Bythos – The Womb of Zero (2020)

Nascere in Finlandia e avere il culto della Svezia, ecco come potrei descrivere i Bythos, progetto che unisce tre figuri di spicco della scena finnica e che, nel C.V. da mandare in giro, possono fregiarsi di aver suonato/suonare in gruppi come Horna, Behexen, Sargeist e Ajattara (giusto per citarne alcuni). A guardare l’Archivio, pre-ascolto, e vedendone i nomi coinvolti, mi aspettavo un disco tipicamente finnico, il classico black metal della terra dei mille laghi. Invece quello che mi accoglie una volta fatto partire The Womb of Zero è un sound tipicamente swedish, così svedese da ricordarti immediatamente i Dissection e, in secondo luogo, anche alcune cose fatte dagli Unanimated (non capisco perché non vengano citati di più, ma si sa, il mondo è una merda).
Il suono è limpido, i riff freddi ma melodici, la batteria che non deve strafare ma si “limita” ad essere un ottimo supporto per il resto degli strumenti e infine la voce. Lo screaming lo conosciamo, visto che M.S. è stato cantante dei Sargeist e dei suddetti Behexen, e quindi non aspettatevi acuti lancinanti ma quelle tonalità medio basse, dal forte tasso evocativo. Mi piace che, pur essendo black metal di stampo satanico, le chitarre siano presenti e si lancino anche nei “fischioni” molto metallosi (Legacy of Naahmah), ma non disdegnano neanche arpeggi acustici e parti con maggiore “groove”, cosa che è nel DNA del black metal melodico di matrice svedese.
Anche ad un ascolto distratto, non può sfuggire il fatto che, in The Womb of Zero, di accelerazioni e tempi veloci non ce ne sono; per scelta coerente e per fornire quell’aura oscura, il trio finnico punta tutto sul mid tempo e su pochissime variazioni. La cosa non è un male di per sé, visto che dona compattezza nel corso di tutti i 42 minuti, ma è anche una mezza zoppia, visto che manca il classico qualcosa che ti lascia a bocca aperta.
Viste le premesse e i palesi riferimenti musicali, non mi sono aspettavo i tempi spaccagengive alla Marduk et similia, ma qualche sfumatura in più mi avrebbe permesso di non perdermi fra una canzone e l’altra (ho dovuto guardare tre volte se la già citata Legacy of Naahmah fosse finita e iniziata la successiva Destroyer of Illusions).
Non saprei citarvi un highlight, giuro. L’influenza dei Dissection è talmente alta da trasformare i Bythos in un tributo alla band svedese, dove pezzi come Black Labyrinth o la stessa Legacy of Naahmah sono presi paro paro dal libro su come far suonare un brano come Jon Nödtveidt (il secondo è quasi B-side da Rainkaos, non saprei se è positiva come cosa).
L’unico brano che esce dal sentiero tracciato e mischia swedish black metal ad una certa grandeur di stampo Behemoth è Omega Dragon, il cui coro è sfacciatamente tratto da Bartzabel, e non so se la cosa mi piaccia o meno.
In definitiva, The Womb of Zero è il classico disco nato e suonato con i Dissection nel cuore e da quel pattern non si sposta di un centimetro. Sia chiaro, lo fa bene e quanto ne esce è godibile, quindi se siete fan allo stadio terminale di quel tipo di sound, i Bythos e The Womb of Zero sono pane per i vostri denti e non vi deluderanno; se siete stufi di sentire l’ennesima riproposizione di quel trend, allora lasciate perdere e cercate Satana in altri dischi.
[Zeus]



In ricordo di Andrew Wood. Temple Of The Dog – s/t (1991)

