Ozzy Osbourne – Tribute (vent’anni dopo)

 

Quanto incide la morte? Quanto rivaluta la morte?
Per Ozzy Osbourne, alla sua prima esperienza da solista post-Black Sabbath, la morte del chitarrista Randy Rhoads ha rivoluzionato il mondo. C’è stato un prima e dopo Black Sabbath e bisogna riconoscere che c’è un pre e post Randy.
Il giovane chitarrista ex-Quiet Riot ha stravolto Ozzy tanto da rendere difficile per chiunque mettersi al suo posto. Ognuno, per quanto bravo, con esperienza o altro, ha sempre avuto il fantasma di Randy a soffiargli sulla nuca e rendere la sua esperienza nella band di Ozzy Osbourne quantomeno precaria.
Volete un’idea di quanto è importante il sound e le canzoni di Randy? Provate a cercare che canzoni dovevano prepararsi i nuovi chitarristi per avere un’audizione con il Madman. Provate a leggervi le interviste a Zakk Wylde, per esempio.
Questo è il livello d’impatto che ha avuto il piccolo Randy Rhoads sul Madman inglese.
Randy Rhoads Tribute è l’album che doveva uscire dopo la sua tragica morte ma che non è mai uscito a causa del cordoglio di Ozzy. Proprio per la tristezza post-decesso, Ozzy aveva staccato la spina della Blizzard Of Oz e fatto uscire Speak Of The Devil, un disco di cover dei Black Sabbath interpretate con due terzi della formazione originale della band di Ozzy e il chitarrista della Ian Gillan Band (una meteora al servizio di Ozzy – schiacciato dalla responsibilità di rimpiazzare Randy).
Non credete alla pressione dei morti? Provate a chiedere Jason Newsted cosa ha pensato nei lunghi anni di militanza nei Metallica sul fatto di rimpiazzare Cliff.
Sì, lo so, sto divagando.
Io non ascoltavo questo Tribute da una vita, ve lo giuro. Ho visto che c’era la ricorrenza dei vent’anni e allora l’ho tirato fuori e mi son detto: post-produzione a parte, il disco funziona. Sarà che è un ricordo (e vi posso assicurare che nel giudicare un disco, questo aspetto salta fuori a volte), sarà che le canzoni sono entrate di diritto nel pantheon dei grandi classici del metal o solo il fatto che Ozzy mi ispira, da sempre, notevole simpatia, ma Tribute funziona.

[Zeus]

Black Sabbath – The Eternal Idol (vent’anni dopo)

 

Se pensi alla storia dei Black Sabbath e nomini i primi 5 dischi che ti saltano in mente, raramente il buon The Eternal Idol è presente nella classifica. Motivo? Sarà che è arrivato in un periodo travagliato dei Sabbath, sarà che pur avendo delle buone canzoni (The Shining è efficace come brano) non ha il pezzone che ti inchioda a terra, ma The Eternal Idol, nella discografia del Sabba Nero, è un po’ il terzo fratello, quello che sai che esiste ma che viene dopo altri dischi con Tony “The Cat” Martin alla voce.
Brutta storia gli anni ’80 per Tony Iommi e soci. La baffuta mano di Dio, parole sue, sniffava polvere lui dell’iRobot adesso e la formazione si sbriciolava come la difesa di una squadra di parrocchia contro una di serie A. Un dramma.
Il cantante su cui la baffuta mano di Dio aveva scommesso, Ray Gillen, aveva piantato in asso la baracca senza troppi complimenti (anzi, aveva persino gettato là un caustico non si va da nessuna parte ed era andato a giocare con i Badlands con il ciecato Jake E. Lee) ma lasciando testi e tracce base del disco che, in seguito, sarebbe diventato proprio The Eternal Idol.
Se mi dovessi fermare qua, capite che il risultato è quantomeno disastroso!?
Ma il buon Iommi, coca o meno, non ci sta a far finire all’ospizio la sua creatura e perciò recluta una serie di musicisti (fra cui Bob Daisley – che è il jolly piglia-tutto quando si tratta di tirar su una line-up) e cerca un vocalist decente.
In un pub inglese trova Tony Martin e lo prende in formazione.
Amore a prima vista!? Neanche per idea. Nelle interviste successive al periodo di Martin nei Sabbath, Iommi ha spalato quantità ignobili di merda sul cantante inglese. Se non sbaglio, solo nel 2015/2016 si sono riappacificati quel tanto che basta.
Il commento principe era sulla mancanza di presenza scenica del povero Tony Martin. Ma, al momento, è un elemento secondario visto che deve arrivare a cantare su un disco finito, già scritto, con i testi fatti e con le linee vocali abbozzate. Avesse potuto pagare Tony Martin in voucher, penso che Iommi ci avrebbe fatto un pensierino.
Tony Martin si tira su le maniche, re-incide le vocals ed ecco che esce The Eternal Idol.
Se teniamo conto di come è nato il disco, del fatto che arriva nel 1987, che Tony Martin ha una tonalità che può accostarsi, per certi aspetti, a quella di R.J.Dio (senza averne potenza, teatralità e altre componenti di spicco), che finalmente Geoff Nicholls appare in pubblico (dopo che è stato mandato dietro la lavagna per anni e anni), che il video fa cagare (a parte la baffuta mano di Dio che ha più catenacci, croci e pelli lui di un crociato – Hail The Metal) e che l’ispirazione generale non è sempre altissima (ha alcuni cali di forma questo disco), The Eternal Idol ha il suo perché. Non entrerà mai nella top dei dischi dei Black Sabbath, ma è di molte spanne sopra quel fallimento osceno come Forbidden

