Orange Goblin – Frequencies from Planet Ten (1997)

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Quando nei contesti sociali non si parla di figa, calcio e lavoro (a volte il calcio viene sostituito da un argomento a scelta), il metallo pesante è quello che la fa da padrone. A seconda del gruppo sociale in cui ti trovi, riesci a scoprire delle differenze di vedute che riescono a sorprenderti (o schifarti il cazzo, ovvio). Ecco che ti trovi a parlare di Thrash con i Thrasher, di metallo classico con i Defender, di Black Metal con il blackster incallito e poi, rotolando giù nelle valli paludose del metal, ecco che arrivi a parlare di stoner con le sciarpette che, svolazzando per i posti più cool, ti ammorbano il cazzo con soli due gruppi stoner (Kyuss e Clutch – ok, mi direte, me cojoni, ma lo stoner è leggermente più ampio…). Le sciarpette hanno uno spettro eno-musical-gastronomico limitato e si fiondano su quello che c’è di cool al momento e il resto non lo conoscono.
Gli Orange Goblin non sono certo uno dei 20 gruppi più nominati della storia dello stoner da questa sottospecie di gruppo sociale.

E qui, cari lettori di TheMurderInn, capite perché il mondo viene governato da capre in doppiopetto, da uomini col parrucchino, dal fatto che c’è gente che guarda con sospetto le scie chimiche e che crede alla possibilità di amicizia fra uomo e donna (senza aver escluso, a priori e per un qualsiasi motivo, la possibilità di una scopata).

Il mondo è un posto difficilissimo, credetemi. Soprattutto se devi spiegare alla gente che oltre a Blues For The Red Sun, c’è anche da tenere le antenne dritte quando parte Frequencies from Planet Ten.
E vi sto parlando dell’esordio, vaccalaputtana!
Non siamo al 10 album, questo è l’esordio in studio, con Rise Above Records (perché il buon Lee Dorrian, oltre ad averci regalato i Cathedral, ci ha fatto dono anche di questa etichetta dove spara fuori di una certa pesantezza specifica – sempre sia lodato Lee Dorrian) e non c’è niente da fare, quello che senti è perfetto dall’inizio alla fine.
I suoni sono pesanti, ma non ottundenti e fini a sé stessi. C’è l’elemento liquido, non so come cazzo fare a spiegare questo concetto, ma seguitemi con l’idea, ci sono i wah-wah, i riff che si rincorrono in cerchio, il blues, l’acido e anche, cazzo, l’amore tutto speciale del Padre dei Padri: Tony Iommi e dei Black Sabbath in generale.
Sì, lo so, piazzare i Black Sabbath quando si parla di stoner è un po’ vincere facile e farsi amici tutti, ma vi dirò una cosa che ho già detto anche nella recensione del live dei Pantera: il mondo sarebbe un posto molto più brutto senza certe band.

Io quando ho necessità di un disco stoner devo ricevere, insieme o in alternativa, due elementi: essere schiacciato a terra dalle frequenze basse o essere portato fra galassie sconosciute senza leccarmi una rana dell’Amazzonia (può aiutare per il viaggio, ma se non ne hai una a portata di mano, voglio il viaggione semplice).

Frequencies from Planet Ten ha i suoni cazzodritto, sia chiaro, ma è il viaggio che la fa da padrone con titoli tratti diretti diretti da J.R.R. Tolkien o strumentali fattissimi (Song Of The Purple Mushroom Fish). Il disco si riempie e parte, si gonfia ed esplode in riff concentrici e grossi, grassi e sudati come il peggiore dei matrimoni greci (la citazione ci sta un po’ a cazzo di cane, ma non è che sto facendo una recensione professionale).

