Oh my God, nel 2000 usciva America's Volume Dealer dei Corrosion of Conformity…

… e sto ancora cercando di capire se questo disco mi piace veramente o lo trovo troppo leggerino e carino. Non nego che ci siano dentro canzoni che mi ascolto regolarmente (paradossalmente le meno southern metal/rock possibile: Stare Too Long e 13 Angels), ma per il resto?
Negli scorsi anni i Corrosion of Conformity sono stati accusati di tutto e il contrario di tutto per quanto riguarda la cosiddetta svolta hard rock southern dei Metallica: li hanno influenzati, sono co-responsabili o ne sono stati attratti, tanto da smettere quella forma di southern-metal e prendere la via commerciale e radiofonica della musica.
Ritorneranno a suonare pesante nel recente passato, ma nel 2000 Keenan&Co. si prendono male e ne esce America’s Volume Dealer
Le canzoni scivolano via bene, con Pepper a farla da padrone, ma ti lasciano dentro poco: mettetele in confronto ad una Albatros o un King of the Rotten e capite che non c’è storia. Che la formula easy listening con l’occhiolino strizzato alla radio non ha proprio il tiro necessario.
I C.o.C citano i Lynyrd Skynyrd, ma prendono la versione chitarrone ma senza contenuti e si dimenticano alla grande quelli ruspanti e boogie dei primi seventies.
Il cambio d’annata, il giro di boa, il Millennium Bug e la incredibile crisi che incontra l’industria musicale giocano sporco con il songwriting di Keenan e lo spogliano di molte delle caratteristiche bomba che mi avevano ampiamente soddisfatto nelle annate precedenti. Questo comporta, in pratica, che alla resa dei conti la band americana non riesce a finalizzare la grande cassa di risonanza che ha avuto con dischi di spessore e tour sempre più grossi.  
Logico, non sono certo i soli a soffrire questo cambio di secolo, tanto che un’altra band nata nel mito dei Lynyrd Skynyrd (gli Alabama Thunderpussy), gli fa buona compagnia sotto il profilo della delusione generale. Ed è proprio in questi anni che incomincia la “primavera dello stoner”, dopo anni di scantinati e band che si sbattono senza ricevere il ben che minimo riconoscimento per quello che fanno. Nei primi 2000 lo stoner, ormai canonizzato da gente come i Kyuss (per fare un esempio) nella sua versione “classica” o trasportato in territori più sporchi e misti all’hardcore o altri generi musicali, nella versione “lo sludge” (sto semplificando molto, lo so), raggiungono una visibilità prima in esclusiva degli amanti di certe sonorità. 
E questo è il paradosso di tutto, perché i Corrosion of Conformity puntano sul rosso, ma la roulette tira fuori il nero e si perdono a seguire le sirene di un sound più commerciale e “radiofonico”, tentando invano di stabilire una relazione stabile con il successo. Vi faccio uno spoiler nel passato, la relazione non è andata come volevano, loro volevano di più ma non era cosa e quindi ecco lo scioglimento per 5 anni dove Pepper ritorna a macinare palchi e musica con i suoi sodali dei Down.
Detto questo, a vent’anni di distanza ancora non riesco a capirlo questo disco: non è brutto in senso lato, ma è un disco ignavo, fatto per compiacere tutti e non scontentare nessuno. Lo ascolto per qualche canzone, ma mai nella sua interezza. Forte nella breve distanza, incapace di ammaliarmi quando si parla di LP. 
Se dovessi indicare un disco “debole” nella discografia dei C.o.C. potrei dire che America’s Volume Dealer è lì a giocarsela senza neanche vergognarsene troppo. 
La domanda che mi pongo adesso è: ma realmente lo volevano così? 
[Zeus]

Back to the Roots… Soulfly – Primitive (2000)