[Zeus]

Narcotrafficanti, death metal e brutture varie – i Brujeria di Pocho Aztlan

Siamo alle solite e, di conseguenza, il dubbio si ripropone: è la Nuclear Blast che si prende artisti alla frutta o sono gli artisti che, arrivati sotto l’egida della teteska NB, hanno un improvviso rincoglionimento generale?
I Brujeria, targati 2016, sono una band che di idee ne ha pochine e significa che Pocho Aztlan è loffio dopo ben pochi ascolti. I brani si atteggiano, tirano fuori il petto e alzano la voce… ma vedi che stanno facendo i tamarri.
Tenete presente che uno dei brani più ricordabili (Bruja) sembra un estratto da Brujerizmo (e lascio a voi pensare se questo è un fattore positivo o meno), mentre di Plata O Plomo si ricorda quasi di più il video della canzone.
Il resto di Pocho Aztlan si attesa su canzoni che non ti picchiano nei denti e ti lasciano insoddisfatto come una scopata malriuscita. Perché puoi anche fare un disco di mestiere e piazzarci dentro tutti i temi a te cari, droga, puttane slabbrate e strafatte di crack, narcotrafficanti, death metal e satanismo, lo capisco cazzo!!, lo capisco veramente – tutti hanno il diritto di arrivare a fine mese e pagarsi la coca e la TV via cavo; ma se ti manca la canzone-bomba, quella che ti brucia il culo come dopo quel chili piccante che ti sei mangiato dal carroccio del messicano impestato, c’è poco da fare: hai solo un dischello death metal che, poco tempo dopo l’acquisto, finirà nella tua colonia di polvere.
O, peggio ancora, verrà scaricato sul PC e ascoltato di quando in quando con l’espressione perplessa del viso.

[Zeus]

Pain – Coming Home

  

Con i LINDEMANN, il buon Peter Tägtgren ha scardinato la sua regola d’oro: un disco Pain e un disco degli Hypocrisy e così via. Perciò, per non saper né leggere né scrivere, ecco che lo svedese si presenta sugli scaffali con un prodotto dei Pain (ormai ben più che un divertimento – vista la quantità di dischi che stanno facendo uscire negli ultimi anni).
Coming Home è, ad oggi, il disco più catchy, ballerino, leggero e melodico dello svedese. Tutti i brani scorrono leggeri, con melodie a presa rapida (cosa che era evidente anche nei Lindemann) e una non-pesantezza funzionale a dei brani da ascolto mentre si lavano i piatti, si va in auto o qualunque attività giornaliera.
Non occupano quasi niente della vostra RAM e non vi cambieranno la giornata. Ma se state pedalando, come me, saranno l’ottimo groove che vi porterà direttamente alla trincea che voi chiamate lavoro.
Vogliamo trovare il pelo nell’uovo (semplice visto che mi porto dietro la barba)? Sono i brani più “pestoni” ad essere i meno convincenti del lotto. Dove tira di più, ecco che vengono fuori i limiti del prodotto che, ironia della sorte, smette di essere un passatempo e un qualcosa di facile e funny e diventa un po’ un misto-fritto che è tutto e niente.
Meglio rimanere saldi e tranquilli nel mare del sound danzereccio, un po’ elettronico e un po’ metallico. Giusto un 50%-50%, così da sfoderare l’anima pop e divertire.
Forse il miglior complimento possibile (oltre all’ottima produzione) a questo disco: un disco che fa divertire.
E, in questi tempi, non è poco