Vi voglio dare un consiglio gratis, per quelli a pagamento potete scrivermi in privato: prima del prossimo weekend, quando uscite e vedete i vostri amici, ascoltatevi questo Frequencies… perché oltre a farvi sentire delle persone meglio (che fa bene), vi darà modo di mettere un metaforico dito nel culo a quelli che, quando aprono la bocca sputando sapienza, non sanno niente di più che due band in croce.
Fatelo per voi e per spezzare le gambe a quella gentaglia.

Fidatevi: è un dovere morale.

[Zeus]

Official Live: 101 Proof

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Come fai a non amare questo live?!
Dimmelo, forza. Parlo con te che mi guardi con lo sguardo bovino.
Nel 1997 i Pantera sono una supercorazzata nel mondo metal. Cazzuti come uno dei Klitschko ed espressioni massime del motto “a cazzo duro senza futuro“, la band di Dallas (più New Orleans) sgrana, fra un’overdose quasi mortale e una serie di live, questa testimonianza che sbrana la concorrenza.
Un best of fatto in versione live questo Official Live: 101 Proof. Brani da Cowboys From Hell, da Vulgar Display Of Power, da Far Beyond Driven e anche da quello che, per molti, è un album duro da digerire: The Great Southern Trendkill (io lo adoro come disco, ha il malessere e il dolore dentro). Il trittico Sandblasted Skin, Suicide Note Pt.2 e War Nerve suona cattivo e violento come, e forse più, della versione su disco: penso a causa della registrazione live che ne limita stratificazioni, effetti da studio e cazzi e mazzi e restituisce sul palco brani di impatto e groove.
Prendersi questo disco significa entrare a spallate sulla fine degli anni ’90, quando il metal incominciava ad andare in agonia da groove metal, nu metal e merda varia e prendersi una bella boccata d’aria fresca dalla frittura mista di schifezze che escono in questo momento storico sfigato (a parte qualche valida eccezione, sia chiaro). Il tutto, vorrei sottolinearlo, senza doversi sorbire minuti di discorsi inutili di un fattissimo Phil Anselmo che, non avendone abbastanza di cantare sui palchi di mezzo mondo, si reinventa anche predicatore della ceppa dorata e ammorba i concerti con cazzate cosmiche che passano dal razzismo al metal con la facilità con cui io mi cambio le mutande al mattino.

Ma non vorrei rivangare cose passate, se pensate che il buon Filippone si sia scoperto un redneck ignorante, alcolista e fattone solo all’alba del 2016, forse è meglio se continuate ad ascoltare l’ultimo degli In Flames – ve lo meritate ampiamente.

Official Live: 101 Proof è un cazzo di disco che mi esalta ogni volta, tanto che è uno dei pochi selezionati che mi porto sempre e comunque in macchina. Lo ascolto meno di prima, ma saperlo nella chiavetta mi rende una persona meglio.
E lo sappiamo bene quanto brutte siano le persone che non ascoltano i Pantera.

 

Dimmu Borgir – Enthrone Darkness Triumphant (1997)

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Da web

Enthrone Darkness Triumphant dei Dimmu Borgir è uno di questi dischi che, una volta sì e una no, è sul mio iPod, questo la dice tutta sulla potenza che ha questo disco dopo 20 anni di onorato servizio.
La volta no è semplice da spiegare: il suo posto lo prende Stormblåst e ci son pochi cazzi, sarà meno pulito e non si potrà fregiare di avere, in apertura, Mourning Palace, ma quello del 1996 è un cazzo di disco.
Qual’è la forza di E.D.T? Quello che i Dimmu Borgir partoriscono nel 1997, è disco di black metal sinfonico (ma in quel momento anche i Cradle Of Filth erano sinfonici e anche gli Emperor erano considerati precursori del symphonic black metal), suonato bene e prodotto ancora meglio (mai come in questo disco c’è l’unione perfetta di Svezia – Norvegia in un disco, grazie alla produzione lucida lucida ma non plastica dei The Abyss Studios). Enthrone ha le canzoni e tutti sono sugli scudi, per l’ultima volta in assoluto (da questo disco in avanti c’è un progressivo rincoglionimento della band e un declino generale verso un nulla plastico e iper-prodotto).

