Misantropi di tutto il mondo, unitevi! For I, the Misanthropist degli Human Serpent (2018)

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Contro il solleone che che ci ha massacrato per gran parte di luglio e agosto, direi che l’unico rimedio possibile è quello di rinchiudersi in una buca nel terreno e buttare su musica terribile, oscura e brutta quanto basta. Vade retro positività e vade retro attitudine al cambiamento! Con gli Human Serpent si parla sempre e solo di disgusto verso l’umanità intera e, guardando quello che è successo, potete dare torto ai greci?
For I, The Misanthropist prosegue il discorso iniziato con Inhumane Minimalism e quindi un suono che va dritto al sodo, martellando senza pietà con riff soffocanti e reiterati, circolari si potrebbe dire. Le vocals sono degli scream incomprensibili, torturati e che si sfaldano contro il muro d’acciaio sollevato dalla sezione ritmica (a cura di I.) e dalla chitarra di X. (responsabile anche del basso e delle stesse vocals).
Già con la title-track si nota che il riferimento è sempre quello dei Sargeist, infatti il finale che puzza quasi di rock ti fa andare a ripescare le soluzioni più easy dei finnici. Quello che piace nella proposta degli Human Serpent è la capacità di instillare il germe del black metal, non negandosi la possibilità di creare ritmiche che hanno un groove efficace, così distante dal mero tripudio di riff concentrici zanzarosi (che ci stanno, sia chiaro, ma non è quello che stanno cercando di creare questi greci). Se vogliamo trovare qualche paragone diverso dalla band di Shatraug, allora possiamo andare a parlare degli Mgła e non spariamo troppo distante (sentitevi, per esempio, Temple Of Despair The Scars Of Millions – tracce che richiamano in maniera abbastanza esplicita quanto fatto dai polacchi).
Una cosa è certa, però, se volete trovare misantropia e velocità, allora For I, The Misanthropist è il disco che fa per voi. Non manca nessuna delle due caratteristiche sopra citate, quindi ecco che i titoli riflettono odio e schifo (Deep Seated Pessimism, Blessed is the Man who expects nothing), le parti veloci con i tupa-tupa a go-go e il dinamismo fornito dalla batteria di I., capace di guidare la barca greca con buone soluzioni, anche quando solleva il piede dal doppio pedale e dal blast beat selvaggio e si riserva di creare pattern efficaci, più semplici e spezzano l’eventuale monotonia di un brano altrimenti privo di necessari sfiati (…To Son Of Nothing).
La solita copertina con le facce mosse e spettrali è il trademark della band, un atto necessario per definire quanto inutile è l’essere umano.
I greci Human Serpent sono arrivati preparati alla prova del terzo disco, quello che solitamente è lo spartiacque fra l’ingenua e arrembante violenza dei primi dischi e l’inevitabile maturità e le possibili difficoltà nel songwriting. I tre anni passati da Inhumane Minimalism hanno fatto bene alla band che, non trovandosi costretta a buttar fuori dischi a cadenza annuale, ha potuto tirar fuori un disco convincente.
[Zeus]

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Orange Goblin – The Wolf Bites Back (2018)