Per molti il nome di Andrew Wood è sconosciuto. Lo era anche per me, fidatevi, almeno prima di scoprire il grunge e andare alla ricerca di tutto quello che circondava questo genere e, con le relative notizie, ho capito chi era il personaggio suddetto. Parlo al passato perché Andrew Wood ha lasciato questa valle di lacrime a soli 24 anni per un’overdose di eroina; non certo una novità nella comunità musicale di Seattle.
Andrew Wood, con la sua presenza e con la sua assenza, ha influenzato in maniera notevole il futuro di quello che poi verrà incoronato come grunge dalla stampa. Il suo personaggio apre ad una serie di scenari what if… e una serie di sliding doors che potrebbero farci quasi un film.
Se non si fosse iniettato l’ultima dose, in questo momento probabilmente i Pearl Jam non sarebbero neanche nel nostro radar musicale, con tutti i pro e i contro del caso e di come li considerate nel mondo musicale. Questo perché Jeff Ament e Stone Gossard erano colonna portante della band capitanata da Wood e quindi, se fosse rimasto in vita, la possibilità che i Mother Love Bone, la loro band, rimanesse insieme e producesse dischi è alta. Effetto collaterale? Probabilmente Eddie Vedder sarebbe rimasto a fare il benzinaio e avrebbe trovato un’altra band a cui prestare la voce. Altrettanto impattante come i Pearl Jam? Non saprei, ma visto il carisma acquisito da Vedder nel corso del tempo e il suo ruolo fondamentale nel songwriting potrei supporre di sì.
Così non è stato e l’ultimo shot di eroina è avvenuto e Andrew Wood ha salutato tutti, lasciando Gossard e Ament con le mani in mano e un progetto, potenzialmente buono, morto nella culla. E qua entrano in gioco tutti i movimenti sullo scacchiere.
Chris Cornell dei Soundgarden vuole tributare un saluto al suo defunto amico e chiede a Gossard e Ament di partecipare a scrivere un singolo e saluti. Il singolo si trasforma in un disco e questo LP diventa Temple Of The Dog. Altri movimenti si notano quando Eddie Vedder, all’epoca emerito sconosciuto, vola a Seattle per un provino con Gossard ed Ament, ancora intenti a chiedersi cosa farne dei Mother Love Bone, e incappato in una delle prove dei Temple of The Dog (che vedono partecipare anche l’ex batterista dei Soundgarden, nonché attuale dei Pearl Jam stessi e Mike McCready, attuale chitarrista solista dei Pearl Jam) fornisce un paio di backing vocals e una partecipazione su Hunger Strike. La storia incomincia a prendere la direzione che conosciamo, i Mother Love Bone muoiono definitivamente e nascono i Pearl Jam che, nell’agosto di quell’anno, faranno uscire Ten, uno dei dischi fondamentali del grunge e del rock in generale. Chris Cornell diventerà figura chiave nel panorama di Seattle, e già lo era a suo tempo, e incomincerà un’amicizia duratura con Eddie Vedder.
I Temple Of The Dog non verranno cagati di striscio per molti anni, almeno finché i Pearl Jam non diventeranno tali e quindi, con la loro longa manus, faranno diventare oro quello che toccano e hanno toccato.
Ma il disco in questione merita? Non era, non è e, credo, non sarà mai uno dei dischi che ascolterò dall’inizio alla fine e che mi ricorderò di citare fra delle eventuali ispirazioni rock. Non era un brutto disco e non lo è tutt’ora, che son passati 30 anni e di polvere ne ha presa. Il suo problema è che soffre l’imponente presenza dei suoi “genitori musicali” e quindi non riuscirà mai a rispettare delle attese altissime. Non suona Soundgarden perché Chris Cornell voleva affrancarsi dallo scrivere nello stesso stile e, anche se ci sono alcune assonanze, non è neanche un disco che anticipa Ten e tutto quello che produrranno i Pearl Jam. Non potrebbe essere altrimenti, visto che i songwriter sono tanti e le idee anche, cosa che porterà Temple Of The Dog ad essere un punto di passaggio fra Mother Love Bone e Pearl Jam, ma sempre con influenze Soundgarden.
Un bel miscuglio, lo capite anche voi.
I Temple Of The Dog rimarranno un unicum e non produrranno nessun disco oltre a questo. La qual cosa, sinceramente, è un tocco di buon gusto visto che sarebbe stato inutile mungere una vacca destinata ad essere un tributo ad un amico. Dall’altro lato, i malpensanti, potrebbero anche dire che proprio nel 1991 usciranno Ten e Badmotorfinger…
[Zeus]

At the Gates – The Nightmare of Being (2021)

