare alla band è una track d’apertura che non mi ha convinto fino in fondo: Ask the Angel, Listen to the Devil è un po’ troppo lunga, oltre sei minuti, per essere una canzone che si basa praticamente su un unico riff e poco altro e manca della botta che hanno, ad esempio, le già citate Heading for the Crown o Let’s Ride Till Dawn che, secondo me, avrebbero svolto meglio il ruolo di opener. 
I Böllverk sono solo al primo album e la strada che hanno davanti è ancora lunga. Sapranno sicuramente limare e affinare il proprio songwriting che risulta comunque già convincente.
[Lenny Verga]

This White Mountain – The Final Sorrow (2022)

Non ci fosse la Black Metal Promotion sarei perso, lo sapete? Son talmente preso da mille cose che, a voler essere ottimisti, il 70% delle uscite discografiche moderne mi scapperebbero da sotto il naso. Aggiungo anche i consigli di Spotify al pacchetto reminder, visto che la tanto vituperata App per l’ascolto online della musica è cosa salvifica nel momento in cui hai i pochi minuti a disposizione fra casa e lavoro e ritorno. Devo economizzare il tempo, farlo rendere.
Quindi i consigli sono bene accetti, uno fra tutti quello dei This White Mountain, americani del Connecticut, e quindi lontani mille miglia da quanto si potrebbe pensare associandoli al black metal. Ma è così, visto che la band americana, in realtà una one-man band dell’iperattivo Kevin Narowski, suona black metal e lo fa con piglio arcigno e ben più che qualche concessione ad alcune derive death metal.
Metal Archives descrive i The White Mountain come atmospheric black metal. Permettetemi di dissentire, ma ormai non capisco più cosa cerchino di mettere dentro il termine atmospheric, visto che ci ricadono dentro tutti quelli che prima o poi inseriscono due passaggi con chitarra acustica e una mezza atmosfera evocativa (The Final Sorrow ha sì, negli ultimi 5/6 minuti un tiro abbastanza atmospheric, ma prima il buon Kevin tira bordate senza pietà).
Se lo prendiamo alla larga, il termine atmospheric black metal ci sta visto che dentro The Final Sorrow ci sono diversi momenti in cui il Nostro si trastulla con pezzi “ambient”, aperture evocative, passaggi più eterei, ma sui 48 minuti abbondanti sono quelli che ti rimangono in testa?
Per me il discorso è difficile da chiarire e, in generale, da incasellare. Dentro questo quarto lavoro sulla lunga distanza, i This White Mountain suonano tipicamente americani, ma lo fanno inserendo elementi che alle mie orecchie rimandano al Nord Europa e più precisamente in casa Opeth (pur non essendoci cose realmente Opeth, alcuni passaggi mi ricordano non perché quel tipo di suono), nello swedish black metal melodico e in uno strano miscuglio fra i due, come se i secondi si divertissero, a tratti, a coverizzare i primi. Ma sono brevi istanti, passaggi di qualche secondo, prima di ritornare ad esprimere un black metal di matrice americana. Screaming iper-presente, spesso ultra distorto ma in molti tratti addirittura comprensibile, abbastanza vario soprattutto nei momenti in cui la musica rallenta; devo comunque ammettere che non è il mio tratto preferito dei This White Mountain.
In realtà è forse tutto il disco che non mi ha proprio preso al 100%. Kevin Norowski è bravo, ma i momenti in cui mi piglia bene non sono poi moltissimi. Spesso, addirittura, qua e là dentro diverse canzoni. Eliminando le prime due canzoni, per me noiose, nei restanti brani ci sono diverse cose interessanti; però Kevin gioca molto sulla lunghezza, sulla ricerca di “più momenti” nella canzone e questo porta ad alcuni inevitabili cedimenti.
The Final Sorrow è un buon CD, se apprezzate il genere, suonato con bravura e competenza; per i miei gusti è forse un po’ troppo discontinuo, a tratti noioso e “suonato troppo bene”, il che fa perdere ai This White Mountain un briciolo di spontaneità, di immediatezza, che cercano di ovviare facendo però sfoggio di buoni riff (l’inizio di Burden e alcuni passaggi di Bleak Future hanno un tiro notevole), buona aggressività (Death Take Me) e la “complessità” della title-track è buona seppur 15 minuti son pure troppi.
[Zeus]


Dio – Killing the Dragon (2002)

