Paysage d’Hiver – Kerker (1999)

Per un errore di sbaglio, mi son trovato ad ascoltare prima Paysage d’Hiver (il demo) rispetto a questo Kerker (demo). Non credo ci sia una effettiva successione logica, ma sarebbe stato meglio partire dall’album diverso (Kerker), rispetto a quello che più si conforma con il sound “classico” dei Paysage d’Hiver. 
Pippe mentali a parte, ritorniamo sul pezzo e diciamo che Wintherr, nel 1999, decide di coprire due estremi opposti del panorama black metal atmosferico. Con Paysage d’Hiver descrive, in maniera minuziosa nel suo minimalismo, la sensazione di gelo estremo data da una natura ostile all’essere umano; con Kerker, invece, di umano non c’è più niente. Il suono che ne esce è quello di un meccanismo alieno in pieno movimento, immerso all’interno di uno spazio vuoto e, ecco il tratto comune, glaciale. 
La produzione è ipersatura, praticamente riempie tutto lo spettro sonoro e solo la chiarezza cristallina delle tastiere (che formano delle linee melodiche a volte avvincenti, a volte degne di essere la colonna sonora di Alien) emerge dal suono meccanico fornito da chitarre e dai pattern elettronici. Le chitarre, quando ci sono e si sentono, non si curano di produrre un solo riff ricordabile o “piacevole”.
L’idea dei Paysage d’Hiver (cioè di Wintherr) è rivolta alla creazione del paesaggio mentale, piuttosto che della canzone singola da ascoltarsi in macchina. 
Lo screaming di Wintherr è inumano e così inteso: non c’è neanche il disgusto che possiamo trovare nel black norvegese o qualcosa di assimilabile a delle corde vocali sottoposte a sforzo: la serie di fitri che copre la voce del mainman svizzero è alta e quando emerge lo scream, sembra un rumore immerso all’interno di un complesso sistema meccanico in pieno movimento.  
Non c’è molto di più da dire su Kerker. Non è un disco che vai a cercare per scaricare la tensione o per farti figo con gli amici. Kerker è un prodotto ambient da ascoltare da solo, possibilmente di notte, dove nessuno può venire a romperti il cazzo e disturbare l’alienazione che, con il passare dei minuti, ti provoca questo demo. 
[Zeus]

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E alla fine venne anche il disco inutile dei Samael: Eternal (1999)

Nel 1999, in pieno periodo gothic metal in Europa, i Samael se ne escono con un disco fondamentalmente inutile: Eternal.
Iniziamo così, giusto perché il mood dell’articolo è questo, una recriminazione su come gli autori di Passage (un disco tutto sommato bello e che fa da “passaggio” fra il periodo più black e quello successivo) si siano adagiati su qualcosa di così standard e poco appetibile. Le canzoni, quando tirano, sembrano essere degli scarti dei Pain (alcune cose di Togheter, pur senza quel substrato di “cazzoneria” che ha la band di Peter Tägtgren) e in altri momenti hanno le fattezze dei Rammstein ma molto più sterili e privi di mordente. 
Non ci sono riff brutti, ma la continua ricerca del groove dato dal mid-tempo e dalla marzialità spacca le gambe ai brani e annoia dopo un po’, così come l’ostinarsi ad una voce ieratica per far sì che tutto il brano sia intriso di una grandeur che non ha, se non in pochissima parte. 
La formula fortunata ideata nel precedente Passage non regge e mostra i suoi limiti proprio in questo Eternal. Su questo LP manca il Demonio, quella vena caustica che era presente nei precedenti episodi in casa svizzera. Se prima, anche con l’approccio più industrial, si sentiva ancora quella vena da “nello spazio nessuno può sentirti gridare“, in Eternal questa sensazione viene a mancare, pur essendoci formalmente tutti gli elementi. 
Questo fattore, per me, è il paradosso maggiore. 
Dopo una prova sostanzialmente scarica per tutta la durata del disco, i Samael cercano di scuotersi dal torpore e tentano il “colpo di coda”  in Supra Karma, pur non riuscendoci al 100%, nella più energetica Infra Galaxia. Questi sono pochi esempi di quello che avrebbero potuto, e dovuto, fare Xy e Vorph per creare qualcosa di soddisfacente. Il problema è  che non l’hanno fatto, tarpando le ali al disco e queste poche canzoni di livello superiore al resto non riescono a sollevare le sorti di un disco poco appetibile e zoppo.
Per concludere in bellezza metto anche il carico di bastoni (quanto mi mancano le partite a briscola chiamata prima delle lezioni dell’Università): non riesco a distinguere bene una canzone dall’altra. Forse è un problema solo mio, della mia forma mentis, e pur sforzandomi non riesco a comprendere appieno cosa vogliono raggiungere i Samael in questo LP.
[Zeus]

