I bei tempi andati. Pig Destroyer – Head Cage (2018)

Non posso parlare del nuovo disco dei Pig Destroyer senza nominare Myspace almeno una volta. Quei tempi da pionieri dei social, tanto che quando è arrivato Facebook io l’ho guardato con diffidenza – troppo glamour e con troppa gente sopra e, inoltre, FB è/era privo di quella possibilità di personalizzare Myspace che rendeva questo mezzo qualcosa di intrigante. Pieno di difetti fino al buco del culo, ma intrigante. Tanto che proprio su questo mezzo ho incontrato molta gente che ancora oggi frequento o con cui sono rimasto in contatto in qualche modo. 
Su Myspace ero in contatto con una band, i Pig Destroyer, e ancora oggi mi ricordo la gentilezza con cui si interfacciavano con il pubblico. Mi ricordo i saluti, qualche battuta, gli auguri ai compleanni e poi, ovvio, la musica. Non mi ricordo che disco fosse uscito, giuro, la memoria sta facendo sempre più cilecca negli ultimi anni. 
In compenso mi è tornato in mente questo particolare (Myspace) proprio in occasione dell’uscita di Head Cage, ultimo disco del quintetto di Alexander, in Virginia (USA). Rispetto a Book Burner del 2012, la formazione si è arricchita del bassista John Jarvis (fratello di Adam Jarvis, batterista di Misery Index e Scour, giusto per citarne alcuni). 
Il grindcore degli americani viene spinto sul territorio del groove, innestando riffoni quadrati e qualche mid tempo, il tutto mantenendo brevi i brani. Il fatto è che c’è una strana distinzione nelle canzoni: si sente l’intento di cambiare registro, che sia aggiungendo un mid tempo, un tocco anthemico o giocando sui pattern ritmici (The Last Song, abbastanza sotto tono), ma è proprio nel cambiamento che i Pig Destroyer perdono quell’efficacia che gli è propria (Army Of Cop non è male, ma tirata 3 minuti è troppo).
Un esempio lampante di questa difficoltà lo possiamo trovare in Concrete Beast, canzone che non convince pur muovendosi su diversi cambi di tempo e azzoppata, forse ma non ne sono sicuro, dal trovarsi in mezzo a Terminal Itch – The Adventures of Jason and JR, brani veloci e d’impatto. Piace anche il tiro thrash/groove della breve Circle River – il cui riff ti si attacca alla testa peggio delle piattole sulle palle. Se togliamo dal conto l’ultima, e contorta, House Of Snake, si vede che sono proprio i brani più deliranti e veloci ad essere quelli più convincenti. 
Con Head Cage i Pig Destroyer tentano la carta della piccola rivoluzione, ma la azzeccano solo a metà. Non saprei dire se il nuovo corso sarà sui brani “nuovi” o se faranno un 180° e ritorneranno a produrre solo sberle grindcore, vedremo nei prossimi mesi/anni.
Io intanto cerco di ricordarmi la password d’entrata per Myspace, ma non me la ricorderò mai.
[Zeus]

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Heads for the Dead – Serpent’s Curse (2018)