I Sepultura originali non li ho mai visti dal vivo e me ne dispiace anche, visto che erano una macchina da guerra. Solo per dire, il loro live (Under A Pale Grey Sky) è realmente figo. La versione con Green alla voce l’ho vista e, ironicamente, quando c’era Iggor Cavalera erano peggio della versione con Casagrande. Max Cavalera l’ho visto solo una volta, era in tour con i Soulfly e aveva fatto una capatina ad un festival poco sopra a dove vivevo. Anche se i Soulfly non sono mai entrati nei miei ascolti, era comunque Max Cavalera e un ascolto lo si da. 
A parte che era diventato la caricatura di un punkabbestia lercio e pulcioso, e vabbeh non sono mica uno stilista io, quello che mi ha scazzato completamente erano due elementi base: le canzoni facevano cagare (a parte le cover dei Sepultura e Procreation of the Wicked) e Max era praticamente spompato, faceva finta di suonare ed era al lumicino come voce. 
Capito perché uno poi ce l’ha con Max e non sa se augurarsi la reunion con il suo ex gruppo o vederla come una dannazione per tutti? 
Dopo l’uscita dai Sepultura, il prolifico Max non si diede per vinto e dopo aver visto che Roots era il sound che voleva e che andava alla grande, ci ha fondato sopra una carriera con i Soulfly.
Nel ’98 esce il primo disco omonimo e al giro di boa ecco che ritorna a macinare bongas, congas, cojones e altro ancora con Primitive (che, signori miei, compie 20 anni) 
Chi aveva rimprovato ai Sepultura un impoverimento del sound con Roots, influenzato sì dal nu-metal ma comunque capace di contenere alcune sberle non da poco, non aveva ben chiaro il concetto di musica che Max voleva dai suoi Soulfly.
E questo significa un sound profondamente stupido. 
Anche dopo 20 anni, i Soulfly sono musicalmente ignoranti come le capre, viaggiano su quattro cose e le ripetono alla nausea. E il tutto corredato dall’elemento tribale che fa tanto terzomondo, ma col culo della Roadrunner Records. Ma sotto i rasta e l’atteggiamento da Che Guevara dei poveri, i Soulfly non suonano altro che un nu-metal sempliciotto, per adolescenti, con l’accento tribale per sembrare “altro”. 
I testi sono anch’essi scemi come la merda. Cavalera non è mai stato un grande scrittore e penso che il suo stile possa essere definito come puntato: quindi un paio di parole e punto; un paio di parole e punto e così fino alla fine.
In Primitive lo stile viene raffinato fino a diventare quasi imbarazzante, concependo uno stile da terza elementare scritto col culo e con invettive trovate nei baci perugina. 
A guardarlo con il lanternino, questo LP non è tutto da buttare, ci sono alcuni momenti in cui ti prende anche bene e penso sia l’effetto Roots piuttosto che la bontà dello stesso Primitive. Non so, forse ci sono passaggi o degli elementi tribali interessante, ma vivono di luce riflessa. 
Il resto, però, è inevitabile materiale da scarto. Lui lo riciclerà, fiondandocisi sopra come un ratto sul formaggio, ma io avrei messo tutto in un bel sacchetto nero e saluti.
Perché c’è anche un ulteriore elemento da considerare e mi dispiace accanirmi, ma questo LP mi ha preso male oggi che piove e non posso andare a scaricare la mia rabbia in una sana camminata all’aperto: quando i pezzi non sono solo scemi al midollo, sono anche noiosi (cito la sofferenza di Boom solo per esempio). 
Voi potete venire a dirmi degli ospiti (gente da Slayer, Deftones, Slipknot…), delle idee rivoluzionarie da bar di campagna e tutto il mischione inutile che frulla dentro questo LP, ma il risultato finale è sempre lo stesso: Primitive è brutto e non merita neanche di essere considerato un’ideale prosecuzione di Roots da parte di Max. 
Roots non sarà il miglior disco dei Sepultura, ma sta su un altro livello rispetto a questa porcheria. 
[Zeus] 

Gli inizi. Lamb of God – New American Gospel (2000)

