Che alla fiera mio padre comprò… Marrasmieli – Between Land and Sky (2020)

Due cose mi hanno attratto verso questo LP su Spotify (ormai la mia unica fonte di conoscenza musicale): la copertina e il nome del cazzo. La prima puzza di Falkenbach e viking in maniera così ostentata che devi andare a sentire cosa fanno; il secondo, Marrasmieli, mi ha fatto ridere e l’ho trovato inutile. Poi ho letto che in finnico significa una cosa come la morte della mente/dello spirito. Ma a me fa ridere, che volete farci, il mio senso dell’umorismo ormai potrebbe andare bene per il scoregge nei vari cinepanettoni. 
Sotto l’aspetto musicale, invece, c’è qualcosa che non capisco nel debutto dei Marrasmieli: Between Land and Sky. Le canzoni durano tutte molto e i tre musicisti, secondo Metal Archives sono degli emeriti sconosciuti nella scena finlandese, hanno una bulimia compositiva che mi lascia francamente stordito. E, a volte, sinceramente con un’imperante rottura di palle. Il problema principale non è che non sappiano suonare e lo dimostrano infilando nelle canzoni almeno un paio di riff molto interessanti (The Ardent Passage ha un riff che assomiglia molto a quelli degli ultimi Amorphis) o melodie notevoli, ma è tutto il contorno che poi incomincia a puzzare. Centomila cose in un brano sono troppe e non hanno un senso compiuto, a meno che non vuoi oompah da delirio alcolico e in versione open mic
Di certo mi viene da inserire i Marrasmieli nel grande calderone del viking metal, ma invece che pescare nel black metal, i finnici sembrano decisi a puntare le loro fishes su una sorta di viking’n’roll, visto che almeno nella prima parte del disco il riffing e l’attitudine pesca molto nel groove del rock e heavy metal. E fin qua potrei anche soprassedere. Il fatto è che non si accontentano di quanto creato, devono per forza infarcire ogni singolo momento della canzone con tastiere, accordion e via dicendo e qua mi partono i Cristi e le Madonne. I Falkenbach sono di un’altra categoria perché sanno quando serve buttarci dentro orchestrazioni,i Marrasmieli le inseriscono a membro di segugio e tanto al chilo, finendo così nella categoria di chi dopo poco mi rompe il cazzo.
Su sei brani, salvo realmente pochissimo e non tutto in una canzone. La seconda metà del CD è qualitativamente un po’ meglio della prima, ma stiamo parlando di un debutto e quindi di una band che aveva mille idee e le ha inserite tutte in Between Land and Sky
Spero capiscano che l’abbondanza di carne al fuoco è un pregio unicamente in cucina, nel resto è solo una rottura di palle. 
[Zeus]

Sponsored Post Learn from the experts: Create a successful blog with our brand new courseThe WordPress.com Blog

WordPress.com is excited to announce our newest offering: a course just for beginning bloggers where you’ll learn everything you need to know about blogging from the most trusted experts in the industry. We have helped millions of blogs get up and running, we know what works, and we want you to to know everything we know. This course provides all the fundamental skills and inspiration you need to get your blog started, an interactive community forum, and content updated annually.

La disperazione e malinconia danese degli Afsky – Ofte jeg drømmer mig død (2020)