Non è la prima volta che lo dico, ma repetita iuvant: crescere, nel metal, è un gran casino. Soprattutto se il tuo capolavoro lo hai già fatto uscire e quello che ti porterà il futuro sarà unicamente il tentativo di distanziarti da quel disco o di tentare, in maniera quanto mai folle, di replicarlo ad ogni piè sospinto.
Nel primo caso vengono fuori o interessanti divagazioni sul concetto già espresso (o porcherie inenarrabili), nel secondo caso sei gli AC/DC.
Nel caso degli At the Gates il loro passato è talmente ingombrante che li ha sbriciolati per quasi vent’anni prima di riprendersi e far uscire At War with Reality nel 2014. Il che è anche comprensibile, visto che Slaughter of the Soul è un concentrato di gioventù, ispirazione e angst esistenziale che tanta ne basta e questo mix non poteva che esplodere nelle mani degli svedesi.
Nonostante il tempo passato, con addirittura due dischi all’attivo – il già citato At War with Reality e il seguente To Drink from the Night Itself del 2018 -, Tompa & Co. hanno ancora da elaborare il loro passato e cercano disperatamente una chiusura al discorso lasciato aperto 26 anni fa.
L’hanno trovata con The Nightmare of Being? La risposta è no. Non può esserci un vero erede, anche se questo disco si fa ascoltare senza (troppi) patemi d’animo.
Slaughter of the Soul era (è) l’espressione di una band all’apice e in procinto di rompersi, quindi in quella condizione “ideale”, se sfruttata, di produrre un capolavoro. Ecco perché bisogna cercare di capire cosa si vuole da The Nightmare of Being, perché è da questo punto che si valuterà il suo effettivo valore.
Se cercate, nel 2021, il successore di Slaughter of the Soul, siete fuori strada e, a lungo andare, questo disco vi deluderà. Se siete consci che non potranno mai riprodurre qualcosa di unico e irripetibile, allora potete proseguire cercando di trovarne o i lati positivi o l’inutilità del disco. Sta tutto nella vostra sensibilità.
Io mi sono avvicinato all’ascolto conscio che dentro questi solchi, non ne troverò un erede. I motivi stanno nel tempo che passa, nelle idee che a volte si fanno confuse sul finale di alcune canzoni (The Paradox) o semplicemente vengono presi da un’orgia di idee e perché Tompa Lindberg ormai ha le corde vocali usurate di brutto. Il tutto viene condito dalla sensazione costante di una band che si sforza di essere sé stessa, di essere At the Gates e di suonare tale.
Positivo come fatto, no? No, non proprio. Perché il concetto stesso di sforzarsi rovina l’effetto finale, facendo vedere un tentativo disperato di essere di nuovo quello che, ricordatevelo sempre!, essi sono già di principio. Gli At the Gates dovrebbero accendere i Marshall (o che altro usano) e suonare sé stessi, perché dalla loro penna solo quell’espressione è possibile, nessun’altra. E questo a scanso di ogni perplessità nei dischi precedenti dove c’era quell’aria di band che coverizza sé stessa per ritrovare un senso e una direzione (come, ad esempio, i Lynyrd Skynyrd per fare un esempio calzante, anche se fuori dal metal).
Adesso, però, è più difficile riuscire ad essere spensierati e “naive”, visto che son 26 anni che il pubblico aspetta un seguito di Slaughter of the Soul, che ti aspetta al varco con il fucile in mano per cercare di capire se sei te o li stai prendendo in giro con qualche trucchetto da imbonitore del Far West. E non dimostri di esserti affrancato da nulla se in Touched by the White Hands of Death (comunque canzone intensa) ci metti una progressione che ricorda quel passato glorioso.
La band, però, sta rielaborando alcuni elementi perché tutto The Nightmare of Being dimostra che alcune cartucce le riesce ancora sparare, ed è solo la forma ad essere cambiata e dove l’aggressività giovanile (la teenage angst) non riesce ad uscire per mille ed uno motivi, subentra la maturità compositiva con pezzi meno al fulmicotone (Eternal Winter of Reason), spoken-word frequenti (Cosmic Pessimism) e pezzi che si svincolano totalmente dal marchio di fabbrica At the Gates e invadono territori sinfonici (The Fall Into Time) che starebbero benissimo in un disco dei Rotting Christ.
Un particolare che mi è piaciuto, lasciandomi soddisfatto totalmente sotto quell’aspetto, è il mood che sono riusciti a creare. La vena oscura, malinconica e vagamente apocalittica è resa in maniera eccellente. Non riesco ad immaginarmi altro che una discesa verso l’Ade greco, un percorso verso ombre, sogni e incubi. Son quasi certo che è una suggestione data dall’artwork, ma non riesco a togliermi questo pensiero dalla testa neanche dopo l’ennesimo ascolto.
Adesso sta a voi capire se The Nightmare of Being e gli At the Gates A.D. 2021 hanno prodotto un LP che vi soddisfa o meno, perché di certo brutto non lo è, è solo difficile far combaciare le aspettative con quanto viene realmente registrato.
[Zeus]

Drowning Pool – Sinner (2001)

Nel 2001 il nu-metal stava pompando forte, spazzando via tutto quello che trovava bastonando le persone a forza riff stoppati e downtune. Sempre in quel periodo si affacciava anche il revival grunge e il sound dei Pantera, ormai ai saluti anche se nessuno dei quattro voleva dirlo in maniera chiara, aveva tracciato la via per moltissime band che da lì a poco avrebbero tentato di sfondare (o lo avrebbero fatto).
Visto che siamo in una nuova epoca musicale, c’è anche chi mischia tutto e lo butta sul mercato a cazzo duro: i Drowning Pool possono tranquillamente essere l’esempio lampante di tutto questo. Non saranno il mio gruppo preferito e neanche un mio personale guilty-pleasure musicale, ma affermare di non averli mai sentiti è come dire che non ho mai mentito dicendo di aver 18 anni quando volevo bermi una birra, o una bomba (mi è venuto in mente solo ora questo cocktail, sono eoni che non ci ripensavo), da minorenne.
I Drowning Pool erano il suono dell’America del 2001, un mix di testosterone, petto in fuori col cazzo dritto e tutto il bullismo tatuato che potete immaginare. Aggiungeteci anche una spolverata di angoscia tratta direttamente dal nu-grunge e avete il mix esplosivo per eccellenza in un’epoca che vedeva il metal in una fase a dir poco confusa.
Sinner è l’esordio della band texana e, a quanto mi viene in mente, l’unico che penso di aver ascoltato per curiosità. La title-track è ancora una canzone che ti rimane nelle orecchie e così anche Bodies, canzone che comunque pompa non poco a pensarci bene. Dave Williams, singer della band, non potrà mai vedere la sua creatura prendersi le luci del palcoscenico visto che lascerà questa valle di lacrime a causa di una cardiomiopatia durante il tour a supporto di questo disco.
Se non la chiamate sfiga questa.
I vent’anni passati sotto naftalina non hanno fatto bene a ‘sto disco, visto che è invecchiato e come tutte le fotografie di un’epoca passata, era perfettamente integrato in un certo contesto mentre adesso, nel 2021, è fuori luogo, fuori tempo e fuori dalla memoria di molti.
[Zeus]