Vent’anni fa, ero un recensore alle prime armi. Meno barbuto, decisamente più capelli, più diplomatico nei giudizi, una merda nel dare un voto ai dischi e non ancora così arrogante da rimandare al mittente (immaginario) alcuni dischi-letame che mi arrivavano per le mani.
Merda o non merda, mi mettevo a recensire. Merda o non merda, perdevo ore della mia vita a risentire mille volte lo stesso disco per capirlo bene (cosa che faccio ancora oggi, sia chiaro, lo dico a scapito di tutti e tre i lettori che pensano che faccio le recensioni con i dadi) e poi, sommessamente, buttare giù quattro righe in un italiano tirato fuori dal bignami dello scrittore ignorante e avanti il prossimo.
Proprio in quell’epoca naive, in cui ti esaltavi per un CD arrivato gratis o una distro/casa discografica (mi ricordo l’entusiasmo quando avevo chiuso un accordo di collaborazione con la Relapse), mi è capitato fra le mani New American Gospel dei Lamb of God. Non li conoscevo, forse ne avevo sentito parlare in giro, ma di certo non era una mia frequentazione abituale. E, giusto per completare il quadro spettrale della mia ignoranza crassa, non sapevo neanche se erano una band degli anni ’90 o erano novelli. Che fossero la nuova incarnazione dei Burn The Priest.era francamente inutile, visto che non avevo mai cagato di striscio neanche quelli.
Se non conosci la band e internet funziona con l’ISDN, cosa fai? Provi a gettarti solo sulla musica. Ecco che partono e già sento i peli del collo che si drizzano: groove metal poderoso, incazzato e brutale. Una cosa che farebbe felice un fan dei Pantera (quale sono) e quindi ecco che finalmente riesco ad ascoltare qualcosa di convincente, sia per quanto riguarda la “botta”, sia per quanto riguarda le parti vocali ad opera di Blythe. Ritmiche serrate e sezione ritmica compatta come il culo di una ballerina brasiliana. 
Primo impatto: me cojoni.
La recensione finisce qua? No. Cristo, no. 
Il problema dei Lamb of God è possibile suddividerlo in due punti chiave: il primo è che, finito di sentirli, ti dimentichi quello che hanno suonato e come l’hanno suonato. Non saprei dire una canzone della band neanche a sforzarmi; il secondo è che dopo il primo ascolto ti vorresti piantare una puntina nello scroto perché le bestemmie aumentano. 
Ogni volta ci tento a sentirmeli e, in quel preciso istante, mi vanno anche bene. Credo di avere anche una loro canzone su Spotify, giusto per dire, ma è il post-ascolto che crea problemi e la reiterazione è operazione che vedo dura. E qua mi sorge il dubbio, adesso come forse anche allora: sono io che non capisco la band? Perché sti ammeregani sono conosciuti e osannati, la gente riempie i palazzetti per vederli e pian piano son diventati cosa grossa. Quindi il problema sono solo io e il naturae Ph della mia pelle. Picchiano forte, picchiano duro, ma lo fanno sfruttando l’unica idea decente che hanno avuto e ne fanno variazioni sul tema (questo, ormai, è un dato consolidato in ogni loro disco), portando la produzione di mascarpone nelle mie palle a livello Tiramisù. 
Poi potete certo dirmi che New American Gospel ha dentro pezzi che spaccano, ma è la generale vacuità del groove metal di cui si fanno portavoci che mi lascia basito. E, vi giuro, non voglio essere spocchioso, ma certi riff sono così scontati che un discount si imbarazzerebbe ad esporli in vetrina.
Non è colpa loro, sono io che non sono pronto a dargli quello che meritano.
Tipo un 3/10 in pagella.
Ma ho sempre fatto schifo a dare voti alle band… 
[Zeus]

Il giorno del giudizio: Testament – Titans of Creation (2020)