Nella carriera solista di Ronnie James Dio ho sempre trovato poche soddisfazioni e, quando, solo all’inizio della sua avventura; il resto mi ha sempre lasciato più dubbi che emozioni. Non poco tempo fa ho parlato di Magica e già avevo accennato al fatto che, da solista, Ronnie non mi prende molto e che, ad inizio 2000, la creatività presente nella sua band stazionava in maniera imbarazzante su minimi storici.
Killing the Dragon non fa differenza ed è uscito un due anni dopo con la stessa formazione, a parte il fatto che Dough Aldrigh prende il posto di Craig Goldy alla chitarra – il quale si era rotto una mano e se vi state chiedendo se questo cambio ha portato effetti positivi o negativi, aspettate un secondo e lo saprete.
La risposta è no, non ci sono stati effetti positivi e non perché Dough sia una pippa, ma perché su Killing the Dragon di idee ne aveva probabilmente ancora meno del suo leader – se pensate che il riff portante di Rock & Roll suoni molto simile ad una canzone di una certa band britannica, forse non siete in errore – .
Killing the Dragon è sfortunatamente un disco abbastanza vuoto, con riff che rasentano il banale e canzoni che raramente riescono ad esplodere. Ogni traccia sembra scritta con la mano sinistra e lasciata lì, sperando che nessuno si accorga della pochezza in esse contenuta. Sentitevi cosa produce Dough alla chitarra: di riff interessanti non ne trovate molti e in gran parte son rinchiusi nella prima parte del disco: l’heavy mutandoni di pelo e spadone della title-track, Along Comes a Spider e Scream in un certo senso hanno tutti un minimo di idee che, inevitabilmente finiscono per esaurirsi nel corso della canzone. Nessun highlight, solo tracce che quando va bene funzionano a metà, se no le butto nel temutissimo contenitore dell’umido chiamato filler.
La seconda parte di Killing the Dragon non supera il livello di filler e non me la ricordo, per quanto posso indicare con sicurezza un punto basso (Guilty è francamente brutta) e un momento “buono”: Throw Away Children pur non facendomi ricrescere i capelli, e viaggiando su riff banali, è almeno divertente da ascoltare.
Ronnie J. Dio mostra tutti i segni dell’età, le melodie sono più aspre e anche quando ci tenta non riesce a ricreare alcuni momenti eccelsi come in passato ma è un singer con i controcoglioni che è pur sempre capace di prodursi in alcuni buoni momenti.
Ho solo un piccolo appunto su Dio e me lo chiedo ormai da tempo: come è possibile che un professionista come lui abbia dato l’avvallo a buttare sul mercato Killing the Dragon, un LP qualitativamente scarso?
Misteri della fede metallica.
[Zeus]




Sirenia – At Sixes and Sevens (2002)

Lasciati i Tristania al loro destino, che senza il loro fondatore faranno uscire World of Glass nel 2001 e da qui andranno avanti a registrare ancora dischi più o meno discreti e/o fetenti, Morten Veland fonda un nuovo gruppo, i qui presenti Sirenia, e incomincerà una carriera costellata ad oggi da 10 dischi. Di cui, a parte questo At Sixes and Sevens, non ho mai sentito una nota una e che mi sa che dovrò recuperare nel corso degli anni sparandomi una serie di endovenose per tenermi in piedi. Questo gothic-metal non mi è mai piaciuto, ma i fan sembrano essersi presi molto bene con i Sirenia, capaci comunque di esordire senza farsi seppellire dalle risate e tenendosi pericolanti su un terreno schiumoso di nulla, pacchianeria e romanticismo decadente da serie B del cinema brutto. E tutto questo producendo una musica facilmente dimenticabile, con il contrasto beauty and the beast in bella evidenza e una produzione così gonfia di steroidi da far sembrare naturali tutte le atlete baffute e grosse come camionisti dell’ex URSS ai tempi delle Olimpiadi.
Però ad inizio 2000 il gothic metal tentava ancora di dire la sua, intercettando un trend musicale che ormai aveva già detto tutto quello che aveva da dire (pur non piacendomi, l’ultimo dei Tristiania con Veland aveva un senso) e che, più passerà il tempo, meno cose nuove o rinnovate riuscirà a portare alle orecchie di tutte le damigelle che aspettano queste botte zuccherose di decadentismo alla Twilight. Perché è quello il pubblico che aspetta dietro l’angolo: uno stormo di persone che vogliono, bramano, quelle sensazioni di amore inconcludente, perdita dell’amato/a di turno, struggimento vario ed eventuale e vampiri innamorati che si illuminano al sole manco fossero spot per l’ENEL.
Senza buttarla solo sullo sparare sulla Croce Rossa, cosa che con At Siexes and Sevens non mi risulta neanche difficile, pur essendo passati vent’anni dalla sua uscita, ci sono dentro alcune buone melodie, alcuni riff che mi son rimasti in testa e alcuni passaggi sono ben fatti (la piacioneria di Meridian o anche alcune cose della title-track che, però, diluisce le buone idee in un mare di boh), ma in generale il debutto dei Sirenia e di Morten Veland come mastermind della nuova creatura del gothic-metal è catalogabile sotto: disco inutile e/o da dimenticare.
[Zeus]