Metallica – Some Kind of Monster (2004)

Un paio di settimane fa mi son trovato una serata libera, la dolce metà del Mayhem-Duo era fuori con amiche e io, sfinito da giornate intense al lavoro, mi son beato di una sera suddivisa equamente fra cena e divano. Avendo a disposizione solo Netflix e Amazon Prime, mi son messo alla ricerca di qualcosa che valesse la pena di vedere, con quella perizia e certosina intensità che contraddistingue la scelta del film perfetto in una serata libera.
Il risultato è inevitabilmente lo stesso, con minuti preziosissimi persi a scegliere qualcosa e poi vedersi costretti a ripiegare fra a) qualcosa di già visto, e b) qualche porcheria ignobile che ti farà maledire la serata libera.
Io ho scelto la terza opzione e mi son visto Metallica – Some Kind Of Monster.
Ne avevo già visti sprazzi e so di cosa tratta, quindi proprio una novità non è, ma affrontarlo nella interezza è tutta un’altra cosa.
A guardarlo adesso, A.D. 2021, fa un certo effetto. Perché non è un documentario vecchio, è solo invecchiato male, sinceramente così sono le cose da quando internet ha deciso a che velocità si dovrà muovere il nostro tempo. All’epoca Napster aveva appena scoperchiato il vaso di Pandora, dividendo in maniera netta la popolazione fra chi supportava la possibilità di scambiarsi musica e recuperarla a prezzi che non fossero da sanguinamento, e tutta quella serie di fan che di recuperare merda a qualità ignobile non ci stanno e con loro, ovviamente, i Metallica (primi, ma non unici).
Il fatto è che l’arrivo del 2000 ha cambiato i paradigmi di come si muove il mondo, stravolgendone le dinamiche ma rendendolo, e questo è innegabile, anche un posto dove i contatti si possono tenere anche a centinaia di chilometri di distanza, dove la musica riesci ad ascoltarla e valutarla prima di spenderci decine di Euro e dove le rockstar incominciano a sentire l’erosione della propria ricchezza come fenomeno a cascata di un generale panico impossessatosi delle case discografiche. Che questo panico fosse mentale o effettivo, è una discussione che va avanti ormai da due decenni, insieme alle considerazioni che, senza la piattaforma online, moltissime band morirebbero di stenti, mentre internet e le sue possibilità li consentono mezza chance di farsi vedere.
I Metallica, nel post-2000, sono una band in piena crisi di nervi. La svolta hard rock del duo LoadReLoad è stata accolta a metà fra sberleffi e qualche sparuto messaggero dei democristiani che diceva che, post-Black Album, la band doveva necessariamente evolversi verso qualcosa d’altro. Vero, visto che di thrash nelle vene, nel 2000, i Metallica ne hanno poco. Ovviamente non fa senso puntare il dito contro Lars Ulrich e il suo amore per il brit-pop o Hammett vestito come un pappone, perché i Metallica erano (e sono) un’industria milionaria che funziona in ogni caso. Bisogna solo capirne come ed è proprio questo il problema nel 2004 ed anche lo spunto su cui si fonda Some Kind Of Monster, la lucidissima rappresentazione di rockstar alle prese con problemi del cazzo, piagnucolare generico e, soprattutto, l’incapacità di diventare grandi senza perdere sé stessi in giro.
Some Kind Of Monster è impietoso sotto tutti gli aspetti e non va a beneficio di nessuno dei presenti, squarciando il velo di Maya e mostrandoti come anche i tuoi idoli musicali fossero persone con pregi e difetti. Anche sotto questo aspetto, il docu-fim dei Metallica anticipa la tendenza a mettere sul piatto tutti i panni sporchi e le pochezze della gente, tanto che non ci si stupisce del perché esistano siti come Blabbermouth (che hanno dentro un buon 70% di battibecchi fra rockstar) e il motivo per cui la sezione news dei siti, quella con gli articoletti del minchia, sia stra-vista. La gente indulge nell’assaporare quella tristezza di fondo su cui si fondano trequarti delle notizie.
Sparito il “mistero, rimangono i musicisti che, in quanto persone, sono nel 90% detestabili e/o sopportabili a stento.
E i Metallica persone lo sono e, da quanto dimostrano nel film, sono anche una discreta combriccola di bambini capricciosi.
Non c’era bisogno di avere un film per avere la conferma che Lars Ulrich è insopportabile, ma vederlo dividersi fra vittimismo e leader dispotico e geloso è quanto mai deprimente. I Metallica sono un rapporto di forza fra Ulrich e Hetfield, un gioco al massacro che ha triturato e sputato fuori Jason Newsted e il suo sventurato ruolo di subentro al posto di Cliff Burton e in cui il quarto Horsemen è praticamente inutile in qualsiasi momento decisivo. Vederlo rimproverato come un bambino per un solo o quasi deriso perché cerca di imporre un punto di vista compositivo è francamente deprimente. E, ironia della sorta, quella patina di zen che Hammett cerca di spargersi addosso lo rende solo più patetico.
Intorno a questo dramma da Grande Fratello girano una serie di personaggi che cercano di respirare l’aria della rockstar (lo psicologo, alla fine nient’altro che uno che si è montato la testa credendosi quasi nei Metallica), Bob Rock, anch’egli inutile e complice di un sound osceno, e personaggi borderline come i rappresentanti della casa discografica, così dentro nel loro ruolo da assecondare la gallina dalle uova d’oro anche quando il risultato prodotto, St. Anger, è fra i più brutti dischi usciti dalla penna dei Metallica (sappiamo che produrranno Lulu e questo lo fa salire di mezza tacca).
A completare il delirio d’onnipotenza, la rappresentazione di una crisi collettiva, c’è anche la scelta del nuovo bassista. Il casting è una pratica comune a tutte le band, si cerca il migliore e/o il più compatibile, ma nel caso dei Metallica diventa una nuova espressione di arroganza e degrado. Il problema non è che danno 1 milione di dollari sull’unghia, se lo possono permettere, ma è la sensazione generale di un’azienda che assume il nuovo dipendente che fa sparire la poesia dell’aver assunto un professionista rispettabile, nonché un ottimo musicista, come Rob Trujillo.
Non c’è più romanticismo in nessuna delle mosse fatte dai Metallica, e in linea generale nella musica, perché girano troppe informazioni e sparisce quella distanza fra noi e “loro”, perché la musica non viene più ascoltata ma viene assimilata come un Big Mac e poi si aspetta l’inevitabile fase della bulimia chimica che ti farà ingurgitare tutta la merda possibile e manca la voglia di concedere una chance a qualsiasi cosa che non sia il già conosciuto.
I Metallica non potevano essere altro da quello che hanno dimostrato su video, erano un’azienda sull’orlo della crisi di nervi e una band senza direzione alcuna e, come azienda, si sono mossi per gestire la questione. Spostare rosso e verde sulle colonne dei libri contabili, diminuendo la poesia e mostrando una faccia della band che, nessuno, voleva realmente vedere.
Onestamente, Hetfield e Ulrich hanno avuto molto coraggio a gridare ai quattro venti che anche loro si stanno sul cazzo (vedasi i rapporti tutt’altro che allegri nei Maiden e/o nei Pantera): hanno cavalcato un’epoca e anticipato quanto verrà di lì a poco, e lo fanno anche a costo di perdere sé stessi.
Alla fine dei conti, la colonna dei più è sempre più positiva e la band può girarsi dall’altra parte facendo finta che la puzza che sente non è altro che una rinomata acqua di colonia.
[Zeus]