Parte il disco e, ahimé, mi sembra di trovarmi sul set del 13° Guerriero. Ve lo ricordate, vero? Quello dove dei vichinghi vanno a raccattare un arabo (che in realtà è spagnolo e vive in America e si fa chiamare Antonio Banderas) e lo portano nei fiordi a prendere il fresco per sconfiggere il nemico. A parte che la storia inizia e capisci subito che la trama è stata creata da uno che non aveva voglia di pensarci troppo, alla trama, il film risulta anche divertente. A parte Banderas che è irritante oltre ogni possibile concezione e, quando non deve fare l’insostenibile arabo illuminato che cita poeti ad minchiam canis, te lo immagini nascosto dietro a qualche palo a inchiappettarsi la gallina. O viceversa.
Fortuna che Serpent’s Curse, primo e attualmente unico disco dei Heads for the Dead, non è della pasta del 13° Guerriero. Inizia così, ma poi si rivela un LP di solidissimo death metal creato dall’accoppiata Jonny PetterssonRalf Hauber. Il primo presente in x-mila progetti, dischi etc, il secondo impegnato nei Revel in Flesh.
Il risultato, e mi fa strano dirlo in maniera così diretta, è quello di un disco onesto, ben concepito, ben suonato e interessante. Senza troppi fronzoli e stronzate, Serpent’s Curse porta a casa il risultato proprio perché non si fa prendere dalla smania di essere chissà che cosa. Il duo è smaliziato e sa come gestire la materia, tanto che i richiami sono accenati e, per qualche strano motivo, mi ricordano i Belphegor (periodo Blood Magick Necromance) per il sound che ne esce (quadrato, pulito e grosso) e per quel sottile accento che filtra dietro il growl di Hauber. Ma niente di più. Del delirio blackned death metal di Helmuth&Co. non si sente altro, essendo Serpent’s Cult un disco di death metal, seppur oscuro e plumbeo quanto basta. 
Per me è una ventata di freschezza questo ritrovare nel death metal quella capacità di arrivare a produrre un disco buono, senza dover per forza finire a inserire milioni di note per suonare “iper-tecnici” o sgorgare nei territori dello slam o, ed è l’ultimo esempio, dover per forza contaminare il sound con il “-core” per poter essere appetibili ad un pubblico giovane.
In Serpent’s Cult ci sono le parti con più groove, quelle dove si picchia, le atmosfere e il growl, marcio quanto basta. Questo mi aspetto da un disco death e questo, nell’LP d’esordio della band, ho trovato.
Ci sarà un seguito? Non so cosa dire, questi sono progetti “usa-e-getta” per soddisfare la voglia di un certo sound, di collaborare, di pagare gli alimenti alla ex-moglie o chi più ne ha più ne metta e spesso rimangono tali.
Se poi ci sarà un secondo disco, io spero che il buon Satana guidi questo duo raffinando/inzozzando/modificando quanto creato nell’esordio, ma rimanendo sempre su questa linea “semplice ed efficace”.
[Zeus]

Craft – White Noise and Black Metal (2018)

Un mio preciso intento da recensore è schifare, almeno in primis, ogni forma di hype che percepisco nell’aria. Perché? Perché fondamentalmente sono un coglione, ma questo è un discorso che potrebbe portare via molto tempo e annoiare i più. Questa diffidenza verso il tamburo mediatico mi aveva colto nei confronti degli Mgla, di cui ho cambiato radicalmente idea e che sono diventati la colonna sonora delle mie tediose giornate, dei Batushka, di cui non mi pento della mezza stroncatura, e di altre gloriose novità o presunte tali. Nei tempi recenti, il gruppo che mi ha insospettito è stato quello dei Craft. Svedesi, attivi da un po’ (primo disco ufficiale nel 2000) e con dentro membri o ex membri di Bloodbath e Shining, giusto per citarne alcuni. 
Da fine giugno in poi, il disco “da sentire” è stato il qui presente White Noise and Black Metal. All’inizio l’ho evitato, lo ammetto, le testate “maggiori” lo recensivano e facevano promozione a questo quartetto svedese, ma non mi fidavo. Solo qualche mese fa mi sono concesso il primo ascolto di Fuck The Universe e l’ho trovato di mio gradimento, quindi mi sono gettato sul nuovo LP. Nel mezzo hanno fatto uscire, a distanza di sei anni da Fuck…, un altro disco (Void), ma l’ho saltato e dovrò recuperarlo. 
In White Noise and Black Metal trovo una band meno arrembante, meno “diretto” di Fuck The Universe (in quel disco, a mio parere, il tiro era maggiore), ma compensa migrando parte della furia esecutiva in un black metal compatto, a volte dissonante, e che non si limita a vedere nell’oscura Svezia il proprio perimetro musicale, ma fonde anche la lezione norvegese di gente come Emperor o Darkthrone nei solchi del CD. Se vogliamo, sono proprio le prime due tracce a far sentire l’aroma dell’Imperatore, ma poi sono i richiami ai Carpathian Forest – non quelli caciaroni, ma quelli più groovy – o alla musica di Fenriz ad emergere. 
Come potete notare, però, gli Shining non sono contemplati nello spettro sonoro. L’attitudine dei Craft si distanzia da quanto proposto da Niklas e, per me, questo è un sollievo visto che c’è bisogno di linfa nuova nel sound black metal. 
Dei Craft, oltre al rimando ideale ai nomi storici, piace quella capacità di condensare negli otto brani (sette, più lo strumentale Crimson) sia l’ossessività, quella ricerca del riff circolare ripetuto ad nauseam per creare l’effetto straniante e ipnotico, sia la volontà di non arrotolarsi su sé stessi minando ogni forma di ascolto piacevole o interessante. Quindi ecco le improvvise accelerate e i riff che diventano più diretti, più ficcanti e, come nella doppietta finale, approfondiscono il lato più classicamente black metal  (White Noise) e lo filtrano secondo lo stile Craft (YHVH’s Shadow). 
Pur essendo un compendio migliore delle varie anime black metal che convergono nel sound degli svedesi, White Noise and Black Metal non è il miglior disco dei Craft. Pur essendo dissonante, rivolto ad una maggiore ripetitività e con un grado di ossessività forse maggiore di Fuck The Universe, WNaBM non ha quel fascino così morboso che aveva il disco del 2005. 
[Zeus]