Memore dell’organizzazione e del concerto pazzesco dei Suicidal Tendencies, nel lontano 2014 sono andato a vedermi i Testament al festival promosso da Radio Onda d’Urto. Aspettative altissime, anche perché il mosh-pit visto un paio d’anni prima era una cosa incredibile e se il pubblico presente si fosse esaltato anche solo il 70% di quanto fatto vedere con i Suicidal, allora non c’era scampo per nessuno. 
La realtà è che per trequarti del concerto, ancora a supporto di Dark Roots of Earth, non ho sentito la chitarra di Skolnick, male quella di Peterson e l’unica cosa che risaltava era la voce di Chuck Billy. Peccato, perché tolti i pezzi storici per cui tutti si esaltano senza domanda alcuna, gli estratti da quel disco erano convincenti. 
Ok, ormai la via post-The Gathering era segnata, ma quel disco c’era. C’era e, forse, è il miglior disco dei tre venuti dopo il 1999. La questione, però, è che i Testament post-2000 hanno lo stesso problema che affligge gente come Amon Amarth o ha afflitto i Dark Tranquillity negli anni dopo l’uscita di Damage Done: il pilota automatico. Dopo aver trovato il sound voluto, questi gruppi hanno incominciato a sfornare a riprodurre la stessa cosa variandone solo pochi elementi. Gli Amon Amarth ci sono rimasti sotto e continuano imperterriti, i Dark Tranquillity, con Atoma, hanno cercato di uscire dal loop infinito e provare qualcosa di nuovo. 
I Testament hanno visto in The Gathering la summa del loro nuovo sound, vedendo in quel disco la sublimazione di tutto quello che volevano fare e che, da quel momento in avanti, avrebbero rifatto. 
E così è arrivato anche Titans of Creation. Son passati 20 anni, e ancora i californiani cercano di riprodurre l’impatto e quel tipo di disco. E sì, questo significa che, bene o male, nel 2020 quello che riceverete è quello che ormai è diventato il loro normale trend. Quindi gli accenni li beccate già a partire da Children of the Next Level e via scendendo sulla scaletta. 
Non è neanche una tracklist forte dall’inizio alla fine, infatti ci sono pochi momenti realmente forti in un mare magnum di canzoni in qualche modo già sentite. Se vogliamo troviamo le migliori alla fine, e con questo intendo proprio le ultime tre, mentre nel resto del disco ci sono cose migliori (dai, possiamo citare WWIII o qualche altro sparuto brano) e poi cose difficilissime da digerire. 
Titans of Creation non è un brutto disco, solo che si porta dietro il marchio del manierismo e di un LP che non ha la volontà di incidere realmente.
Probabilmente sono gli stessi Testament a non farcela proprio più ad incidere come un tempo (sulla questione di Peterson come unico compositore e quindi soggetto a deperimento delle idee soprassiedo, mi sembra abbastanza logico) e quindi, per evitare di rischiare un brutto disco che li metterebbe in ginocchio, giocano sul sicuro, pescano nella discografia del nuovo millennio e vanno avanti. 
Se cercano scuse per andare in tour, direi che è una mossa sensata, ma se l’idea è quella di dimostrare di essere un nome grosso, con Titans of Creation affermano solo che lo erano e che, ad oggi, vivono allegramente di rendita
[Zeus]

Seether – Si vis pacem, para bellum (2020)