La Danimarca non è proprio una delle terre più IN quando si parla di musica estrema. Ci sono realtà, anche importantissime, che hanno i natali in terra danese, ma dietro questa avanguardia cosa rimane? Spesso una scia di gruppi affamatissimi e anche di buona qualità, di botto mi vengono in mente l’eccezionale disco delle Konvent o gli Angantyr, il resto devo pensarci benissimo per non scadere nello scontato delle band conosciute. Pur non essendo estremo in senso stretto, potrei citare anche Myrkur e lo faccio perché, avendo raggiunto un certo status notorio, la singer danese è anche presente nell’esordio degli Afsky
Questi ultimi sono un prodotto della mente di Ole Pedersen Luk, mastermind e tuttofare della band, nonché espressione compiuta di un certo modo di intendere il black metal, radicandolo profondamente nella realtà territoriale in cui nasce e non provando a fare salti carpiati verso regioni, anche limitrofe, ma che poco hanno da spartire con la propria terra natia. 
Ofte jeg drømmer mig død segue, a due anni di distanza, il convincente esordio Sorg del 2018. Quest’ultimo, per essere un debutto era già maturo, tanto da farmi ascoltare il successore con interesse e curiosità, cosa notevole visto che stiamo parlando di un progetto appena nato. Il fatto è che Sorg si prendeva il tempo, nei quasi 50 minuti di durata, di sviluppare un concetto proprio di black metal, mischiandolo sia con degli struggenti stacchi acustici, voci femminili (fornite dalla sopracitata Myrkur) e dei forti rimandi al folklore danese, ma non disdegnando anche momenti più disperati o viaggiando verso territori che non è utopia definire quasi atmospheric black metal. Il mix fra tutte queste componenti regge, e bene. 
Ma veniamo a Ofte jeg drømmer mig død. Nell’arco di due anni il suono degli Afsky è progredito verso un modello di black metal moderno, ma che mantiene intatta una propria personalità. Perché black metal moderno? Perché Ofte jeg drømmer mig død è ricco, pieno e compresso. Ci sono i “vuoti”, ma in misura minore rispetto al precedente LP, avvicinando così il sound dei danesi a quanto, attualmente, sta andando forte in Europa e America con band come Gaerea, Uada e via dicendo.
Ma se la pulizia e pienezza del suono sono moderni, così non sono le ispirazioni e, seppur sia innegabile che in qualche misura gli Mgla sembrano aver gettato una longa manus sul black metal moderno, gli Afsky si affrancano da paragoni “invalidanti” per mantenere quel miscuglio di attitudine black metal, melodia ed elementi folk danesi che già nell’esordio mi erano piaciuti e che mi hanno fatto ascoltare questo LP con curiosità. 
Inutile fare un track-by-track, basti sapere che la qualità media è molto elevata e, nei 45 minuti di durata, non ci sono segni di cedimento, tanto nelle parti più black metal, quanto negli intro o nei passaggi acustici che, in diverse occasioni, stemperano il plumbeo cielo di disperazione che pervade la musica di Ole Pedersen Luk
Ofte jeg drømmer mig død non può rientrare in una eventuale classifica di fine anno 2021, ma è un grande disco che ho ingiustamente dimenticato nell’anno appena passato. Lo riprendo adesso e ve lo consiglio caldamente, poi fate un po’ come cazzo vi pare. 
[Zeus]

W.A.S.P. – Unholy Terror (2001)

Ho sempre avuto un debole per gli W.A.S.P. e Blackie Lawless, al di là dell’immagine provocatoria degli inizi. A ben guardare la loro discografia, quasi tutto ciò che hanno pubblicato negli anni ’80 e ’90 può rientrare nella categoria dei classici e non a torto. Dismessa in parte l’immagine selvaggia, Mr. Lawless dimostrò un grande talento sia compositivo che esecutivo come chitarrista e cantante e quindi di non essere solo il fenomeno del momento.
Il prossimo anno la band festeggerà i quarant’anni di carriera, che non sono certo pochi, e il qui presente Unholy Terror ne segna più o meno l’inizio della seconda metà, essendo la prima pubblicazione del nuovo millennio, segnato da lunghe pause discografiche ed un’ispirazione altalenante rispetto al passato.
Quello che rimane di Unholy Terror dopo vent’anni, anche se non figurerà mai tra i classici della band, è un album estremamente coinvolgente, con ottimi pezzi ed alcune tracce killer come l’opener Let it Roar, Loco-Motive Man, Raven Heart e Charisma, con quest’ultima che ci riporta ai fasti di The Crimson Idol.
Un album che sono contento di aver riascoltato dopo tanto tempo e che meriterebbe più considerazione all’interno della discografica degli W.A.S.P..
[Lenny Verga]