Mi viene ancora da ridere a ripensare una critica fatta da una rivista specializzata su questo CD: togliendo le tastiere sembra di ascoltare gli AC/DC, togliendo le chitarre, sembra di sentire un gruppo dance.

Le recensioni sono fatte, anche, per essere smentite.

Una cosa che rinfranca è la mancanza delle clean vocals (introdotte con inopportuna quantità con l’arrivo di ICS Vortex al basso – mi immagino Shagrath e Silenoz pensare: “ehi, se ci stavano nelle band di Vortex, perché non mettercele un po’ a caput minchia anche da noi?” e le hanno piazzate a iosa ovunque) e c’è una generale tendenza ad equilibrare le parti suonate con quelle iper-verbose tipiche delle produzioni dei Dimmu Borgir, elemento, quello della iper-verbosità, che si farà sentire con maggiore forza nei dischi dal 2000 in avanti.
Enthrone Darkness Triumphant è un disco che funziona su tutti i livelli: spacca quando deve, ha la componente decadente data dagli arrangiamenti di Stian Aarstad (che ha il merito di suonare su tutti i dischi migliori dei Dimmu Borgir – un caso?) e, soprattutto mi piace ripetermi, ha i pezzi eccellenti.

Ad un concerto di qualche anno fa, dove i Dimmu Borgir nella versione scarnificata (perciò senza cori, nani, ballerine, trapezisti e circo equestre al seguito) hanno riproposto Enthrone Darkness Triumphant per intero, il mio socio di TheMurderInn Skan ha detto una verità assoluta: “Iniziare un concerto con Mourning Palace? Ai Dimmu piace vincere facile“.
Sono d’accordo.
Ed è da 20 anni che continua ad essere vera questa affermazione.

[Zeus]

Metallica – ReLoad (qualcuno ne dovrà pur parlare)

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(da web)

Lo minaccio anche nel titolo: qualcuno di questo disco ne dovrà pur parlare nel ventennale della sua pubblicazione.
Visto l’articolo precedente su LOAD, direi che mi getto sul pezzo tappandomi il naso.
Se Load, in qualche modo, è ancora difendibile, ReLoad è inqualificabile senza mezzi termini. Inqualificabile come secondo disco di un doppio CD e inqualificabile come sequel di un già pericolante Load.
I Metallica del 1998 sono un gruppo a cui non interessa più un cazzo neanche di comporre decentemente. Di ReLoad tutti si ricordano Fuel, che ormai ci ha smarciato le palle, e ben poco altro.
No, scusate, in ReLoad c’è il sequel di The Unforgiven… intitolata ad hoc The Unforgiven II. Questa canzone passava con un ritmo impressionante su Music Box, l’unico canale musicale che riuscivo a vedere a casa mia.
Vale ancora la pseudo-difesa dell’amore per il southern rock, il brit-pop e il look da tarri di periferia? L’amore per i Corrosion Of Conformity e l’alternative da casalinghe disperate che cercano sempre più di compiacere?

Faccio un inciso, e lo dico con onestà: se vuoi vivere di musica (e non sopravvivere di musica), andare a compiacere le casalinghe disperate, quelli che fanno la spesa al supermercato e i giovani che si fanno le pippe davanti alla televisione è il canale privilegiato.
Ovvio, ne perdi un po’ di credibilità e potrebbe anche esserti rinfacciata come cosa. Ma tu, dall’alto di uno stipendio pari al PIL di un lercio paese del terzo mondo, te ne puoi anche sbattere i coglioni di quattro minchioni che ti chiedono di fare solo una cosa: suonare in maniera decente (thrash possibilmente) o di produrre qualcosa di commestibile e appetibile.