Cosa ci rimane di Use Once and Destroy dei Superjoint Ritual?

Ad inizio 2000, Phil Anselmo era in due modalità: o non capiva un cazzo perché era strafatto di qualsiasi cosa possibile o era ubriaco ammerda. Tertium non datur, come dicevano quelli a cui si ispirano i Dark Funeral nei loro titoli. Però era anche un periodo di creatività assoluta, dove il singer dei Pantera si sbatteva fra mille progetti, fra cui non rientravano ovviamente i Pantera, questi tenuti in caldo ma mai realmente abbracciati del tutto post-Reinventing The Steel. Questo era Phil Anselmo ad inizio 2000, un emerito ubriacone con una tonnellata di dinamite nel cervello e una serie di uscite più infelici dell’altra, fra cui quella in cui aspira a veder picchiato di brutto il suo ex-compagno di band Dimebag Darrell. Per chi non se lo ricordasse, sono proprio gli atteggiamenti del redneck Phil a far partire la macchina Damegeplan e tutto quello che di tragico ne è poi uscito.
Intendiamoci, Anselmo non ha ammazzato Dimebag. Il singer era stupido forte, ma a far fuori il chitarrista ci ha pensato uno stronzo figlio di meretrice, togliendoci uno dei chitarristi/musicisti più influenti degli anni ’90. Phil era solo uno con la bocca grande, poche idee nel cervello e tantissima eroina e ganja a circolargli nelle vene.
C’è però un lato diverso da valutare, ad inizio 2000 Anselmo era irrequieto come non mai. Prima riesuma i suoi commilitoni dei Down e registra, in una nebbia alcolica-drogata, un LP come II – A Bustle In Your Hedgerow, poi si prende la briga di ricongiungersi con alcuni amici di scorribande alcoliche e tira fuori dal cassetto degli appunti lasciati in sospeso i Superjoint Ritual. Nessuno ne aveva mai sentito parlare, tanto che sono presenti solo due demo usciti fra 1995 e 1997 (guarda caso stesso periodo d’uscita dell’esordio dei Down) e il debutto ufficiale è questo Use Once and Destroy del 2002.
Io, e moltissimi insieme a me, all’epoca aspettavo le uscite di Anselmo o dei Pantera in maniera spasmodica, visto che Reinventing The Steel era un “finale in tono minore”, un disco scritto e registrato da una band le cui idee ormai non collimavano poi granché e quindi decisamente rivedibile.
Ecco perché ero ansioso di sentire cosa avrebbero prodotto i musicisti, i Pantera non potevano finire così (invece sì, ma all’epoca non lo sapevo!); ma mentre i fratelli Abbott erano in stand-by sperando che il drogatone di New Orleans si riprendesse dalla sbornia e rientrasse alla base, gli altri due si muovevano eccome: il paraculo Rex Brown saltava a bordo della nave-Down e Phil andava a cercare progetti sempre più marci ed estremi. E sappiamo tutti che cosa significa questa irrequietezza: dischi black metal che proprio non superano la soglia della decenza neanche a vent’anni di distanza, la perfetta creatività dei Down e ovviamente lo sludge, che si sarebbe rivelato, per un breve periodo, un buon approdo per il singer. E così i Superjoint Ritual, da demo prodotto nel passato, diventano una realtà attuale e una simpatica combriccola di ubriaconi con il compito di tenere testa alle fumantine idee di Anselmo.
Il problema di Use Once and Destroy non è riassumibile in un concetto solo, visto che si porta dietro tutti i classici handicap delle band dell’Anselmo solista. Per una serie di idee interessanti o di riff fatti bene, basilari ok ma almeno con dentro un po’ di cazzoduro (Ozena, The Alcoholik, lo strumentale Oblivious Maximus, Fuck Your Enemy o It Takes No Guts), c’è una bulimia di canzoni quasi insostenibile. Il debutto dei Superjoint Ritual dura 54 minuti e, pur esagerando in tutto, arrivare alla fine richiede un bel po’ di pazienza e determinazione. Questo perché i brani forti non sono tantissimi, mentre il resto è uno standard sludge-punk-metal fatto alla veloce, brutto, cattivo e portato in porto senza troppi pensieri di sovra-incisioni (ovvio!) o raffinatezze che potessero dargli un tocco in più e maggiore longevità. Headbanging ce n’è in abbondanza, così anche una sottile e deviata forma di orecchiabilità, ma le troppe tracce filler azzoppano la reale potenzialità di Use Once and Destroy.
Phil è in edizione The Great Southern Trendkill e quindi si sgola come un dannato, rovinandosi definitivamente la voce con uno screaming isterico, senza pause, mentre la sezione ritmica è funzionale e di più non chiedo ad un gruppo siffatto. Qualche parte di doppia c’è, un po’ di assalti frontali thrash e forse anche alcune idee quasi death, ma per il resto si va dritti verso la meta senza guardare né a destra né a sinistra.
In qualche modo perverso, i Superjoint Ritual sembrano prendere alcuni elementi base dei Pantera, rielaborandone la rabbia primordiale senza aver niente del resto. Ci sono passaggi, forse perché suonano molto The Great Southern Trendkill, che sembrano proprio una versione cavernicola della band dei fratelli Abbott. Niente di smaccatamente uguale, ma è una sensazione, insieme a quella di trovarsi di fronte ad una band che spara troppo spesso col Bazooka per uccidere i moscerini.
I Superjoint Ritual si sfalderanno come neve al sole nel giro di due anni, lasciandoci due dischi, due DVD dal vivo (fra cui uno registrato al CBGB) e si ripresenteranno al pubblico nel 2016 come sfiniti cinquantenni sotto il nome di Superjoint. Non produrranno un disco brutto, ma quella sensazione di totale abbandono del fegato, del cervello e di fattanza rimarrà per sempre legato al debutto e le sue 18 tracce di (incostante) marciume.

