Unanimated – In The Forest Of The Dreaming Dead (1993)

Ci sono band che hanno raccolto molto meno di quanto avrebbero potuto: vuoi te per sfiga, per mancanza di coraggio, di tempistiche o di cosa ne so io, questi gruppi sono stati ignorati dal grande pubblico. Della categoria mi vengono in mente i Soilent Green (sfigati all’inverosimile) o i protagonisti di questa recensione: gli svedesi Unanimated.
Vista la condizione in cui versavano, due dischi in tre anni, e la pausa di decenni, ho approcciato questa band quando hanno fatto uscire In The Light Of Darkness del 2009. Prima, ahimé, non li conoscevo.

Lo so, dovrei bullarmi e dire che so tutto di tutti, ma in realtà non è così e anche io scopro le band quando cazzo ho tempo, voglia o possibilità.

Dopo aver fatto diventare In The Light Of Darkness il mio disco per scaldare la voce prima delle prove – eggià, sempre quella maledetta mania di voler fare più di quello che il Grande Capro ha deciso che io diventi -, sono andato indietro e ho recuperato Ancient God Of Evil (del 1995) e il primo In the Forest of the Dreaming Dead (disco targato 1993). Al che, potete anche capire il mio stato di costante eccitazione – sessuale e non. Questi due CD degli anni ’90 sono due perle nascoste che, a mio parere, superano anche il pur eccellente comeback del 2009 – a parte la title-track che è, e sarà, una canzone che mi sloga le vertebre ogni volta che parte -.
In the Forest… è un disco abbastanza maturo, ma ancora seminale per la band svedese. Ha il sound giusto, un mix di black-death che si avvicina alla proposta dei Dissection (anche perché gli Unanimated propendono più per il death che sul versante black metal), e ha le canzoni, quindi il songwriting, per far vedere che Bohlin, Broberg&Co. – ‘sti cazzo di nomi nanici – sanno costruire canzoni di un certo spessore.
La band non tradisce sotto l’aspetto puramente tecnico e pur non avendo “picchi d’eccellenza masturbatori“, riesce comunque ad essere pronta e preparata più, e meglio, di molti newcomers dell’epoca.
La mia domanda è: sarà stato anche il ritardo fra demo ed LP a fortificare il sound e l’attitudine?
Vai te a saperlo.
In conclusione vi dico: In The Forest Of The Dreaming Dead è un disco che, messo in moto nel lettore/mp3 player, ci rimarrà per un po’ di tempo. Questo è sicuro o così è stato per me. E poi, giusto per confermare la qualità della band, ecco che nel 1995 è uscito Ancient God of Evil… il resto, come si dice, è storia.
[Zeus]


P.s: questo disco, giusto un mesetto fa, ha compiuto 25 anni di vita!

Annunci

Questo strano aprile al ritmo dei Black Sabbath: Never Say Die! (1978)

Risultati immagini per never say die!