Ages – Uncrown (2020)

Continuare a citare l’importanza dei Dissection sulla scena black metal mondiale sta diventando molto noioso, lo sanno anche i sassi e le band che li citano, in un modo o nell’altro, sono innumerevoli. Fra queste posso di certo inserire anche gli Ages, svedesi e fautori di un melodic black metal dal taglio abbastanza epico. Anche se il duo svedese in alcuni punti indugia su tratti definibili atmosferici, questa definizione attaccata agli Ages mi sembra tirata con le pinze. Mi ricordano, oltre ai succitati Dissection, gli Uada, anche se l’accostamento lo riesco a fare solo per alcuni elementi minori, e più volte mi son ritrovato a pensare anche ai 1914 per quell’afflato epico-melodico (Pyres), ovviamente senza avere la marzialità guerriera degli ucraini. 
Se uniamo le caratteristiche, Uncrown non è male e, questo giudizio, lo sto maturando da diverse settimane. Forse non è un LP profondissimo, che necessita di mille ascolti per essere compreso appieno, ma nella sua onesta proposta melodica Uncrown si fa ascoltare e non stufa. Non posso definirli easy listening, ma nell’ampio spettro del metal estremo, gli Ages rientrano in quella serie di band che fanno di una maggiore accessibilità il loro fattore principale e una chiave di lettura. 
Questo, ovviamente, senza dimenticare che dentro questo LP del 2020 ci sono comunque dei buoni riff black metal, una sorta di bruma autunnale e anche alcune incursioni in velocità più elevate, anche se il mid tempo rimane comunque il trademark della band. E anche se sembra una bestemmia, le esuberanze melodiche nel riffing di Illicit State te le ricordi senza problemi e così succede anche con altre canzoni; anche se la palma del rimando più “disturbante” va data a A Hollow Tomb dove l’attacco mi ricorda gli Agalloch di The Mantle, per poi proseguire in altra direzione. 
Senza tirar per le lunghe la recensione, Uncrown è uno di quei dischi che vanno bene sempre e possono piacere ad uno spettro abbastanza ampio di ascoltatori. I richiami sono visibili e, al secondo disco, gli Ages devono forse capire bene che direzione prendere nel loro sound, dove puntare in maniera prevalente per poter acquisire uno status autonomo e non di una band che ricopia i Dissection. Al momento si stanno ritagliando uno spazio, vediamo come lo sfrutteranno. 
[Zeus]

La possessione satanica di Baywatch, Cultus Profano – Accursed Possession (2020)

