Di ossessione in ossessione: Thaw – Earth Ground

In questo periodo sono preda di ossessioni: sarà che sto assistendo alla progressiva nuclearizzazione della mia attuale vita lavorativa, sarà che ci sono i nord coreani che sparano missili un po’ ovunque e presidenti americani che twittano con la stessa foga di adolescenti o sarà che, in un periodo privo di certezze fisse, un buon luogo comune o una tradizione fortifica lo spirito e ti fa capire chi, e perché, stai proseguendo su questo percorso.
Avete presente quando finite sempre sulla pagina tettone di Pornhub o fate sempre lo stesso tragitto a piedi o ripetete mille volte gli stessi gesti (io, per esempio, controllo il gas fra le 5 e le 10 volte…). Non che questo maldido scribacchino si sia mai iscritto alla pagina tettone di pornhub, sia chiaro, me l’ha detto mio cuggggino che esiste cotale pagina.

In termini di ossessioni, tutto questo che ho scritto mi fa capire che c’è chi, in tale materia, ci sta creando una carriera. I Thaw, per esempio, fanno del discreto malessere e dell’ossessione un pilastro. Earth Ground, secondo full length della band polacca, è un misto bosco fra black metal (le vocals rauche di M. ti fanno riflettere sulla cura delle tue corde vocali – senti lo sforzo n.d.A.), post-black metal e rumorismo (Second Day). Io me li immagino, questi polacchi, a far il tour nelle mie zone ma non con la band, ma per raccogliere mele, pere e fragole. Quando poi scottati dal sole, con la schiena rotta e i coglioni a terra, se ne ritornano in Polonia consci del benessereacazzoduro di questo posto, allora si gettato sugli strumenti e vomitano fuori un disco come Earth Ground. Non è un capolavoro, assolutamente. Anzi, nelle ultime selezioni di musiche polacche, questi Thaw sono i meno avvicenti, anche se hanno qualche vaga reminescenza dei God Seed o dei Gorgoroth formato Ad Majorem Sathanas Gloriam.
Se vogliamo sbilanciarci, le esplosioni puramente black fanno da contraltare a quei rallentamenti a volte morbosi, a volte ambientali che contraddistinguono il post-black metal di questi ultimi anni. Se c’è un vero trend nella musica neropece di questi anni è quella di spostarla dalla sacra trimurti satana – sesso – guerra ad argomenti più generali, fra cui natura, rapporto uomo-universo, religione in generale, malessere esistenziale dell’uomo nella società etc etc. I Thaw si fanno colonna sonora di questo trend, brutalizzando q.b., ma non convincendo appieno.
Da qua alla categoria tettone, capite bene, il passaggio è veramente breve.
[Zeus]

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Nefandezze e P.D.F. (e non sta certo per il rinomato formato per computer)