Burning Darkness – Dödens Makt (2021)

A volte bisogna saper osare, andare a cercare negli angoli più sconosciuti della scena e puntare su qualcuno che potrebbe essere promettente. La Non Serviam Records ci prova con gli svedesi Burning Darkness e, bisogna dargliene atto, ha avuto coraggio. I Burning Darkness devono aver avuto un po’ di difficoltà durante la loro carriera perché dalla loro nascita, avvenuta nel 1999, ad ora Dödens Makt è solamente il secondo album. La band, da quanto dice la bio, ha suonato molto live, ha cambiato formazione di continuo, con la sola eccezione del batterista, ed ha anche spaziato tra le varie tipologie di black metal. Ha inciso il primo album, The Angel of Light nel 2014 ma è stato rilasciato solo nel 2016, tra l’altro come autoproduzione e in poche copie.
Tutto ciò ha influito sicuramente nella realizzazione del nuovo lavoro e non sempre in positivo. L’impressione che ho avuto ascoltando Dödens Makt è che la band abbia cercato di riunire all’interno di ogni brano più o meno tutto quello che ha sperimentato in passato in termini di influenze sonore. Chiropteran Demon sembra un compendio di più o meno tutti i sottogeneri black, dal row old style, alle influenze death fino all’atmosferico, il tutto tagliato un po’ con l’accetta e i riff non sono poi sto gran che. Molto meglio va con, ad esempio, She Who Dwells Beyond the Branches, più votata al melodico e all’atmosferico, che attinge a piene mani dai Dissection e ha pure qualche eco dei Cradle of Filth.
Insomma, quando i Burning Darkness non cercano di strafare riescono a tirare fuori qualcosa di buono, come anche in In the Shadow of Webbing Wings, ma in altri casi fanno il passo un più lungo della gamba. Va bene cercare la propria personalità spaziando nel sound, ma non correndo come dei folli in tutte le direzioni. Dödens Makt è, a mio avviso, un album solamente discreto, che non brilla ne per composizione ne per esecuzione, ma ha comunque degli spunti interessanti. Se la band non si perderà per strada e riuscirà a prendere una direzione più precisa rispetto a ciò che vuole fare, potrebbe in futuro riuscire a convincere.
[Lenny Verga]