P.s: la copertina, però, è forse l’highlight di tutto il disco.
[Zeus]



Empyrium – Weiland (2002)

Per chi, come me, aveva un certo rapporto con i primi due dischi degli Empyrium, il salto del duo tedesco da Where at Night the Wood Gouse Plays a Weiland è stato tanto un passaggio naturale quanto un’audace e completa immersione in un certo modo di intendere il folk di matrice tedesca. Se volete ancora trovare il black metal delle origini, dovete aspettare solo di superare lo shock iniziale della voce barocca, del folk ottocentesco della prima metà di Fortgang e poi ecco a voi un palm-muting su chitarra acustica e un leggero screaming.
Ma, in fin dei conti, questa era la direzione che dovevano intraprendere i due bavaresi. Dovevano, perché già nel 1999 il sound aveva lasciato molto del black metal alle sue spalle e l’orizzonte era quello del romanticismo folk tedesco e quindi arpeggi di chitarra acustica, piano, strumenti acustici, spoken word nella lingua di Goethe e una batteria che, quando c’è, è senza dubbio lo strumento più rock/pop che potete trovare su Weiland.
Dopo questa brevissima introduzione, che non è altro che un modo per presentare Weiland a chi, ad oggi, non l’ha ancora approcciato, vengo direttamente a cosa ne penso.
Questo perché, il quarto disco dei tedeschi è un disco difficile. Lo era e lo è ancora oggi a 20 anni di distanza, pur senza togliere nulla della bontà assoluta della musica in esso contenuta. Mi ci vuole molto impegno per approcciare Weiland, cosa che non ho quando devo tirar fuori dalla libreria musicale Where at Night… o di Songs…; questi non sono leggeri, e tutt’altro che pop(ular), ma quei due dischi continuano a mantenere un certo tipo di atteggiamento che riesco a far mio anche quando il mood generale non è predeterminato all’ascolto degli Empyrium.
Weiland è una bestia tutta particolare. Un racconto in musica, una fiaba ottocentesca dal color seppia, una sorta di Thoreau in musica, un LP che trasmette l’odore della valle, il senso di magnificenza dei boschi, il gorgogliare dei torrenti e l’odore della bruma mattutina che si alza dalle distese di terra appena lavorate. Weiland, come potete capire, è un disco ostico, in cui le linee vocali passano con disinvoltura dal sussurro agli spoken word, a limitati accenni di scream (già accennato) e poi quella voce impostata, quasi lirica; linee vocali sanno di vecchio ma nel senso di classico e in cui le partiture di fiati, violini e viole rendeno ancora più corale e complessa la musica degli Empyrium del 2002.
Complessa sì, ma con un certo grado di appetibilità, visto che non è musica classica ma un neofolk sofisticato, suonato in punta di dita e con un mood tutto da decifrare. Musica da camera, se vogliamo, il salotto delle residenze boschive dei nobili bavaresi in cui la magnificenza della terra, della foresta (Waldpoesie è un pezzo semplicemente stupendo) nasconde un’incognita che è intrinseca nella natura stessa.
Weiland è un disco che ascolto poco, spesso solo qualche traccia qua e là e se dovessi anche indicare con precisione, probabilmente punterei sulla seconda metà del disco, che viene introdotta dal gioco di chitarre dello strumentale Nachthall e che porterà con sé ben altri due strumentali (fra cui Der Nix, che non farebbe brutta figura come colonna sonora di qualche film indipendente).
Il neofolk barocco, venato di romanticismo e malinconia di Weiland può essere visto come il padre putativo di quanto poi produrranno gli austriaci Jännerwein nel futuro prossimo (a partire dal 2008): un suono popolare, ma non pop e per questo più semplicemente descritto come folk, che guarda ai monti, alle valli, alla natura.