[Zeus]0333

I Metallica e il Natale

Vi sono mancate le doppie recensioni?
Eccone qua una fresca fresca sull’ultima opera dei Metallica – Hardwired… To Self-Destruct.

Quando ero giovane, dai 15 anni fino ai 18 ca., la vigilia di Natale ascoltavo sempre solo …and Justice for all, perché le altre stanze erano impregnate di cori di bambini tedeschi. Siccome i cori dei bambini tedeschi, per mio padre, erano cose serie, per una strana e distorta forma di rispetto, io ascoltavo qualcosa di metal sì, perché comunque quella rimaneva la mia religione, ma qualcosa non di eccessivamente metal, come appunto AJFA. Questo è un album aggressivo sì, ma non iper-aggressivo, con qualcosa di violento e qualcosa di più ragionato, con sonorità metal, distorsione e doppia cassa ma messe in un modo che anche chi non era dentro il metal al 100% potesse ascoltarle senza eccessivo ribrezzo.
Questo incipit per dire che quella è la stessa sensazione che mi ha dato Hardwired… To Self-Destruct.
Il nuovo dei Metallica è un album metal ma non troppo, accessibile da chiunque, da chi ascolta metal e da chi è un consumatore casuale del genere, con qualcosa di veloce e qualcosa di più lento, riferimenti Thrash e anche Hard Rock. Purtroppo la similitudine con AJFA finisce qua: la qualità di Hardwired è molto più bassa e, difetto più grande, è troppo prolisso; 80 minuti sono troppi, soprattutto perché alcune canzoni potevano essere tagliate (ed alcune escluse) senza troppi problemi. Mi ha dato anche l’impressione di un lavoro dove i Metallica si stanno divertendo a suonare e sperimentare, però tenendo sempre un occhio a ciò che la gente vuole da loro, quindi sì al pezzo simil-stoner per chi li ha conosciuti con Load, sì al pezzo uptempo col ritornello per chi gli ha amati col Black Album e sì al pezzone in chiusura per chi li ricorda dagli ’80.

Ma alla fine è un buon disco? Non so, come ho detto, l’eccessiva lunghezza ne diminuisce di molto la qualità e la fruibilità. E poi chiariamo subito una cosa: nonostante alcuni richiami, e alcune canzoni, non è un disco Thrash.
Se cercate Thrash andate da altre parti (Vektor cazzo!).

 [Skan]