Motörhead – Everything Louder than Everyone Else (1999)

Sul mio letto di morte mi porterò alcuni crucci: alcune sono solo stronzate, altre vere e proprie pecche nel mio curriculum di metallaro. Una delle grandi mancanze è quella di non aver mai visto i Motörhead dal vivo.
Ogni volta che ho avuto l’occasione di andarli a vedere, sono saltati fuori cazzi, scazzi, miserie umane e di banca e molto altro che mi hanno impedito, puntualmente, di uscire con un forte acufene e un sorrisone in faccia.
Niente da fare, non ce l’ho fatta. Quando, nel lontano 2015, ero finalmente riuscito a mettere insieme tutto l’armamentario per vederli dal vivo (il programma era per febbraio 2016), ecco che il fato, sta merda schifosa senza un minimo di coscienza per la nostra storia e che ha un bidone dell’immondizia al posto del cuore, mi ha tirato l’ultimo colpo: il 28.12.2015 Lemmy non muore, ma viene chiamato all’inferno a dirigere la più grande band rock’n’roll mai esistita.
Vi posso assicurare che i coglioni mi sono girati così tanto che per giorni mi hanno usato per spazzare la neve per le strade della mia città. Me lo ricordo ancora adesso: io da solo in ufficio, tutti a grattarsi il cazzo per le vacanze, sento la notizia della morte di Lemmy e, in spregio alle direttive aziendali, i Motörhead sono diventati la colonna sonora di questo posto impestato di piattole, morte e distruzione. 
Già, il fato bastardo si è messo contro e, per il sottoscritto, niente Lemmy e Motörhead dal vivo. Quello che mi rimane sono i dischi in studio e quelli dal vivo, dischi come Everything Louder than Everyone Else.
LP talmente grossi e violenti da essere un punto fermo quando si citano “dischi dal vivo da avere” (ok, dei Motörhead c’è No Sleep Till Hammersmith… e poi c’è Made In Japan dei Deep Purple, quello della Allman Brothers Band e molti altri da sottolineare e tenere da parte come reliquie di un passato che non tornerà). Una parte di fato mi è ritornata quando ho visto un terzo dei Motörhead (Phil Campbell) suonare dal vivo alcuni grandi classici al Manorfest 2019, niente di eccezionale, sia chiaro, ma almeno mi ha fatto esclamare “almeno in parte ci sono stato“. 
Belle consolazioni del cazzo direte. Ma vi dirò, in un mondo di merda come questo, si fa quel che si può.
Ovvio che queste sono piccole stronzate per mascherare le verità: mi son perso una delle più grandi rock band al mondo e ancora lo rimpiango. Perchè vedere Lemmy&Co. era vedere il rock’n’roll, l’attitudine, il desiderio di suonare, bere e fare casino. Sempre di più e con i volumi sparati al massimo. Significava bere whiskey e cola, cosa che ti faceva sentire mezza rockstar, perchè nell’ampio spettro dei bevitori di questo cocktail c’era il tuo socio al bar e, all’estremo opposto, Mr. Ian Fraser “Lemmy” Kilmister – quindi tu eri sulla sua stessa lunghezza d’onda.
Questa è la potenza di un live su LP: ti permette, per interposta persona, di rivivere quel concerto. Stemperato perchè non puoi mettere in relazione “Lp dal vivo = esperienza dal vivo” tanto quanto non puoi farlo con “Pornhub = scopare”; ma ti fornisce la versione più cruda, bastarda, sporca e irriverente della band.
Senza troppe produzioni e troppi fronzoli, solo tre persone che suonano sul palco e spaccano il culo a chi sta(va) nel pit.
Everything Louder than Everyone Else ci rimane come testimonianza della formazione a tre che poi, dal 1998 al 2015, ha continuato farci capire che il rock’n’roll non è un giubbotto in pelle, tre tatuaggi in croce o una birra in mano. Il Rock’n’Roll è un’attitudine condita da un percorso di vita e musicale che risulta nell’esplosione delle casse del basso, nelle riverbero della chitarra e nei colpi molesti della batteria.
Il rock’n’roll è questo e la voglia di alzare le corna al cielo e gridare, sempre e comunque:

You know I’m born to lose, and gambling’s for fools
But that’s the way I like it baby, I don’t wanna live forever

[Zeus]

Winter is coming. Paysage d’Hiver – Paysage d’Hiver (1999)

Alzi la mano chi conosce i Paysage d’Hiver, progetto solista di Wintherr, oscuro figuro proveniente dai cantoni svizzeri. Il soggetto in questione (Wintherr) è uno di quelli che ci credono e ci sono rimasti con il lo-fi e l’attitudine no compromise che avevano certe band black metal degli esordi – dicasi quelle che non si sono più sentite e non stanno vivendo della propria fama. I Paysage d’Hiver (grazie Crtl+C, Ctrl+V) sparano fuori solo demo o split. Che poi i primi siano dischi completi è un discorso legato al trve kvlt e non sto certo io a discutere sulle scelte ideologiche della band. Al quinto demo, Wintherr sviluppa in due/tre tracce (dipende come volete leggere il lato B della cassetta) 54 minuti di musica che mischia attitudine black metal dei primordi (raw, vagamente cacofonica, con lo screaming disagiato e molti degli altri tratti distintivi del black metal norvegese primi anni ’90) ad una sensibilità ambient che crea un risultato paradossale. Pur aggredendoti con le chitarre zanzarose e lo screaming sempre presente (incomprensibile quello che il tizio sta dicendo), le lunghe composizioni creano un’atmosfera di calma oscurità, decisamente fredda e nordica. I violini di Welt aus Eis sono un tocco appena udibile, ma riescono a colpirti perché ben innestati nel songwriting e utili al risultato finale di Paysage d’Hiver (il demo). Se dovessi cercare una similitudine con un’artista conosciuto del panorama black metal, non ci metterei mezzo secondo ad indicare il Conte e i suoi Burzum come riferimento primo e più riconoscibile. 
Se volete approcciare Paysage d’Hiver siete avvisati: vi trovate davanti 54 minuti di freddo e gelo, canzoni che si sviluppano su quasi 20 minuti di durata e un’attitudine che non lascia spazio a nessuna concessione all’easy listening (declinato in salsa black metal, sia chiaro). Non ci sono riff ricordabili e le linee vocali sono agonie in musica, ma tutto dentro questo demo funziona su un fragile equilibrio fra minimalismo e risultato ottenuto.
[Zeus]

Батюшка – Панихида (2019)