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A me, il precedente disco in studio (Back From The Abyss) era piaciuto. Non era certo il primo disco, quel Frequencies From Planet Ten che tanto ha fatto per la causa degli Orange Goblin, ma stiamo anche parlando di un disco uscito nel 2014 confrontato con uno nel 1997 – altri tempi cazzo.
Qua, nelle latitudini del metal, ogni anno che passa assomiglia a quelli del cane.
Questo per dire che The Wolf Bites Back, uscito due mesi fa, è la fotografia di un’evoluzione che ha portato la band di Ward da dov’era a dove sta stazionando in questi tempi: quindi meno stoner in senso stretto, ma più diretti, ficcanti e con l’attitudine da “cazzo duro” che fa tanto bene per le band hard&heavy che vogliono realmente dire qualcosa.
Le coordinate rimangono quelle dei precedenti dischi in studio: hard rock pesante e con riflussi alla Corrosion of Conformity, una sana percentuale di stoner (meno che in precedenza, ma in quantità significativa) e poi l’immancabile rimando ai Motorhead che già percorreva anche il precedente Back From The Abyss.
La doppietta iniziale ti fa capire subito cosa vuole la band inglese da questo disco: un discorso onesto, schietto, ruvido e intriso di whisky.
Sons Of Salem ricorda la succitata band di Keenan, ottima da sentire dal vivo e capace di farti dimenticare i problemi del lavoro e ogni affanno del caldo nel giro di 3 minuti contati. Subito dopo parte la title track che si fa trascinare dalla buona stella dell’hard rock targato seventies e non ti lascia in pace, a partire da quella chitarra acustica che anticipa il giro e il crescendo che in meno di 40 secondi ti farà premere l’acceleratore della macchina a tua insaputa.
The Wolf Bites Back, la canzone, è uno di quei brani che ti ascolti mentre sei sulla statale e fra te e l’orizzonte c’è solo una lingua d’asfalto calda. La title track è una canzone così, ti accompagna nei viaggi perché non cede, non demorde e ha groove.
Dopo la doppietta iniziale, Ward&Co. ritornano a produrre quello che sanno fino ad arrivare a metà disco e qui parte la strumentale In Bocca al lupo: io non so voi, ma ogni volta che la sento il primo rimando è quello verso i  Valhall di Fenriz.
Questo è l’unico momento di calma, perché subito dopo parte la scudisciata fatta di ritmiche motorheadiane di Suicide Division (ci sta e spacca, ma ad un primo ascolto non credi neanche di sentire un CD degli Orange Goblin) e poi ecco che attaccano con il blues marcio di The Stranger. Io me la immagino in uno di quei vecchi pub inglesi, quelli pre-rivoluzioni salutiste, in cui entri tagliando con il machete l’aria satura di fumo e sposti a gomitate ombre scure di ubriaconi locali, zoccole sdentate e gente pericolosa seduta sugli sgabelli e persa in sogni alcolici da cui è meglio non risvegliarla.
Sotto tutto c’è questa colonna sonora, The Stranger, e ci sta bene.
In chiusura di disco si segnala l’episodio più stoner (Burn The Ship) e poi i cinque minuti di Zeitgeist, canzone che non mi ha intrigato molto nonostante i miei molti tentativi. Non brutta, non fatta male o che stona, solo che come chiusura mi aspettavo qualcosa di diverso e Zeitgeist non riesce a fornirmelo al 100%.
Si diventa pretenziosi con l’età, che ci volete fare.
[Zeus]

Apocalyptica – Plays Metallica by Four Cellos (1996)

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Nel 1996 usciva questo disco. Lo conoscete tutti, no? Gli Apocalyptica vengono scoperti per caso e, sentendo che coverizzano con i violoncelli delle canzoni dei Metallica, vengono convinti a registrare un intero CD (43 minuti di musica) contenente solo cover dei quattro californiani. Questo disco, bene o male, l’avete sentito tutti e non credo ci sia bisogno di recensirlo. Apocalyptica Plays Metallica By Four Cellos (da qua in avanti, APMBFC) è un prodotto che metti su quando hai la tipa che non ama il metal ma che certe sonorità le garbano (a.k.a cagacazzi), quando vorresti sentirti qualcosa di metal ma sei a casa e i tuoi indicono una crociata contro le sonorità più violente di Al Bano (fortunatamente non era il mio caso, mi avevano già distrutto l’adolescenza negandomi Somewhere In Time dei Maiden) o quando hai un mal di testa da sbornia, ma non vuoi virare sulla musica da radio per non perdere l’ardore metal che ti contraddistingue.
La purezza è la via del metallo.
L’ho ascoltato diverse volte, più di quelle che avrei voluto. Mi piaciucchia… e già il termine così vi dovrebbe dire che il mio livello di affezione verso APMBFC è scarso, e non riesco a sentirlo tutto intero. Al massimo, quando mi prende bene, metto su uno/due brani e poi viro su qualcosa di diverso.
Francamente questo è uno di quei CD che mi aspetto nella sala d’aspetto del dentista, fra un pezzo dei Toto e uno di Sting/Police. Qualcosa che possa piacere a tutti e, messo nel sottofondo, non disturbi veramente. Lo riesci ad ascoltare distrattamente perché a) conosci già i pezzi e li stai canticchiando nella testa; b) conosci i pezzi e, rifatti in acustico e con i violoncelli, non ti fanno scattare l’headbanging selvaggio.