Facciamo due calcoli: nel 1994 Cobain si fa saltare il cranio subito dopo essersi iniettato in vena una quantità di eroina da stendere due elefanti e, con le sue cervella ancora calde sul muro, il fenomeno del grunge muore su così, su due piedi. Poco dopo, giusto per evitare che il cadavere del genere si raffreddasse troppo, ecco che escono le prime band nu-grunge (Staind, Puddle of Mud o, tanto per dire, i Silverchair). Intanto il cadavere di Cobain incomincia a puzzare sul serio ecco che esce la nuova ondata di grunger, quelli che iniziano a pubblicare post-2000. Fra questi ci sono anche i Seether
La band sudafricana inizia ad immettere dischi sul mercato a partire dal 2002 (Disclaimer) e via con un disco ogni 2/3 anni. La formula è quella base perfezionata dai Nirvana nel lontano quinquennio 1989 – 1993: verse- chorus – verse, con tanto di strofa scarica e ritornello carico ed elettrico. 
Su questo canovaccio i Seether si muovono a proprio agio, riuscendo ad uscire con canzoni orecchiabili, pregne di spleen esistenziale senza essere lagnose. Questa capacità è un tratto forte del songwriting dei Seether, tanto che Shaun Morgan è forse uno dei più credibili adepti/successori di Kurt Cobain (sia come voce, sia come semplice riproposizione del classico Nirvana-sound). Nel corso di un’attività che sta per raggiungere i vent’anni di età, di singoli forti ne hanno fatti uscire, così come anche qualche momento di minore lucidità – ma questo, signori e signore, è abbastanza naturale per una band che guarda ad un genere, ed a una/due band come stella polare. 
Con Si vis pacem, para bellum i Seether portano avanti il discorso senza discostarsi poi di molto dalla proposta classica. Stessa adorazione fanatica dei Nirvana (il basso di Bruised and Bloodied), formula consolidata (Can’t Go Wrong) e una sorta di auto-citazionismo nella composizione che comprende metriche vocali similari e che tendono a replicare, con testi diversi/formule leggermente diverse, brani come Fake It, Remedy o Weak. Non gliene faccio una colpa, visto che è quello che sanno fare meglio e quindi “squadra che vince non si cambia”. 
In ogni caso il disco è abbastanza equilibrato, non indugiando troppo nei brani più introspettivi e neanche lanciandosi in un qualcosa di troppo lontano dal percorso musicale iniziato nel 2002. Se vogliamo trovare una pecca, la scaletta arriva un po’ corta di fiato e spara tre canzoni meno ispirate nel finale: Drift Away, Pride Before The Fall e Written In Stone sono un po’ troppo morbidi per lasciarti il gusto di risentirli immediatamente. 
Finire con Beg, e forse solo una delle tre canzoni menzionate, avrebbe portato maggiore interesse sia come minutaggio, sia come energia. Ma è il parere di un povero stronzo, quindi non fateci caso. 
All’ottavo disco in studio, i Seether continuano a ribadire che se si dovesse nominare un erede legittimo dei Nirvana e un buon esemplare di grunge moderno, loro sarebbero dei candidati entusiasti e con le carte in regola. Certo, un po’ di manierismo si sente, ma dopo 18 anni sulle scene non gli si può certo chiedere di rinnovare un genere che, di suo, aveva già detto tutto quello che aveva da dire in una manciata di anni.
E chi li ha vissuti, sa benissimo di cosa sto parlando e, in termini generali, dell’effetto-grunge sul mercato musicale di inizio anni ’90. 
[Zeus]

Sospesi, Gaerea – Limbo (2020)

Sono arrivato tardi a recensire Unsettling Whispers dei Gaerea, ma avendo una vita che sta procedendo alternativamente o troppo veloce o troppo lenta, quel disco mi è scappato di mano. Che ci volete fare? 
Sotto la categoria “o tutto o niente”, mi prendo per tempo con questo Limbo e mi metto d’impegno. Al che, dopo diversi ascolti, qualche domanda sorge spontanea: possibile che le tracce più brevi siano meno interessanti di quelle estremamente lunghe (To Ain, Mare)?
E poi, perché Limbo è un disco che puzza di Gaerea, ma non riesco a definire ancora bene cosa significa suonare come i Gaerea?
Limbo ha certamente i tratti distintivi di un LP dei portoghesi, visto che è il successore di Unsettling Whispers, ma è difficile indovinare che è un loro disco senza guardare i titoli. 
Non credo che la band stia cercando un proprio sound, visto che sono due dischi che procede in una determinata direzione – dicasi scena polacca -, ma è anche difficile carpirne l’unicità in termini generali. 
Provo a spiegarmi questo particolare con la particolare costruzione di Limbo, un disco che è massiccio e composto in maniera da risultare quasi un blocco unico, difficilmente scindibile nelle sue parti singole. 
Diciamo che vale lo stesso pensiero che avevo fatto per i The Committee