A pensarci bene, essere trve, grim & frostbitten non attira queste mandrie di gnocca che ti aspetti. L’onestà intellettuale della proposta, l’invocazione sentita al Demonio, la bestemmia libera e tutta la serie di abili costruzioni letterali in cui vengono messi insieme santi ed animali, non è mai stato il veicolo principale per il Valhalla della figa. Che poi, diciamocelo, se sei trve, grim & frostbitten c’è anche una buona probabilità che finisci per pendere dalle parti della salsiccia – cosa che è black metal a tutti gli effetti.
Cosa c’è di più trve&grim che l’essere gay in un ambiente come quello del black?
Nel caso in cui tu sia musicista e non propendi per aprire un negozio di vestiti fantasiosi come Gaahl, ti sorprendi a pensare che messo mano allo strumento, e pubblicato qualche LP, giusto giusto un po’ di gnocca la vuoi vedere. Anche solo per aumentare il pubblico ai concerti.
C’è poco da fare, tu suoni per la gnocca che comprerà i tuoi dischi, bagnandosi come una murena mentre ascolta il CD nel silenzio della cameretta, ma saranno i metallari a venire a vederti e sognare di essere come te: perché tu, la topa, la richiami. Quindi prendi il tordo e la passera con una sola sassata.
La motivazione gnocca deve essere stata potente in Morten Veland, che prima fonda i Tristania e poi se ne va sbattendo la porta e si crea una creatura fondamentalmente uguale: i Sirenia. Solita solfa, sia chiaro: stragnocca che canta, soprano ovvio, in corpetto di pelle e atteggiamento da categoria di Pornhub e gruppo di energumeni che la accompagnano con quello che poi verrà categorizzato come gothic metal (quindi atmosfere, tastiere e growling vocals, giusto per mettere in chiaro che, anche in questo genere che rasenta il versante femminile del metal, si mantiene una chiara matrice maschile).
A giudicarlo obiettivamente, un disco come Widow’s Weed non è neanche male, anche se risente di quello che hanno fatto i Theatre Of Tragedy con i primi due album.
Il problema di Widow’s Weed è che dopo pochi minuti incominci a desiderare la morte. Annoia, soprattutto se, come limite massimo di leggerezza metallara, ti assesti sullo spettro dei The Gathering – i quali, pur andandoci a nozze con la splendida Anneke, sono riusciti a tirar fuori dei dischi eccellenti, almeno finché non hanno virato verso uno strano trip-hop che niente aveva a che fare con il sound iniziale -.
I Tristania non si fanno scrupoli e abbracciano tutto l’immaginario ottocentesco, quella soffusa aura di decadenza, leggera sofferenza e malinconia che potrebbe portarti un grande classico della letteratura dell’ottocento (non so se la leggera sofferenza sia quella del leggere il classico o quella intrinseca del grande classico – dipende) e te lo mettono in musica.
Ci riesce il buon Morten Veland, ci riesce e riproporrà la stessa cosa anche nel successivo Beyond The Veil.
Poi, come sapete, le idee relative al business e alla topa sono diverse e quindi saluti, abbracci, qualche coltello e i Tristania vanno avanti con altre X co-protagoniste della sezione Gothic-Lolite del suddetto Pornhub, mentre Morten Veland crea i Sirenia che, udite udite, si fregia di portare avanti il gothic metal con una, udite udite, gothic-lolita direttamente da Pornhub al microfono.
Come sempre: tira più un PDF…
[Zeus]

 

Tutti proviamo imbarazzo a fare karaoke, i Six Feet Under lo superano e pubblicano la serie Graveyard Classics

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Dopo i Cannibal Corpse e il primo disco dei Six Feet Under (forse con qualche eccezione nei capitoli immediatamente successivi, ma in seguito è stata la morte cerebrale della band), Chris Barnes è ritornato alla ribalta con… una bellissima polemica con testacalda Dave Mustaine. Dopo che il morigerato Megadave aveva rimproverato Brian Slagel (della Metal Blade)  su Twitter, il frontman dei SUF è intervenuto con grazia sopraffina a calmare le acque e, con un conciso Tweet rivolto a Dave Mustaine (“you sir are a FUCKING ASSHOLE”), ha riportato tutto sul livello nobiliare che è il trademark delle comunicazioni sui social.
La scaramuccia è andata avanti per un po’ e i due musicisti si sono scambiati allegramente insulti sui social come fossero due tredicenni con gli ormoni che saltano fuori dalle mutande. Il che è vagamente patetico, a pensarci, ma ci ha fatto passare ben due minuti di divertimento.
Non si guardano i programmi tipo Paperissima (quando c’era la Henger i treni arrivavano in orario) e/o quello su Cielo con i due tizi sul divano proprio per questo motivo? Due risate grasse, quando ci sono perché spesso è dolore oltraggioso o sono cose talmente tristi da metterti la voglia di spararti un colpo in testa, e puntare il dito unto di patatine contro questi poveri coglioni che tirano fuori performance assurde facendo la figura delle scimmie.
Ci beiamo e godiamo nel vedere le loro disavventure.
Lo stesso pensiero deve averlo avuto anche Chris Barnes dopo essersi fatto un cannone maxi-bon: ogni volta che entro in un bar delle periferia più sconcia d’America, mi tocca vedere queste scene rivoltanti di gente che canta raglia su brani conosciutissimi e il pubblico apprezza battendo le mani, ordinando birre e tirando qualche porco giusto per dare una scossa al santo di turno.
Se va bene per il bar americano con sputacchiere per terra e una selezione di birre che comprende la Lone Star e basta, perché non può andar bene per il metallaro medio? In fin dei conti il succitato metalhead, quando è in macchina o sotto la doccia o in altro posto pubblico, grugnisce sui pezzi storici del rock&metal.
Perché non posso farlo io?
Detto fatto.
E noi, come coglioni, ci sorbiamo quattro (ad oggi) capitoli di Graveyard Classics e non possiamo far altro che sospirare. Il secondo, che poi è il soggetto principale di questo pezzo, è proprio Graveyard Classics II, in cui Chris Barnes&Co. si divertono a martoriare le canzoni degli AC/DC.
Io apprezzo, ma è una questione puramente goliardica. Ma l’effetto di una band sempre uguale a sé stessa che coverizza una band che dell’essere uguale a sé stessa fa un vanto causa degli scompensi temporali che verranno studiati nei prossimi anni.