ReLoad è un nuovo dito medio alzato verso il pubblico. L’attestato di strafottenza e iper-potenza dei Metallica. Il “noi-vs-voi” che va bene perché tanto tu hai pubblicato Ride The Lightning o Master Of Puppets.
A guardare indietro, e con la saggezza dei grandi, fai persino fatica a capire se questo sarà il vero passo falso o la vera merda seguirà per tutto il decennio successivo.

Riascoltare ReLoad, dopo anni che non lo ascoltavo intero, è un colpo al cuore.
Non fraintendetemi, non sto parlando in senso positivo.
Pattume era e pattume rimane. La patina del tempo, quella che fa vedere gli unicorni che cagano arcobaleni, non riesce a migliorare questo cumulo di canzoni pessime.

[Zeus]

Vent’anni dopo: Rammstein – Sehnsucht (1997)

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Da web

Sono legato in maniera particolare a Sehnsucht dei Rammstein.
Ero alle superiori e, me derelitto, mi toccava sopravvivere in una classe in cui la musica pesante non esisteva e l’unica concessione alla musica “dura” era quella riservata al grunge (e, vi dirò, nel 1997 i gruppi grunge erano alla canna del gas o direttamente sottoterra).

La musica in voga era quella commerciale della radio – vedete voi che vita demmerda.
Ad un certo punto incominciò a girare per la classe una cassettina (ebbene sì, una cassettina laida) con dentro questo gruppo che cantava in tedesco di cose che, visto che siamo capre pur vivendoci in mezzo ai tedeschi, non capivamo neanche di striscio.
L’andamento marziale, la tonalità di Till Lindemann (quella R grattuggiata e quel modo di cantare che era una via di mezzo fra il classico canto e il parlato) e quell’unione fra metal classico e l’attitudine danzereccia da club berlinese (che verrà definito Tanz Metal, etichetta disgustosa) hanno fatto presa in pochissimo tempo.
L’incapacità di capire le parole hanno portato, i più ignoranti di noi, a formulare la frase: questi sono nazisti!

L’equazione tedesco = nazisti è seconda solo a nazisti dell’Illinois = odio.

Questo misunderstanding ha intaccato la stessa sicurezza dei Rammstein che, in Mutter, hanno dovuto rafforzare un concetto importante, esprimendolo a chiare lettere: e cioè che il loro cuore è a sinistra (Links 2,3,4).
Ma, nel 1997, Mutter doveva ancora uscire e l’ignoranza viaggiava a gonfie vele nei cuori degli stolti e perciò l’equazione Rammstein = nazisti era ancora un grande cavallo di battaglia.

Un particolare che all’inizio non capivamo e che sono riuscito ad apprezzare solo col passare del tempo è la bravura di Lindemann nell’uso delle parole. I temi di Sehnsucht sono scabrosi, toccanti e inquietanti e non hanno da vergognarsi in confronto a quanto sputato fuori da trequarti dei gruppi death del globo, ma le liriche sono studiate in maniera eccellente mescolando ironia, alta letteratura, giochi di parole e utilizzando il tedesco moderno con inserti tratti dal tedesco antico.
L’ironia è la chiave e la resa burlonesca e scabrosa degli argomenti è un lato vincente (e molto intelligente) dei Rammstein.
Peccato che, vista l’osticità della lingua, non venne recepita prima dell’avvento dei traduttori simultanei su Google e dell’internet in generale. Quello che fece breccia, però, era la componente tanz metal che infesterà le discoteche Gothic, EBM da lì a venire.
Se poi vogliamo essere proprio rompicoglioni, c’era gente che si vantava di capire il norvegese/svedese/finlandese quando non sapeva neanche mettere insieme due frasi di italiano in senso compiuto. Questo per dire che l’estremismo della lingua è un concetto molto relativo e che il tedesco, come qualsiasi altra lingua, ha la componente estrema che “fa specie”.

