Witchery – Nightside (2022)

Lo sanno anche i sassi che i Witchery, quelli veri e propri con idee che ti facevano saltare dalla sedia, sono finiti dopo il terzo LP; e già la sto prendendo larga perché Symphony for the Devil non era proprio un capolavoro al 100%. Però aveva un qualcosa che ti faceva dire: sono i Witchery. Poi sono crollati, passando da gruppo che amava divertirsi (e divertire) ad una band che si è presa sul serio finendo per restarci sotto. Don’t Fear The Reaper non mi è piaciuto particolarmente, mentre Witchkrieg con Legion alla voce mi piace per motivi a me sconosciuti, e vi giuro che il disco non è considerabile un esempio fulgido di LP funzionante in toto. Però aveva dentro i riffoni, delle linee vocali come Demonio comanda e quindi tanti saluti.
Questo fino al 2010, poi la musica cambia. Due cantanti nuovi, l’ex singer dei Dark Funeral subito rimpiazzato per problemi di salute, e l’attuale Angus Norder e quindi altri tre dischi compreso questo Nightside. In His Infernal Majesty’s Service del 2016 è un buon CD: suona potente, compatto e con buoni riff, un suono che ti stacca le piombature dei denti e le parti “d’atmosfera” sono in fin dei conti contenute; tutto il contrario il suo successore. 365 giorni dopo essere ritornati in pista, i Witchery danno alle stampe I Am Legion che suona piatto, pur con alcuni momenti buoni, ma troppi filler e le temute parti atmosferiche, che già funestavano abbastanza Symphony for the Devil, emergono prepotenti fino a spaccarmi il cazzo.
Potete ben capire che il nuovo disco non lo stavo aspettando proprio con il fiato sospeso. I Witchery erano già col fiato corto nel 2001, vedete voi nel 2022. Invece mi rimangio tutto e confermo una cosa: Nightside è un buon disco, per quanto ormai sembra che la band debba mettere per forza parti atmosferiche inutili (Er steht in Flammen o l’intro Under the Altar) o finiscano nella trappola del filler (Left Hand March). Però, per tre tracce loffie, ce ne sono molte altre che sono di tutt’altra pasta.
Witching Hour mi ha ridotto in pezzi i timpani, visto che esplode dopo l’intro registrata a metà volume (e io ci son cascato, credendolo un errore), ma la canzone tira fuori una serie di riff killer, un Norder sugli scudi e buone idee nel songwriting (cori e pre-cori sono da cantare a pugno alzato con il tuo socio). E via dicendo per tutto il resto del disco, soprattutto nella violentissima Churchburner, nel duetto con Jeff Walker in A Forest of Burning Coffins o le influenze slayeriane di Crucifix and Candle. Se volessi trovare un punto dove Norder sembra inumano, provate ad ascoltarvi Storm of the Unborn – il suo scream è belluino.
Anche la title track in chiusura funziona: non accelera mai, ma costruisce una bella atmosfera tramite l’utilizzo di mid-tempo, scream e un po’ fighetteria nel backgroud. Ci sta, visto che qua il mid-tempo non è refugium peccatorum di chi non ha idee, ma aumenta esponenzialmente il peso specifico il brano.
Nightside dei Witchery fa riprendere quota al quintetto svedese. Non è un capolavoro, e non me lo aspettavo, ma è un disco solido che spazza via molti dei dubbi che funestavano I Am Legion. Potevano fare di più? Certo, ma più in termini sottrazione più che di aggiunge. Levate dalle balle le parti atmosferiche e la debolissima Left Hand March e avete un LP di poco meno di 30 minuti che spacca.
[Zeus]

La semplicitá del demonio. Deathspell Omega – The Long Defeat (2022)

