Unida – Coping with the Urban Coyote (1999)

C’è un assunto fondamentale nella cucina italiana ed è il seguente: la versione 2.0 di un piatto della (tua) tradizione, verrà sempre valutato in base alla sua versione 1.0 cucinata dalla nonna/mamma/parente e confrontato in maniera spietata. Questo perché il piatto evoluto manca di una componente fondamentale ed è quella di riuscire a solleticare le “papille gustitive” della memoria tanto quelle della bocca.
Stesso discorso si può applicare alla carriera musicale di John Garcia. Da quando la sua band principale è implosa, tutto il suo peregrinare di gruppo in gruppo è stato accolto da un sopracciglio alzato e da un perplesso: “ma non è certo come i Kyuss“.
Quindi ecco che i giudizi si sprecano sugli Hermano e, logico, sugli UNIDA.
Questi ultimi sono quelli che, più di ogni altro progetto che ha coinvolto il singer americano, hanno il piglio giusto per farti assaporare il ritmo della strada. Il quartetto americano ha abbastanza groove e melodia da rimanerti dentro e, per quanto proponga una versione quantomeno basilare e easy dello stoner, sono molto più groovy e interessanti degli Hermano. Ovviamente ci sarà sempre chi li paragonerà ai Kyuss, chi addirittura si metterà a fare il confronto con i QOTSA, ma è inutile. I primi sono irraggiungibili, vista il loro essere caduchi, mentre i secondi giocano in un campionato diverso e paragonare l’operato da superstar di Josh Homme con quello più underground di Garcia è fare uno sgarbo all’inquieto cantante.
Se vogliamo trovare il classico tallone d’Achille di tutti i progetti di Garcia è, in maniera assai paradossale, il suo punto di forza maggiore: la voce del singer. Le piroette, i miagolii e tutto il registro che usa Garcia nei suoi progetti, fagocita la musica rendendola un complemento “secondario” alla sua voce. Questo è il punto debole e il punto di forza, perché quando la base musicale, seppur groovy, pesante e con una bella chitarra ribassata e dal riffing lineare ma immediato, non riesce ad avere quel quid ecco che interviene John il monopolizzatore, cancellando i momenti “down” (If Only Two). D’altra parte, è la sua stessa voce che livella i brani, “tagliando le gambe” al groove potente.
Però in Coping with the Urban Coyote c’è di che gioire. Thorn ha un riff che è l’equivalente della canzone del sole e così anche Human Tornado. Ma quello che hanno più di molte canzoni stoner è la capacità di arrivare al punto con immediatezza e tirar fuori il groove con poche, calibrate, note.
Il riff di Nervous è stato ripreso, in mille forme, non so quante volte. Quando non indugia sulla ricerca del groove, Arthur Seay vira anche su momenti di maggiore impatto e velocità, Black Woman e Dwarf It, ma cercando di non indispettire il Generale Garcia pisciando fuori dal vaso.
Volete un esempio di tutto questo? Provate a sentirvi You Wish e avrete di fronte la classica canzone che, in ogni latitudine, popola i CD delle band stoner. Ritmi lenti, feeling desertico e psichedelico, fuzz enorme e poi la voce di Garcia che gioca a nascondino per poi emergere come era solita fare in certi brani dei Kyuss.
Coping with the Urban Coyote degli Unida è un disco stoner nel vero senso del termine, dove la minore componente psichedelica (ridotta alla lunga You Wish), viene compensata da un feeling on-the-road che, nello stoner moderno, sembra essere andato perso a favore di una generale riproposizione dello schema: riff Sabbathiano + elementi psichedelici + voce acuta. A questa sequela di copie-carbone di un genere che tanto amiamo, preferisco l’onesta semplicità e schiettezza di questo disco del 1999.
Non é un capolavoro, ma Coping with the Urban Coyote é capace, anche adesso, di farmi premere il piede sull’acceleratore e lasciarmi alle spalle lavoro, casa e problemi del giorno.
[Zeus]