Weiland oggi, come allora, mi è costato una diottria e mezza per scrivere una recensione. LP che continua a causarmi grattacapi nell’ascoltarlo e la cui bellezza è racchiusa nell’ascolto attento, immerso in un silenzio che si confa ai racconti intorno al fuoco. Non sarà mai il mio disco preferito degli Empyrium, ma la qualità contenuta in questo Weiland “piscia in testa” a così tanti dischi che mi fa quasi arrossire.
[Zeus]

Blood And Tears. Sentenced – The Cold White Light (2002)

Ad oggi, e son passati 20 anni dalla sua uscita, The Cold White Light dei Sentenced è ancora il mio disco preferito. In termini generali e interpretando la parabola artistica della band come se fossi una webzine seria, direi che no, The Cold White Light non è il miglior disco dei finnici, ma visto che non ho intenzione di entrare negli annali come la miglior webzine sul globo terracqueo, allora posso dire che, ho un legame con questo disco. Sarà manieristico rispetto a quanto uscito prima, sarà l’ultimo disco in cui i Sentenced ci faranno emozionare veramente ma senza suscitare scalpore (The Funeral Album era lo specchio di una band alla frutta) ma è anche quello che ricordo meglio. Forse perché nel 2002 i Sentenced sono riusciti nella mirabile impresa di creare un LP che contiene quasi tutti singoli, un disco praticamente perfetto nella sua orecchiabilità, nella composizione che ti rimane nella testa pur non spostandosi di un millimetro dalle classiche tematiche allegre e piene di amore verso la vita.
Una cosa che lo accosta in maniera paradossale a One Second dei Paradise Lost, anch’esso capace di avere una tracklist di potenziali singoli da radio, se non fosse per il nome scritto sulla copertina e le tematiche non proprio Sole, Cuore, Amore.
Il precedente Crimson non mi aveva mai entusiasmato al 100%, pur arrivando ad amarlo a corrente alternata ma sempre con quel retrogusto di sì, ma… che si portava dietro quando ripensavo al disco e alle canzoni in esso contenute; era il 2000 e boh, la vita era in un momento già discutibile di suo, quindi forse non l’avevo apprezzato appieno. Però so con certezza che The Cold White Light l’ho immediatamente amato. E non è che il 2002 fosse un anno semplice, giusto perché la sequenza “vita di merda – nuovo anno – vita di merda – nuovo anno – vita di merda ecc. ecc. – morte” è un classico intramontabile. Il fatto è che una volta messo nello stereo, ho sempre avuto difficoltà a levarlo e non perché sia perfetto. Ci sono canzoni che forse girano al 60-70% delle loro potenzialità (ad es. You Are the One è buona, ma dentro per me ce ne sono di meglio e così anche per alcune, poche, altre canzoni), ma per quelle che non arrivano al top ecco che ne trovi una bella manciata che hanno semplicemente il mix perfetto e funzionano.
Anche oggi che ormai ho messo 40 anni sul contachilometri e son lontano mille miglia dalle paranoie adolescenziali, guardo le playlist di Spotify e i Sentenced ci sono sempre. Che sia una canzone da questo disco, Nepenthe o qualcosa da Frozen, la band di Mika Tenkula c’è e non può che essere così. Non è che arrivanto nel mezzo del cammin di nostra vita smetto di portarmi dietro le passioni musicali che avevo da adolescente.
Ci sarà sempre una parte di me che ascolterà i Sentenced e, con il cervello, ritornerà a quando avevo vent’anni e non avevo tutta una serie di casini che adesso mi accompagnano come le zecche dopo un giro nel bosco.
[Zeus]