[Zeus]

 

Dalla Polonia con furore: i Massemord

Ho un debole per la terra polacca: sarà che sono stati gli unici ad offrire al sottoscritto e Skan del mangiare decente e una serie di birre gratis in Inghilterra, sarà che lavorano come dei dannati a ritmi indiavolati, sarà che, in una terra dal retrogusto molto cristiano, hanno un’ottima percentuale di band black metal pro capite.
I Massemord, come potete immaginare dall’introduzione, provengono proprio dalla Polonia e, più precisamente, da Katowice. Gruppo recente (Encyclopedia Metallum spara come data di attività il 2000 e il primo EP nel 2002) e quindi impossibilitato di rientrare nelle prime ondate di black metal, i Massemord fanno uscire nel 2007 il loro primo full lenght, nonché il disco che, in questi tempi, mi sto ascoltando: Let The World Burn.
Il quintetto polacco ci mette l’impegno e la grinta, cosa che fa sempre acquistare punti ai dischi, e tira fuori un black metal potente, con notevole groove nei riff (ma lasciando ampio spazio al blast beat).
Visto che sono impossibilitato di ascoltare i dischi comodamente a casa, sfortunatamente sono nato povero e quindi mi tocca lavorare, mi sono caricato Let The World Burn sul lettore portatile e me lo sono ascoltato in queste ventose sere autunnali. In un primo momento mi son chiesto perché il suono della band mi fosse “conosciuto”, poi mi son detto che la produzione è talmente potente e precisa da essere quasi metallica, il che fornisce un feeling “quasi industrial” alle canzoni (avete presente quel feeling potente, quadrato, freddo di certe band? Ecco, quello).
Solo ieri, prima di sedermi a scrivere questa recensione, mi son dato del coglione ed ecco che i paragoni possibili sono quelli con i Dark Funeral con Emperor Magus Caligula, o, in certi frangenti, gli Anaal Nathrakh, ma stiamo andando veramente a raschiare il barile dell’immaginazione; i nostri polacchi, bravi per carità, ma non hanno la malignità e la potenza devastante degli inglesi. Ma già avvicinarsi come paragone direi che è un buon punto di partenza. Ma se fosse anche il loro punto d’arrivo? In Let The World Burn ci sono alcuni buoni elementi ma anche momenti un po’ ripetitivi e, di sicuro, non si sente l’originalità.
All’eventuale voto che potreste dare a questo disco leggendo la recensione, abbassate il numero di una tacca (per stare sicuri).
[Zeus]