Fortunatamente si sono sciolti: Absent Silence – Dawn Of A New Mourning (1999)

Partiamo dalla considerazione base: chi cazzo li ha mai sentiti gli Absent Silence? Sono talmente sconosciuti, sti finnici, che dopo un paio di demo e un disco (questo Dawn Of A New Mourning – titolo scontato tipo offerte Divani&Divani) si sono sciolti. O, con maggiore probabilità, sono spariti in una foresta e prova te a cercarli nella terra dei mille laghi.
Da quanto ho piazzato questo disco su YouTube mi chiedo a cosa assomigliano, ma il nome (che è sulla punta della lingua), mi sfugge e mi sta mandando fuori di testa. Forse perché il baritono di E. Luotonen è qualcosa di vagamente imbarazzante e mi distrae. O perché questo melodic gothic metal non va proprio da nessuna parte, conclusione a cui devono essere arrivati anche questi figli del Kalevala, decidendo di sciogliersi piuttosto che tirar avanti sta porcheria. E sì che, almeno in Scarlet Thorns o Above, lo scream non ti fa ghiacciare il sangue nelle vene.
Le canzoni non sono niente di che: innocue quando va male o dimenticabili nel giro di mezzo secondo quando va di lusso. Sarà per questo che non mi ricordo come suona Heavens To Discover e non son neanche passati 10 minuti dalla sua fine?
Mi ricordo vagamente le melodie, standard, le inutili tastiere Bontempi e, di certo, l’imbarazzante title track – dove sicuramente avevano finito tutte le due idee e tirato fuori un cazzo di nulla a mezzo servizio.
Vorrei ripetere, cari miei, che tutte le canzoni sono la copia di quel gruppo di cui sopra – cazzo, proprio non mi viene! (secondo Bruno Slowtorch, potrebbero assomigliare ai teteski Dreadful Shadows).
Smetto di pensarci, perché mi sta venendo il nervoso… quindi chiudo dicendo che si sono sciolti dopo l’esordio con No Colours nel 1999.
Se l’hanno capito loro di farla finita, e ci suonavano dentro, non vedo perché consigliarveli io vent’anni dopo il giusto decesso.
[Zeus]

1349 – Chaos Preferred (Demo – 1999)

L’abbiamo già ripetuto molte volte qua su TMI, nel 1999 il black metal sta esalando l’ultimo respiro e il declino è inevitabile. Ci sono band che ne escono sconfitte in partenza, mentre altre tentano di portare avanti il verbo del metallo nero con costanza, cocciutaggine e un bel tocco di tradizione/tributo a chi li ha preceduti. I 1349 rientrano in questa seconda categoria e Chaos Preferred non è nient’altro che una summa perfetta del discorso. Pur essendo un demo proveniente dalla norvegia (patria dei suoni raw per il black metal), il demo del 1999 mantiene un buon grado di piacevolezza nell’ascolto. Gli elementi caratteristici ci sono: lo screaming di Ravn è gelido e evil ma senza essere paradossale ed assomigliare ad un carlino che non ha digerito; chitarre sporchissime, con una distorsione elevata, ma ancora capaci di essere distinguibili e di lasciar trasparire melodie o riff intelleggibili e stesso discorso si può fare anche per la sezione ritmica. Ovviamente il basso è sepolto sotto mille distorsioni e praticamente inudibile, ma sappiamo che c’è perché nella lineup c’è Seidemann (che non vuol dire un cazzo, ma teniamo per buono quello che ci dicono le dotti fonti di Google).
Rispetto a molti altri demo, Chaos Preferred è quasi un EP per la qualità del songwriting. Le canzoni si distinguono e, pur non essendo niente di rivoluzionario nel mondo del black norvegese, hanno il feeling freddo e freddo che ci aspettiamo da un prodotto del genere. I 1349 hanno personalità e, dopo l’ascolto del demo, non si può certo rimproverare qualcosa a questo terzetto norvegese dedito all’adorazione del demonio, dell’apocalisse e di tutto quello che c’è di brutto sulla terra.
[Zeus]