The White Stripes – White Blood Cells (2001)

Stavolta non posso mettere un’immagine di copertina, quelle trovate sono improbabili o hanno una qualità che il culo di un babbuino sarebbe oro colato. Nel 2001 usciva White Blood Cells dei The White Stripes e, come potete immaginare visto che è un disco uscito 20 anni fa, proprio White Blood Cells è il punto di passaggio dall’underground ad una visibilità esagerata. Oltre ad essere il punto di svolta in termini di popolarità, è anche il momento in cui Jack White (compositore e mente dietro il progetto The White Stripes) decide che è venuto il momento di lasciar perdere il blues e il blues-rock per andare a scavare nel garage rock, cosa che sarà la miccia decisiva per far riesplodere questa corrente musicale.
Questo passaggio di sonorità non è però così drastico quanto si possa credere, il blues-rock entra in forma più subdola e riesce a prenderti alla gola con alcuni ottimi brani. Il resto, però, suona tutto garage e scarificato al minimo, andando a puntare tutto su una sound diretto, senza fronzoli e architetture barocche. Questo non significa assolutamente stupido o insipido, solo che invece che girare intorno al risultato, Jack (e Meg) White tirano dritto e spogliano la canzone. Il risultato paga? In molti casi sì, in altri momenti il disco mi è sembrato meno avvincente di quanto me lo immaginassi, ma forse è una questione di gusti e di aspettative.
Di certo il punto focale è quanto produce Mr. White che si divide fra voce, chitarra e piano, mentre il lavoro di Meg White dietro la batteria è funzionale alla canzone in quanto estremamente minimale e scarno, ma la capacità di suscitare emozioni nel suo stile è minimo.
Quando il duo riesce a svincolarsi dalla semplicità del garage rock, ecco che ne escono delle sing-a-long quasi “infantili” (We’re Going to Be Friends, che ha una melodia portante che sarà ripresa da mille band), melodie cristalline e momenti molto intensi (I’m Finding It Harder To Be a Gentleman o The Same Boy You’ve Always Known). Trovo molto interessante anche Offend In Every Way, canzone che sembra quasi un country-blues mischiato con il garage rock e, a giochi fatti, una di quelle canzoni che vorresti inserire nella compilation da regalare a qualcuno. Anche Now Mary e I Can’t Wait mi hanno preso bene, mentre la precedente Aluminium mi ha semplicemente spinto a skippare.
A vent’anni di distanza, White Blood Cells è ancora un buon disco, anche se non so quante volte lo riascolterò dopo queste recensione. Alcune canzoni me le salverò perché meritano e non ti stufano neanche dopo diversi ascolti, mentre il resto del disco è destinato ad un certo tipo di pubblico. Ricordatevi due cose, una positiva e l’altra negativa: White Blood Cells è il disco che ha fatto sì che i riflettori si puntassero su un compositore di tutto rispetto (Jack White) e ha fatto da lancio a numerose band che, su quel sound, ci hanno costruito una carriera; per quanto riguarda il secondo punto, è proprio da qua che nasce Seven Nation Army del successivo Elephant e capite anche voi il dramma umano che ha causato.
[Zeus]

Odraza – Rzeczom (2020)