Da quando i Metallica hanno infranto il mero concetto di band e sono diventati entità, il cerchio qualunquista di chi li ascolta/nomina/ripudia/osanna/va ai concerti/evita i concerti… ha smesso di essere calcolabile su piano mondiale ma è diventato di misura galattica. Con il Black Album i ‘tallica si sono scrollati di dosso il concetto di metal per abbracciare quello di musica e, grazie (o per sfiga) a questo mutamento di pelle, hanno incominciato a far uscire dischi alla buona. Uno southern-hard rock, uno brutto come le piattole, uno peggio ancora, la tamarrata con l’orchestra (oh, mi annoia), l’oscenità di Lulu e poi, annusato che il trend thrash era tutt’altro che morto, ecco che sono rientrati alla base con Death Magnetic.
I Metallica, però, non sono più ventenni incazzati col mondo e, anni di esperienza e business dopo, anche il cosiddetto“ritorno al thrash” è tutt’altro che veritiero. Scontentare la “casalinga di Voghera” e non farle sentire la ballatona è una brutta cosa per gli affari, idem per il vecchio reduce delle battaglie di pit con il pezzo thrash. Death Magnetic è tutto qua, un colpo al cerchio, un colpo alla botte, esperienza e qualche buono spunto.
Veniamo ad Hardwired… To Self-Destruct.
Com’è questo disco? Sfatiamo il disfattismo e lo sport nazionale del web: lo slashing assoluto delle band storiche. Visto che non sono pagato da nessuno per scrivere le recensioni, posso permettermi l’oggettività.
Posso distruggere Hardwired? No. Non posso farlo perché non è un brutto disco.
Posso dire che è l’album che si aspettava dai Four Horsemen? No. Non posso farlo perché non possono Hetfield&Co. non possono rifarsi una verginità e Hardwired… è un disco monstre e questo ti ammazza mentre lo ascolti.
Diversi brani sono mediocri e annoiano dopo due ascolti. Gli altri, anche buoni, sono hanno un minutaggio così elevato (oltre 6 minuti) che fa perdere appeal al brano; anche la soluzione migliore (e non è quella ottimale, sia chiaro) diventa, dopo un po’, trita e ritrita.
Hardwired… To Self-Destruct è l’essenza stessa dei Metallica nel 2016.
Un prodotto così lungo, con spunti da tutta la storia recente dei ‘tallica, da essere una sorta di Idra musicale. Un disco con tante (troppe) teste e con una mole elefantiaca, che vuole piacere un po’ a tutti e che, per questo motivo, offre il fianco alle molte, giustificate, critiche sul piano del risultato.

[Zeus]

E oggi si parla di… Death Metal

La lezione di oggi tratterà dell’argomento Death Metal, il temibile metallo della morte, dalle sue origini nella seconda metà anni ’80 al suo stato attuale; del momento di grazia dei primi 90 alla sua successiva crisi, dei suoi protagonisti e di chi ne è stato influenzato.

Lo faremo grazie hai due presenti Tomi:

 CHOOSING DEATH  – Albert Mudrian – Edizioni Tsunami

PROFONDO ESTREMO – Jason Netherton –Edizioni Tsunami

Parleremo delle origini, della ricerca di portare all’estremo la velocità e la brutalità del thrash, dell’influenza fondamentale dei Napalm Death e della scena inglese, del fondamentale lavoro di scouting di etichette come la Earache o la Roadrunner, degli studi di registrazione che hanno forgiato un suono poi divenuto standard come i Sunlight o i Morrisound, degli scambi di ‘zine e cassette tra giovani di tutto il mondo alla ricerca della musica più estrema possibile, della nascita di gruppi eccellenti come Death, Morbid Angel, Entombed e Carcass, dei tour mondiali, della ricerca della batteria più veloce possibile, dell’esplosione dei primi ’90, dell’approdare di band death metal su major e del successivo implodere della scena con la nascita di sempre più band simili e l’appiattirsi delle idee, della situazione attuale con band iper-tecniche ma forse con meno cuore e personalità e con vecchie band che non ce la fanno a smettere di fare dischi.

Mudrian, questo racconto, lo fa con uno stile più giornalistico, seguendo un filo logico più lineare, mettendo come fulcro i Napalm Death e da li sviluppando la storia mentre Netherton (bassista dei Misery Index, per chi non lo sapesse) lo fa in maniera più colloquiale, riportando impressioni e ricordi dei vari protagonisti, raggruppando i  vari argomenti (inizi, registrazioni, tour ecc ecc..) in capitoli.

Tutti i due libri scorrono fluenti, rendendo bene l’idea di cos’era l’epoca d’oro del Death Metal, e soprattutto facendoti voglia di ascoltare (riascoltare) qualche buon disco.

Ah, poi se dopo aver studiato i libri in oggetto volete approfondire l’argomento, uscite di casa ed andate ad un concerto, perché di Death Metal puoi leggere quanto vuoi, ma se lo vuoi veramente capire, lo devi sudare.