Questo non toglie che loro ci hanno costruito una carriera sopra, dopo questo ecco Inquisition Symphony (al 90% cover) e poi via verso composizioni originali – 8 dischi dal 1996 ad oggi (non male per una cover band).
Non credo ci sia molto altro da aggiungere, stiamo parlando di una band che coverizza con il violoncello alcuni dei pezzi più famosi di Hetfield&Co. Non sto certo spiegando fisica nucleare applicata.
[Zeus]

 

…And the Circus Leaves Town – Kyuss (1995)

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Ad un certo punto doveva pur finire, no? Lo sapevano tutte le parti coinvolte, non c’era niente da fare e niente dietro cui nascondersi. Succede anche nelle relazioni, figuriamoci se non capita ad una band che, nel giro di pochissimi anni, ha rivoluzionato un sound e l’ha portato ad una delle sue definizioni classiche: lo stoner. Definizione, questa, che è talmente legata al nome della band, i Kyuss, che ormai i gruppi di genere sono classificati come “alla Kyuss” o altro.
Non male come impatto nel mondo.
…And the Circus Leaves Town fotografa la band nel suo momento di down, dopo l’euforia perfetta di Sky Valley la band americana è scesa, inesorabile, verso la sbornia. Idee ne ha, ma sono idee da post-sballo, da giorno dopo. Lo sanno anche loro, soprattutto Josh Homme che, da lì a due anni, deciderà di mettere in cantina i Kyuss e far esordire i Queens Of The Stone Age. Ecco perché questo disco del 1995 è un testamento, una fotografia slabbrata di quello che erano diventati e che, per l’ultima volta, cercavano di riproporre con l’ostinazione tenace dei musicisti.
Il disco non è male, ma gli manca la magia. Il problema sta nei particolari, in soluzioni che stonano: El Rodeo mi ha sempre disturbato un po’, non chiedetemi perché, non saprei spiegare se è la chitarra iniziale che mi lascia perplesso e poi il proseguo mi piace o è la chitarra iniziale a piacermi e poi il resto… boh. Il fatto è proprio questo, dove prima si avevano dischi interi ascrivibili sotto il termine “cannonata”, in AtCLT si vanno a formare dei nuclei d’eccellenza, io adoro Phototropic o Spaceship Landing (scelte scontate ok), e poi dei momenti in cui il loro stoner regge meno, rispecchiando una caduta nell’ispirazione generale (Hurricane ha il tiro, ma non regge l’essere l’opener del disco o The Ol’Boozeroony – questa stoner in senso stretto, ma che si perde e non prende odore di buono&giusto come accaduto nel passato).
In AtCLT i germi dei QOTSA sono presenti e, seppur nessuno lo voglia ammettere, è il virus che ucciderà i Kyuss. Una polmonite senza speranza, la febbre spagnola del caso. Sia chiaro, i QOTSA, all’inizio, erano una bomba… poi hanno incominciato a perdere la bussola – mi correggo, Josh Homme ha perso la bussola e così anche la sua protuberanza musicale.
E così …And the Circus Leaves Town si arrampica fino alla fine, fra linee più dirette e qualche inserzione nelle lande più psichedeliche (potremmo farci ricadere dentro Size Queen), fra un Garcia meno ispirato del solito e un sound che è lucido e potente, tanto da non nasconderti quelle rughe che, ormai, hai capito esistere.
Il titolo era profetico e, visto a posteriori, il più giusto possibile: la festa è finita, è ora di andare a fare casino da un’altra parte.
[Zeus]

From Sweden to… – In Flames (1998 – 2002)

Dopo la pubblicazione del fondamentale Whoracle, gli In Flames subiscono la prima grande rivoluzione nella line up. Björn Gelotte passa dalla batteria e diventa chitarrista (al posto Glenn Ljungström) e Peter Iwers prende il posto di Larsson al basso, mentre alla batteria si siede Daniel Svensson, dando vita alla line up più longeva della storia degli svedesi (ad ora).  Il primo disco in studio è del 1999 ed è Colony.