Gli Europei del 2000 che hanno visto la Nazionale Italiana cadere sotto i colpi malefici di Wiltord e Trezeguet, sono stati tormentati due temi: ma quanto cazzo è stato bravo Francesco Toldo in quel torneo e, secondo solo perché Toldo contro l’Olanda ha fatto Superman, Totti e Del Piero possono giocare insieme? 
Se sul primo punto c’è poco da fare, il 2000 è stato l’anno in cui il portiere padovano ha tirato fuori una prestazione fuori dal comune, così eccellente da far cadere nel dimenticatoio il pur buon andamento in campionato con la Fiorentina. Più o meno tutti si ricordano di quelle parate, dei rigori che sembravano non riuscire a toccare la rete dell’Italia. 
Il vero dibattito dei savi del bar sport, invece, era incentrato sul dualismo del genio: il ventiquattrenne Francesco Totti vs. il ventiseienne Alessandro Del Piero. 
A parte renderci conto dei problemi che ci affliggevano nel 2000 (comparateli con quelli arrivati a partire dal 2009/2010 e poi sediamoci a riflettere), questo dualismo per la maglia della nazionale italiana ha coinvolto molti, se non tutti, i tifosi degli azzurri. 
Formalmente, l’insieme dei due fantasisti era il top che si potesse immaginare (ovviamente perché il Divin Codino non era della partita, pur con i sue oltre trent’anni): giovani, provenienti da squadre abbastanza in forma (nel 2000 la Roma vince lo scudetto) e potenzialmente capaci di far vedere i sorci verdi a qualsiasi difesa. Non era ovviamente così. 
Totti era in forma, mentre Del Piero stentava a recuperare dall’infortunio e ci avrebbe messo ancora degli anni per ritrovare una forma accettabile. Quindi si aveva una nazionale con un potenziale enorme, ma che non verrà mai espresso in toto, mai ribadisco, visto che la convivenza fra due è stata poco praticata dagli allenatori e mal tollerata dai tifosi (sia i cultori der Pupo, sia quelli fedeli al più esperto, e vincente, Pinturicchio). 
Chissà, forse loro sarebbero stati anche contenti di giocare insieme (e così hanno sempre dichiarato), ma l’incompatibilità fra i due numeri 10 era cosa risaputa. 
Quindi se l’esperimento tutti insieme appassionatamente non ha funzionato alla grande, i due separati hanno certamente segnato gli anni calcistici successivi a quell’Europeo. Il primo, Totti, collezionando un solo scudetto, un paio di Coppe Italia e Supercoppe Italiane, ma creando un calcio fatto di estro e scorie da capo ultras; il secondo, forte della corazzata Juventus alle spalle e un passato di vittorie che il primo si sogna/sognerà solo, continuerà a macinare scudetti e coppe a livello italiano fino lasciare il calcio italiano pochi anni fa. 
Che poi questo si ricolleghi al nuovo disco dei Batushka di Drabikowski è un’altro discorso. Sarà che io sono uno di quelli a cui Litourgiya non è piaciuto poi in maniera particolare, ma la divisione (puerile) fra i Batushka di Drabikowski e quelli di Bartłomiej Krysiuk è forse la cosa migliore che potesse capitare. Il secondo (Bartłomiej Krysiuk) si è trovato col culo bruciante quando Drabikowski se ne è uscito con Панихида (trad. Panihida, Servizio funebre), ma non ha tardato a replicare con il singolo “Chapter I: The Emptiness – Polunosznica (Полунощница)” supportato dalla Metal Blade. 
Sentendo il singolo di Bartłomiej Krysiuk si sente il suono di uno preso alla sprovvista, mentre nell’LP di Drabikowski c’è forse una maggiore coesione, cosa che me lo fa preferire a Litourgiya. Non è privo di punti dubbi, registrazioni forse affrettate, qualche mix vagamente pericolante e altre amenità (i cori religiosi sono meglio in Litourgiya, mentre lo scream vince a mani basse sui sul disco di Drabikowski) che non lo rendono un prodotto eccellente, ma di certo più interessante del primo disco in studio. 
Панихида tiene alto il feeling oscuro e ritualistico per buona parte della sua durata, “cadendo” in tracce standard solo nella parte centrale del disco.
Vediamo, adesso, a chi verrà assegnato il ruolo di Totti e a chi quello del Pinturicchio. Certo è che Панихида lancia un guanto di sfida a Bartłomiej Krysiukun confronto che il singer polacco non può permettersi di perdere visto il supporto datogli dalla Metal Blade. 
Intanto godetevi questo LP, Панихида merita gli ascolti che gli si danno e fanculo alle rivalità calcistiche/musicali. 
[Zeus]

L’esordio dei Deathspell Omega: Disciples of the Ultimate Void (Demo – 1999)