[Skan]

In Flames – Battles (2016)

Vista la situazione particolare al lavoro, il tema principale di queste settimane è quello di quanto salirà la merda nel corso delle settimane venture. Il livello potrebbe aumentare lentamente o più veloce, dipende da come procederanno una serie di trattative in cui io/noi non abbiamo nessuna voce in capitolo.
Questa consapevolezza, che comunque vada la merda salirà, ci ha portato a fare delle filosofiche riflessioni sulla nostra capacità di resistere al liquame e la nostra capacità di digerirlo. Perché non c’è niente da fare, quando la merda sale a livello di guardia tu non puoi far altro che tre cose:
1) tapparti il naso e cercare di rimanere sopra il livello;
2) aprire la bocca e sorseggiare come un sommellier quello che ti propongono;
3) affondare in maniera plateale – ovviamente prima bisogna dire qualcosa di epico (un oggi è un buon giorno per morire funziona molto bene in queste situazioni).

Se la terza opzione è drastica e, se anche soffusa di un’aura di eroismo dato dall’epica frase gettata nell’aria prima di essere risucchiato dagli stronzi, le uniche due alternative realmente valide sono la prima e la seconda.
Se della prima servono poche spiegazioni, della seconda è necessario un punto di vista più approfondito.
Cosa che, ahinoi, abbiamo fatto anche durante un momento di stasi lavorativa.
Ma la merda ci potrà piacere?
Razionalmente abbiamo detto di no. Ma poi qualcuno ha detto: ma se la si mescola con un frutto esotico o con un sapore forte? Tutti hanno annuito, ma io ho alzato la mano e ho detto che, a mio parere, anche con il frutto esotico, il retrogusto di liquame non passa. Allora un collega ha provato l’alternativa più spietata e ha detto: piattone di merda e cipolla rossa. Sappiamo tutti che la cipolla sta bene su tutto, ma in questo caso andrebbe ad accentuare le potenzialità del piattone di merda che ci troveremmo a mangiare. Perciò, con voto quasi unanime, la possibilità di mangiarci un piattone di merda e cipolla è stata scartata.
Io ho escluso subito, e Skan (che avete letto su queste pagine di TheMurderInn) mi perdoni, di aggiungere pepe alla merda. Skan insegna che il pepe, aggiunto alla vodka o altra bevanda superalcolica, toglie il gusto del superalcolico. Aggiungere pepe alla merda, però, non mi sembra un’ottima idea. Soprattutto perché non c’è un superalcolico da uccidere con i magici grani neri.
Dopo un buon quarto d’ora di discussione accanita su come rendere più accettabile il sorseggiarsi liquame e mangiarsi stronzi, siamo giunti alla più ineluttabile verità coprofaga: se mangi merda, non c’è modo di sfuggirci. Può piacerti, puoi eccitarti, puoi trovarla immonda e vomitevole… ma è sempre e comunque merda.
Anche se ci metti il fiocchetto rosso e la metti in un bel pacco colorato con le renne e i pacchetti di Natale.

Non so se si può adattare, ma direi che è la miglior recensione possibile per questo nuovo disco degli In Flames – Battles. Potete mettervi a fare il track-by-track, cercare i riflessi americani, dei Bring Me The Horizon o continuare a sentirvi supercool quando rinominate gli In Flames gli In Friden

Ma questo disco è, e rimane, sempre e comunque merda. 

[Zeus]