Ho una fortuna ed è quella di non aver nessuna scadenza, nessun vincolo di pubblicazione e nessuna casa discografica/distro o chissà chi a soffiarmi sul collo per scrivere una recensione. Certo, direte voi, dal punto di vista di una webzine musicale questo non è un punto di cui vantarsi, dato che le webzine dei grandi, quelle con tonnare di visite, hanno tutte queste cose e “assumono” tutti recensori che poi diventeranno osannati dal pubblico adorante.
Che ci volete fare? Probabilmente non me ne frega un cazzo? O, forse, è semplicemente la volpe che non vuole l’uva che non riesce a raggiungere? Io propendo per la prima, ma poi fate voi come meglio credete.
Questo mio privilegio/demerito mi permette quindi di poter riprendere in mano gli Odraza anche con un buon anno di ritardo. Di Esperalem tkane ne ho già parlato un paio di anni fa e in termini buoni, ma quello era un esordio e quindi è sempre difficile riuscire a definire, e descrivere, una band che butta su disco una quantità di input provenienti da innumerevoli mesi di saletta prove. Il difficile, come sempre, è replicare.
I polacchi Odraza di certo non si son fatti stressare, e forse una spiegazione la possiamo trovare anche nell’essere usciti senza etichetta dietro le spalle, e hanno registrato Rzeczom a 6 anni di distanza dall’esordio.
Visto che stiamo parlando della Polonia A.D. 2020, trequarti dei musicisti militano in venti band e quindi il duo Priest – Stawrogin son stati impegnati fra Massemord e Voidhanger (il batterista Priest è dentro anche ai notevolissimi Mānbryne).
Dopo il pippone introduttivo, come suona Rzeczom?
Un passo avanti verso la maturità. Le sonorità si fanno sempre più pastose, mescolando una discreta quantità di input musicali dentro ogni singola canzone. Questo dona profondità e longevità, statene certi, ma per chi vuole un black metal raw, diretto, due cambi in croce e via di Satana e bestemmie, allora gli Odraza saranno indigesti. Questo non vuol dire che dentro il disco non ci siano pezzi tiratissimi, con doppio pedale a nastro e via di riffing black metal freddo e cattivo, ma poi sono i riffoni che fanno scapocciare, le incursioni in una sorta di folk …twoją rzecz też (che mi ricorda quanto fatto dai Peste Noire di L’ordure à l’état pur) o gli inserti clean di Długa 24 o Najkrótsza z wieczności a far saltare il banco. Come da tradizione polacca, il nuovo corso del black non si fissa unicamente su bestemmie a 360 gradi, ma esplora tutto il degrado umano e questo Rzeczom non ne è da meno, tanto che per poterne dare una maggiore profondità i registri impiegati sono tanti.
Se vogliamo trovarne un “difetto”, ma lo dico sembrano Dottor Male quando dice laserone, allora possiamo trovarne uno nella mancanza di reale immediatezza. Il grande paniere di sonorità e cambi di ritmo/atmosfere non permette una immedesimazione subitanea e, personalmente, mi ha limitato l’imprimersi nella testa di un riff piuttosto che un altro. Ovviamente è un punto negativo sui generis, visto che per poter apprezzare Rzeczom ci vogliono molti ascolti, e vabbeh siamo alla fiera della banalità, e mandare a fanculo tutti i lavori secondari per dedicarcisi senza altri pensieri.
Ottima seconda prova degli Odraza, che nel 2021 son usciti anche con l’EP Acedia, cercherò di recuperarlo prima che passi un anno, ma non posso giurarlo.
[Zeus]

Agents of Oblivion – s/t (2000)

Segnatevi questa affermazione, perché è una di quelle che vanno messe nelle tavole della legge della musica: Dax Riggs è uno dei più misconosciuti geni musicali della sua generazione.
Non ci sono incertezze o dubbi in queste parole, citando Nicholas Cage in uno dei suoi terribili film dove faceva l’Indiana Jones tanto al chilo per potersi pagare i debiti, queste parole che ho scritto sono adamantine.
Ma chi è Dax Riggs? E se non lo sapete avete la risposta al perché ho fatto l’affermazione precedente. Non lo conoscete in molti perché gli Acid Bath sono usciti dalle cantine della Louisiana troppo presto per essere nel trend dello sludge, anche se non lo sono mai realmente stati sludge&stoner, e Dax Riggs ha incominciato a vagare in mille progetti fra cui questi Agents of Oblivion, i Deadboy & the Elephantmen e poi una cortissima carriera solista, per cui aspetto con ansia il successore di Say Goodbye to the World del 2010. Tempi biblici da far invidia ai TOOL, signori miei.
Anche questi progetti son sconosciuti, lo so. Forse forse qualcuno se lo ricorda con i Deadboy, visto che qualche concerto in apertura dei Queens of the Stone Age lo ha anche fatto, ma per il resto è underground puro e semplice. Se poi ci aggiungete una allergia ai riflettori e alla notorietà da parte di Riggs, capite che il singer americano è praticamente un diamante da scovare. Uno di quelli che ha nel curriculum canzoni eccezionali e te lo ritrovi a cantare nei peggiori bar e pub degli Stati Uniti del Sud e fare setlist piene zeppe di cover dei suoi artisti preferiti (Leonard Cohen o Nick Drake, ad esempio). E il tutto spargendo sulle canzoni una malinconia cosmica da strapparti le viscere.
E arriviamo agli Agents of Oblivion, progetto che nasce e muore nell’arco di uno starnuto, ma capace di farti uscire un LP da tenere nella riserva e far sentire a chi, della musica, non si aspetta più molto. Gli Agents of Oblivion erano il primo gruppo post-Acid Bath e, per chi fosse convinto che dentro ci potreste trovare ancora quella mistura di death-metal-sludge-blues e chissà cosa, siete fuori strada. E di molto. Dax Riggs, sul finire del 1990, incomincia ad avere prurito per il metal estremo, già gli stava quasi stretto con gli Acid Bath, figuriamoci in seguito alla fine di quel progetto. Nel 2000, quindi, decide di buttare su disco, insieme alla sua band (che comprende comunque il chitarrista Mike Sanchez, ex-Acid Bath), una mistura dolente, malinconica, oscura e bellissima di blues-metal, un miscuglio dove si possono sentire echi del grunge dei primi anni ’90, alcune asperità più hard rock (ma con enorme garbo) e il blues.
Su tutto si staglia la voce di Dax Riggs. Se di Eddie Vedder possiamo dire che ha (aveva?) una voce che mette(va) incinta le donne; di Dax Riggs posso solo dire che ha la capacità innata di strapparti il cuore, di farti male e cambiarti la giornata più soleggiata in assoluto in una brumosa e tetra giornata di Dicembre.
E tutto detto con una profonda venerazione, perché ce ne fossero di cantanti che riescono a farti male nell’animo solo cantando. Se poi ci aggiungiamo testi che pescano fra ispirazioni Lovecraftiane (Endsmouth), leggende di New Orleans/Louisiana, humor nero, un tono macabro e via dicendo, potete anche capire che c’è di che bearsene.
Non riesco a scegliere una canzone che mi piace di più delle altre, ve lo giuro. Ash of the Mind è fresca adesso come nel 2000, la già citata Endsmouth è un’altra di quelle canzoni che riascolto con piacere e idem dicasi per Phantom Green, Wither o Paroles in ’54. Con la ripresa elettrica di Dead Girl, Riggs viene a capo degli Acid Bath (è una cover di una canzone, originariamente acustica, contenuta su Paegan Terrorism Tactics) e ne segna la fine a modo suo.
Vi giuro non so come proseguire senza scadere nel banale o nella celebrazione, quindi la pianto.
Ma voi recuperate gli Agents of Oblivion.
[Zeus]