Pur non essendo uno dei dischi che ascolto piú in assoluto, Si Monvmentvm Reqvires, Circvmspice é uno dei quegli LP che posso inserire perfettamente in un contesto temporale. Al tempo abitavo ancora a Bolzano, soffrendo come un cane il caldo osceno che mirava a liquefare tutto l’asfalto della ridente cittadina altotesina. Refrigerio al Lido era ridicolo, la quantitá di gente presente era paragonabile ad una Riccione in miniatura, i monti erano caldi e l’afa mi stroncava ogni voglia di vivere. Giustamente ero in ferie e non avevo nessun posto dove andare, quindi con tanto di maledizioni, lingua a penzoloni, braghe corte e canotta mi dirigevo sconsolato nel parco poco sotto casa a cercare un filo d’aria inesistente e un po’ di ombra. Visto che di restarmene come un vecchio a guardare i piccioni non ci tenevo poi molto, mi portavo un libro (un saggio sulla Seconda Guerra Mondiale pesante una tonnellata e mezza ma decisamente interessante) e l’ipod (non ero ancora schiavo/fruitore di Spotify, anche perché forse non c’era ancora). Il disco? Credo che potete rispondere da soli alla domanda, visto come ho iniziato l’articolo. Quel disco mi ha sempre preso in maniera strana (in senso positivo), tanto che il successivo Fas – Ite, Maledicti, in Ignem Aeternum l’ho ascoltato ma meno frequentemente e la sucessiva deriva estremamente cerebrale l’ho proprio lasciata da parte fino a recuperare i Deathspell Omega solo per gli anniversari. Fino a quando è arrivato l’ultimo The Long Defeat. Forse perché meno cervellotico e piú diretto o il momento era quello giusto, ma il nuovo dei francesi é un LP che mi prende bene, ma che so contestualizzare e sono conscio che preso sotto gamba o troppo alla leggera rischia di stranire o essere svalutato. Se il vostro pane erano le derive “schizofreniche” dei precedenti LP, allora qua siete fuori gioco, perché Khaos e Hasjarl tirano una linea di demarcazione abbastanza netta col passato e approcciano il disco in maniera piú diretta, pur senza risultare scontati. E questa è operazione per pochi, credetemi. Essere estremi per il solo gusto di esserlo porta pochi risultati, tanti quanti essere semplici per pura incapacità. Tutto The Long Defeat suona Deathspell Omega (100 punti alla scontatezza dell’affermazione), finchè non assorbe la personalità dell’ospite al microfono (oltre al solito Aspa) ed è qua che nasce l’apertura con Enantiodromia che puzza di Funeral Mist e non puó essere altrimenti visto che é lo stesso Mortuus a prestarci l’ugola; e cosí si puó dire anche del brano con M. dei Mgla. Il resto é il solito cataclisma black metal, religious, che guarda ancora con una certa fascinazione alle complessitá del passato ma le reinterpreta rendendole “immediatamente”, fruibili senza dovermi spaccare il capo o domandarmi dove stanno andando a parare i Deathspell Omega. In The Long Defeat, il duo francese (più ospiti) sembra arrivare alla conclusione che per portare anime a Satana é necessario, a volte, utilizzare termini “piú semplici e strutture piú lineari”. Se fate l’errore di ascoltare il disco come sottofondo, o addirittura di bollarlo come semplicistico, probabilmente non avete sentito bene quello che c’è dentro i solchi di questo LP. Sto parlando di un Cd che conferma la caratura dei francesi nel mondo dell’estremo. Il resto sono parole al vento. [Zeus]

Vital Spirit – Still as the Night, Cold as the Wind (2022)

Ehi tu, lo sai che la tua faccia assomiglia a quella di uno che vale 2000 dollari?
Già, ma tu non assomigli a quello che li incassa.