Quante generazioni di morti di pippe ha formato Baywatch e, inoltre, quanto grano ha trasportato quella serie nelle tasche di Mitch/David Hasselhoff? L’idea era semplice, trasportare i paginoni centrali di riviste adulte in un telefilm dove, più di correre e far vedere il petto villoso di Mitch, non c’era niente. Chi si ricorda un solo episodio o qualcosa di quella serie diventata ormai un culto? Mi sento quasi certo nell’affermare: nessuno. Perché se volevate una certezza dello status che, negli anni, ha raggiunto Baywatch è guardando un’altra serie: Friends. Rimandi su rimandi alle corse in slow-motion, una sorta di culto nel culto, tanto che non molti anni fa hanno ripreso quel nulla sottovuoto e trasportato nella modernità in un film con The Rock e Zakk Efron. 
Per poter aggiornare il prodotto all’ignavo pubblico moderno, a parte i camei per chi ha più di 20 anni di Hasselhoff e di Pamela Anderson (ormai classificabile come organismo ad alto contenuto di PVC), vengono eliminati dall’equazione i baffoni, il torace villoso di Mitch, i trucchi e parrucchi anni ’90 e l’effetto finzione-più-corse al rallentatore e si inseriscono muscoli a volontà, il classico nerd-di-merda sdoganato da The Big Bang Theory e ovviamente una sovrabbondanza di ragazze da copertina. Ragazze, sia chiaro, che hanno solo un decimo del PVC/silicone/amianto che si portavano appresso le tizie del Baywatch originario. 
Per gli amanti dell’immondizia televisiva/cinematografica, i coprofagi del grande schermo, il film di Baywatch è una perla e non ci vedo niente di male nel parlarne bene. Tanto ormai la nostra società è fatta così, quindi perché nascondersi dietro a pesantezze in bulgaro, quando tanto quello che tutti vogliono è due rutti, una scorra, una tizia con due poppe enormi e un tizio belloccio muscoloso? 
La società moderna guarda indietro, perché di idee nuove non ce ne sono. Non ce ne sono e, in gran parte, non se ne vogliono trovare per paura di scontentare qualcuno, di pisciare fuori dal vaso o di mettere il culo nelle pedate. Quindi meglio un prodotto che risponda all’idea che i fan hanno di te, piuttosto che un qualcosa di nuovo e rischioso. Ma poi perché rischioso? Perché per poter avere idee nuove, certi generi sentono la necessità di dover sfondare le barriere e andare a pisciare nel giardino del vicino. 
Un esempio concreto? Il black metal. Che di idee ha incominciato a perderne dal 2000 a questa parte, ma che guarda nel passato con un’ostinazione furente (quando va bene), se no si tira mazzate sui piedi con derive inutili e fastidiose. 
Cultus Profano sono un duo californianio e, per i fan della tuttologia, son anche un duo uomo (Advorsus) – donna (Strzyga). Cosa che non si vede spesso nel black metal, ma più spesso in strane connessioni blues. Di idee nuove, i Culto Profano, non ne hanno, sia chiaro, e Accursed Possession non ne fa mistero. Suonano black metal norvegese, seconda ondata, e non si scollano da quanto prodotto da Darkthrone e compagnia festante nelle annate 1992-1996 neanche a pagarli. Il che è un elemento positivo, visto che fra tutti i post-qualcosa, un classico black metal senza fregnacce ci sta. Non mi ricordo un riff, anche se dentro ogni singola canzone ci sono alcuni buoni spunti – velocemente ridimensionati per non dover far conto di eventuali idee geniali, giammai! -, e anche se variano i tempi, Accursed Possession è un disco che idolatra il mid-tempo. 
I Culto Profano sono esattamente come il film di Baywatch, guardano indietro ad un’epoca storica e ormai nel mito, la riprendono in maniera quasi fedele ma le danno una spazzolata di modernariato per non scontentare nessuno. Il duo californiano non inventerà mai l’acqua calda, non è nelle sue corde, e non farà neanche il salto di qualità; dall’altra parte, però, è bello sentire del semplice black metal, scolastico e ortodosso, ma pur sempre con i crismi che tutti conosciamo e rispettiamo. 
[Zeus]

Todd La Torre – Rejoice in the Suffering (2021)