C’è un brano che ha lanciato Sehnsucht e quel pezzo è Engel. Senza questa canzone molti ascoltatori non si sarebbero neanche avvicinati al disco, cosa che invece non è accaduto perchè la componente gothic-pop-tanz-metal (con uso ed abuso delle etichette) del brano è soddisfacente e molto più fruibile di una canzone presa a caso dal precedente Herzeleid.
Sul fatto che Engel sia il miglior brano di Sehnsuch possiamo discuterne. Io non credo, ma forse sono vent’anni che sento questa canzone e ormai ho un’opinione fissa da troppo tempo.
Da qua in avanti i tedesconi hanno scalato il mainstream con dischi sempre più azzeccati (Mutter; Reise Reise; Rosenrot). Il dopo Rosenrot è meno soddisfacente, ma l’età brucia tutti e di questo ne parleremo più avanti.

[Zeus]

Trent’anni dopo: Metallica – The $5.98 E.P.: Garage Days Re-Revisited

(da web)

(da web)

A guardare indietro nella storia, un paio di lacrime ti scendono.
L’album di cover dei Metallica mi è sempre piaciuto, ma chiedetemi perché e non saprei dirvelo. Sarà che interpretano pezzi eccellenti, sarà che è un momento di passaggio da un prima (era Cliff) ad un dopo (era Newsted) e questo dopo porterà negli stereo … And Justice For All e poi il big bang del Black Album, ma il $5,98 Ep è l’antipasto che ti fa godere meglio del piatto principale.
Qualche malelingua insinua, adesso, che i ‘tallica, per molto tempo, siano stati meglio come cover band che come band di pezzi originali (e il disastro compositivo post Load sembra essere testimone di questo sfacelo), ma qui a TMI non osiamo arrivare a tanto.
Certo, ReLoad, St. Anger e quello con l’orchestra fanno schifo.
Certo, quando si ascoltano i Metallica divertirsi a fare la cover band senza dover, per forza, fare la storia con un brano è un sollievo. Si respira, o almeno lo respiro io, quel senso di tranquillità, goduria e sticazzi che mi piace in un disco.
Molti, addirittura troppi, LP sono concepiti con la volontà ferrea di essere degli album che spaccheranno e influenzeranno le generazioni future.
Il risultato, nella gran parte dei casi, è deludente e si sentono dischi mosci e sfiatati.

Troppa concentrazione = nessuna concentrazione.

Non sto certo a dire che questo EP di cover sia eccezionale, di ampio respiro o che altro. Ma si fa ascoltare, senti l’attitudine sbragata di una band che pensa solo ad alcool, coca e, scommettiamoci, a qualche bel vaccone da cui farsi fare un soffocone.

Il resto lo diranno con …And Justice For All.
Non chiediamo troppo all’EP, lasciamoli fare quello che sa far meglio: divertire.

[Zeus]

Ozzy Osbourne – Tribute (trent’anni dopo)

 

Quanto incide la morte? Quanto rivaluta la morte?
Per Ozzy Osbourne, alla sua prima esperienza da solista post-Black Sabbath, la morte del chitarrista Randy Rhoads ha rivoluzionato il mondo. C’è stato un prima e dopo Black Sabbath e bisogna riconoscere che c’è un pre e post Randy.
Il giovane chitarrista ex-Quiet Riot ha stravolto Ozzy tanto da rendere difficile per chiunque mettersi al suo posto. Ognuno, per quanto bravo, con esperienza o altro, ha sempre avuto il fantasma di Randy a soffiargli sulla nuca e rendere la sua esperienza nella band di Ozzy Osbourne quantomeno precaria.
Volete un’idea di quanto è importante il sound e le canzoni di Randy? Provate a cercare che canzoni dovevano prepararsi i nuovi chitarristi per avere un’audizione con il Madman. Provate a leggervi le interviste a Zakk Wylde, per esempio.
Questo è il livello d’impatto che ha avuto il piccolo Randy Rhoads sul Madman inglese.
Randy Rhoads Tribute è l’album che doveva uscire dopo la sua tragica morte ma che non è mai uscito a causa del cordoglio di Ozzy. Proprio per la tristezza post-decesso, Ozzy aveva staccato la spina della Blizzard Of Oz e fatto uscire Speak Of The Devil, un disco di cover dei Black Sabbath interpretate con due terzi della formazione originale della band di Ozzy e il chitarrista della Ian Gillan Band (una meteora al servizio di Ozzy – schiacciato dalla responsibilità di rimpiazzare Randy).
Non credete alla pressione dei morti? Provate a chiedere Jason Newsted cosa ha pensato nei lunghi anni di militanza nei Metallica sul fatto di rimpiazzare Cliff.
Sì, lo so, sto divagando.
Io non ascoltavo questo Tribute da una vita, ve lo giuro. Ho visto che c’era la ricorrenza dei vent’anni e allora l’ho tirato fuori e mi son detto: post-produzione a parte, il disco funziona. Sarà che è un ricordo (e vi posso assicurare che nel giudicare un disco, questo aspetto salta fuori a volte), sarà che le canzoni sono entrate di diritto nel pantheon dei grandi classici del metal o solo il fatto che Ozzy mi ispira, da sempre, notevole simpatia, ma Tribute funziona.