Prendetemi per matto, ma i Vital Spirit di Still as the Night, Cold as the Wind mi son piaciuti. E parecchio anche. E sì che partivano sotto terribili auspici, visto che il misto fritto fra black metal veloce e melodico, un po’ di scuola svedese di sente, colonne sonore alla Morricone (sentitevi solo il finale di Blood and Smoke) e vicende folkloristiche degli indiani d’America mi aveva messo quel giusto rispetto e timore. Però poi ci ho pensato bene: son tutti bravi a fare i cattivoni con tematiche vichinghe da discount o “perdendosi” in foreste grandi quanto la serra sul mio balcone. Altro conto é immergersi per bene nella realtá di dove si é, quindi eviterei le tematiche vichinghe se sei in Etiopia, e visto che i due sono canadesi e agli indiani d’America la zona di Vancouver proprio non faceva schifo, allora l’equazione é subito fatta. E il duo canadese non si fa pregare e tira fuori un disco che, forse, non finirá in cima alle classifiche di fine anno, ma Still as the Night, Cold as the Wind lo sto ascoltando da settimane e mi piace. Non mi annoia e gli inserti di americana/roots sono ben integrati nel contesto, tanto che una Saccharine Sky é un intermezzo acustico pieno di apporto emotivo.
Ammetto che ho un piccolo debole peri l country, vai te a sapere perché, ma un mix concepito alla stregua dei Vital Spirit mi mette l’animo in pace dopo mille dischi dove il folk era pura vaccata e/o scopo ultimo per accalappiare la poveraccia appena capita al concerto metal.
Vorreiv peró sottolineare un fattore importantissimo, cosa che forse in questo agglomerato di parole potrebbe essere sfuggito: Still as the Night, Cold as the Wind é un disco black metal al 100%. Non arretra di un minuto dal suo incedere veloce, pur guardando con favore sia alle progressioni melodiche sia ad elementi piú groove in termini di riff, e lo screaming di Kyle Tavares é in costante procinto di fargli sputare le corde vocali e mezza trachea. Forse questo è uno dei pochissimi punti meno forti del disco, visto che lo screaming è torcitonsille, ma alquant Quindi non pensate di avvicinarvi a questo LP con lo stesso stato d’animo con cui aspettate, che ne so, l’ennesimo disco degli Eluveitie o degli Amon Amarth (perché loro sì che sono vichinghi!) perché ne rimarrete giustamente delusi. Un po’ come guardarsi Peaky Blinders e lamentarsi che dentro ci sono omicidi e sangue.
Penso che non ci sia poi molto altro da dire, i Vital Spirit dovete ascoltarli e son certo che Still as the Night, Cold as the Wind vi prenderá come ha preso me. Poi vedete voi se fare il tifo per le Giubbe Blu o per i Comanches. La mia scelta era chiara dall’inizio.
[Zeus]

Devils Tail – Desolation (2022)

Che estate sarebbe senza black metal? Agosto è il mese perfetto per lasciarsi trasportare dalla musica in atmosfere gelide e lande ricoperte di ghiaccio mentre il sole e il caldo ci spaccano il cranio dall’alba al tramonto. Arrivano quindi in nostro soccorso gli svedesi Devils Tail, con il loro debutto intitolato Desolation.

La band è composta da due elementi: Erik, che suona tutti gli strumenti e Jimmy alla voce, che si presentano a noi senza i tradizionali soprannomi da blackster. Desolation, composto da sei brani più un intro, vede dietro al mixer Heljarmadr dei Dark Funeral e dei Grà. La prima traccia, Eternal Life, attacca con un un mid tempo ed un riff da headbanging che mi ha portato alla mente certe cose dei Satyricon e degli Tsjuder, mentre è dalla seguente Creeping Terror che si inizia a sentire quella violenza che ti fa pensare al sound svedese creato dai Marduk e dai già citati Dark Funeral

Il duo però non si accontenta di ripetere la lezioncina dei maestri e cercano di stupire con composizioni più articolate e meno lineari, dimostrando anche gusto per le melodie e le atmosfere evocative. Emergono da questo punto di vista due brani in particolare: At the Crossroads e Master of Salvation, che sono anche i pezzi che ho preferito. Notevole per la sua varietà di situazioni il singolo scelto per il lancio dell’album, I Am The Wolf, che cambia umore di continuo senza perdere coesione.

Desolation è un buon album black, con delle idee interessanti, altre fin troppo riconducibili alle fonti di ispirazione, ma che si lascia ascoltare alla grande. La produzione è molto naturale, poco ritoccata, vecchio stile ma con mestiere, Erik se la cava bene con tutti gli strumenti e Jimmy è un bravo screamer. Niente di rivoluzionario quindi, ma un’ascoltata se la merita tutta. 

Bulgarian Attack: Eufobia – Madness (2022)

Gli Eufobia sono un’incazzatissima band death/thrash metal proveniente dalla Bulgaria e Madness è il loro terzo album in studio. L’idea che mi sono fatto  del loro sound ascoltando questo CD è di una via di mezzo tra i Sepultura del periodo Arise/Chaos A.D., un thrash che a volte sa di Kreator, altre di Testament, ed il death di stampo americano vecchia scuola. C’è un qualcosa di marziale e combattivo in loro, unito alla velocità del thrash e alla brutalità del death a cui si aggiunge anche una perizia tecnica di tutto rispetto.