Invecchiare bene: In Flames – Whoracle

Se pensi a com’erano e come son diventati, ti vien voglia di prendere lo stereo e sbatterelo per terra, ripetutamente. O andare in Svezia, cercare i restanti In Flames (che stanno diventando una specie protetta, fra un pochino usciranno dischi di Fridén&Friends o, che ne so, un titolo a caso con sotto scritto: feat. In Flames – cosa già successa con i Black Sabbath, quindi al peggio non c’è mai fine) e cercare di rinsavirli con il vecchio metodo di Bud Spencer: sberloni due a due finché non diventano dispari.
Questo è il degrado in cui è finito uno dei gruppi fondatori della versione melodica del death metal svedese.
Perchè al tempo gli In Flames erano una realtà da tenere conto: se con Lunar Strain e The Jester Race il quintetto svedese aveva gettato le fondamenta di un suono che attingeva a piene mani dalla NWOBHM dei Maiden mischiandola con il death metal svedese e il folk nordico (e mai si potrebbe ringraziare di più il buon Jesper Strömblad pre-sbronza perenne), in Whoracle lo definiscono, lo levigano ancora di più e sparano fuori dei riff e delle partiture di chitarra da air-metal costante. Whoracle è l’album finale degli In Flames, quello che suggella la carriera e li trascina in alto nel pantheon dei gruppi che sanno di metal, dopo questo disco, la discesa è stata lenta ma inevitabile (a mio parere incomincia già con Colony, disco che ascolto veramente poco).
Whoracle vive di tutto quello che ci si aspetta da un disco dei ragazzi svedesi: le chitarre ci sono e si rincorrono, armonizzandosi e scambiandosi cortesie e gagliardetti, per tutto il corso del disco; la voce c’è ed è ancora quella di Fridén senza la doppiatura in clean che è diventata la sua moda per “smorzare” la delusione dello sfiato da termosifone che ha al posto della voce da anni a questa parte; le melodie sono stupende e lo strumentale (Dialogue With The Stars) è uno degli highlights, insieme a The Hive Jester Script Transfigurated del full lenght.
C’è forse un momento deboluccio, Morphing Into Primal, ma gli si perdona l’essere sostanzialmente normale rispetto agli altri pezzi dell’LP.

A guardare indietro, e son passati 20 anni, ti ricordi che questi erano gli In Flames cristallizzati nella loro forma definitiva; poi possiamo metterci a discutere se preferire Lunar Strain, The Jester Race o questo Whoracle, sia chiaro, ma con Whoracle tutte le pedine del sound che volevano raggiungere ci sono ed è un disco fottutamente arrembante, con ottime melodie e chitarre in pieno spolvero.
Poi c’è stato il declino e la sensazione di amarezza nel vedere questa fotografia del passato è grande.
[Zeus]