Negli ultimi tempi sto avendo delle serissime difficoltà a staccare fra casa e lavoro: quando sono a guadagnarmi due euro in croce, mi porto dietro la sonnolenza casalinga; mentre sono a grattarmi la minchia a casa, ecco che vengo percorso da ignobili sensazioni stressanti date dal lavoro di cui sopra.
Non credo di essere l’ultimo, ma visto che ognuno è egoista, penso a me stesso.
Nella nebbia del cibo+stress mi sono risentito Never Say Die! dei Black Sabbath e, ahimé, continua a non convincermi.
Io, ogni tot, ci passo un po’ di tempo in compagnia di Never Say Die! o Technical Ecstasy e, ogni volta, mi ritrovo a pensare che l’ultimo grande disco della formazione originale è stato Sabotage. I due LP successivi, seppur suonati bene e con perizia, non mi hanno detto granché: vai te a sapere perché!
Never Say Die!, che festeggia i 40 anni quest’anno, è il testamento di una band con il fiatone e più problemi che soluzioni. A trent’anni, i membri dei Sabbath vengono reputati dei dinosauri del rock (adesso, cari lettori, a 30 anni si fa fatica ad uscire di casa e si viene considerati come giovani adulti) e le nuovissime leve dell’hard rock/metal – che hanno imparato tutto dai Sabbath stessi – si fanno belle davanti al pubblico dei nuovi giovani. Eggià, perché i giovani dei Sabbath, quei 15/20enni che si drogavano a bomba e formavano distese di corpi senza coscienza ai concerti degli inizi, sono diventati adulti e i nuovi giovani vogliono qualcosa di diverso, qualcosa che sia “primitivo” e del loro tempo.
I Sabbath perdono la rotta, Ozzy perde il padre E la brocca, la formazione incomincia a scricchiolare e le composizioni sono zoppicanti, tanto che, per sopperire ad un attacco di tossicodipendenza di Ozzy (si sa, il buon Michael “Ozzy” Osbourne aveva queste esigenze di sfasciarsi la faccia con alcool e droghe varie) tirano dentro il quartetto cetra di turno e ci piazzano dentro dei fiati al posto del Madman che canta. Visto che ci sono, mettono di nuovo Bill Ward dietro il microfono su Swinging The Chain e tutto ha un senso.
Non tutto è da buttare, sia chiaro, e neanche la traccia di Bill è brutta in sé. Never Say Die! è anche un brano divertente, diretto e che riconosci come Sabbath grazie al marchio Iommi. Junior’s Eyes, a mio parere, rende meglio nella versione di Zakk Wylde.
Io non mi sono mai fidato di questo disco, l’ho sempre guardato con diffidenza… ma tanto mi ha fregato comunque visto che mi sono comprato il DVD del tour – vaffanculo a me e alla mia coerenza. Tanto, diciamocelo, vedersi Ozzy stretto nel vestito di pelle bianca, obeso da alcool e droghe, gli occhi allucinati e con le pupille grandi come monete da 2 euro è qualcosa di eccezionale.
Se poi lo vedete saltellare e battere le mani di fianco a Iommi, capite perché come frontman non ha niente da invidiare a nessuno: tutti sono capaci di essere fighi e possenti sul palco, ma quanti dei grandi singer/leader musicali sono capaci di farti esclamare “cazzo, potrei essere io al suo posto!” o “ce la potrei fare anche io”.
La cosa più dignitosa per i Black Sabbath è stata separarsi e iniziare l’avventura con Ronnie James Dio. Fortuna, e lo dico con affetto, che l’ultimo ricordo in studio dei Sabbath con Ozzy alla voce non è stato affidato a questo Never Say Die! o alle due tracce bonus di Reunion, ma al più che dignitoso 13 – un vero comeback con i fiocchi.
[Zeus]

 

 

Fidati te delle recensioni: Soilwork – Steelbath Suicide (1998)

Immagine correlata

Su questa band, i Soilwork, non voglio spenderci troppe parole. Ho comprato questo CD dopo aver letto recensioni eccellenti sul loro swedish death metal. Il recensore di turno aveva speso parole importanti, nomi importanti, e questo mi aveva ingolosito.
Mi son detto: se anche assomiglia a —- (inserite LP/band di gruppo) allora ho fra le mani un gioiellino.
Penso di aver ascoltato Steelbath Suicide 4 volte in tutto e poi l’ho messo nella sua confezione e l’ho lasciato al suo posto a prendere polvere. L’onda lunga dello swedish death metal, quello melodico con il marchio della grande trimurti, ha prodotto band come i Soilwork che, per quanto ci abbiano tentato, non sono mai riusciti a piacermi.
Un po’ come gli Arch Enemy, altra band che potrebbe avere le caratteristiche e i nomi giusti (Amott, Erlandsson), ma che continua inevitabilmente ad annoiarmi e/o a risultarmi incomprensibile.
Tornando a noi e al debutto dei Soilwork: fortuna che devo recensirlo una sola volta e poi basta, perché certi dischi sono realmente complicati da approcciare.
Poi c’è gente a cui la band piace, io non sono fra quelli.
[Zeus]

 