Madness ha il pregio della compattezza e della sintesi, essendo composto da dieci brani per una durata totale di trentasei minuti in cui gli Eufobia scaricano tutta la loro violenza. L’album parte con una doppietta micidiale composta dalla title track (per la quale è stato girato anche un video) e da Facing the Firing Squad, che mettono in campo tutte le influenze sopra citate, incluso un alternarsi tra la voce furiosa del chitarrista Niki e il growl gutturale  e profondo tipico del brutal del bassista Steff. Segue Wolf Among the Sheeps che, invece, è quasi puramente thrash.

C’è da dire che non tutti i brani che seguono hanno la stessa presa, o almeno questa è stata la mia sensazione, perché alcuni risultano un po’ lineari, ma la band si riprende comunque alla grande, soprattutto con The Estabilishment, che si apre anche alla melodia e ad una diversa costruzione, con una lunga parte strumentale posta in apertura, per poi presentare alcuni dei momenti più violenti dell’album.

Madness è nel suo complesso un buon disco che può avere anche la funzione di far scoprire all’ascoltatore la scena metal bulgara, visto che non se ne sente parlare spesso.

[Lenny Verga]

Craft – Terror Propaganda (Second Black Metal Attack) (2002)

Non ho mai fatto mistero del fatto che mi piacciono i Craft, forse più nella loro terza edizione con Fuck the Universe del 2005, ma Total Soul Rape era altrettanto godibile. In Terror Propaganda la brigata svedese continua a guardare in casa Darkthrone senza troppi pudori, ma fra una ritmica e degli scream al vetriolo, trovano l’occasione per prendere qualcosa dai Celtic Frost e farcire la proposta di rimembranze proto-metal. Se fate due piú due allora non vi stupirete del perché in Terror Propaganda trovate dei pachidermi in mid-tempo come The Silence Thereafter o False Order Begone, ma dove la seconda sembra svegliarsi proprio quando la campanella sta per suonare e si salva dall’essere additata come “inconcludente”, la prima procede carica di bile senza mai andare realmente da nessuna parte (un po’ come avrebbero fatto i pezzi del primo disco solista di Phil Anselmo con gli Illegals).
Lo sto riascoltando da giorni, perché mi sembra strano dover ridimensionare un LP che mi ricordavo essere di buona fattura, ma il risultato é sembra lo stesso: dopo Ablaze, canzone che riassume tutto il “concetto Craft” del 2002, Terror Propaganda fa fatica a reggere il peso di una partenza cosí cazzuta. Molte canzoni hanno potenziale, trovando il proprio punto di forza in un lento e catartico annichilimento, ma il problema principale é che le premesse spesso non vengono rispettate e finiscono per rendere agrodolce il ricordo che avevo. Se nella prima parte del CD é Ablaze a far man bassa dell´attenzione che potete dedicare a Terror Propaganda, nella seconda metá il ruolo di outsider se lo giocano N.D.P. e la title-track, con la prima una buona mezza spanna piú cazzuta della seconda. Il 2002 per i Craft significa soprattutto portare a casa il risultato e quindi con 38 minuti di black metal norvegese, ben eseguito e cattivo quanto basta (pur con dentro delle ingenuitá nelle lyrics). Picchi non ce ne sono, Ablaze a parte, ma tutto il disco gira sul posso ma non voglio ed é un peccato. Ci penserá il successivo LP a rimettere le cose al posto giusto, prima di vedere i Craft andare in letargo per sei anni (Void) e quindi inaugurare il periodo “lento” della band con soli due dischi nell’arco di 11 anni.
Me lo ricordavo diverso, Terror Propaganda (Second Black Metal Attack), ma forse ero io piú ingenuo. Chi lo sa.
[Zeus]

Intervista a Marco Crescizz

Oggi su The Murder Inn Intervistiamo Marco Crescizz, l’autore del romanzo Venezia Metal di cui vi abbiamo parlato qualche settimana fa. 

TMI: Come è nata l’idea di Venezia Metal?