Alabama Thunderpussy – River City Revival (1999)

Parte Dry Spell e mi sento ancora giovane e pronto per saltare sul furgone degli Slowtorch in vista di una data lercissima in qualche provincia sconosciuta della Germania del Sud.
Premetto una considerazione, così mi tolgo i rompicoglioni dalle palle e posso proseguire sull’onda dei ricordi: gli Alabama Thunderpussy non propongono niente di nuovo, niente di realmente eccezionale o epocale, ma cazzo se sanno fare bene il loro sporchissimo lavoro. L’anno prima erano usciti con Rise Again e lo sentivi che cantavano le storie che la mamma-sorella raccontava a proposito del padre-fratello e, quando non erano intenti a suonare nel fienile, aumentavano il fatturato della band distillando moonshine nella vasca da bagno del nonno ubriacone e sudista. In River City Revival si puliscono un po’ di polvere di dosso, mettono il cappello delle feste e rattoppano i vestiti lisi, ma sotto sotto ci sono ancora dei redneck ignoranti come zappe… e così ci piacciono. O, almeno, così mi piace pensarli.
Rise Again era sporco, ma in River City Revival ci sono i pezzi bomba, quelli che li metti su e ti fanno salire il sorriso del compiacimento: la già citata Dry Spell, Heathen o Mosquito… giusto per citarne alcune.
Giving Up on Living inizia con un riff che mi fa esaltare sempre, poi si quieta e, ancora oggi, non so se la preferisco così, pregna di umori sudisti come le mutande di una Miss Maglietta Bagnata alla fiera della pannocchia, o l’avrei voluta con più ottani, più dinamismo e non solo quello scoppio finale.
Se la cover dei The Four Horsemen (California) di Rockin’ Is Ma’ Business mi rimette in sesto come energia, Own Worst Enemy ha tutto l’occorrente per essere un inno southern dei poveri: delle sensazioni che ti prendono quando ti svegli con le palle girate e triste per aver perso la donna dei tuoi sogni e queste si mescolano al sapore di moquette da albergo di infimo ordine che hai in bocca grazie alla sbronza tonante che ti fa vomitare la prima comunione nel cesso.
Quando voglio nutrirmi di un po’ di mood da bayou, allora faccio partire questa canzone degli Alabama Thunderpussy e sto bene. Perché nei solchi di questo disco convivono tante anime, dal rock sudista dei Lynyrd Skynyrd a seguire. Quindi c’è di che perdersi e, permettetemi, non faccio la primadonna pensando che solo il primo disco fosse “eccezionale”.
Per me no, in River City Revival ci sono quelle grandi canzoni che solo saltuariamente emergeranno nei dischi successivi.

Nel 2005 fanno uscire una nuova edizione del disco con copertina diversa (più glamour e meno da “fiera dell’est”) e con tre canzoni in più.
Ripeto un concetto espresso all’inizio dell’articolo: le Fighe di Tuono dell’Alabama non suoneranno niente di nuovo, non sono i nuovi messia del southern metal/sludge/southern rock, ma cristo se ti fanno divertire, sentire un vagabondo redneck e ti fanno venir voglia di berti una pinta di moonshine mentre stai importunando la reginetta della minchia fritta.
[Zeus]

Il nuovo singolo degli Eluveitie – Ategnatos (2019)