Judas Priest – Firepower (2018)

Immagine correlata

Dopo aver trattato di tutti i dischi post-reunion dei Judas Priest – con tanto di drammi esistenziali durante l’ascolto del lunghissimo Nostradamus – arrivo finalmente a Firepower, l’ultimo disco in studio degli inglesi. Visto il mio attuale stato mentale, ho aspettato questo disco come mai avrei fatto negli anni precedenti, ormai posso fregiarmi del titolo di Defender e mettermi skinny jeans e altre cose. Non c’è derisione, sia chiaro, ormai sono oltre ogni tipologia di riprovazione o approvazione nei confronti del vestiario in generale.

Se permettono alla gente di andare in giro con i risvoltini – e noi sappiamo benissimo cheRisultati immagini per rob halford kittens shirt l’unico risvoltino concesso è quello del cazzo – allora direi che il mondo può vestirsi come pare e io non metto becco su nulla.
Al che, ricollegandomi sulla questione abbigliamento, mi viene in mente la foto di Rob Halford post-Firepower e il mondo assume un aspetto più tetro e malvagio. Per rendervi il mondo più tetro, ma anche più ironico, vi metto la foto “incriminata”, così potete bearvi di vedere il Metal God in tutta la sua pucciosa attitudine.

Ritorniamo sul qui ed ora e parliamo di Firepower e di un disco che, dopo i dubbi di Nostradamus e Redeemer Of Souls, se ne esce come un ritorno a sonorità più ispirate e, pur senza essere un copia-incolla, guarda con interesse al periodo di Painkiller (ad es. la sezione ritmica di Lightning Strike). Il resto si gioca le sue carte nei canonici 4-5 minuti e senza troppe concessioni all’epicità che, negli ultimi due episodi, mi aveva sfrangiato le palle. Se vogliamo radunano tutto il dramma nella conclusiva Sea Of Red che ti prende bene quando non sei al meglio, ma se no cerchi decisamente altre sonorità.
I toni spaziano dal thrash al heavy, con qualche puntata nell’hard rock ma senza stravolgere troppo il marchio che Halford&Co. hanno forgiato negli anni.
Parliamo poi del singer: le primavere le ha tutte sulle spalle e in Firepower, pur giocando su tonalità più basse e meno svolazzi del solito, sembra essere più ispirato e deciso rispetto ai dischi precedenti. Si è fatto carico della baracca (ormai, con Glenn in formato ridotto causa malattia e KK fuori da giochi, il leader naturale è proprio il frontman) o ha trovato in Faulkner un nuovo alleato capace di assecondare la sua voce da quasi 70enne?
Potrebbe essere l’incrocio fra le due cose, per quando mi riguarda. Ed è proprio qua che sollevi un sopracciglio chiedendoti: come mai in tutto il disco ti ricordi di più di alcuni ritornelli faciloni rispetto a riff o canzoni? Il mio pensiero è semplice: perché, nonostante il 2018 e qualcuno che, dietro il mixer, ci sa fare (vedi Tom Allom e Andy Sneap), le chitarre escono fuori un po’ leggerine e non hanno l’attacco che avevano un tempo.
Forse sono io che mi faccio seghe mentali, ma lasciatemi il dubbio.
Cali improvvisi non ne ho trovati, certi svarioni del precedente LP invece erano riconoscibili subito, ma in Firepower ci ho visto comunque tanto mestiere, qualche buona idea che hanno sviluppato, i prevedibili momenti “power” con Rising From Ruins o Children Of The Sun (inframezzate da un necessario filler strumentale – Guardians).
Se vogliamo cercare proprio l’ago nel pagliaio, rischiando l’epatite e l’HIV visto che potrebbe essere un tiro al bersaglio di Trainspottin-iana memoria, potremmo vedere in un ipotetico lato A (fino a Guardians) il meglio di Firepower e nel lato B qualche canzone inferiore per impatto (citazioni a caso: Traitor’s Gate, No Surrender e la stessa Sea of Red), ma pur sempre di una qualità quantomeno dignitosa.
Se i Judas Priest sono diventati una succursale del carisma e dell’importanza nel songwriting di Rob Halford sarà da vedere, se ci sarà, nel prossimo disco. Al momento quello che possiamo goderci è un LP che suona Judas Priest e lo fa tenendo a mente la lezione dei ninties, distanziandosi dalle pretenziosità del recente passato e che ti fa dire: non è il capolavoro dei Judas Priest e neanche fra 10 anni verrà ricordato così ma, se dovessero sciogliersi domani, lo potrò ricordare come un buon momento di musica, un testamento fedele di quello che, nel 2018, i Judas Priest sapevano proporre al mondo dell’heavy metal e della musica.