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Questo LP non sono mai riuscito a farmelo piacere veramente e, onestamente, non so bene il perché. Si sente un cambio di rotta, ma non in maniera così drastica come in Clayman, il vero album di rottura degli In Flames. Colony parte bene con la doppietta Embody The Invisible Ordinary Story, ma sono canzoni meno intriganti che nel passato. Manca qualcosa e, forse, è il riffing o l’impatto, ma non si riesce a capire cosa stona in questo disco. Fridén incomincia a manifestare un declino netto nelle capacità di growl e si adatta a fare uno scream stentato e spesso passa ad altre tonalità (o filtri vocali) per coprire una difficoltà generale nell’offrire qualcosa di meglio di un singer, in questo caso, mediocre. Fra tutti i dischi degli In Flames, quelli belli (periodo iniziale fino a Whoracle) e quelli brutti (incominciano con Soundtrack e Reroute), Colony è l’unico CD della band svedese che mi lascia indifferente.
Giusto per non smentirsi in termini di etica di lavoro, gli In Flames, ad un anno esatto Risultati immagini per in flames claymandall’uscita di Colony, presentano il successore: Clayman. Uscito nel 2000, questo disco sembra la preistoria della band. Ci credereste quando dico che, rispetto a quello che ci presenteranno in futuro, Clayman è un gran disco? In sé, questo CD è la rottura totale con quello che erano e quello che diventeranno. Si nota già il cambio di rotta musicale e, soprattutto, l’introduzione del cantano lamentoso di Fridén. Basta growl o scream, adesso siamo all’uso e abuso di tutti i sottogeneri dello scream mischiato con parti recitate, parlate e l’onnipresente raddoppio di traccia vocale (pulita + scream). Clayman non può più considerarsi un disco di swedish death metal, non ne ha le caratteristiche: ormai stiamo parlando dei primi passi verso il melodic metal e il metalcore del futuro venturo. Ci sono alcune melodie azzeccate e, pur non essendo Moonshield o Gyroscope (per fare degli esempi), sfido voi a non farvi prendere dal ritmo saltellante di Only For The Weak. Perché di questo stiamo parlando per gli In Flames del 2000: di un gruppo che ormai sta riscrivendo il suo modo di suonare e che cerca il chorus vincente in una forma canzone stabile, senza un minimo di avventura o sorpresa. Se lo si prende come colonna sonora mentre stai facendo altro, ecco che Pinball Map o Bullet Ride son piacevoli e non ti annoiano, ma l’emozione vera, quella di quando parte una canzone di The Jester Race o Whoracle, è tutta un’altra cosa.
Ripeto una cosa però: Clayman è un grande disco se paragonato allo sfacelo che ci prospetteranno nel corso degli anni, quindi qualche buono spunto ce l’ha.
Ormai è tempo e dopo cinque dischi in studio, è necessario buttare fuori un live: detto,Risultati immagini per in flames tokyo showdown fatto. Nel 2001 esce The Tokyo Showdown e, anche in questo caso, stiamo parlando di un best of che sigilla, su plastica, il passaggio dalla prima epoca (ormai romantica per noi vecchiardi) a quella nuova, dove la band svedese pesca, bene, nel grande mare dei giovani metalhead mondiali. Il live in Giappone è un must, chiedetelo un po’ agli Arch Enemy. Anche in questo caso, però, il prodotto finale è buono (visto in retrospettiva) ma pericolante. Aver spostato l’attenzione sugli ultimi tre dischi fa capire l’atteggiamento di Fridén&Co. nei confronti del loro passato ma rispetto a quello che ci cacceranno in gola nel 2005 (Used & Abused), vi posso garantire che è oro che cola
Finiti gli obblighi contrattuali e la necessità di testimoniare “live” il percorso sonoro della band, gli In Flames possono ritornare a produrre dischi in studio e, nel 2002, ci fanno avere Reroute To Remain. E, cazzo, stiamo parlando del primo esempio di schifo che gli In Flames ci hanno rifilato nel corso della loro storia recente. Potrei rimestare la merda col Risultati immagini per in flames reroute to remaindito e dirvi che, in effetti, rispetto a dischi come Battles, questo Reroute To Remain è un “Signor Disco”, ma se leggete TheMurderInn voglio sperare di non dovervi inculare con simili stronzate. Vero? La svolta del sound è talmente evidente, talmente americana, da storpiare il significato stesso di In Flames. E smettiamola di prendere Jesper come martire della causa, il buon Strömblad è comunque complice di questo assassinio e non lo scuso. Il paradosso è che gli svedesi hanno cercato di entrare in America suonando americano e non come “sé stessi”. Voi direte, e il paradosso? Questo sta nella popolazione metallara USA (quella che spaziava fra emo/screamo/metalcore etc) che guardava alla Svezia, e spesso agli In Flames stessi, come metro di paragone. Copiare chi ti sta copiando, a casa mia, è da considerarsi una fucilata nelle palle. Per smettere di essere aggressivi, veramente aggressivi e non solamente “a volume alto”, il trio Strömblad-Gelotte-Fridén decide di virare su un sound muscolare, molto melodic metal, con enormi artifici elettronici e di mettere Fridén nella condizione ideale di “evitare totalmente di sembrare growl” quando canta. Sentitelo mentre fa finta di essere estremo e non lo è ma, e lo dico sinceramente, il risultato lo porta a casa (almeno per il pubblico USA, non per il sottoscritto). Ad aggiungere beffa su beffa, c’è Metaphor. La prima volta che l’ho sentita ero molto distratto e, vi posso assicurare, mi son chiesto se avevo messo l’ipod in modalità casuale. Infatti mi son chiesto: perché cazzo mi son partiti i Red Hot Chili Peppers? Subito seguita da: Io non ho i RHCP sull’ipod! Guardo lo schermo e vedo la scritta In Flames – Metaphor. Il dubbio che ci sia qualcosa profondamente sbagliato in questa associazione mentale, In Flames – Metaphor – RHCP, continua a tormentarmi ancora oggi.