Nel 2017 gli Eluveitie hanno deciso di cambiare pelle e si sono separati da un paio di membri (fra cui Anna Murphy che, a quanto ho letto in giro, è andata a formare i Cellar Darling) e hanno accolto, nell’allegra combriccola, Fabienne Erni
Dopo aver dato alla luce Evocation II – The Pantheon (che non ho ascoltato neanche a pagarlo), mi sono imbattuto per caso nel nuovo singolo: Ategnatos. Singolo, nonché title-track, dell’LP che uscirà il 05 aprile. 
A parte che son passati anni e gli Eluveitie continuano a suonare come una succursale svizzera dei Dark Tranquillity con in più violini e pentolame vario, ma vi siete accorti anche voi che la nuova cantante ha un carisma che è pari a zero?
Sto guardando il video e, vi giuro, non riesco a ricordarmela.
Non incide, a parte i coglioni con quel vocalizzo iniziale che, per quanto mi riguarda, ha la capacità di essere irritante come il tick-tick… di James Hetfield-iana memoria. 
Poi ci saranno i fan sfegatati e che sbaveranno come rottweiler a sentire Chrigel con il growl e la tizia che canta in clean sarà boh, qualcosa, ma puttanaeva, ‘sta porcatroia di canzone non te la ricordi.
[Zeus]

Amorphis – Divinity/Northern Lights (Singolo – 1999)

Uscito qualche mese prima di Tuonela, questo singolo ci regala un anticipo di quello che sarà (Divinity) e una canzone nuova (Northern Lights). La prima è ormai diventata un classico e, sotto molti aspetti, è una delle canzoni più coinvolgenti degli Amorphis, soprattutto grazie all’eccellente melodia e al lavoro di chitarra del duo Koivusaari-Holopainen. Northern Lights non è la migliore canzone uscita dalla penna degli Amorphis, ma il suo tiro ritmato e abbastanza Sabbathiano piace. Rispetto a quanto proporranno nel successivo LP, in questa canzone la parte growl/gutturale è preponderante  e, sotto questo aspetto, è la traccia che collega il futuro con il passato. 
[Zeus]

Nel 1993 usciva Det Som Engang Var dei Burzum…

Paradossalmente questa copertina di Jannicke Wiese-Hansen, già all’opera su Dark Medieval Times dei Satyricon nonché sul primo disco dei Burzum, mi fa meno schifo di quella dei Satyricon. Il perché verrà spiegato nel corso della recensione.
Questo è solo un paradosso, quello che ci interessa è la musica e, fra il 1992 (in cui esce l’omonimo disco) e il 1994 (quando esce Hvis Lyset tar oss), Varg Vikernes se ne esce con tre dischi eccellenti. Questo prima di perdere completamente il controllo della realtà circostante, ammazzare Euronymous e palesare al mondo quello che circolava nel suo cervello (e il mondo non smetterà mai di rimpiangere questo momento… almeno finché non ha avuto modo di vedere la nuova versione di Varg Vikernes, che chiameremo bimbominkiaburzum e il suo utilizzo smodato di Youtube). Nel mezzo, esattamente nel 1993, Varg decide di spostare le coordinate del suo sound verso un territorio nuovo, o almeno innovativo, e stemperare la furia grezza del black metal all’interno di soluzioni ambient, con qualche idea folk e tutto uno spettro musicale che, con il trve norwegian black metal duro e puro, poco aveva da spartire. Almeno nell’ottica del purismo sonoro senza compromessi.
Quello che i Burzum creano è una nuova forma di black metal che poi verrà ripresa nel successivo LP e, nel 1996, arriverà alla sua naturale destinazione sonora e quindi Filosofem.
Det Som Engang Var è un disco particolare, 8 canzoni per un totale di 39 minuti. Se tenete presente che tre sono strumentali (fra cui Han Som Reiste, oltre 4 minuti di paesaggio mentale), stiamo parlando di un LP che in poco meno di mezz’ora ti porta in un mondo che è fantastico, ancestrale e pagano (la parte satanista, ad onor del vero, è poco presente in questo DSEV). Mondo che viene degnamente rappresentato dalla copertina in bianco e nero – in uno stile “ingenuo” e forse un po’ “scolaresco”, ma almeno la finalità generale viene raggiunta.
Questo è un LP che ho fatto fatica ad eliminare dall’ipod dopo averlo tenuto per diversi mesi (allo scopo di recensirlo, credo, o perché quelle sonorità erano qualcosa di cui avevo bisogno in quel momento). Ha l’andamento giusto dell’autunno brumoso, scuro, del gelido freddo notturno e fra le parti strumentali più ambient, il riffing circolare e l’high-pitch screaming del Conte, Det Som Engang Var ti trasporta in un’epoca in cui il black metal era sperimentazione, evoluzione che poi finirà per sclerotizzarsi in dogma e quel pizzico di ingenuità arrembante che, del poi super-serioso metallo della fiamma nera, era una componente spiazzante ma, in fin dei conti, convincente. 