MC: Ciao Lenny e grazie per questo spazio. L’idea di Venezia Metal è nata da un misto di suggestioni e idee che si sono accavallate nel tempo. Era insieme ad altri file con altre idee che non ce l’hanno fatta. Inizialmente mi sembrava troppo assurda per funzionare ed era in fase embrionale. La fantascienza era molto più presente come concept e gli ingredienti horror erano molti meno. Venezia non c’era, c’era solo una metropoli piena di metallari confinati lì dentro da un regime fascista, ecco, qualcosa di simile. Però il file era lì, ogni tanto lo aprivo e mi appuntavo qualcosa e questo significa che l’idea era davvero buona, era fresca, bizzarra, ma dovevo scavare ancora. La svolta è arrivata quando mi sono imbattuto nella leggenda di Ca’ Dario che si intrecciava con la storia del gruppo rock The Who. E lì, ho cominciato a crederci.

TMI: Come mai hai scelto proprio Venezia per ambientare la tua storia?

MC: Come ho accennato sopra la leggenda del palazzo maledetto di Ca’ Dario ha messo sul tavolo il tassello che mi mancava per far girare il meccanismo. Questo palazzo del 1.400 è un vero scrigno pieno di incubi e l’asse del mio timone si è spostato dalla fantascienza verso l’horror. E quando ho presentato il progetto e gli appunti al mio editor di fiducia (Marco Carrara, aka il Duca di Baionette) il progetto ha davvero iniziato a prendere forma di romanzo con i personaggi e la trama.

TMI: Che rapporto hai con questa città?

MC: È una città incredibile e l’ho visitata moltissime volte. È un gioiello e lo abbiamo proprio in casa nostra. Che fortuna! La città è già di per sé un incredibile worldbuilding piena di storia, di arte e di cultura. Per scrivere il romanzo l’ho rivisitata con un’altra ottica: ovvero fotografare tutto quello che mi serviva e visitare i luoghi che poi avrei dovuto descrivere. Ad esempio, ho il computer pieno di foto di tetti, visto che nel romanzo i metallari si spostano anche usando i tetti. 

TMI: Quanto di personale c’è nel protagonista Inox e nelle sue vicende?

MC: Tanto amore per la musica punk e metal. Io arrivo principalmente dalla scena punk hardcore e ho consumato migliaia di cd punk e metal e visto un sacco di concerti dal vivo. Ho provato a trasmettere su carta l’energia e l’adrenalina che mi dava un certo tipo di musica, un certo tipo di ambiente e di attitude. Durante il periodo delle superiori la musica e i libri sono state le mie passioni più grandi. In realtà ne avevo una terza, ma non si può dire.

TMI: Sei soddisfatto dei risultati raggiunti a livello di pubblico e critica?

MC: Direi proprio di sì. Al momento è ancora presto per tirare le somme, ma posso dire che Acheron Books insieme alla collana Vaporteppa hanno fatto un ottimo lavoro e i riscontri sull’opera sono stati molto buoni. Chi ha letto i miei lavori precedenti ha notato una grande crescita nello stile e nella tecnica. I lettori nuovi si sono divertiti moltissimo e mi hanno scritto in tanti. Per dirti: i primi due mesi ho avuto il rigetto per il cellulare. Volevo rispondere a tutti e ringraziare tutti e l’ho fatto, ma tra mail, vocali, messanger, è stato davvero un incubo. Temevo di dimenticare qualcuno e ci sarei rimasto malissimo. Adesso va già meglio, il libro continua a vendere e mi arrivano ancora messaggi, ma la cosa è più sostenibile. Ho avuto in cambio tanto affetto ed entusiasmo che mi hanno ripagato delle ore spese a scrivere. Per chi suona metal o per chi ne è appassionato mi hanno detto che è davvero un libro imprescindibile e ne sono contentissimo, c’è stato un grandissimo passa parola tra i lettori e molti lo regalano agli amici. E poi ho apprezzato il fatto che anche chi è solo vagamente interessato al metal o alla musica ha trovato credibili gli intrecci tra personaggi, la cornice distopica e gli altri temi trattati. Forse gli amanti dell’horror TRVE sono quelli più difficili da convincere a leggere questo libro perché cercano un horror più classico e meno bizzarro, invece qui la componente horror è come un fiumiciattolo che scorre tra le pagine e lentamente diventa torrente e alla fine si prende la scena come un fiume in piena.