Spesso si affrontano discussioni sul ricambio generazionale del metal e si insiste sul fatto che non ci siano più i frontman di una volta. Ecco, non è vero. E’ però vero che non si dà la possibilità ai giovani di fare la loro strada e di dargli la possibilità di crescere. Questo discorso vale anche per il qui presente Todd La Torre probabilmente, perché a mio avviso fino ad ora non gli sono stati riconosciuti i giusti meriti, e lo si vede spesso solo come il rimpiazzo dell’ormai sessantenne Geoff Tate.
La Torre, singer già alla corte dei veterani  Queensrÿche, ora si accinge ad iniziare una sua carriera solista e ci regala questo Rejoice in the Suffering, dove questo musicista canta e suona anche la batteria, ed è poi coadiuvato da Craig Blackwell (Chitarra, Basso Tastiera). In più abbiamo due ospiti sull’album, ovvero Jordan Ziff (Assolo su traccia 6) e Al Nunn (Tastiera su traccia 13).
Cosa dobbiamo quindi aspettarci da questo album? Tanta buona musica è la risposta, e soprattutto una bella dose di metal robusto e una produzione al passo coi tempi. Non so se l’inizio di questa carriera solista sia una valvola di sfogo del buon Todd, oppure il tutto sia nato perché le idee di questo artista non hanno trovato spazio nei  Queensrÿche, ma quello che conta alla fine è la musica, e in questo caso la qualità non manca di certo. Probabilmente il metal proposto in questo album è più di stampo europeo, piuttosto che americano, e mi vengono in mente spesso i Primal Fear, ascoltando questo album. Ma tutto sommato ci sono altre influenze, come ad esempio il thrash metal americano e l’influsso dei Judas Priest di Painkiller. Ne deriva da tutto questo un album roccioso nei suoi riff di chitarra quadrati e affilati, e con una sezione ritmica davvero potente. Per quanto riguarda il modo di cantare di Todd, molti già lo conosceranno per le sue qualità espresse nella sua band madre, e in questo disco non si smentisce ed amplia ancora un pochino il raggio di azione, dimostrandosi un singer di razza, disinvolto in tantissime tonalità, da quelle più alte a quelle più basse fino ad arrivare a quelle più melodiche o aggressive. I brani, infine, sono quasi tutti meritevoli e ben assemblati, e mettono in mostra buone doti sia tecniche che compositive e con diverse melodie vocali vincenti. Un album di esordio che non è magari un capolavoro, ma che non mancherà di conquistare il cuore dei defenders più coriacei. Ed è anche una occasione per smetterla di dire che non ci sono più cantanti o dischi metal validi in circolazione…Questo album smentisce questa tesi e ci mette un po’ di curiosità su un ipotetico secondo capitolo di questo artista.
[American Beauty]

Come dice la pubblicità, il CBD è Yoga in gocce. Weedeater – … And Justice For Y’all (2001)

Mentre il cadavere dei Buzz*oven riposava fra fumo e rifiuti in attesa di essere riesumato chissà quando (per la precisione nel 2011), Dave Collins sposta la sua attenzione su un nuovo progetto: i Weedeater. Nel 2001 debuttano, mentre lo stoner ha ormai segnato il passo e lo sludge era invece in rampa di lancio con sempre più band a farsi portavoce della musica del disagio. La cosa bellissima dello sludge è che, pur possedendo caratteristiche tutto sommato abbastanza “standard” e tratti comuni, viene declinato in maniera personalissima a seconda della città (non del Continente) in cui viene suonato. Tutto dipende da quanto alcool gira, quanta (e quale) droga viene consumata e che tipo di abbruttimento si portano appresso i brutti ceffi che lo suonano. Negli Eyehategod c’è l’eroina, il cayun e quella vecchia puttana morente di New Orleans, nei Weedeater gira whisky da pochi dollari a bottiglione e THC, e la cosa si sente senza neanche doversi sforzare troppo. 
… And Justice For Y’All è uno di quegli LP che consumi tenendo cioccolata e cibarie vicine perché la fame chimica è una brutta cosa, ma non puoi non notare che puzza come un barbone alcolizzato. Dave Collins sembra essersi inghiottito una polpetta di carne arricchita con lamette, visto che la voce è “canina” e tutto il disco gira intorno al suo basso croccante, grosse manate di blues, sporco sotto le unghie, calzini che puzzano e l’odore inconfondibile di canne. Amo questo genere di dischi, quelli dove tutto parte piano e poi col passare del tempo cresce e la musica diventa sempre più sporca, più intensa e molesta. Fateci caso, tenendo fuori dal conteggio lo strumentale Tuesday Night e l’iniziale blues assassin(at)o di Monkey Juktion, tutto il resto di …And Justice For Y’All è una crescita costante (Truck Drivin’ Man è un treno); tanto che anche la cover di Southern Cross ci sta benissimo ed è resa in maniera talmente zozza e rozza che non diresti mai che è stata suonata, originariamente, da Crosby, Stills and Nash
Nel grande bong dello sludge, i Weedeater ci sguazzano senza problemi e questo debutto non sarà privo di qualche leggero calo o momento “più standard”, ma se sentite la nostalgia di quei tempi in cui fare schifo era un dovere morale ed essere un alcolista-tossicodipende un fattore importante per poter anche solo approcciare la musica del disagio, allora recuperare …And Justice For Y’All a vent’anni di distanza è un obbligo più che un consiglio. 
[Zeus]