Recupero in extremis. Cradle of Filth – From the Cradle to Enslave (1999)

Contrariamente a quel ragazzone di Bruno degli Slowtorch, il sottoscritto non è mai stato un vero e proprio fan dei Cradle of Filth. Pur riconoscendone il valore artistico degli esordi, il mio interesse per la band inglese non è mai decollato. Mi ricordo ancora un’amica che, incontrata dopo il periodo traumatico delle superiori, ho scoperto essere una fan della band. Una fan di quelle che adorano i CoF in maniera quasi esagerata. Ecco, io non sono a quel livello. Con buona probabilità mi fermo ai primi tre dischi della band e poi ho smesso di seguirli, se non gustandomi alcuni video o assistendo impotente al decadimento vocale di Dani Filth. 
Ma quello era il 1999 e, sinceramente, non si poteva evitare di dare un seguito all’ascolto di un disco come Cruelty and the Beast. Non potevi perché quello è un grande LP e non si può obiettare che le aspettative fossero alte. 
Forse avrei dovuto dire, ma ahimè quello era il 1999 perché con lo scoccare dell’anno ecco che Dani Filth va fuori giri e tira fuori un EP da farti rimpiangere il Millennium Bug. Sei tracce in tutto, di cui due sono originali e il resto si compone di un misto frutta di cover (Misfits e Anathema) e riletture di grandi brani del passato (Funeral in Carpathia). 
Le canzoni originali non sono niente di che, e lo sanno un po’ tutti, visto che ci hanno messo poco impegno, dei suoni di merda (il click della batteria è osceno sotto molti aspetti) e con momenti di stranezza conclamata (Was Sarginson fa rimpiangere Nicholas Barker per la sua pochezza, ma anche Adrian Erlandsson degli At The Gates non è che sia proprio azzeccato per i CoF). Pur avendo tutte le pecche di questo mondo, e denotando il primo tintinnio della crisi di Dani Filth, i brani cercano di non sfigurare troppo e fanno di tutto per sembrare dei brani dei Cradle of Filth suonati dalla band stessa. 

Il brutto arriva dopo e qua, come si dice nei film, la lettura è discrezionale perché può urtare lo stomaco. 

Death Comes Ripping dei Misfits è imbarazzante, mentre su Sleepless degli Anathema falliscono il colpo su un brano che avrebbe potuto essere CoF, ma non lo diventa e risulta francamente stucchevole. 
Tocchiamo il vertice della merda su Pervert’s Church (From the Cradle to Deprave). Una cosa così brutta che mi viene da piangere. Non ha senso alcuno e, invece che porre fine alle sue sofferenze, la portano avanti per quattro minuti causando danni irreparabili al mio umore. Dani Filth voleva fare il pezzo da discoteca gothica, ma gli esce uno stronzo molliccio. 
Visto che hanno toccato il peggio con Pervert’s Church, perché non prendersela anche con Funeral in Carpathia (Be Quick or Be Dead version), così da far incazzare anche i vecchi fan? Infatti tirano dentro di nuovo Nicholas Barker e gli permettono di uscirsene fuori con un sound da brivido – ma nel senso peggiore possibile. Se pensate che questa Funeral in Carpathia sia parente di quella del 1996, ricordatevi che siamo nel 1999 e la situazione sta andando a farsi fottere senza via di scampo. 
Un EP che sarebbe dovuto rimanere nella sola mente del nano inglese, ma invece è uscito allo scoperto trasportandoci tutti in un 1999 deprimente. L’unica note positiva è che questo disco segna la fine dei Cradle of Filth come erano e li trasporta in Midian e, così, ad affacciarsi nel nuovo millennio. 
[Zeus]