TMI: Come hanno reagito i tuoi editori quando gli hai sottoposto la tua idea?

MC: L’editore di collana Vaporteppa Marco Carrara è stato entusiasta fin da subito, avevo già avuto modo di lavorare con lui alla Novella Alieni Coprofagi dallo Spazio Profondo che aveva ottenuto buoni risultati (e li ottiene tutt’ora!) E quindi, dopo esser riuscito a rendere credibile un’opera di quel tipo, con questa è stato più semplice. Ad Acheron Books invece interessava il concept molto originale del metal legato a Venezia e alla leggenda di Ca’ Dario, visto che loro puntano a un “fantastico tutto italiano”.

TMI: Da dove e quando nasce la tua passione per il metal?

MC: Arriva dal periodo delle superiori. Prima c’è stato il punk e tutta la scena dell’hardcore. Seguivo anche molti gruppi italiani. Poi mi sono avvicinato a certe sonorità del metal che pescavano a piene mani dall’hardcore e infine sono approdato al nu metal. L’ho fatta molto breve, ma in realtà il percorso è stato lungo. 

TMI: Si dice che non ci sia metallaro che non abbia mai provato a suonare e mettere insieme una band. Tu l’hai fatto?

MC: Of course. Alle superiori abbiamo provato a mettere su una band hardcore dentro un garage polveroso, qualcosa di simile agli Snapcase di Designs for Automotion, ma in italiano. Una roba indecente e inascoltabile, ma ci siamo divertiti.

TMI: Band e generi preferiti?

MC: Generi: punk, hardcore, nu metal, thrash metal. E mi sono contenuto. Invece nominare i gruppi sarebbe un mare troppo vasto. Facciamo così, ti dico quali sono degli album che secondo me sono stati sottovalutati e andrebbero riscoperti: ObZenMeshuggah; L.D.50Mudvayne; Take to the skiesEnter Shikari ; If looks could kill, I’d watch you dieDeath by Stereo.

TMI: Quali, invece, gli scrittori?

MC: Chuk Palahniuk, Joe R. Lansdale, Ted Chiang, Robert Bloch, Alan Moore e potrei continuare all’infinito, come con le band.

TMI: Qui su The Murder Inn diamo molto spazio a band emergenti, all’underground in generale e, soprattutto, non ci dimentichiamo mai della scena nostrana. Hai qualche nome poco conosciuto ma in cui credi che vorresti segnalarci?

MC: Atarassia Grop, un gruppo hardcorepunk italiano, mai abbastanza supportato. Helslave, un gruppo death metal di Roma, molto valido.

TMI: Pensi che userai ancora l’universo di Venezia Metal per scrivere altre storie?

MC: Non credo. Però mai dire mai, ma ne dubito. Venezia Metal ha detto quello che doveva dire e la mia vena creativa si è esaurita in quel mondo. Ci ho lavorato veramente tanto e ho bisogno di una benzina diversa.

TMI: Stai scrivendo in questo periodo?

MC: Sempre. Non potrei fare altrimenti.

TMI: Per concludere, puoi anticiparci qualcosa sul prossimo lavoro?

MC: Sono molto scaramantico su questo punto. Diciamo che se inizio a parlare troppo di quello che scrivo poi mi passa la voglia di farlo. Ma qualcosa bolle in pentola, roba che scotta. Un grosso saluto Lenny e grazie per avermi ospitato tra queste pagine. Stay Metal!

Ringraziamo Marco per la sua disponibilità e non dimenticatevi di acquistare il suo libro, che merita davvero!