Infernal – Infernal (1999)

Da due ex-membri dei Dark Funeral dell’epoca The Secrets Of The Black Arts (Themgoroth e il chitarrista Blackmoon, mastermind dei Necrophobic fino a Darkside) cosa vi aspettereste? Soprattutto conoscendo cosa produce la chitarra di Blackmoon. Io, sinceramente, quando ho sentito il debutto degli Infernal (o Infernal 666) mi sono ritrovato a casa. Le sonorità sono gelide, delle rasoiate di black metal di scuola svedese suonate senza pietà, con un tocco malvagio, ma con un riffing distintivo e brillante, che non si perde nel marasma generale. 
La differenza fra quanto proposto dai Dark Funeral/Necrophobic e gli Infernal è la stessa che passa fra una grappa aromatizzata e la classica Treber (grappa bianca di vinaccia). La seconda è un distillato che ti arriva alle narici e nell’esofago con foga e ardore, ma non perde i suoi sentori di vigna, mentre le grappe aromatizzate, pur avendo sempre la base infuocata tipica delle acquaviti, hanno elementi ulteriori. 
E come la Treber sono gli Infernal. In quattro tracce distillano un Satanic Holocaust Metal (parole loro) e già con Requiem (The Coming of the Age of Satan) mettono le cose in chiaro: blast beat, velocità e Satana. Mentre su Storms of Armageddon si viene accolti da un turbinio di riff, batteria e le vocals possedute di Themgoroth, Wrath Of The Infernal One richiama le prime ore dei Dark Funeral (aumetandone il carattere diabolico e furente) e altrettanta furia è nei solchi di Under the Hellsign
Vent’anni fa gli Infernal facevano il loro debutto e, in un momento storico in cui il gothic metal stava imperversando nel mondo musicale, la brutalità satanica di questa band svedese è stata un toccasana. 
[Zeus]

Burial Hordes – Θανατος αιωνιος (The Termination Thesis) [2018]

Ci sono due scene che, in questi anni, hanno attratto la mia attenzione: quella polacca (come avete avuto modo di vedere dalle numerose recensioni di band come Plaga, Furia o l’accoppiata Mgla/Kriegsmachine), anche se le ex province del blocco Sovietico forniscono spunti interessantissimi, come i Cult Of Fire, e quella greca. Quest’ultima è, in buona parte, dominata dai Rotting Christ, ma non sono gli unici provenienti dal Peloponneso ad essere interessanti e degni di nota. Di altre band abbiamo parlando in passato, mentre dei Burial Hordes parliamo oggi. E, con questo Θανατος αιωνιος (The Termination Thesis), ci troviamo di fronte ad un disco che divide. 
Se, come me, nel metal cercate in egual misura la furia, le atmosfere marce e anche (in certi casi soprattutto) l’ossessività, quella componente reiterata, maniacale e ritualistica, a seconda di come le band declinano il loro sound, allora questo disco, il quarto dei greci, potrebbe fare per voi. Perché dentro i solchi di questo CD si sente l’eco di band come Deathspell Omega e Blut Aus Nord (quindi la scena francese), ma si potrebbero vedere anche collegamenti con i neozelandesi Ulcerate e i Barshasketh (attualmente fuori con il loro nuovo, omonimo, disco) . Quindi ecco un sound compatto, granitico, privo di luce ma, comunque, capace di progredire e, in certi momenti, di indulgere in parti vagamente più ritmate. La registrazione è piena, plumbea e l’idea che i Burial Hordes hanno del loro sound è quello di una valanga che cola sulle orecchie dell’ascoltatore. Questa caratteristica viene strutturata su chitarre pulite, mentre la sezione ritmica è perfettamente udibile (la batteria è molto chiara, con un suono abbastanza naturale). Anche quando i greci tentano di far uscire l’entropia dalla musica, c’è una parte di “ragionamento” e calcolo, che non fa finire il brano in caciara o velocità fine a sé stessa. 
Su questa base musicale, imperversa il growl di T.D. Rispetto alla scena black metal nordica, o anche alcune derive avantgarde-black metal francesi, la tonalità è cavernosa, riverberata e, se dovessi spingermi in un paragone immediato, la sento molto vicina a quanto fatto dagli Ulcerate
Questi particolari, come potete immaginare, sono anche il lato “negativo” per chi le sonorità di questo tipo non le digerisce. Monolitico e privo di sfumature, Θανατος αιωνιος (The Termination Thesis) fa di questo suo aspetto quadrato il suo biglietto da visita. 
In queste settimane lo sto ascoltando parecchio, ma la grande ripetitività degli ascolti è anche data dalla necessità di capire bene quello che poi andrò a scrivere (graziarcazzo!). Pur essendo un disco che racchiude, in poco più di 43 minuti, un mondo scuro, brutto e dipinto di nero (cosa che non mi fa proprio schifo come concetto musicale), non credo che l’avrei inserito nei migliori dischi del 2018. 
[Zeus]