Posto il video di Trigger (da Reroute To Remain) unicamente perché è divertente e si vedono due band allo sbando nello stesso filmato: In Flames e Soilwork.

 

Il canto della sirena. Ozzy Osbourne – No More Tears (1991)

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Ma vi rendete conto che cazzo di dischi sono usciti nel 1991? Che annata epocale per la musica? Prima e dopo il 1991, ecco cosa si può dire. E sì che Ozzy, nel 1991, ci è arrivato grazie al surplus di ossigeno fornito dal biondo Zakk Wylde e all’aiuto provvidenziale di Lemmy Kilmister, se no col cazzo che sfornava No More Tears. Tirava fuori un Ultimate Sin numero 2 e finiva la giostra. Infatti questa stava per inchiodarsi, come quando sei al massimo e finisce la musichetta fastidiosa, e portare ad uno dei celebratissimi (e falsi) addii del Madman più famoso del pianeta.
No More Tears è, senza troppi giri di parole, uno dei migliori dischi di Ozzy dai tempi della doppietta Blizzard Of Oz e Diary Of A Madman. Il Madman suona ispirato e canta come se ne valesse la pena, mentre Zakk Wylde tiene a freno i mille fischi che trituravano il cazzo in No Rest For The Wicked e ci presenta il conto con riff e soli eccellenti e dei fraseggi melodici, ma abbastanza duri da non scadere nel pop melenso, da superare indenni la prova del tempo.
Questo lo dico perché, nonostante siano passati 27 anni dalla sua pubblicazione, quando senti dei brani malinconici come Mama, I’m Coming Home o Road to Nowhere ti viene da cantare a squarciagola fregandotene di quelli che ti stanno accanto – anche perché lo stanno facendo anche loro, quindi c’è tutto un concetto di fratellanza metallica che non ha bisogno di spiegazioni. Tu sai e loro sanno, questo basta e avanza.
Ozzy non è mai stato metal in senso stretto, ha sempre avuto l’attitudine, alcune sonorità e ha dato i natali al genere, ma per farcelo rientrare musicalmente si tira lunga: Ozzy nuota in quel misto fra hard rock, metal (ok, mettiamocelo un po’), rock classico che, mischiandosi, crea la formula Ozzy Osbourne e da quel momento non ci si scappa. In No More Tears il risultato è pressochè perfetto, non replicabile in alcun modo, tanto che già dal successivo Ozzmosis il singer britannico cede e la premiata ditta Madman&Co. non riuscirà più a produrre un capolavoro epocale come quello che state leggendo.
Nel 1991 la band cesella dei chorus talmente perfetti che, pur senza sentirli da un po’, riesci a ricordarteli e, forse accade solo a me, a canticchiarli con quel tono petulante tipico dell’ex singer dei Black Sabbath. Questo è un fattore strano e non credo di replicarlo per altri – per esempio con gli AC/DC limo il tono scartavetrapalle di Brian Johnson in un qualcosa di più papabile.
Se volete un trivia divertente, il buon Bob Daisley figura nuovamente come bassista turnista (quando Ozzy si doveva cercare una spalla fidata, andava direttamente su Bob) e, come è successo millemila volte, l’ha inchiappettato a sangue. Povero Daisley, anni e anni a fidarsi del Madman e, per lo stesso periodo di tempo, essere preso in giro dal terribile duo Osbourne – Arden.
In fin dei conti No More Tears è un disco che sta lassù, nell’Olimpo dei CD intoccabili, di quelli che devono essere sentiti almeno una volta nella vita. Perché vivere senza farsi esaltare dall’attitudine rock di I Don’t Want To Change The World o da “caciaronate” come Hellraiser o Zombie Stomp  è l’equivalente di mangiarsi le Fonzies e non leccarsi le dita: vivi solo a metà.
[Zeus]

Acrimonious – Eleven Dragon (2017)