Togliendo l’epica della chiusura: Firepower non è male, l’unico dubbio che rimane è se lo è per caratteristiche sue, per confronto con il passato o perché, in un’epoca in cui le uscite loffie abbondano, ecco che dei grandi vecchi dicono “si fa così”.
Che ne so io.
[Zeus]

 

 

Quando la testa non serve: Iron Maiden – A real LIVE one (1993)

Risultati immagini per iron maiden a real live one

Ci sono dischi che non si possono giudicare per il loro effettivo valore e ci sono canzoni che significano di più dell’unione musica+melodia+testo.
Riesci a giudicare tecnicamente la canzone che suonava quando baciavi la tua prima ragazza? Riesci a giudicare obbiettivamente quello che usciva dalla radio quando ti preparavi per andare al primo funerale di una persona a te cara? Riesci a dare un giusto peso alla squallida hit commerciale che veniva sparata dall’impianto di qualche orrido locale la prima volta che sei andato in ferie da solo?
Beh quelli bravi ci riescono, io no.

Era una primavera del ’94, ero sceso dalla 500 di mia madre (il cinquino originale, non quella roba rosa che guidano le fighelle adesso), e stavo nella piazza di un paese ad aspettare mio fratello. Per qualche strano motivo mio fratello non poteva, come tutti gli umani che vivono nella valle, prendere il treno per tornare da scuola, ma doveva prendere un Autobus di linea urbano, che aveva il capolinea in questo paesello poco distante da dove abitavo all’epoca.
Per qualche gioco strano degli dei che stavano guidando la mia giornata, io quella volta andai con mia madre a recuperare la fratellanza, uscii dalla macchina, mi allontanai dalla fermata dell’autobus per recarmi nei pressi di una casa a qualche decina di metri di distanza, senza apparente motivo, però il motivo c’era. Da un finestra a livello marciapiede usciva una canzone in loop, probabilmente da una cantina, ma non saprei bene dove, ma capii perfettamente le parole “fear of the dark, fear of the dark, i have the constant fear that someone is watching me, YOU!“.
Ecco, in quel momento gli dei che guidavano la mia giornata si ritirarono, e lasciarono al comando solo uno: un dio mancino, senza qualche falange e con i baffi. Non feci tempo a realizzare, che ero di nuovo stipato in macchina con mio fratello che blaterava qualcosa sulla sua giornata scolastica.
Non sarebbe finita li…