Judas Iscariot – Distant in Solitary Night (1999)

Nella musica americana io ripongo sempre una grande fiducia. In un modo o nell’altro gli USA riescono quasi sempre a tirar fuori qualcosa che piace, anche solo per una questione meramente numerica e geografica. Gli Stati Uniti sono talmente grandi e coprono così tanti spettri geografici/climatici/religiosi e culturali (di partenza) che è probabile che ne esca qualcosa di buono. Solo un genere musicale è ostico per gli yankees ed è il black metal. La musica della fiamma nera sembra essere di difficile gestione per questo popolo e questo si vede in termini numerici: a parte Inquisition, Absu e forse pochi altri, non c’è una band rilevante proveniente dall’America. 
O, almeno, questo è il mio punto di vista. 
Judas Iscariot, ormai disciolti, rientrano in quei gruppi di cui non si capisce molto bene sia le motivazioni sonore sia quelle… extra-curriculum. Akhenaten, leader della band, mischia in maniera poco trasparente la sua dedizione al Satanismo e quella con l’estremismo in termini politici, tanto che le  sue dichiarazioni di “neutralità” vengono smentite dai commenti fatti durante il concerto a San Antonio (esemplificativo il video – minuto 11:39) e alcune partecipazioni a compilation NSBM tramite la sua seconda band: i Weltmacht
Questo per rendere chiaro che i Judas Iscariot non sono, e neanche saranno, una band “neutrale”, ma sono politicamente schierati sull’estrema destra. 
Detto questo, e non volendo pubblicizzare troppo le gesta di una band (anche TMI ha una sua linea guida e questa impone di non dar rilevanza a gente di un certo tipo), passo direttamente alla musica. Che è, senza se e senza ma, il fulcro di questa webzine. 
La band americana si imbarca in un black metal di stampo norvegese, debitore di quanto fatto dai Burzum e dai Darkthrone. Quindi ecco tremolo-picking, blast-beat e anche un po’ tastiere quando servono. Il problema è che spesso ne escono canzoni piatte, poco ispirate e senza quella necessaria energia negativa che ti spingeva a sentirti i dischi della prima ondata del black metal per inspirare tutta la negatività e il Demonio che trasudava da quei solchi. Le registrazioni, fatte dallo stesso Akhenaten, sono piatte e, tentando di riprendere lo stile norvegese, prive di dinamismo pur avendo modo di sentire anche le partiture di basso. 
Il problema principale di Distant in Solitary Nights è che non ci sono vere idee dentro. Sentitevi Where the Winter Beats Incessant, dove in un tentativo di riprendere qualcosa dei Burzum si passa da un riff all’altro senza senso alcuno e senza idea di cosa ne verrà fuori terminata la canzone. E così via per tutto il disco, in cui fra “omaggi” alla musica di Fenriz&Nocturno Culto e altre scopiazzature da Varg Vikernes, il disco arriva alla fine. Ma non senza passare per due tracce “quasi ambient” e quindi ecco The Clear Moon, And The Glory Of The Darkness (dove il drumming non esiste, per fortuna, e anche le vocals non sono parte fondamentale) e la stucchevole ultima traccia: Portions of Eternity Too Great for the Eye of Man. Titolo pretenzioso e risultato patetico, a mio avviso. Sono undici minuti (!) di synth e qualche nota sparsa qua e là, sotto cui si sente un discorso lunghissimo. Sono certo che nell’idea di Akhenaten questa fosse una degna conclusione, introspettiva e catartica in un certo senso, ma il risultato è solo una outro lenta e lunghissima che ti fa perdere la voglia di arrivare alla fine. 
Idee politiche condannabili a parte, anche musicalmente Distant in Solitary Night è un disco che non ha niente da dire. Una delusione e non ci perderei troppo tempo ad ascoltarlo. 
[Zeus]