Ho incominciato a seguire i Deathspell Omega con Si Monvmentvm Reqvires, Circvmspice del 2004, quindi cinque anni dopo dal debutto. Sono arrivato a loro in maniera casuale, come spesso mi succede, o forse avevo letto qualche recensione. Non mi ricordo, ad essere onesto, ma il recensore deve aver fatto un gran cazzo di lavoro nel scrivere per convincermi perché, quel disco, non è proprio uno dei più semplici da ascoltare.
Da qua ne ho tratto due importanti lezioni: non sarò mai una fan sfegatato della band e, in più, ogni disco mi risulterà sempre estremamente difficile da recensire.
Quindi parto prevenuto, ma non troppo, visto che stiamo comunque parlando di un demo e, come molti demo, Disciples of the Ultimate Void fatica a trovare la sua strada e, spesso, si assesta su un repertorio non proprio “eccelso”.
I suoni sono osceni, i riff sono poco ispirati (così come le idee che ci stanno dietro) e gli scream sono ancora molto “amatoriali”. Come detto, caratteristiche comuni a molti demo. Non si può pretendere troppo.
Nel caso dei Deathspell Omega c’è un forte richiamo al Norwegian Black Metal, possiamo discutere se ci sentiamo di più il primo Burzum o una maggiore influenza dei Mayhem… ma quelli sono i riferimenti del demo.
In Disciples of the Ultimate Void c’è tutta l’ingenuità di una band che sta partendo e che, nel giro di pochissimi anni, cambierà forma (via il batterista e dentro Mikko Aspa dei finlandesi Clandestine Blaze alla voce, che prende il posto di Shaxul dietro il microfono) e darà alla luce quelli che poi verranno eletti i grandi classici dei francesi. 
I Deathspell Omega sono una delle poche band ancora avvolte da un po’ di segreto, quella condizione “mistica” che ti fa/faceva amare i gruppi proprio perché irraggiungibili e distanti. 
La troppa conoscenza distrugge molto del mito. 
[Zeus]

Il culto. Iron Monkey – We’ve Learned Nothing (1999)

Lo sapete già quanto adoro gli Iron Monkey, non serve che lo ripeta ad ogni recensione. Nel 1998, pochi anni prima della morte di Johnny Morrow e della presumibile morte della band stessa (perché gli Iron Monkey non sarebbero sopravvissuti ancora a lungo sotto gli effetti di tutto quello che prendevano e delle mille risse in cui erano coinvolti), fanno uscire il loro ultimo EP: We’ve Learned Nothing
A posteriori sappiamo che non sarà l’ultimo, visto che nel 2017 se ne sono usciti con 9-13, ma al tempo si pensava all’ennesima grandissima band finita troppo presto. 
Perché We’ve Learned Nothing è un gran cazzo di EP. Sentitevi solo i quasi 10 minuti di Sleep To Win per capire che bordate riuscivano a tirare. Sludge malato, sporco, senza compromessi, ma con un groove talmente incredibile da metterti a novanta sulla sedia, legarti, metterti la pallina in bocca e poi incularti con le puntine spalmate sul cazzo. 
Ma è così anche Arsonaut, con quei riff lenti e sabbathiani lasciati a imputridire in qualche pisciatoio inglese mentre venivano sottoposti ad una gangbang con tutto il marciume musicale che puoi pensare al momento. 
Non so come dirvelo di ascoltare questa band, vi giuro. Ancora un po’ e sembra che sia il loro PR, ma non lo sono. 
Visto che è un EP, gli inglesi ci piazzano dentro anche Kiss Of Death dei Corrosion Of Conformity del periodo hardcore. La resa è molto più marcia e deviata, tanta è la virulenza che sporca l’hardcore dei CoC. A me piace di più la cover dell’originale, ma son gusti. 