Cominciare male. Clandestine Blaze – Fire Burns In Our Hearts (1999)

Da dove inizio con questo disco? Dei Clandestine Blaze abbiamo già avuto modo di parlare con Tranquillity Of Death del 2018, che avrà avuto le sue pecche ideologiche/esecutive/di gusto (aggiungete un po’ quel cazzo che volete a seconda della vostra sensibilità), ma almeno era un disco fatto e finito. Fire Burns In Our Hearst è una sorta di disco black metal in formato discount, quindi ti sembra di sentire i Darkthrone suonati male e registrati peggio dello stile raw (e quindi forzatamente, e volutamente, lo-fi) della band norvegese. Non c’è molto da salvare del primo LP di Mikko Aspa, sia chiaro. Qualche tremolo riffing ok, qualche parte qua e là (un rallentamento su Children Of God o la mezza melodia che esce da sotto la cacofonia di Native Resistance), ma l’intero disco è fondamentalmente mezzo pattume e mezzo obbrobrio.
Su FBIOH, Aspa sembra utilizzare qualche filtro sullo scream, che quindi perde efficacia e evilness per assomigliare a qualcosa di non particolarmente piacevole. E non nella versione “interessante” del non piacevole.
Per chi conosce i Clandestine Blaze, e per chi li apprezza, forse questo disco vale come completismo… a patto di ricordarsi che il prodotto che si ha in mano è derivativo e tutto sommato brutto. Tutti gli altri possono tranquillamente ricordarsi solo della parola brutto, il resto non conta.
[Zeus]

L’importanza del pantalone a zampa: The Vintage Caravan – Gateways (2018)

A causa di una serie di novità in questa sordida vita, ho incominciato a scoprire nuovi gruppi: dei Ravencult, ormai diventati una delle mie band preferite, ne ho già parlato in sede di recensione, mentre di questi The Vintage Caravan faccio menzione solo ora. 
Diciamolo, tanto non mi legge un cazzo di nessuno, che non si inventa granché da molto tempo e che il meglio che puoi trovare nella musica del 2019 è onestà o un’ottima riproposizione, con piglio personale, della lezione dei grandi del passato. Non c’è niente di male in tutto questo, è l’andamento delle cose. La gente fa la fila per digerire merda musicale, quindi il meglio che si possa fare, senza spararsi un colpo, è puntare unicamente a chiudere il recinto quando le mucche sono già scappate e contenere i danni.
Serve un cazzo e mi fa anche girare un po’ i coglioni, ma tant’è. 
Quindi tanto vale rileggere il sound e riscrivere una propria esperienza personale. Le migliaia di epigoni dei Kyuss/Black Sabbath/Led Zeppelin/Metallica sono la riprova che, il mercato, non è certo saturo di certe sonorità; soprattutto perché quelle sonorità sono di ottima fattura. La gente ha voglia di sentire qualcosa, di non perdersi in un mare di letame… quindi qua a TMI cerchiamo di venire incontro a questa richiesta inespressa e forniamo una bussola quantomeno “decente”. 
Come posiziono quindi questi The Vintage Caravan? Innovativi non posso certo definirli: il sound che promuovono Óskar Logi Ágústsson&Co. è quello classico dei sixties-seventies e quindi si possono sentire note di Led Zeppelin, Cream, Rush, Thin Lizzy… percorrere le undici composizioni dei tre islandesi.
Se non puntiamo sull’innovazione, allora diciamo subito che in termini di songwriting e piacere all’ascolto, allora siamo su buoni livelli e questo, per me, è un plus.  
Ci sono elementi hard rock, proto-metal, psichedelici e tutto il compendio che si poteva respirare allora, solo con la produzione odierna (la Nuclear Blast ci mette lo zampino malato sul suono, ma senza troppi danni). In questa direzione si muovono moltissime band (le conoscete tutti, quindi non rompetemi le palle facendo la conta), ma finora questi The Vintage Caravan sono quelli che mi hanno preso di più.
A supportare questa mia “audace” dichiarazione c’è la semplice constatazione che i pezzi di Gateways sono buoni, di buona profondità e  hanno anche notevole groove. Se teniamo presente che non ti rompono il cazzo dopo mezzo minuto… eccovi servito un nuovo plus.
Prendete una canzone come On The Run: melodica ed orecchiabile, tanto che i suoi sei minuti scivolano via che è un piacere. Ve lo dico sinceramente: probabilmente è una delle mie preferite del disco. 
Rispetto a molte altre cagatine che troviamo sui dischi moderni, al centro di tutto si muove ancora la chitarra e finalmente si ritorna a ragionare. Di cori, zampogne, buffonate e cialtronerie ne ho le palle piene, quindi sapere che Gateways è riff- centrico mi fa vedere bene anche le giornate di pioggia. 
Se volete esempi, così, una tantum, troverete che Hidden Streams è seventies al midollo e le stesse Set Your Sights, All This Time Reflections sono macchine da groove. 
Ma cosa succede quando il songwriting non è così brillante? Allora intervenire la sensazione che l’omaggio, il mero “riciclo” della formula sia una stampella creativa. I casi sono pochi, più nella seconda parte del disco, e non stonano poi più di tanto. Le canzoni sono omaggi al tempo che fu, alle radici del sound di Gateways: sixties-seventies (Farewell) o in un mood similare (Tune Out o The Chain).
Questi tre islandesi non hanno la pretesa di rivoluzionare il mondo della musica e, a quanto mi risulta, non vogliono essere (non sono spinti ad essere?) i nuovi Led Zeppelin come i Greta Van Fleet. Con Gateways, i The Gateways fanno uscire un disco ispirato dai sixties-seventies e lo fanno con abbastanza onestà e buon songwriting da farti aspettare il prossimo disco e, ovviamente, riascoltare questo. 
Per me sono promossi, sta a voi fare gli snob e ignorarli. 
[Zeus]