Le sfumature escono sulla lunga distanza e si insinuano nei passaggi rilassati di To Ain, i cori liturgici di Conspiranoia o la capacità di coinvolgerti di Mare, canzone che non soffre del classico caso di pesantezza di coglioni e che nella lunghezza improbabile riesce a svilupparsi al meglio. 
Contrariamente ai miei normali appelli alla concretezza, il secondo disco dei portoghesi incappucciati sfrutta meglio il minutaggio lungo piuttosto che quello breve, dove sotto la colata di riff e una batteria estremamente presente e in primo piano nascondono cose come il riffing alla Behemoth di Null o gli ormai normali rimandi agli Mgla o semplicemente del black metal moderno. 
Come per l’esordio, anche Limbo non reinventa nulla, anzi si presta bene ad una lettura comparata della storia moderna del black metal. Riletture attente di un sound che sta ritrovando la forza, sicuramente dal punto di vista commerciale e anche della qualità compositiva, proprio nella sua via melodica. 
Come posso rispondere alla mia seconda domanda: come suonano i Gaerea? Probabilmente lasciando una traccia da sentire e far capire che i questa band, nel 2020, suona come tutti e nessuno in particolare. Forse è il segno di un’identità, ma potrebbe essere un fuoco di paglia e al terzo disco, quando le idee sono messe a dura prova, ne uscirà l’ennesimo prodotto standard di black metal contemporaneo. 
Chi lo sa. 
[Zeus]

Yog-Sothoth si è fermato in Grecia: Synteleia – Ending of the Unknown Path (2019)

Ad oltre 80 anni dalla sua morte, il Solitario di Providence ha la capacità di interferire nel nostro presente.  La capacità di Lovecraft di creare un mondo extraterreno è qualcosa che mi ha sempre affascinato, quasi più delle storie in sé (intendiamoci, per chi leggesse le cose seduto sul cesso e con il dito pronto a cazziarmi: i racconti sono una figata, ma la capacità di creare un mondo immaginario coerente è qualcosa di incredibile). 
Razionalmente la possibilità che quello che Lovecraft ha raccontato sia reale scema di molto, ma è l’elemento irrazionale che ti dice: nello spazio potrebbe esserci qualcosa di simile. Questa coerenza, e possibilità, è il fattore killer della narrativa di H.P. Lovecraft; e molto più di Tolkien, se vogliamo. Anch’egli ha saputo mettere in scena un mondo alternativo complesso, articolato e credibile, ma il suo essere metafora di vicende terrene e ambientato in una sorta di terra alternativa, non consente il genere di domanda: “ma potrebbe realmente esserci qualcosa di simile?“. 
Ovviamente, a ragionarci sopra per bene, tutta la questione ha un substrato da disturbato mentale, ma non ci posso fare niente. 
Forse perché, quando ho la possibilità ed il momento è quello giusto, mi perdo a contemplare il cielo notturno ed immaginare cosa c’è oltre la volta celeste. E non sto parlando del vostro Dio, ovvio.
Per chi si trova a proprio agio, o è addirittura cresciuto con gli scritti di Lovecraft come il sottoscritto, trovarsi di fronte a titoli come Dark Summoner of Yog-SothothThree Oath to Dagon deve essere totale pacificazione dei sensi. Ed è per questo che parlo dei Synteleia, gruppo black metal ateniese, uscito allo scoperto con l’LP Ending of the Unknown Path un annetto fa. 
I Synteleia fanno poche deviazioni rispetto al suono black metal mediterraneo forgiato da gente come Rotting ChristVarathron, Thou Art Lord, Necromantia etc, ma mettono dentro elementi personali e anche certi collegamenti con la frangia portoghese del black metal (probabilmente l’utilizzo sporadico e puntuale della voce femminile).
Certo, diversi brani hanno un feeling smaccatamente Rotting Christ, tanto che non ti stupiresti di vedere Sakis nei credits o, in maniera tutt’altro che balzana, anche una nota outtake da… (citazione di uno dei primi LP dei fratelli Tolis). Pur portandosi appresso questo elemento, Ending of the Unknown Path non ci si adagia troppo. L’elemento ritualistico non è quasi presente, cosa che di certo si presta sempre bene con i Grandi Antichi, ma è forse quella scintilla che allontana i Synteleia dall’essere l’ennesimo progetto che copia i Rotting Christ. 
Mi fustigo da solo per aver perso questo Ending of the Unknown Path. Non vi rivoluzionerà la vita, ma è uno di quei dischi che ascolti con piacere e, in un modo o nell’altro, entrano nelle compilation che farai sentire ai tuoi soci.  
[Zeus]