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Questo dei greci Acrimonious è il classico disco che sto rimbalzando da mesi e, badate bene, non per la qualità di quello che ci trovi dentro. Lo ascolto, spesso perso nei cazzi miei mentre sono in treno o per strada, tiro giù due appunti mentali e poi, sceso e davanti al PC, ecco che mi perdo le grandissime frasi che avevo in mente. Quindi ecco il classico adagio: E anche oggi si recensisce domani.
Oggi, invece, butto giù queste quattro stronzate e poi voi andate a recuperare il disco che, nonostante i miei sproloqui inutili, merita veramente. Tre album dal 2009 ad oggi e cinque anni fra il secondo (Sunyata) e questo Eleven Dragon. Se la prendono comoda e, intanto, il mondo gira. Gira perché nel 2009 doveva ancora uscire Lawless Darkness dei Watain e quindi il loro principale metro di paragone. Fossero arrivati alla vera popolarità con quel disco, forse ci sarebbe da parlare degli Acrimonious come punto di riferimento dei Watain e non viceversa. Ma così non è. Insieme alla band di Erik Danielsson ci vedrei bene anche un mix di Dissection e qualche miasma greco (giusto per restare nella loro terra natale)  a completare la triade di riferimenti musicali che i più perversi desiderano conoscere. Quindi cosa ci possiamo trovare davanti?
Riff affilati, di classica scuola svedese, con un occhio di riguardo alla scena blackned death tipica dei Dissection, le chitarre acustiche per spezzare l’atmosfera e poi quel retrogusto tutto greco per certe sonorità e melodie. Gli Acrimonious sono questo, c’è poco da inventarsi e creare paragoni imbarazzanti.
Pur essendo lunghetto, undici tracce per oltre un’ora di musica (in tema di black siamo su minutaggio importante), gli Acrimonious non annoiano. O, almeno, riesci ad arrivare senza il minimo segno di sbandamento a Kalvalya, traccia che fa da spartiacque e ti permette di buttarti sulla cinquina che chiude Eleven Dragon senza troppi patemi.
Il merito, sia chiaro, è dato anche dal riffing di chitarra e un buon lavoro nella sezione ritmica. Un prodotto meno ispirato e avrei incominciato a skippare canzoni già dopo la sesta/settima traccia.
Se il ritmo è quello che hanno tenuto fino ad oggi, il successore di Eleven Dragon lo dovremmo vedere dopo il 2020. In ogni caso avrete tempo di recuperarvi questo disco e i due precedenti.
[Zeus]

Faccio un salto nel 1991, vedo Arise dei Sepultura e ci resto.

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Nel mondo ci sono tantissimi dibattiti che infiammano il popolo: Juve o Milan? Guanciale o pancetta? Fica o culo? Arise o Chaos A.D.?
Visto che siamo, ancora per un po’, un sito che parla di musica, entriamo a piedi uniti nel discorso e vi chiediamo: l’album definitivo dei Sepultura è Arise o Chaos A.D. (lo so, nella domanda dovrebbe entrarci anche Beneath The Remains…)? Roots, come potete vedere, non lo cago neanche di striscio. Perché il discorso che infiamma la platea metallara è sempre lo stesso, meglio la band brasiliana con gli influssi più thrash (chi ha detto Slayer?) o quando ha virato marcia ed è andata a toccare il death con Chaos A.D.? Meglio prima o dopo?
Che cazzo di domande.
Per una questione affettiva, ho sempre reputato Chaos A.D. il MIO disco preferito della band brasiliana, poi posso anche sbagliarmi, ma i pezzi ci sono e tutto l’impianto spacca che è una meraviglia. Poi mi metto a recensire questo disco del 1991 (27 anni fa!!!) e risenti un turbinio di pezzi che spaccano veramente, in cui la sola tripletta iniziale (Arise, Dead Embrionic Cells e Desperate Cry) vale il prezzo di tutto il CD che avete in mano.
Fateci caso, mettete su le prime tre e boom, non servirebbe andare oltre per sapere che, di Arise, voi diventerete drogati. Di quanti dischi odierni potete dire la stessa cosa? Adesso almeno un paio di ascolti dove darglieli, giusto per capire se la prima impressione fosse giusta o un’amena stronzata.
Visto che poi sono abituato di saltare di palo in frasca, mi viene da pensare come cazzo è possibile che lo stesso gruppo (meno Max) sia riuscito a partorire un disco imbruttito come Against (che ha anche festeggiato vent’anni questo 2018).
Arise parla da solo. Ha voce stentorea e si sente tutto il suono della band, quell’urgenza e violenza che poi verranno incanalate nel sound di Chaos A.D. e, infine, ammosciate con dischi sempre meno intriganti. Arise, la canzone, ti fa saltare dalla sedia con quel chorus:

Obliteration of mankind
Under a pale grey sky we shall arise

che tutti quanti cantano in macchina quando stanno tornando a casa con due buste della plastica sul sedile posteriore e dei metallici sofficini Findus da scaldare nella tristezza dell’esistenza terrena. Perché, cari miei, che cazzo ce ne frega a noi di tutto? In fin dei conti abbiamo band come i Sepultura che ci fanno compagnia, che ci fanno gridare come oranghi sui sedili I see the world, old / I see the world, dead o ruggire le parole Creation / Of insane rule / All we hear / Desperate cry. Questo è un buon modo per sfogare la propria rabbia, il proprio tormento interiore mentre il lavoro fa schifo, arrivano le tasse da pagare, piove nei weekend e durante la settimana il sole ti brucia il culo, il telefono si scarica velocemente, le ragazze girano in bikini per strada e tu sei costretto a rimanere dietro un vetro come una scimmia allo zoo.
Mentre la gente si sfascia con apericena o stronzate simili, noi buttiamo su i Sepultura e riacquistiamo un certo equilibrio e non usciamo in strada, a cazzo di fuori, cercando un modo o l’altro per invocare l’apocalisse portato dai cavalieri dello Zodiaco.

Quindi ve lo richiedo: l’album definitivo dei Sepultura qual’è: Chaos A.D. o Arise?
Io la mia risposta l’ho data, ma voi cosa ne pensate. E se non siete né da una parte né dall’altra, che peste vi colga.
[Zeus]

Miasmi funebri e cattiveria, in poche parole: Funeral Mist – Hekatomb (2018)

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Nove anni di attesa, così tanto ci ha fatto aspettare Arioch prima di riprendere in mano la sua creatura: i Funeral Mist. Ormai non pensavo si potesse rivedere un disco della band prima del 2020, tanto che Viktoria dei Marduk era una ideale pietra tombale su qualsiasi possibile della band solista del singer svedese. Questo, comunque, era quello che i fan della band di Arioch pensavano, finché non è apparsa la notizia che lo scorso 15 giugno sarebbe uscito Hekatomb, terza fatica in studio dei Funeral Mist.
Va da sé che le aspettative erano alte, anche perché il precedente Maranatha era un cazzotto nei denti e rigurgitava un black metal bislacco, ortodosso e mutante in egual misura. Il nuovo, invece, come è?
La capacità compositiva di Arioch/Mortuus è diventata molto coerente e focalizzata, gli inserti “esterni” sono stati ridotti al minimo e sono funzionali al risultato finale: dai chorus liturgici (Metamorphosis – secondo me un’ottima canzone, pur se giocata tutta su un midtempo) alle campane (Within The Without) questi sono elementi che caratterizzano la concezione di black metal del singer svedese. Se vogliamo trovare un paragone (sbagliando) con la band madre, i suddetti Marduk, possiamo vedere alcuni rimandi alle atmosfere di Serpent Sermon (soprattutto per le registrazioni corpose e l’utilizzo dei tempi) e all’onnipresente Wormwood – ormai metro di paragone per il ruolo di Arioch/Mortuus nei Marduk stessi.
Come nel precedente Maranatha, le tematiche sono religiose e distorte sotto l’ottica satanista. Questo particolare è fondamentale per dare coerenza al suono dei Funeral Mist: atmosfere che spesso sfociano in litanie, “vuoti” compositivi riempiti dalle suddette campane o cori, hanno bisogno di un substrato che ci sta. Che non cazzeggia con stronzate, ma che va dritto al punto dicendo: Gesù e Dio sono una truffa, diffidate da questi personaggi.
Arioch si occupa di tutto, tranne della batteria (opera di Lars B. – ex drummer dei Marduk) e della registrazione (di cui si occupa Devo nei suoi Endarker Studio).
Forse non possiamo gridare al miracolo come innovazione nei riff (es. Cockatrice, con quel suo esperimento quasi Burzum-iano nella tastiera posta verso la fine), ma sono estremamente efficaci. Io sono dell’idea che un ottimo riff deve essere ovviamente buono ma, soprattutto, deve essere coerente con il brano, deve fornirgli lo spunto. Non servono mille stronzate, datemi un riff che regge, che abbia la “botta” e siamo d’accordo.
Su tutto, però, la fa da padrone la voce di Arioch. Il punto vincente è proprio il suo screaming caratteristico, capace di veicolare disgusto, odio e veleno in ugual misura. Senza di lui i Funeral Mist sarebbero la stessa cosa? Questa è la domanda da farsi e la risposta, NO, è la spiegazione del perché Arioch sia fondamentale alla riuscita del disco.
La doppietta finale, HosannaPallor Mortis, chiudono il discorso Funeral Mist: la prima con i suoi riflussi alla Mayhem, la seconda con quel suo continuo crescendo verso follia e odio con quel bambino che grida disperato sopra al minaccioso sound fornito da Arioch.
Maranatha è l’album più sperimentale dei Funeral Mist, 53 minuti di black metal sperimentale e contaminato, ma è con questo Hekatomb che Arioch tira le somme del sound della band e lo rende più diretto, lucido e senza compromessi.
Hekatomb è un disco coerente, forte in tutti gli aspetti e, con buon probabilità, un LP migliore di Viktoria stesso.
[Zeus]