[Zeus]

Black Sabbath – The Eternal Idol (trent’anni dopo)

 

Se pensi alla storia dei Black Sabbath e nomini i primi 5 dischi che ti saltano in mente, raramente il buon The Eternal Idol è presente nella classifica. Motivo? Sarà che è arrivato in un periodo travagliato dei Sabbath, sarà che pur avendo delle buone canzoni (The Shining è efficace come brano) non ha il pezzone che ti inchioda a terra, ma The Eternal Idol, nella discografia del Sabba Nero, è un po’ il terzo fratello, quello che sai che esiste ma che viene dopo altri dischi con Tony “The Cat” Martin alla voce.
Brutta storia gli anni ’80 per Tony Iommi e soci. La baffuta mano di Dio, parole sue, sniffava polvere lui dell’iRobot adesso e la formazione si sbriciolava come la difesa di una squadra di parrocchia contro una di serie A. Un dramma.
Il cantante su cui la baffuta mano di Dio aveva scommesso, Ray Gillen, aveva piantato in asso la baracca senza troppi complimenti (anzi, aveva persino gettato là un caustico non si va da nessuna parte ed era andato a giocare con i Badlands con il ciecato Jake E. Lee) ma lasciando testi e tracce base del disco che, in seguito, sarebbe diventato proprio The Eternal Idol.
Se mi dovessi fermare qua, capite che il risultato è quantomeno disastroso!?
Ma il buon Iommi, coca o meno, non ci sta a far finire all’ospizio la sua creatura e perciò recluta una serie di musicisti (fra cui Bob Daisley – che è il jolly piglia-tutto quando si tratta di tirar su una line-up) e cerca un vocalist decente.
In un pub inglese trova Tony Martin e lo prende in formazione.
Amore a prima vista!? Neanche per idea. Nelle interviste successive al periodo di Martin nei Sabbath, Iommi ha spalato quantità ignobili di merda sul cantante inglese. Se non sbaglio, solo nel 2015/2016 si sono riappacificati quel tanto che basta.
Il commento principe era sulla mancanza di presenza scenica del povero Tony Martin. Ma, al momento, è un elemento secondario visto che deve arrivare a cantare su un disco finito, già scritto, con i testi fatti e con le linee vocali abbozzate. Avesse potuto pagare Tony Martin in voucher, penso che Iommi ci avrebbe fatto un pensierino.
Tony Martin si tira su le maniche, re-incide le vocals ed ecco che esce The Eternal Idol.
Se teniamo conto di come è nato il disco, del fatto che arriva nel 1987, che Tony Martin ha una tonalità che può accostarsi, per certi aspetti, a quella di R.J.Dio (senza averne potenza, teatralità e altre componenti di spicco), che finalmente Geoff Nicholls appare in pubblico (dopo che è stato mandato dietro la lavagna per anni e anni), che il video fa cagare (a parte la baffuta mano di Dio che ha più catenacci, croci e pelli lui di un crociato – Hail The Metal) e che l’ispirazione generale non è sempre altissima (ha alcuni cali di forma questo disco), The Eternal Idol ha il suo perché. Non entrerà mai nella top dei dischi dei Black Sabbath, ma è di molte spanne sopra quel fallimento osceno come Forbidden