Pagan Rites – Bloodlust and Devastation (2000)

I Pagan Rites sono, per me, l’equivalente di bersi una birra da Discount: non mi aspetto la rivelazione del nuovo secolo, ma il suo scopo lo raggiunge. E così anche i Pagan Rites, che fra rutti, bestemmie e un black/thrash lercio arrivano alla fine di questo EP senza patemi d’animo o fiatone. Probabilmente perché dentro il classico riffing ignorante del black/thrash ci troviamo dentro anche elementi di disturbo (ad es. la chitarra solista pulita su King of the Frozen Domain), un feeling-Immortal che si fa strada in maniera subdola anche grazie al vocalis Devil Lee Rot e tempi che non sono mai il classico tupa-tupa senza freni tipico del black (la velocità maggiore la troviamo su Desecration o Live like a Devil, Die like a Devil). 
I Pagan Rites sono la classe operaia, la manovalanza sottopagata del black metal. Gruppi che vanno avanti per passione, testardaggine e non so per quale altro motivo, visto che con i soldi che ci ricavano non è che possano permettersi chissà quale sfizio se non cocaina di tagliata con il catrame e zoccole di quarta categoria. 
Uno di quei recuperi che non ti svolta la giornata, ma almeno ti fa sorridere sapendo che tu non sarai uno di quegli stolti che si buttano a pesce nella prima discoteca libera. La distanza sociale è una questione di disprezzo generico per l’umanità intera. 
[Zeus]

Oste, dell’altro sidro! Thyrfing – Urkraft (2000)

A circa un anno di distanza, mese più mese meno, torniamo a parlare dei Thyrfing, questa volta per il ventennio di Urkraft, probabilmente il loro album più conosciuto. Il genere proposto, ormai lo sanno anche i muri, è viking folk metal di scuola svedese pre-sdoganamento e affollamento della scena. 
Il contenuto di Urkraft si può considerare, secondo chi scrive ma potete anche non essere d’accordo, un passo avanti rispetto al suo predecessore, Valdr Galga, già molto valido, ma se fin da prima non eravate rimasti affascinati dalla proposta dei Thyrfing, non cambierete idea con questo album. La band fila dritta per la propria strada, coerente e con le idee ben chiare sulla propria identità. 
A vent’anni di distanza forse gli si può rimproverare solo una scelta non sempre azzeccata dei suoni delle tastiere, ma parliamo anche di una produzione non ancora patinata e plastificata, come è d’uso oggi; ma comunque ottima per una band che cercava di scavarsi la propria strada fuori dalla categoria degli emergenti.
Urkraft è un album che si ascolta molto volentieri ancora oggi grazie a pezzi convincenti, coinvolgenti e ad un solido riffing che non si fa mai sommergere e relegare a sfondo per le tastiere e le orchestrazioni. Il disco è epico e dalle melodie sempre azzeccate, violento quando serve, trasuda passione e dedizione, dimostra pure grande personalità.
Un ascolto consigliato per tornare a riscoprire le origini del genere, perché le innumerevoli band che propongono oggi qualsiasi sound che contenga le parole viking/folk/melodic/atmospheric/epic, chi in modo convincente, chi no, sono debitrici anche nei confronti dei Thyrfing
[Lenny Verga]