Recuperate anche questo EP. Punto. 
[Zeus]

Musica per il tuo funerale o invocare Cthulhu: Thergothon – Fhtagn-nagh Yog-Sothoth (Reissue – 1999)

Ci sono band destinate a influenzare un genere e morire, band seminali che raccolgono più in termini di street credit che di soldi a badilate. 
Una di queste è sicuramente la finnica Thergothon. I quattro finlandesi inventano di sana pianta il funeral doom metal e dal 1991 al 1993 se ne escono con solo due dischi: il qui presente demo (fatto uscire altre x volte negli anni successivi) e poi il full length Steam from the Heavens del 1993.  
Il funeral doom è uno di quei generi che deve essere ascoltato nel momento giusto della tua vita e della giornata, perché se va bene ti prende male e finisci per ritrovarti per terra sbavante, in caso contrario ti annoia a morte. Il trademark della band fatto di riff pesanti, partiture lentissime e growling ultracavernoso e se ci aggiungiamo anche il substrato Lovecraftiano, capite che qua dentro c’è un mix di componenti così intenso e annichilente da non darti respiro. Con una durata media di oltre sette minuti per pezzo (a parte il quarto, e ultimo, che non supera neanche i due minuti!), il funeral doom dei Thergothon è uno statement
C’è stato un periodo in cui mi sono intrippato di tutta questa progenie del male: Thergothon, Shape Of Despair e poi tutta la parte inglese del doom-death erano ascolti “normali” a casa mia. Dopo mesi di immersione in questo strano mondo fatto di lentezze granitiche, profondità e (auto)tortura, mi sono allontanato (o rotto il cazzo, non saprei dirvelo con certezza). Non mi sentivo più a mio agio in questo mondo annichilente, mi stava risucchiando dentro le sue progressioni funeree e non mi andava più, avevo bisogno d’altro (qualche volta mi ascolto ancora Sleeping Murder dei conterranei Shape Of Despair – con i logici distinguo dati da un anno d’uscita successivo, il 2005, e una produzione migliore che li pone su altri livelli d’accessibilità rispetto ai Thergothon).
Nonostante poche uscite ufficiali, i quattro finnici hanno creato un genere, dettandone le direttive e poi, come molte band seminali e troppo avanti nel tempo, finendo per sciogliersi in una miriade di gruppi e progetti.
Della loro impronta sul metal ci restano due lavori in studio e, se siete in vena di torturarvi l’anima, non vi resta che recuperare quanto hanno fatto e bearvi del tempo, immobile ma comunque inesorabile, che vi faranno passare. 

[Zeus]

Il ruggito del maiallo. Devourment – Molesting the Decapitated (1999)

Nelle compagnie da pub c’è sempre l’ubriacone perso, quello che quando arrivi al locale è già mezzo sbronzo sullo sgabello. Dopo un brevissimo periodo di pseudo-lucidità, il soggetto passa in moviola (effetto Baywatch) e, nella parlata, incominciano a mancare degli elementi importanti: tipo la grammatica, o semplicemente le parole.
A partire da questo momento si possono prevedere due risultati: il primo è la catalessi dell’ubriacone, perso in un mondo tutto suo fatto di sbronze micidiali e rigurgiti al sapor di bile; il secondo è la possibilità di vederlo barcollare giù dalla sedia e diventare molesto, o violento, per motivi che sfuggono a tutti, tranne che a lui (c’è l’elefante rosa che lo guida).
Nei momenti di lucidità, che sono l’intervallo fra la sbronza del weekend e il rinforzo del mercoledì, non è neanche cattivo. O, almeno, non è detestabile quanto lo è da ubriaco. Ma quando arriva il weekend diventa un’enorme impianto di raffinazione della birra in piscio. Cosa che conosci alla perfezione e che, ormai, è diventato il “grande classico del sabato sera”.
Lo stronzo ubriaco fottuto sono i Devourment.
Dopo un paio di demo, la band fa uscire Molesting the Decapitated, primo LP dei texani. Se non siete dentro il genere, cosa che può succedere, diciamo che i Devourment si buttano a capofitto nel brutal death/slam metal e ci giocano come un maiallo nel proprio sterco. Quando non si giocano le carte su mid-tempo granitici, questi loschi figuri si buttano in accelerazioni devastanti (Choking On Bile).
La ricetta dei Devourment, come capite, è semplice: mid-tempo, break spezzacollo e accelerazioni brutali. Il tutto con la raffinatezza di un puttanone che ti chiede meno di 5 euro per un servizio completo nel retro del pandino 4×4 con le gomme sporche di letame di vacca.
Su questo impianto sonoro, imperversa il grugnito molesto di Ruben Rosas, uno che ha uno scarico ingolfato dove stanno scivolando maiali ancora vivi al posto delle corde vocali. Quando si cimenta nei pig-squeal o cambia registro, oltre ai maiali ci scende giù anche un procione incazzato che gli sta martoriando le corde vocali.
Il connubio, come potete capire, funziona perfettamente.
Il problema di base, ma è una questione di frequentazione musicale, è che a me i Devourment annoiano in pochissimo tempo. Passata la voglia di brutalità e bestialità del brutal, mi dimentico di averli su PC e quindi li risento ogni morte di Papa. Poi mi ritornano in mente, motivazioni a caso, ma non posso certo dirvi che è una voglia assoluta di Devourment.
Ecco perché i texani sono lo sbronzo di turno: lo puoi mettere in mostra come “reperto da pub”, fa ambiente e, quando gira bene, qualche risata te la strappa senza nessun problema. Ah, ovvio, tiene lontani i fighettini con la maglia legata intorno al collo, il mocassino e il risvoltino.
Ma dopo un po’ queste sue caratteristiche lo rendono anche un calcio nei coglioni e ti viene voglia di andartene dal pub e cambiare aria per un po’.
In tutto lo spettro musicale, lo slam (e sottogeneri) non mi ha mai intrigato troppo. Estremo e violento quanto basta, ma non mi metto mai a cercare un CD dei Devourment (o affini) per allietarmi, o farmi dimenticare, la giornata. Questo lo lascio ad altri dischi.
Sono certo che molti di voi sono appassionati di questo genere, ma non è la mia cup of tea.
[Zeus]