Canzoni da Golgota. Blasphemer – The Sixth Hour (2020)

Ultimamente, nei dischi death metal sentivo la mancanza di qualcosa, cioè belli, pestati, col maligno che fa le cornine su ogni riff, ipertecnici, ben registrati ma mancava qualcosa…e non capivo cosa. Dopo aver ascoltato The Sixth Hour dei Blasphemer mi è venuto in mente: non ti rimanevano le singole canzoni in testa!!! Cioè apprezzavi l’album, le sue atmosfere e le sensazioni che ti trasmetteva, ma erano come delle colonne sonore, del sottofondo omogeneo.
Qua no! Decisamente no! Le canzoni si distinguono tutte e tutte ti rimangono dentro, da Hail, King of the Jews!, mio personale Highlight, a Stabat Mater, fino ad arrivare alla title track e via dicendo tutte le altre, ognuna si distingue per un riff, per un ritornello (non aspettatevi Sanremo, eh!) o per un passaggio, ognuna godibile ognuna un episodio a sé stante anche se entro un ben definito genere.
E poi, ogni canzone ha una qualità altissima! 
Il genere, come si può intuire, è Death metal e io non ci metterei nessun altro aggettivo, puro death metal. I riferimenti, perciò, sono i classici, ma c’è molta personalità e nell’ascoltare il disco non ti vengono in mente nomi tutelari precisi, altro punto a favore del suddetto!
Bene ora recuperatelo e sparatelo a volumi abusivi, non saprei che altro dirvi.
Uno dei migliori lavori ascoltati di recente!
[Lord Baffon II]

Amorphis – Am Universum (2001)

Ci sarà di certo gente che legge questo blog e ha incominciato ad ascoltare gli Amorphis negli ultimi anni, quindi vedendoli nell’attuale dimensione da classifica finlandese e nome abbastanza grosso nel roster della Nuclear Blast. Però non erano così, almeno fino al 2001 e cioè con l’uscita di Am Universum, l’ultimo disco in cui la band finnica smuove i confini della propria musica rischiando molto e alienandosi anche quella fascia di pubblico che, negli Amorphis, concepiva solo le pesantezze death metal. 
Am Universum è il momento centrale di un percorso evolutivo iniziato in maniera silenziosa con Elegy e che finirà male con lo spompato Far From The Sun. Am Universum è un parente lontano di Elegy, perché è nel 1996 che incominciano a trapelare elementi musicali diversi dal classico death metal ed è anche il momento in cui entra in  formazione Pasi Koskinen, singer che consente agli Amorphis di trasformare il proprio sound in quello che poi diventerà Tuonela e poi aprirà la porta alla fugace svolta hard rock della band. 
Ed è proprio nel biennio 1999 – 2001 che Esa Holopainen e soci si liberano delle catene compositive che caratterizzavano il metal estremo e vanno a pescare in maniera pesantissima nel rock anni ’70, nella psichedelia di marca Pink Floyd e in tutto quello che circonda questo settore del rock. Però dove Tuonela era ancora un disco in cui l’estremo si sentiva come fondamenta, in Am Universum il cambio di rotta è netto e inequivocabile. 
Quest’ultimo elimina un po’ della bruma crepuscolare che permeava il suo predecessore e si immerge a capofitto in un bacino di sonorità che spaziano dalle ritmiche rock e si bagnano anche in elementi funk (!) pur senza andare fuori registro e produrre qualcosa di totalmente estraneo al marchio Amorphis. Elemento fondamentale è il lavoro alle tastiere e organo di Santeri Kallio (The Night Is Over), che imprime il suo marchio di fabbrica su tutto Am Universum. E poi c’era il sassofono, strumento utilizzato pochissimo nel metal/rock, ma su Am Universum ha un ruolo così importante da ritagliarsi spazio su almeno la metà dei brani presenti, fra cui Alone, ancora oggi una delle mie canzoni preferite dei finnici. 
L’ultimo passaggio per una totale libertà è stato quello di affrancarsi dalle tematiche dedicate esclusivamente al Kalevala. Affidando la scrittura delle lyrics a Pasi, e lasciandoli carta bianca sulle linee vocali, gli Amorphis sanciscono di essersi spostati in territori rock. Questa svolta non durerà più di due dischi, visto che già con Tomi Joutsen i finnici ritorneranno a trattare delle leggende finlandesi e finendo poi per forgiare un sound personale sì, ma poco agile nelle sue, pur eccellenti, evoluzioni future. 
Per moltissimi anni ho definito Am Universum una sorta di fratello minore di Tuonela e solo negli ultimi anni ho cambiato idea, considerando questo LP come un prodotto a sé stante e con una qualità elevatissima, forse non tiene sulla distanza, nella seconda metà del disco ci sono alcuni episodi meno ispirati, ma nel complesso Am Universum è un disco di classe. 
Nel 2001 gli Amorphis avevano ancora il coraggio di avventurarsi fuori da un recinto sicuro e, ovviamente, pieno di soddisfazioni in termini economici e di classifica. Non riusciranno, e non vorranno più, spingere i propri limiti compositivi così avanti, giungendo in territori rock/hard rock, ed è anche questo il motivo per cui è importante soffermarsi su Am Universum e dedicargli il tempo necessario per apprezzarne tutti gli spunti che lo compongono. 
Per questioni puramente affettive, Tuonela rimarrà il mio disco preferito del periodo rock degli Amorphis, ma recuperare Am Universum è stato ben più che un mero esercizio di memoria, è stato riscoprire un disco incredibile.
[Zeus]