Blues Pills – Holy Moly! (2020)

Se volessi una prova concreta della sensibilità degli artisti, potrei citarvi il nuovo disco dei Blues Pills, Holy Moly!. E non sto parlando di un LP che, per forza di cose, è meglio del precedente – cosa che non è -, ma è un disco che riflette perfettamente questo strano 2020.
Holy Moly! è infatti erratico nel suo procedere e spazia fra quel hard blues-rock marcato seventies (Low Road) che conosciamo e ballad melanconiche (California, Longest Lasting Friend), quelle che ti mettono la voglia di sederti sotto un portico con una Coors Light e mile pensieri nella testa. E poi, in questo strano peregrinare, inciampa anche su quelle canzoni che non sono né l’una né l’altra cosa e qua è il segnale che la maturazione completa, al terzo disco, non è ancora arrivata ma non è fuori dalla loro portata, anzi potrebbe volerci solo un nuovo disco.
Senza contare la base musicale, un hard blues-rock anni 60-70, molto del potere dei Blues Pills risiede nel jolly dietro il microfono: Elin Larsson. 
La singer nordica, su Holy Moly!, riesce a portare il timbro vocale su tonalità che non è poi troppo blasfemo rimandare a Janis Joplin. Ci sono logiche differenze sotto l’aspetto vocale e della personalità, anche perché Janis si portava appresso una serie di demoni mica da ridere e un alcolismo che pareggiava la potenza della sua voce; ma Elin sfrutta tutte le carte a sua disposizione venendone fuori vincitrice.
La singer ha anche la necessaria personalità e non si standardizza, finendo per essere una delle tizie che suonano in band “blues/occult/doom-rock”. Perché di queste ce ne sono anche troppe e alla fine, fra cantante sempre uguale e stili similari (cosa che succede anche in un certo symphonic metal), mi passa la voglia di cercare di capire chi e cosa sto ascoltando. 
Detto di una manciata di canzoni indecise su cosa essere, l’altro punto debole di Holy Moly! è che gli manca il colpo killer, quella Lady in Gold che ti stendeva senza neanche lasciarti il tempo di prendere la targa.
Poi potrei anche evitare di rompere i coglioni su tutto, visto che mi lamento di dischi senza coesione o con solo qualche pezzo buono, ma dove Lady in Gold partiva alla grande e reggeva ottimamente sulla distanza, questo LP del 2020 è concreto, non ha cadute di tono fallimentari ma neanche qualcosa da farti esclamare: ho visto la luce! (cit.).
In questo 2020 stanno uscendo diversi dischi, ma molti sembrano riflettere che nel mondo c’è una pandemia cavalcante, i posti di lavoro scendono e la paranoia e l’intolleranza generale stanno aumentano in maniera esponenziale. Mi vengono in mente il nuovo dei Pearl Jam o quello dei 1000mods che, senza esagerare, non è proprio quel che ci si aspettava dai greci e dal loro stoner palla lunga e pedalare. Probabilmente anche per loro vale la stessa sensazione che mi piglia a me in certi momenti della giornata ed è un sostanziale esistere in attesa che succeda qualcosa. 
Cristo, assomiglia al Deserto dei Tartari, ma non è così visto che ogni giorno leggo di rincoglioniti (e li vedo anche) che non rispettano le misure basilari della distanza sociale, dell’igiene e di tutte quelle piccole accortezze che ci eviterebbero molti mesi di rotture di cazzo. 
Quindi non mi viene neanche da domandarmi perché con Holy Moly! i Blues Pills abbiano smesso l’energia pura di Lady in Gold per spostarsi su tonalità più scure e malinconiche/nostalgiche: gli svedesi descrivono bene questo cazzo di anno di merda, non lo fanno sempre tirando al centro ma riescono a farlo comunque bene. 
[Zeus]