Spray per capelli e jeans. Pantera – Power Metal (1988)

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Ci hanno sempre voluto far credere che i Pantera sono nati nel 1990 con Cowboys From Hell. Ce l’hanno ripetuto mille volte, in ogni forma e sostanza, che alla fine ci abbiamo quasi creduto. Ci stavamo cascando al tranello del gruppo che ad un certo punto arriva e rivoluziona il suono thrash del 1990.
Ci stavamo cascando… se non fosse che I Pantera li conoscevamo da prima. Quando giravano con gli spandex e c’era Vince Paul inguardabile con la capigliatura cotonatissima. O un androgino Dimebag Darrell, all’epoca Diamond, riccioluto e glabro.
Stavamo per scordarci che per arrivare a Primal Concrete Sledge o Domination sono dovuti passare da copertine inguardabili come Immagine correlataquesta qua.
Perché io non mi formalizzo poi più di tanto, sia chiaro, ma l’artwork di Metal Magic mi fa morire, una boiata pazzesca.
Ma va bene così, tutti devono iniziare in qualche modo e loro avevano i piedi ben dentro l’hard rock e il glam. Tanto che il passaggio dal prima al dopo è segnato dal disco che vedete sopra, quel Power Metal sconosciuto a molti ma con dentro, in nuce (ammazza che termini colti), il sound che verrà sviluppato due anni dopo in CFH.
Nel 1988 i Pantera stavano chiaramente cambiando direzione, non erano più la band dei primi tre dischi. Il thrash aveva invaso lo spettro musicale “estremo” e questo aveva influenzato i fratelli Abbott e Rex Brown. C’era eccitazione nell’aria e loro l’avevano avvertita, ma non sarebbe successo granché se non avessero avuto l’idea di fare un cambio di rotta generale, di pescare la carta vincente dalla ruota di New Orleans e  prendere uno come Phil Anselmo come cantante.
Me li vedo i tre texani a sorridere sotto i baffi all’idea del giovanotto che arriva nel gruppo e, zitto e muto, si adatta a quello che vogliono loro. Quello che non sapevano, ma avrebbero scoperto a loro spese, è che il giovanotto in questione non era proprio uno da nonnismo e vita rassegnata. Quel tale, Philip Hansen Anselmo, è uno che ha le molotov nelle vene, una sicurezza di sé al limite dell’arroganza pura e una testa dura come il granito.
L’incontro fra il nuovo sound dei Pantera e il singer è il punto di svolta, mettere un paletto nel terreno e segnalare che i tempi del hard rock/glam stanno finendo e Power Metal lo testimonia – pur rimanendo ancora un disco influenzato dal heavy classico e da quello che i Pantera erano stati dal 1983 in poi. Senti il thrash che incomincia a irrobustire le ritmiche, i riff e tutto l’armamentario dei Pantera. Lo senti che è il 1988 e non ci son cazzi, i due fratelli Abbott non sarebbero diventati i nuovi KISS, ma sicuramente avrebbero formato generazioni di nuovi Pantera.
Forse ve lo ricorderete anche, ma in P*S*T88 non c’è neanche Phil a cantare, ma lo stesso Diamond Darrell. Giusto per i più curiosi di voi e amanti delle finezze goduriose.
Quindi i Pantera, per poter essere quello che erano, sono passati anche per Power Metal e, se evitate di sottovalutarlo, scoprirete che qua dentro ci sono i primi germi di Cowboys From Hell e un sound che avrebbe preso gli anni 80 e li avrebbe trasportati diretti nel 1990.
[Zeus]