Mgła – With Hearts Towards None

Da troppe settimane questo blog rimane a languire nel nulla di WP e, vi giuro, mi dispiace. Il problema, come sempre, è che oltre a questa schermata c’è una cazzo di vita da vivere e non è proprio semplice arrivare a sera e tirarsi insieme a scrivere qualcosa e pensare una recensione decente.
Avrei potuto scrivere anche una recensione di merda – cosa che faccio anche senza gli applausi del pubblico -, ma qua vi abbiamo abituato ad una certa qualità che, porco demonio, non voglio far venire meno proprio adesso.
Quindi ritorno qua su TMI con l’operazione recupero 2.0. Recupero perché nell’ultimo mese e mezzo mi sono messo ad ascoltare in maniera caparbia tutto quello che Madre Polonia ha partorito negli ultimi anni. Questo rimestare nel black (post-black et similia) polacco mi ha spinto, prima di immergermi di nuovo nel nichilismo e nel nero pece, di tirar fuori la recensione degli Mgła annata 2012 e, per la precisione, quando ‘sti figli di Cracovia davano alle stampe With Hearts Towards None. Nella precedente recensione di Exercises In Futility avevo sottolineato il fatto che l’ultimo full-lenght fosse più pulito e liscio del precedente WHTN. Vorrei riprendere il concetto adesso e spiegare cosa significa questa cosa. With Hearts Towards None è, nei suoi quasi 44 minuti di durata, un gioiello di grezzo e spiroidale black metal moderno. Spiroidale perché i riff, crescendo e contorcendosi su sé stessi, creano quella sensazione contrastante ma simultanea che porta al viaggio mentale e al sentirsi oppresso dalla vita.
Entrambi i fattori, in questo momento storico, mi sono cari.
Sette tracce, di cui sei che si attestano su un minutaggio abbastanza classico per il genere (fra i 4 e gli 8 minuti) e la settima che viaggia a vele spiegate sui 10 minuti di durata.
Il disco è più rauco, desolato e ispido e risente ancora di un approccio rustico rispetto al successivo LP. Questa componente grezza è forse l’aspetto migliore di WHTN, insieme alla capacità di M di creare canzoni che, pur cavalcando la circolarità e puntando forte sulla formula del crescendo, non annoiano mai.
Se proprio c’è da mettere un po’ di zizzania, questo gruppo ha almeno delle idee decenti e non si limita al compitino come un Satyricon qualcunque con il nuovo, e da quello che ho sentito abbastanza bah (commento più decente non mi viene), Deep Calleth Upon Deep. Ho coscienza che questo inserto e slashing sui norvegesi centri come i commenti intelligenti in un programma di mezzo pomeriggio su reti private, ma ci sono dei limiti alla sopportazione e se devo godermi un disco, che sia uno che esprima al 100% le potenzialità della band.
Questo per dire che, dopo che avrete finito di ascoltarvi With Hearts Towards None VII, non mi stupirei che pigiaste il tasto Play dell’Ipod ancora una volta.
E, vi assicuro, godreste di altri 44 minuti di nichilismo, black metal e assenza di futuro.
[Zeus]

 

Belphegor – Blood Magick Necromance (Nuclear Blast – 2011)

Metal, sesso e bestemmie.
Potrei riassumere così il concetto che si nasconde dietro i dischi degli austriaci Belphegor. Niente di male, sia chiaro, questo è quello che vogliamo e cerchiamo da Helmuth Serpenth. Facessero dischi raffinati, con il mignolino alzato e la sciarpa intorno al collo parlandoci di retrospettive cecene con piani-sequenza lunghi milioni di anni sarebbe da prendere a calci nel culo.
Invece no, e per fortuna!, Helmuth&Co. continuano a proporre quello che è il trittico micidiale del death-black metal: Metal-Sex-Satan.
Con i Belphegor sono partito da Bondage Goat Zombie e, pur esprimendo la componente di cui sopra (il disco è dedicato al Marchese De Sade e la componente sadomasochista era a mille), non mi aveva colpito appieno. Sarà stato il suono o il momento di passaggio fra il sound più ruvido e sgraziato di Pestapokalipse VI (che nel frattempo ero andato ad ascoltarmi) e quello che sarebbe venuto, ma i Belphegor nel 2008 erano una creatura indefinita.
Con il 2011 e l’uscita di Blood Magick Necromance, Helmuth tira le fila del discorso e il suono si fa lucido e molto in linea con gli standard Nuclear Blast, tanto che un mio amico, ascoltando il disco, ha esclamato: “mi si stanno DimmuBurgizzando!”.
Vero, la pulizia sonora è quasi plastica, ma funzionale ad un sound che richiama sempre di più la compattezza e lo spessore apocalittico dei Behemoth.
Il fatto di aver pulito molto il suono e continuando a marciare dritti su un sentiero sempre più orientato verso un corposo death metal a tinte black (quello che i più furbi e intelligenti chiamano blackned death metal) ha giovato a Blood Magick Necromance. Un suono troppo sporco, troppo black e da cantina, non avrebbe fatto uscire quella strana e malata componente ritualistica che, in qualche modo, gli austriaci hanno piazzato dentro a questo disco.
Le canzoni si muovono su un costante midtempo e ci sono concessioni alla melodia. Un mix che, a seconda dei gusti e di quando li ascoltate, può piacere o meno e che vi farà canticchiare il ritornello della title track o mimare, se non lo conoscete, il tedesco della traccia Discipline Through Punishment.
A me, personalmente, B.M.N. piace.
Le canzoni ci sono, si sente che ci credono in quello che fanno e pur non variando troppo di brano in brano come andamento, i brani si fanno ascoltare e non ti vien voglia di schiacciare skip e andare avanti con quello successivo.
Dopo 6 anni continuo ad ascoltarmelo questo disco che, con tutti i se e i ma del mondo, qualcosa vorrà pur dire, no?