L’estate seguente ho trovato lavoro in un supermercato, la mattina reparto verdura, poi reparto bibite che d’estate le bibite finiscono presto, poi alle due, dopo la solita battutina del capo sul fatto che mi stavo lasciando crescere i capelli, si andava in piscina. Alla fine me la spassavo e tutto questo fino al 15 di Agosto, come per quella giornata di cui prima, i miei mi comunicano che bisogna andare a prendere mio fratello, che non può prendere il treno sempre per oscuri motivi. Però stavolta la fratellanza si trova in Germania, a lavare i piatti a Stocazzenburg o chi sa dove. Si va a prenderlo, e lui ci porta a visitare Stocazzenburg o come si chiamava e li c’era un negozio di dischi. Cacchio, io mi ero informato, ormai sapevo di chi era quella canzone di cui prima, che versione era, e da che disco proveniva e in quel negozio quel CD c’era. Non so come, convinco mio fratello a prendermelo, non perchè non avessi i soldi, lavoravo in quel minchia di supermercato, ma perchè, cazzo, me lo doveva e non è che potevo sempre accompagnare i miei a prenderlo perchè non prendeva i treni.
Torno a casa, mi compro uno stereo, perchè lo stereo è a casa in salotto, ho anche dei CD miei, ma quella è un altra cosa, una cosa solo mia, e passo il tempo che mi separa all’inizio della scuola ad ascoltarmi quel CD continuamente.
So benissimo che di dischi live dei Maiden c’è ne sono di migliori, con una selezione migliore di brani, ma io a quelle versioni di Tailgunner, Afraid to shoot stranger, Bring your daughter to the slaughter e Fear of the dark con il coro del pubblico ci sono particolarmente legato, e qui il mio giudizio non può essere obbiettivo.
Appena sento l’inizio di Be quick or be dead mi si apre il cuore,non posso farci niente. Ho troppi ricordi legati a questo disco per essere razionale.
A real LIVE one mi ha aperto alla mia religione ed è questo disco che ho fatto ascoltare ai miei figli appena nati.
[Skan]

 

Sweden ‘Till Death – Marduk (2004 – 2009)

Quarto capitolo di questa serie di recensioni dedicate ai Marduk.
Il capitolo che state leggendo riprende il discorso dall’abbandono di metà formazione (Legion e B.War) e con la la band svedese alla ricerca di degni sostituti.

Il declino compositivo dei Marduk, iniziato con La Grande Danse Macabre e proseguito (seppur qua non sempre mi trovo d’accordo con i criticoni da tastiera) con Word Funeral, è un fattore che dopo 13 anni di onorata carriera sembra promettere male per il futuro della band. L’uscita dal gruppo di Legion e B.War non sono due fattori da sottovalutare: Legion è IL singer che ha aiutato la band a diventare la macchina da guerra che conosciamo e B.War, al basso, è responsabile di una sezione ritmica ferale.
Rimpiazzare due pesi massimi di questo tipo non è proprio una passeggiata.
La soluzione viene trovata nel modo più semplice: nella maniera autartica che da qui in avanti caratterizzerà il procedere della band nel mondo musicale. Al posto del carismatico singer, viene chiamato il misconosciuto Arioch/Mortuus dai Funeral Mist/Triumphator (in quest’ultimi militava anche Fredrik Andersson – batterista degli stessi Marduk dal 1994 al 2001 – e Morgan dei Marduk ha contribuito alle lyrics di una traccia del LP della band) e al basso entra Devo (chitarrista dei primi due dischi dei Marduk).

Neanche un anno dopo l’uscita di World Funeral, Morgan&Co. rientrano in studio e danno alla luce un disco che, senza nulla togliere ai precedenti due, li surclassa su tutta la linea. Plague Angel (disco del 2004) è un disco che ascolto sempre con piacere, c’è poco da fare. Furioso, violento, catartico e senza compromessi. Tutto quello che c’era di “sbagliato” nei precedenti CD, in questo sembra essere stato eliminato ed è stato tenuto il buono. Mi ricordo quando ho preso questo disco, non potevo ascoltarlo subito e così l’ho lasciato a decantare per un po’ in giro per la macchina e poi per casa. Quando finalmente ho trovato il momento giusto, ecco che mi sono goduto 45 minuti di pura malvagità. Mortuus, sconosciuto ai più ma già attivo da molti anni nella scena black metal, ci mette le palle dietro il microfono e sputa l’anima come se, dopo questo disco, non dovesse più farne uno. E questa attitudine si sente. I brani scorrono tutti e anche quando rallentano (Perish In Flames) non c’è stanchezza o mancanza di idee, solo lucida volontà di carica l’ascolto di ulteriore potenza. Al tempo Plague Angel era stato criticato, ma io lo preferisco un giorno sì e anche l’altro ad un La Grande Danse Macabre o ad un Dark Endless. Questi sono i Marduk: furiosi, potenti, senza compromessi.
Per voi che amate i trivia: collaborando con gli Arditi (band svedese che si ispira al periodo fascista italiano) nella traccia Deathmarch, Morgan&Co. non gettano certamente acqua sul fuoco delle critiche relative alle loro idee politiche (sottolineo, però, che i Marduk non sono NSBM  – cosa descritta bene anche nel libro Come Lupi Fra Le Pecore).