[Zeus]

Narcotrafficanti, death metal e brutture varie – i Brujeria di Pocho Aztlan

Siamo alle solite e, di conseguenza, il dubbio si ripropone: è la Nuclear Blast che si prende artisti alla frutta o sono gli artisti che, arrivati sotto l’egida della teteska NB, hanno un improvviso rincoglionimento generale?
I Brujeria, targati 2016, sono una band che di idee ne ha pochine e significa che Pocho Aztlan è loffio dopo ben pochi ascolti. I brani si atteggiano, tirano fuori il petto e alzano la voce… ma vedi che stanno facendo i tamarri.
Tenete presente che uno dei brani più ricordabili (Bruja) sembra un estratto da Brujerizmo (e lascio a voi pensare se questo è un fattore positivo o meno), mentre di Plata O Plomo si ricorda quasi di più il video della canzone.
Il resto di Pocho Aztlan si attesa su canzoni che non ti picchiano nei denti e ti lasciano insoddisfatto come una scopata malriuscita. Perché puoi anche fare un disco di mestiere e piazzarci dentro tutti i temi a te cari, droga, puttane slabbrate e strafatte di crack, narcotrafficanti, death metal e satanismo, lo capisco cazzo!!, lo capisco veramente – tutti hanno il diritto di arrivare a fine mese e pagarsi la coca e la TV via cavo; ma se ti manca la canzone-bomba, quella che ti brucia il culo come dopo quel chili piccante che ti sei mangiato dal carroccio del messicano impestato, c’è poco da fare: hai solo un dischello death metal che, poco tempo dopo l’acquisto, finirà nella tua colonia di polvere.
O, peggio ancora, verrà scaricato sul PC e ascoltato di quando in quando con l’espressione perplessa del viso.

[Zeus]

Pain – Coming Home

  

Con i LINDEMANN, il buon Peter Tägtgren ha scardinato la sua regola d’oro: un disco Pain e un disco degli Hypocrisy e così via. Perciò, per non saper né leggere né scrivere, ecco che lo svedese si presenta sugli scaffali con un prodotto dei Pain (ormai ben più che un divertimento – vista la quantità di dischi che stanno facendo uscire negli ultimi anni).
Coming Home è, ad oggi, il disco più catchy, ballerino, leggero e melodico dello svedese. Tutti i brani scorrono leggeri, con melodie a presa rapida (cosa che era evidente anche nei Lindemann) e una non-pesantezza funzionale a dei brani da ascolto mentre si lavano i piatti, si va in auto o qualunque attività giornaliera.
Non occupano quasi niente della vostra RAM e non vi cambieranno la giornata. Ma se state pedalando, come me, saranno l’ottimo groove che vi porterà direttamente alla trincea che voi chiamate lavoro.
Vogliamo trovare il pelo nell’uovo (semplice visto che mi porto dietro la barba)? Sono i brani più “pestoni” ad essere i meno convincenti del lotto. Dove tira di più, ecco che vengono fuori i limiti del prodotto che, ironia della sorte, smette di essere un passatempo e un qualcosa di facile e funny e diventa un po’ un misto-fritto che è tutto e niente.
Meglio rimanere saldi e tranquilli nel mare del sound danzereccio, un po’ elettronico e un po’ metallico. Giusto un 50%-50%, così da sfoderare l’anima pop e divertire.
Forse il miglior complimento possibile (oltre all’ottima produzione) a questo disco: un disco che fa divertire.
E, in questi tempi, non è poco

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