Agalloch – The Mantle (2002)

Nel corso dei 20 anni di attività nella stessa webzine è normale chiedersi cosa c’è fuori dalla porta, cosa riserva un cambio di rotta o arrivare su webzine top con decine di commenti e capaci di creare un seguito vero alla propria attività di recensori. Ce lo si chiede, spesso, nei momenti di dubbio, di difficoltà nel rispettare “le scadenze” o quando, dopo aver scritto una recensione di livello i numeri delle visualizzazioni rimangono terrbilmente verso lo zero. È sconfortante, ma l’attività del recensore è fatta così, poche gioie e una serie infinita di dischi recensiti con l’anima e letti da tre persone. Per due siti che funzionano, mille muoiono senza lasciare tracce lacrime nei lettori, con il solo post su Facebook che dice “mi dispiace non ce la fa facciamo più ad andare avanti così”. E io mi chiedo, spesso: “ah, ma eravate ancora attivi?”. Brutale, ma spesso le webzine sono piccole e tenute in piedi dalla forza e determinazione di una, due persone. Poi arrivano gli obblighi sociali, famigliari, lavorativi e qiant’altro a mettersi in mezzo e saluti a tutto. Vi chiederete, voi due che leggete, se è successo lo stesso anche a me. La risposta è No. Il motivo è semplice, themurderinn é una famiglia di gente che ha la passione per la musica. Una passione verae non c’è spazio per ego o stronzate varie. Quindi perchè andarsene dalla propria famiglia? A me dei trofei, delle ghirlande e delle corone d’alloro frega niente e ho capito nel tempo che tanto che questo non è altro che un passatempo. E poi con TMI ho scoperto gli Agalloch e precisamente The Mantle. Che è, guarda caso, uscito 20 anni fa ed è, ancora oggi, uno di quei dischi che mi fa scendere la mandibola a livello terreno. Un LP praticamente perfetto in tutte le sue parti e la sua ora abbondante di musica non mi stufa mai; e lo dico tenendo conto della quantità di volte che l’ho ascoltato. The Mantle è capace di mettermi in un mood rilassato in una giornata turbolenta ed è talmente “descrittivo” che, a sentirlo ad occhi chiusi, ti trasporta in una foreste autunnale, con la bruma e il leggero freddo che si impossessa delle ossa. The Mantle è il suono della inevitabile caducità mortale, ma raccontata con la delicatezza di una fiaba. Perchè gli Agalloch, nel 2002, non ci stavano raccontando una storiella allegra o un folkettino da quattro soldi; ogni pezzo contenuto dentro questo LP è scritto, cesellato e riprodotto con la perizia di una novella della fine del 1800, dove tutto sa di morte e disperazione, ma raccontato con il piglio sapiente dello scrittore capace di mascherare e trasportare il lettore in un reame adiacente alla realtà della scrittura. Ci sono highlight di luce e positività, spesso gestiti con le chitarre acustiche (I’m the wooden door), ma sono specchietti per le allodole, basta leggere il testo. Non credo ci sia poi molto da dire su The Mantle a 20 anni di distanza. Questo è uno dei dischi capolavoro da portare sull’isola deserta. Se non lo credete o lo sottovalutate è perchè forse lo avete sentito troppo poco o male. Per me è, e rimarrà, il più grande disco inciso dagli Agalloch. [Zeus]

Pain – Nothing Remains The Same (2002)