L’esordio dei Nargaroth: Herbstleyd (1998)

La scena black metal potrebbe essere una delle più forti nell’industria della musica metal in quest’epoca. Sì, è assolutamente vero. La musica è ancora viva e vegeta, ci sono band che meritano tanto con i loro album. Tuttavia, molti di questi album non hanno l’essenza black metal. La rabbia e la misantropia che spinse Euronymous alla notorietà.
Ci mancano queste emozioni, no?
Terminiamo questa nostalgia e torniamo indietro nel tempo, nel 1998, quando una giovane band tedesca di nome Nargaroth pubblicò il loro debutto, Herbstleyd. Il debutto si sviluppa su 70 minuti circa di black metal tradizionale con pezzi in tedesco e inglese.
Questa è la base su cui si sviluppa il sound della band. Nonostante la loro crudezza, il riffing fluisce molto agevole, ed è la prova del grande sforzo compostivo di Kanwulf (Charoon si occupa invece delle parti soliste). Suonano molto bene con la batteria, che produce un drumming piuttosto standard ma ben eseguito.
La voce di Kanwulf è forte e, in alcuni momenti, mi ricorda quella di un lupo.
Herbstleyd, come potresti aver intuito, non è certo originale o innovativo. Come considerazione, potrebbe essere giusta, visto che questo LP non attraversa alcun confine creativo. Tuttavia, ciò che Herbstleyd manca nell’originalità è compensato dalla pura atmosfera che avvolge l’ascoltatore. La musica stessa sembra malinconica, triste e arrabbiata. La rabbia viene paragonata all’essenza del black metal.
Herbstleyd è un viaggio molto bello e mistico che va dall’atmosfera medievale ad alcuni dei migliori riffage black metal di sempre. Se vuoi delle prove, puoi ascoltare la canzone “Nargaroth“, che è la migliore canzone strumentale black metal che abbia mai ascoltato.
O puoi ascoltare tutto. Qualcosa di cui non ti pentirai.

Tracce:
1: Introduction – Herbstleyd – 16:02
2: Karmaggedon – 4:22
3: Nargaroth – 2:59
4: Das Alten Kriegers Seelenruh – 8:38
5: Amarok – Zorn des Lammes – 18:38
6: Das Schwarze Gëmalde – 8:40
7: Vom Traum, die Menschheit zu Töten – Outroduction – 10:13

[Countess Grishnackh]