Foo Fighters – There Is Nothing Left To Lose (1999)

C’è una costante nei dischi dei Foo Fighters: non saranno mai nella mia top ma non sono mai merda completa. Restano in quel limbo delle canzoni radiofoniche che tutti gli ascoltatori generalisti imparano ad apprezzare, quelli che, quando fai una domanda sul rock, ti rispondono tronfi con “Ligabue” o “Coldplay”… e tu lacrimi sangue.
Nel caso di There Is Nothing Left To Lose, la popolarità insperata viene supportata anche dal video di Learn To Fly, in cui Dave Grohl manifesta il suo essere “faccia di culo” (detto in senso buono, stavolta) e produce qualcosa di divertente al pari di una canzone che non saprei definire meglio di frizzante.
Il cambio di rotta rispetto ai precedenti due dischi in studio è netto: se il primo LP era ruvido, melodico ma aveva un mix di urgenza e attitudine naive che lo faceva sembrare molto “onesto” e il secondo incominciava il processo di Foo Fighter-izzazione, questo terzo disco in studio preme il piede sul pedale “melodico”. Questo è il CD della svolta, quello dove Dave Grohl capisce la capacità commerciale di questa creatura e ci sguazza dentro, senza più doversi giustificare per il passato grunge nei Nirvana o per chissà cosa; nel 1999 può finalmente dare libero sfogo al suo essere un rocker mainstream e sbattersene allegramente il cazzo di tutto.
Che il cambio sia intervenuto perché There Is Nothing Left To Lose è stato registrato come trio (Grohl, Mendel e il neo-entrato batterista Taylor Hawkins, figura decisamente importante come contraltare a Dave Grohl) o perchè non ha più in corpo Franz Stahl (chitarrista degli Scream), questo non so dirlo. Sta di fatto che dopo There Is Nothing Left To Loose, Dave Grohl rientra nel circuito che conta, quello delle collaborazioni e delle comparsate (quindi eccolo nei QOTSA, Tony Iommi, Probot, Nine Inch Nails, Tenacious D…) fomentando l’attenzione sul singer americano e rilanciando, con il botto, la sua carriera da frontman.
Questo è di certo uno dei grandi vantaggi del disco del 1999: There Is Nothing Left To Lose ha riportato Dave Grohl sulla mappa degli artisti che vendono perché, con un sound AOR, è riuscito a raggruppare in un solo spettro sonoro chi da lui chiedeva qualcosina di più ritmato (Stacked Actors, Breakout o Gimme Stitches), chi voleva la canzone da ricordarsi (ad esempio Learn to Fly) ma, innanzitutto, chi voleva la melodia spinta (Aurora), zuccherina (Next Year) e ben memorizzabile dopo uno/due ascolti.
Il problema è che, pur volendogli bene, i dischi dei Foo Fighters non te li ricordi. Dopo i primi 4 ascolti hai scoperto tutto quello che nascondono e questo ne limita molto la vita nell’Hi-Fi.
Hanno potenziale immediato innegabile (ripeto, Learn To Fly mi piace ancora), ma non hanno abbastanza profondità da farteli rimanere nel cuore a lungo. Almeno a me che, come mi è stato riferito, sono diventato un “uomo di bassa lega morale”.
[Zeus]