Nello stesso anno, i Marduk fanno uscire un EP con qualche canzone per i collezionisti. Deathmarch contiene 4 canzoni: due demo version di Throne Of Rats e di The Hangman Of Prague, una versione alternativa di Steel Inferno (la differenza rispetto alla versione uscita su Plague Angel è, forse, la maggiore rawness della traccia, forse più furiosa e meno levigata nei suoni, ma fondamentalmente non si scosta troppo dall’originale) e, infine, una canzone nuova: Tod und Vernichtung – traccia marziale e apocalittica, buona all’interno di un CD ma non tanto da giustificare la spesa per questo EP.

Per chi vuole sapere come suonano i Marduk con la nuova formazione, deve aspettare un annetto e, precisamente, dicembre 2005.
La band decide di fare uscire l’ennesimo disco dal vivo a 5 anni dal precedente e, questo, è forse il migliore dei loro live. O, almeno, quello che apprezzo di più. Quando ho visto i Marduk con Mortuus, erano in tour a supporto di Plague Angel o Rom 5:12, non mi ricordo più bene. Mi ricordo la professionalità assoluta del gruppo che, nonostante il pubblico fosse composto ormai dal sottoscritto, un mio amico, il fonico e tre altre persone, hanno suonato in maniera più che mai convincente. Mortuus, all’epoca, era ancora un po’ impacciato sul palco e non proprio brillantissimo sulle tracce veloci di Legion, ma tutto sommato non ha sfigurato. Perché dico questo? Perché Warschau è la summa di un nuovo modo di concepire il sound dei Marduk. Le vocals belluine di Mortuus e il sound grosso e possente contraddistinguono il live album e, mio parere, fanno risplendere tracce come Bleached Bones o le altre provenienti da dischi come La Grande… e World Funeral. Se dovessi consigliarvi un live dei Marduk, pur apprezzando anche quelli con Legion, io vi consiglierei Warschau e non perché mi sono preso la versione limitata…

Per la prima volta dopo molti anni, i Marduk rallentano il ritmo e aspettano tre anni prima di far uscire il successore di Plague Angel. Periodo che coincide con il rafforzamento della formazione Morgan – Devo – Mortuus come principale punto di riferimento dei Marduk, mentre il batterista (al tempo, in studio, c’era un connubio fra Emil Dragutinović e A. Gustafsson) diventerà un elemento terzo rispetto al trittico sopra detto.
Se dovessi cercare dei dischi in cui l’influenza di Mortuus si fa più pressante, citerei senza problemi Rom 5:12 e il successivo Wormwood. I Marduk, fieri paladini della bestemmia libera e utilizzata come sprone per Dio a far di più e di meglio, non hanno mai avuto quell’impotazione ortodossa che acquistano con Mortuus alla voce. Il singer svedese aveva già avuto modo di far uscire questa sua vena blasfema con il progetto Funeral Mist, band che risuonerà forte nel successivo Wormwood, ma di cui si sentono gli odori anche in Rom 5:12. Quest’ultimo ha, come impostazione, lo stesso piglio di Word Funeral. Mi spiego meglio: entrambi puntano sulla pesantezza e su ritmiche “lente” rispetto al canone Marduk e, quindi, sono considerati strani. All’inizio di questa recensione, avevo decretato di citare Rom 5:12 come il peggiore disco dei Marduk. Non è il più brillante, questo certo, e ci sono alcuni brani che non mi convincono fino in fondo (forse a causa dell’estrema lunghezza, vedasi Imago Mortis che avrebbe tranquillamente vissuto bene anche senza gli 8 minuti di durata), ma è un disco che pesca a piene mani dall’esperienza Funeral Mist. C’è poco da fare. Ritmiche, sonorità e blasfemia legata a tematiche religiose sono un classico del black, ma non erano nel range dei Marduk veloci e senza compromessi. In Rom 5:12 i compromessi ci sono, il sound è cupo ma definito e amplifica l’effetto liturgico di questo LP particolare, estraneo (quanto il suo successore) al classico sound degli svedesi.
Prendete Accuser/Opposer, la canzone non è particolarmente veloce ma l’alternarsi fra clean (fornito dal singer dei Primordial) e il growl di Mortuus sviluppano un brano che pian piano cresce e diventa infettivo. Almeno per me, sia chiaro. Persino la traccia 1651 (in collaborazione con gli Arditi), suona bene e il registro utilizzato dal Mortuus è spaventoso ma è così per tutto il CD: sembra che il singer, da un momento all’altro, soffochi nel suo stesso growl.