La mainconia dei Rammstein – Zeit (2022)

Chi può ancora negare il progressivo calo d’ispirazione dei Rammstein? Io no di certo. Da molti anni ormai, i tedeschi sembrano essersi perso nei meandri di non so quale loop infernale che, di grandioso, ha solamente le tempistiche ultra-dilatate (prima) e straordinariamente corte (poi) per la realizzazione di un proprio disco. I limiti crescenti erano già emersi su Liebe Ist Für Alle Da, ma è con il disco omonimo e, forse, con questo Zeit, che Lindemann e compagnia hanno messo i remi in barca. E sì che le aspettative per Zeit erano logicamente, e ragionevolmente, alte: il primo singolo (la title-track) è forse ancora adesso la canzone migliore di tutto il Cd. Peccato che già con Zick Zack mi son trovato di fronte al solito, aggiornato, prodotto Rammstein. Una mezza delusione era dietro l’angolo, lo sapevo ancora prima di mettere il disco nel mio Hi-Fi. E cosa pensate che mi sia successo? Al primo ascolto in realtà mi son preso anche bene, il perché sta tutto nel potere obliante della curiosità: quindi ecco che i passaggi fra le canzoni malinconiche e i momenti grotteschi hanno fatto il loro gioco. Mi son divertito sentendo Zick Zack, Dicke Titten o OK, tutte e tre sono grottesche, danzerecce ed esagerate.
Ma il resto? Con quelle melodie da fine di un’epoca, da riunione fra amici ormai adulti che continuano a ridere per le battute da Cinepattone, e quella sensazione da sguardo triste con cui si guarda l’orizzonte e la decadenza, il mix non poteva che essere vincente. Sorpassato il delirio da nuovo ascolto, Zeit mostra tutte le sue difficoltà, il suo essere un disco che, con difficoltà, copre col cerone la vecchiaia, l’impoverimento ormai sclerotico delle idee. Il grottesco c’è sempre stato dal giorno 1 della fondazione dei Rammstein, ma questi sembrano quasi estratti dai LINDEMANN rimaneggiati piuttosto che originals Rammstein e la cosa, per quanto posso trovare divertenti i pezzi del progetto solista, non ha la profondità necessaria. Ogni brano è baciato dalla capacità di imprimersi veloce nella testa e ha la dannazione di essere facilmente dimenticabile. Guardo solo al “recente” passato: una Ich Will o una Mann Gegen Mann non erano difficili o complesse, ma erano ricordabili anche dopo molto tempo. Il disco omonimo, o LIFAD, non li ascolto praticamente più.
Per me anche il resto di Zeit soffre dello stesso problema: molte delle canzoni, visto che non mi voglio spingere troppo oltre che è inutile accanimento e ingiustizia manifesta, sembrano scarti di produzioni precedenti, dei lati B del disco di tre anni fa. Sarà un problema solo mio? Credo di sì, visto che Zeit è arrivato ai primi posti in classifica di molti Paesi, quindi sono io che ci sento dentro cose che, forse, non esistono.
Sarà che io mi aspetto sempre molto, sarà che sono troppi anni che mi “deludono” in parte o che mi sembrano vagamente noiosi, i Rammstein del 2022 sono una band che musicalmente è ferma, con idee ormai riciclate, e anche Lindemann, solitamente al top con testi che possono essere accostati a poesie, sembra essersi immerso in un mood che privilegia una maggiore faciloneria e anche lyrics forse meno ispirate del solito.
La malinconia che pervade Zeit, fa un po’ da contraltare a quella che mi assale dopo ripetuti ascolti.
[Zeus]