To/Die/For – Epilogue (2001)

C’è stato veramente un momento, ad inizio 2000, in cui i To/Die/For li leggevi un po’ ovunque e, non so come, c’erano anche band che si ispiravano a questi finnici. Penso di averne ascoltato due album, giusto per curiosità e perché, in un contesto dove le band gothic-metal erano fronteggiate da poderose valchirie, l’aver trovato una band in versione maschile era qualcosa di nuovo. Che poi ti aspetti questo genere di malinconia e depressione dai finnici, è cosa conclamata, dato che o si muovono in territori vicini alla celebrazione di ogni malinconia possibile o mescolano un po’ tutto e ne vengono fuori gli H.I.M. E dentro i To/Die/For, in certi momenti, l’eco dei Sentenced lo si sente forte e chiaro, solo che invece che comporre qualcosa che è un inno a suicidarsi, è coperto da tastiere e quell’attitudine da depressione ottocentesca che mi fa cascare un po’ le balle (non vorrei attirarmi bestemmie, ma con il dovuto rispetto e cum grano salis, possiamo dire che dentro Epilogue si vedono alcune intuizioni che poi anche gli Amorphis più gothicheggianti e acchiapponi arriveranno a sfruttare, seppur alla loro maniera).
Su questo punto, cari miei, siamo nel pieno delle pari opportunità: sia le band con frontwoman, sia quelle come i To/Die/For sono inutili e potrebbero restare tranquillamente a far altro.
Lo so, forse è un parere di nicchia e non va proprio per la maggiore, ma capite anche voi che non è che possa piacermi tutto sempre e, no, non è che una chitarra un po’ più pesante (In Solitude) possa farmi cambiare idea da un momento all’altro. Una rondine non fa primavera.
E visto che sono in terra ausburgica, neanche uno strale di sole, visto che siamo passati dall’inverno all’estate passando per una sorta di comico autunno fuori luogo.
Sette dischi fino ad oggi e ancora adesso, dopo vent’anni che questo disco è uscito (e quasi 15 che l’ho sentito), non mi sento ancora pronto ad affrontare tali LP e li lascerei recensire a qualcuno di più competente, affezionato o con quel guilty pleasure chiamato gothic-metal. Per me son distanti, ma io son una mezza capra.
Se lo volete tirare fuori dalla cripta, sono affari vostri!
Ovviamente non sono totalmente rincoglionito e capisco che nel disco i To/Die/For ci hanno messo anche alcuni buoni spunti e quando indugiano sulla patina Sentenced è comunque un bel sentire, ma per me Epilogue è uno di quei CD invecchiati male. Erano attualissimi al tempo, capaci di tenere il ritmo di un trend che comunque nel 2001 era in fase di stasi o calante, di certo non in terra finnica, ma che riascoltati nel 2021 dimostrano tutta la patina, le rughe e la ricrescita grigia all’attaccatura dei capelli cotonati.
[Zeus]