HateSphere – s/t (2001)

Come sono arrivato agli HateSphere? Diciamo che per un paio d’anni, nella metà del 2000, giravano parecchio ed erano promossi molto dalle riviste metal, vuoi per meriti propri, vuoi perché il singer Jakob Bredhal faceva parte anche degli italianissimi e defunti, almeno credo, Allhelluja. Esposizione e tempismo, quindi eccomi ad ascoltare qualche disco della band e scrivere al di sopra citato Bredhal informazioni sul suo studio di registrazione. 
Per la cronaca, le richieste non erano poi così esose come si potrebbe pensare. 
Ritornando indietro come un salmone, si arriva al 2001 e al debutto, l’omonimo HateSphere. Il disco arriva in un momento in cui il metalcore fa breccia nei bill dei concerti, il thrash è in uno stato comatoso e il death metal melodico è anch’esso messo male, visto che gente come Dark Tranquillity o In Flames svaccano e chi segue, ad esempio i Soilwork, svilisce il sound di Gothenburg in qualcosa che non riesce più a prendermi veramente. 
Gli HateSphere mischiano tutte le carte, prendendo in parti quasi uguali sia dal thrash sia dal death, coniando un death-thrash con molto groove e senza gli agghiaccianti momenti in clean che poi saranno un difetto mortale del metalcore più slavato. Letta così, sembra che i danesi abbiano fiutato il tempo, anticipando quello che poi sarà trend negli anni successivi e riuscendo, nel debutto, a creare un qualcosa da tenere. 
Non proprio vero, dato che nei 40 minuti di durata, forse la metà del tempo è efficace e il resto suona o già sentito o semplicemente senza idee. Tralasciando l’intro di III Will, che mi imbarazza sentirlo da sobrio, HateSphere non riesce a farmi venir la voglia di riascoltarlo, almeno non per intero. Qualche pezzo qua e là, ma mi fa sollevare il sopracciglio come quando mi presentano un drink contenente tequila. Non mi verrebbe mai la voglia di berlo, ma se mi costringo ce la faccio e probabilmente non sbocco neanche. 
[Zeus]