Rom 5:12 è un disco di rottura, dove i Marduk decidono consciamente di smettere di pestare come gli assassini per gettarsi dentro un nuovo modo di concepire sé stessi e la loro musica. Questo non significa che smetteranno i pezzi velocissimi e la blasfemia gratuita, ma il nuovo corso dei Marduk parte proprio con l’intro di Plague Angel e si concretizza con questo strano Rom 5:12.
[Zeus]

To Be Continued

Nargaroth – Era Of Threnody (2017)

Recensire un disco dei Nargaroth lascia sempre spazio a mille considerazioni, una fra tutte la capacità di Ash di giocarsela fra serio e ridicolo, con quest’ultima caratteristica che esce a più riprese.
Passiamo oltre, che poi mi accusate di fare lungaggini e minchiate varie giusto per occupare spazio e non far vedere che le idee, dopo anni di recensioni, sono sempre meno.
Ho approcciato Era Of Threnody unicamente per la copertina. Il precedente Jahreszeiten mi annoia un volta sì e l’altra a metà, quindi tentare di recensire un nuovo lavoro dei Nargaroth mi sembrava un’opera erculea già in partenza.
Prima di tutto, si nota che questa volta il suono è pulito, addirittura al limite dell’insulto al black metal e più vicino a quello che fanno i Dimmu Borgir di quanto potrebbero essere dei black metallari che vanno avanti a porchid… Se poi mettiamo che Ash, nel suo irrinunciabile senso dell’umorismo (che sono sicuro non abbia, ma che voglio riconoscergli per meriti sportivi pur senza partecipare) piazza in apertura una traccia che è la versione Napulé-Mario Merola del black metal, capite che non potete prendere sul serio un disco come Era of Threnody.
Io, porco quel cazzo di mondo su cui cammino, continuo a tenermi in testa il mandolino e i vocalizzi da teatro di strada di Ash.
Maledetto lui.


Il disco, però, non è tutto così. Ci sono momenti in cui il mastermind Ash (conosciuto anche come Kanwulf) è ispirato e piazza dei brani che piacciono e riescono a farmi venire voglia di riascoltare questo LP: credo che il meglio lo possiamo trovare nella parte centrale del disco. Il problema è che questo sospetto stato di forma morigerato, pulito, ispirato e vagamente metal più che black metal finisce presto e da Love Is A Dog From Hell (compresa) la qualità media dei brani scende in maniera quasi imbarazzante con canzoni che, ve lo giuro, non riesco a finire mancoperilcazzo.
La tripletta finale è qualcosa di così pesante, il minutaggio ve lo dice già (3 canzoni coprono più di venti minuti su sessanta di disco), e l’idea di premere play per riascoltarsi la title track o le successive è godurioso come pensare di andare dal commercialista.
E io, dal commercialista, ci devo andare… quelle canzoni, invece, non le devo ascoltare.
Quindi vi dico, se siete fan, comprate. Se siete curiosi (come il sottoscritto vedendo la copertina), sentitevelo su YouTube e poi fate skip quando la digestione diventa pesante.
Non c’è niente di cui vergognarsi.
Sarebbe peggio se foste fan, che ne so, dei Maroon5.
[Zeus]