Metallica – Operazione Youtube

Chi se lo sarebbe mai aspettato?
Ditemelo voi che leggete o scorrete questo blog (per di più ripreso da Facebook) quando avete un secondo di tempo libero.
I Metallica escono con un nuovo disco, Hardwired… To Self Distruct (in uscita domani, 18.11.2016) otto anni dopo Death Magnetic. In mezzo ci hanno messo di tutto, pause, film, registrazioni ad minchiam, partiture perse negli iPhone e via dicendo.
Ma questa, in fin dei conti, non è neanche la notizia principale.
I Metallica prendono un doppio disco (ebbene sì, non si sono ancora rassegnati dopo il mezzo fallimento di Load / ReLoad) e fanno una traccia video, dicasi videoclip, per ciascuna delle canzoni dell’album.
Siamo nel XXI secolo e i Metallica sono il primo gruppo a fare un’operazione così imponente (anche grazie al PIL di Hetfield-Ulrich&Co.) che mette i propri piedi digitali nella nuova epoca.
Possiamo anche discutere sul valore delle singole canzoni.
Possiamo discutere su quello che stanno facendo i Metallica da anni a questa parte.
Possiamo questionare la loro fedeltà alla causa, il loro valore attuale, il paraculismo e le scelte sbagliate in termini musicali (non di marketing, in questo campo sono dei campioni nazionali).
Non possiamo certo dire che sono out of time. Che non sanno tastare il polso dell’ascoltatore moderno, tutto orientato su ascolti brevi di Spotify, di mp3, di sneaky-preview e, diciamocelo, dei video che escono su YouTube.
Quanti di noi non hanno passato serate/pomeriggi/mattine etc etc a scandagliare le profondità di quel canale? Quanti non hanno preso spunto da una canzone e poi sono passati alla successiva perché “consigliata” e poi sono passati oltre fino a perdere il conto delle ore passate davanti al PC?
Questo è l’effetto droga di YouTube. Continua a solleticarti il naso con consigli sempre più giusti, sempre più interessanti e vicini al tuo orientamento (musicale/video/cartoon etc) che non riesci a toglierti dalle sue spire digitali.

Come potete notare non parlo neanche delle canzoni dei Metallica. Non ho ascoltato molto, solo due o tre video fino in fondo (title track, Moth Into Flames e Atlas, Rise!) e non voglio fare recensioni ad minchiam sull’ascolto distratto di tre canzoni.

Perciò, al momento, vi metto il link dove potete trovare tutti i video dei Metallica del nuovo disco.
Fateci sapere cosa ne pensate.
Anche voi che leggete Facebook!

METALLICA

Le Iene contro i siti di bagarinaggio

Sappiamo che l’avete già letto in giro.
Sappiamo che avete già una vostra idea.
Ma non potevamo stare zitti. Non potevamo proprio.

Di seguito vi linkiamo le due puntate delle Iene sul fenomeno del bagarinaggio e del secondary ticket.
Non commentiamo oltre e lasciamo parlare le immagini.

Vogliamo solo dire una cosa:
TheMurderInn invita tutti i nostri lettori e, in generale, tutti i fan della musica ad acquistare i biglietti solo attraverso le rivendite autorizzate, non utilizzare le piattaforme di secondary ticket e boicottare ogni forma di bagarinaggio.

Per vedere le puntate delle Iene, cliccare sui link qua sotto:

PUNTATA 1 (09.11.2016)

PUNTATA 2 (16.11.2016)

La Redazione

Schammasch – Mystifier – Rotting Christ – Inquisition (Circolo Colony – 29.10.16)

Due gruppi di casa in Italia (Rotting Christ e Inquisition) si mettono insieme per un tour a supporto delle rispettive fatiche discografiche e noi di TheMurderInn non potevamo mancare.
Il Circolo Colony, ormai, ci ha abituato a concerti di ottimo livello, con suoni molto buoni e band di spessore internazionale senza, per forza, andare a cercare i Metallica o i Maiden del caso. Band onestissime, con pedigree da vendere e voglia di spaccare, ecco la ricetta, a tutt’oggi vincente, del Circolo Colony di Brescia.

Il tour dei Rotting Christ + Inquisition è una pietanza troppo ghiotta per essere evitata. Fosse anche solo per la giornata perfetta (un sabato… giornata ideale per chi, come noi, si deve piazzare sul groppone almeno 400km fra andata e ritorno), la possibilità di essere presenti ad un concerto con un bill di questo livello ci ha ingolosito subito.
Perciò all’apertura delle porte ecco che i prodi emissari di TMI erano pronti per raccogliere impressioni (proprie) e sensazioni (proprie) della serata.

Aprono le danze gli svizzeri Schammasch. Band sconosciuta al sottoscritto, ma ben recensiti su portali importanti del metal in Italia. Ci posizioniamo in prima fila, che abbandoniamo solo verso la fine, e ascoltiamo. Non c’è niente da dire, questi svizzeri sono bravi forte. Hanno un fare teatrale che funziona e suoni che passano dalle dilatazioni e viaggi cosmici ad accelerazioni fulminee ed in linea con la foga black metal. Il mix è pericoloso, soprattutto in un locale piccolo e per band d’apertura: il rischio è quello di non essere abbastanza ficcanti e finire nel mescolone di suoni che non ti fa capire un cazzo. Cosa che non avviene per due ottimi motivi: dietro al mixer c’è qualcuno che ci capisce di suoni ed escono puliti e comprensibili; la band sa suonare e gestisce benissimo sia gli aspetti più eterei che le sfuriate.