 

Amon Amarth – The Avanger (1999)

Un anno dopo il debutto con Once Sent from the Golden Hall, gli svedesi Amon Amarth fanno uscire The Avanger.
Siamo al secondo CD e la band incomincia il suo viaggio verso il viale cipressato, che ancora continua, condito da dischi in cui il pilota automatico è stato inserito e dimenticato. Ovvio, ci sono pezzi godibili, momenti di divertimento o ignoranza da festa paesana, ma non c’è più lo spirito death o qualcosa che gli si avvicini minimamente.
Il pro della cosa, dal punto di vista degli svedesi, è che limando il suono lo hanno reso papabile a tutti e quindi ecco che i palchi sono diventati più grandi e le folle sempre più grosse. Oltre che, da onesti death metaller, adesso si prendono troppo sul serio con la cosa del vichingo.
Quello che allontana le masse dai primi dischi della band è il sound, più scorbutico rispetto al suono bombastico e praricamente sempre uguale dei successivi. Il fatto è che già su The Avenger ci sono i segni della malattia mortale degli Amon Amarth. Swedish death metal melodico, dritto come un righello, un lavoro di chitarre semplice ma efficace a cura del duo Johan Söderberg e Olavi Mikkonen. Ecco, se proprio si può trovare un punto su cui non è possibile controbattere è l’efficacia del riffing, semplice quanto vuoi, sempre uguale quanto vuoi, ma è funzionale al brano.
Ma forse è una questione legata al mio culto religioso
Se troviamo il meglio sul primo disco in studio e poi un continuo abbassamento dell’asticella, in The Avenger gli Amon Amarth confezionano 36 minuti abbastanza costanti, pochissime eccellenze (Bleed for Ancient Gods, The Last with Pagan Blood o la stessa Avenger) e solo qualche elemento puramente normale, quei brani che riempiono la tracklist ma senza avere l’infamia di essere definiti filler.
Su tutto il disco, però, svetta una delle tracce che scomparirà con l’improvvisa popolarità della band: The God, The Son And The Holy Whore. No, non sto scherzando e non è una fake news. Su The Avenger gli Amon Amarth tirano fuori un mezzo spirito blackster (fuori tempo massimo e proprio quando il black è diventato “normale” e quindi sta morendo soffocato) e, con questo, anche una maggiore velocità e violenza. Tutto sommato è una novità abbastanza grossa per una band che, dell’immutabilità, farà il suo trademark di composizione.
Per chi fosse interessato alle metal-novelas, Metalwrath parla di un ipotetico “conflitto” con gli Hammerfall
The Avanger è il primo disco della caduta degli Amon Amarth. Si intravedono i primi segnali della malattia, ma comunque ha ancora un po’ di trasporto death metal che non lo inserire nella categoria “morituri te salutant”. Ma sono le tracce principali che sono infettate, hanno quella religiosa capacità di portare a casa il risultato basandosi su pochi, infallibili, elementi sonori. Lo sprazzo black di The God, The Son And The Holy Whore la rondine che non fa primavera, quindi un unicum e un qualcosa che verrà eliminato ben presto dalla discografia degli svedesi.
The Avenger mostra i primi segnali di una creatività al risparmio, anche se onestamente non è da buttare; ma per chi ha adorato Once Sent… qua dentro troverà già modo per masticare amaro.
[Zeus]