Non potrei definirmi un fan hardcore dei Pain neanche a volerlo, spesso dei vari dischi del buon Peter Tägtgren non conosco tutte le canzoni e ultimamente mi son anche perso l’ultimo singolo (Party in My Head), che però ho recuperato giusto un paio di giorni fa. Ma, come sempre c’è un ma, i Pain sono stati capaci di fare lo show dell’anno a Brunico, un concerto con un’acustica pazzesca. Forse uno fra i migliori mai sentiti in assoluto come suono potente e chiaro, ma sono quasi certo di ripetermi e averlo già detto in altre recensioni. Nel 2002, la creatura “secondaria” di Peter non erano diventati una realtà consolidata, erano un progetto alternativo per staccare dal death metal dei suoi Hypocrisy, che proprio in quell’anno avevano fatto uscire Catch 22 – non uno dei miei LP preferiti degli svedesi. Forse ne aveva bisogno di staccare Peter, doveva tirarsi via dal classico modo di comporre degli Hypocrisy e prendersi tempo per gettare uno sguardo dove il metal più truzzo si incontra con l’industrial. Estremo? Neanche per idea, visto che il brano di Nothing Remains The Same che più “picchia” sembra una mezza scopiazzatura di quanto stavano facendo i Rammstein in quegli anni (sentitevi i chitarroni quadrati di The Game), anche se nel 2002 i teteski erano sull’onda di album che mai più riusciranno a comporre.
Lasciate da parte le asperità che ancora si respiravano nei primi due LP, Nothing Remains The Same è acchiappone e scritto, suonato e registrato proprio per piacere ed essere un disco da mettere su quando hai “metallari della domenica pomeriggio” come ospiti a cena. Questa affermazione non toglie niente della qualità del disco e neanche del fatto che Shut Your Mouth sia catchy all’inverosimile e Just Hate Me è la ballatona che molti gruppi si sognerebbero di scrivere. Peccato che l’hanno scritta i Pain e quindi quanti di voi l’hanno sentita? Anni fa Nothing Remains The Same mi piaceva molto, riascoltato oggi che fa caldo e forse non mi interessa poi più così tanto la commistione metal – industrial – techno, o forse mi ha solo stufato un po’, il disco del 2002 non riesco a guardarlo nella stessa maniera. Un buon trequarti di tracklist è ottima, Pull Me Under svetta nella second metà del CD, ma ci sono brani che non mi pigliano più così tanto. Forse sono l’unico su questa terra, ma, oggi (luglio 2022), Eleanor Rigby rifatta dann Pain non mi piglia più molto e così anche la doppietta Save Me – The Game. Il resto funziona, ma se devo ricordarmi di Nothing Remains The Same a vent’anni di distanza mi viene in mente sempre e comunque Shout Your Mouth, e in seconda battuta Just Hate Me – Pull Me Under quando va bene, mentre il resto faccio fatica a ricordarlo. Non è un giudizio negativo sul disco, comunque di qualità, ma qualcosa vorrà pur dire?
[Zeus]

Misery Index – Complete Control (2022)

L’ho già detto che ho un occhio di riguardo per i Misery IndexTraitors è, ancora oggi, uno di quei dischi che non riescono a stufarmi. Forse non lo ascolto più così tanto come un tempo, ma nella lista degli Lp che consiglierei lo metto senza problemi. Il migliore dei Misery Index? Forse no, ma al cuor non si comanda. Favoritismi direte? No, ma di certo una o due cose gliele concedo per partito preso, se non vi sta bene leggete oltre. Complete Control segna il settimo disco in poco più di  vent’anni di attività e visto che oggi è una giornata di sole e si scrive bene anche in giardino, perchè non mettere insieme capra e cavoli? Il precedente Rituals of Power era un disco buono, quadrato quanto basta e con un occhio verso il passato per riappropriarsi di un futuro che non era in discussione, ma poteva cadere in qualche perfido circolo infernale di tentativi irrealizzati e di prove sbagliate. Quello che i Misery Index devono fare, invece, è essere quanto più sé stessi possibile, seppur aggiornandosi ad un presente fatto di death metal, groove, composizioni quadrate e la solita capacità di creare buoni chorus. Il grind è attitudine, lasciato peraltro esprimersi con più arroganza solo in tracce come Now Defied! o Infiltrators. La formula 2022 funziona perché non piscia fuori dal vaso, le due voci hanno il loro perchè e i soli alleggeriscono una registrazione che più compressa e possente è difficilmente ipotizzabile. Però, e ci sta anche un però, sembra che la scaletta sia stata composta in maniera abbastanza furba: la prima metà setta il parametro con cui valutare il disco e la seconda non riesco sempre a considerarla allo stesso livello. Non ci sono pezzi brutti, solo che nella prima metà le cartucce sono brutali e la botta trasmessa è notevole. Però è una critica da poco, visto che rispetto al precedente Lp, di pezzi decisamente deboli non ne sento e ho lo stesso piacere ad ascoltare Administer of Dagger così come Conspiracy of None. E poi, credetemi, spesso e volentieri quello su cui vi soffermerete è il lavoro di Adam Jarvis alla batteria, se non ha un conto in sospeso lui col drum-kit, non so. E poi con sto caldo e la gente che sembra guidare a cazzo di cane, un disco come Complete Control è quasi rinfrescante, mi permette di prendere la vita con più filosofia e non uscire totalmente scemo a vedere cosa due raggi di sole fanno sulla gente. Voi fate come vi pare, ma io torno a sentirmi per l’ennesima volta The Eaters and the Eaten e mi godo il caldo della terrazza bevendo abbondantemente come dicono i saggi dei telegionarnali. [Zeus]