Una cosa che ci ha colpito per tutta la serata è la velocità del cambio palco. Organizzazione ottima e alta professionalità, niente da dire.

Dopo gli svizzeri, ecco che arrivano i Mystifier. I brasiliani non indulgono in travestimenti o altro, vanno dritto al punto con una precisione di un bazooka. Croci invertite, bestemmie a piovere, blasfemia, sonorità taglienti e con un groove che ti inchioda e un mix death/black (con tanto di basi registrate che fanno tanto Necrophagia/Viking Crown per la loro totale ignoranza) che si fa ascoltare bene. Armando (il chitarrista) è un personaggio e tieni insieme la baracca con il bassista, preso com’era a suonare basso e tastiere contemporaneamente. Il risultato, a volte, finiva nella caciara completa, con errori e fuori tempo… ma il me ne fotto regnava sovrano e Satana sorrideva soddisfatto.

Cambio palco e salgono i Rotting Christ. C’è la folla delle grandi occasioni ad attenderli e il pubblico partecipa alla grande. Sakis & compagnia sentono che la serata è elettrica e ci mettono l’anima a suonare: più compassati i due fratelli Tolis (Sakis sa che ha il pubblico per sé e non gli interessa mettersi troppo in mostra), mentre Vagelis – basso- e George Emmanuel – chitarra solista – ci mettono l’anima fra headbanging e partecipazione con il pubblico. I greci pescano da molti dischi della loro, ampia, discografia ma sono in tour per promuovere Rituals e ne vengono eseguite diverse tracce. Una su tutte splende rispetto al disco: Apage Satana. Dal vivo l’aspetto ritualistico è incredibile e Sakis è il grande cerimoniere che, complice il carisma accumulato negli anni sul palco, gestisce il silenzio e il delirio del pubblico con polso fermo. Qualche estratto dal passato della band fa andare in delirio il pubblico (The Sign Of Evil ExistenceForest Of N’Gai e la conclusiva, sempre immensa, Non Serviam) ma è tutto il set che è solido e perfettamente eseguito. Persino le basi pre-registrate funzionano e non impastano il suono in maniera inutile, consentendo di eseguire tracce come Elthe Kyrie con buona resa).
Peccato solo per la mancanza di King Of The Stellar War, ma è un piccolo pegno da pagare al tempo tiranno.

Ultima band ed headliner di giornata, gli Inquisition. Avevamo mancato la band di Dagon quando era venuta in concerto a supporto dei Behemoth, ma questa volta, complice l’orario, possiamo posizionarci alla transenna e vedere all’opera il duo DagonIncubus. Anche i due colombiani-americani sono in giro a supporto dell’ultimo Bloodshed Across the Empyrean Altar Beyond the Celestial Zenith e perciò la scaletta gira intorno ai pezzi nuovi, ma ci sono alcune ottimi ripescaggi dalla discografia passata. Il suono, probabilmente a causa delle molte tracce di chitarra che si sovrapponevano o qualche altra causa, diventa improvvisamente molto impastato quando il duo spinge sull’acceleratore (peccato che Ancient Monumental War Hymn si perda nel mischione iniziale). Dalla prima linea non si riesce a capire bene cosa stanno facendo e così, malvolentieri, ci dirigiamo verso il mixer per avere un suono più chiaro. Niente da fare, il problema persiste… ma almeno c’è più chiarezza nei brani e si sentono brani da Obscure Verse For The Multiverse Ominous Doctrines Of The Perpetual Mystical Macrocosm.
Una considerazione bisogna farla sugli Inquisition: dal vivo, almeno da questo live, ci guadagnano in aggressività (sono macchine da guerra e si fermano solo per pochissimi, rarefatti, momenti di comunione col pubblico) ma perdono quella componente da viaggio cosmico che hanno su disco. Lo so, l’effetto è difficilissimo da riproporre dal vivo, ma questa considerazione andava detta.

[Zeus]