R.U.S.T.X – Center of the Universe (2019)

Certe immagini, per quanto ormai diventate cliché, possono dare immediatamente un’idea chiara di ciò che si vuole esprimere. Un’auto decappottabile lanciata a tutta velocità su una lunga strada che si perde oltre l’orizzonte e che attraversa lande arse dal sole. Quale potrebbe essere la musica sputata fuori dall’autoradio? Le risposte possono essere tante, e il nuovo disco dei R.U.S.T.X potrebbe fare al caso vostro.

Terzo album dei tre fratelli, più una sorella, Xanthou, questo Center of the Universe è un concentrato di pura energia. Il genere proposto prende spunto dalla musica anni ’70 e ’80, con chitarre rocciose e tappeti di tastiere, in cui abbondano le incursioni nel classico heavy metal e nell’hard rock più sfrenato. Non mancano lunghi soli di chitarra ed una certa dose di melodia, soprattutto nelle linee vocali e nei cori in cui spesso si armonizzano le ugole di tutti i componenti.

L’album parte con tre pezzi veloci e ritmati sparati uno in fila all’altro, Defendre Le Rock, Running Man e Black Heart, giusto per non far calare l’attenzione e per dimostrare quanto la band sappia viaggiare. Si passa poi a pezzi un po’ più lenti ed introspettivi, ed è forse qui che l’album inizia ad avere qualche calo. Se la quarta traccia, I Stand to Live riesce comunque ad essere interessante, la successiva Endless Skies stucca e stufa un po’, nonostante la bella performance della singer.

La title track che apre la seconda metà dell’album riporta alla mente le suite dei Savatage, con le sue stratificazioni vocali, le orchestrazioni, gli stacchi di pianoforte, i cambi di umore e i nove minuti abbondanti di durata. Per chi, come me, apprezza la band di riferimento, uno dei momenti più intensi del disco. Da qui in poi l’album si avvia verso la conclusione senza particolari guizzi, con pezzi che, per quanto ben eseguiti, non hanno l’impatto dei brani in apertura.
Diciamo che la band ha dato il suo meglio nella prima parte del CD.

Chiude l’ascolto una buona cover di Band on the Run di Sir Paul McCartney che, sinceramente, ho trovato un po’ troppo slegata dal resto, oserei dire fuori contesto.

Niente di nuovo sotto il sole, per rimanere in tema, anche perché il revival di certe sonorità orientate ai seventies non è certo cosa degli ultimi giorni, ma io mi sono divertito davvero ad ascoltare questo CD. Dieci tracce energiche, ben suonate e nelle quali tutti e quattro i componenti passano dietro al microfono, chi più chi meno, conferendo una certa varietà al lavoro nel suo complesso. Una band sicuramente interessante e capace, consapevole del proprio potenziale. Se non siete di quelli che si soddisfano solo con il metal estremo, un’ascoltata gliela darei.
L’album è in uscita il 15 di novembre tramite Pitch Black Records e Metalmessage.
[Lenny Verga]