[Zeus]

Paradise Lost – One Second (1997)

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Vent’anni fa usciva One Second dei Paradise Lost.
Mi ricordo la mia faccia dopo che, appassionato di Icon Draconian Times, mi son ritrovato a sentire One Second. I dischi precedenti, Gothic per esempio, non mi avevano mai preso troppo, mentre quando partiva Embers Fire era tutta un’altra storia.
L’alcool non è riuscito a distruggere quel periodo e neanche ad offuscarlo, quindi Icon è rimasto il mio disco dei Paradise Lost per un lungo, lungo periodo – almeno fino all’arrivo di The Plague Within, ma questo è un disco diverso.
Torniamo a One Second. Qualche giorno fa stavo parlando di questo disco con Skan e ci siamo chiesti: come cazzo fanno i pezzi di One Second a non passare in radio?
Ascoltateli bene e vedete che hanno tutti i crismi per essere singoli della programmazione radiofonica di una qualsiasi stazione radio rock, anche italiana. Va da sé che qua, per rock, si intende passare due volte Welcome To The Jungle e poi un misto fritto con Vasco Rossi e Ligabue… avete capito l’antifona, no?
I Paradise Lost nel 1997 si rompono il cazzo di essere metal (si vede che la gnocca era in costante diminuzione causa avvento grunge e nu metal) e incominciano a fare dischi con il singolo che potrebbe piazzare tanti soldoni in banca e gnocca sulla ceppa – cosa che, visto che chiamano Paradise Lost e non hanno il ritmo pop o la basa tunz-unz dei gangsta amerrigani, è difficile – e sfornano un CD che è lucido come la testa di Kojak. Le chitarre si fanno più sottili ma rimangono metal/rock, keyboard/samples ed elettronica sono in deciso aumento ed ecco che piazzano quello che poi diventerà il gothic-bagna-lolite che tutti conosciamo e targato metà anni ’90.
Non mi viene neanche da fare la recensione track-by-track perché inutile (e non ho voglia di farla) e quindi mi limito solo a dire che tutti i brani, tredici per la precisione, sono singoli e sono dannatamente catchy. 
Tredici brani – tredici singoli
, cazzo!
Dopo One Second, punto più alto della loro conversione al sound “piacione da AOR”, i Paradise Lost incominciano a perdere la bolla e i dischi si stemperano in soluzioni sempre più lontane dal metallo che amiamo e poi, visto che i fan si spaccano la minchia di rincorrere la band dentro sonorità leggerine e friabili, ritornano in sordina anche dischi metal sciatti e poco intriganti.
Questo, almeno, fino l’arrivo del succitato The Plague Within, che è un cazzo di gran disco e mi ha fatto ritornare la voglia di ascoltare i Holmes&Co. dopo un periodo di chicazzoselinculastidischimosci?
Basterebbe questo per dare credito alla capacità compositiva degli inglesi.

[Zeus]

Mgła – Exercises In Futility

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Pochi dischi contemporanei hanno avuto su di me l’impatto che ha avuto questo Exercises In Futility dei polacchi MgłaUscito esattamente due anni fa (04 settembre 2015), il disco l’ho ascoltato nella sua interezza unicamente dopo il concerto visto al Colony Open Air di questo luglio. Motivo? Quando sento troppo hype ed eccitazione verso una band contemporanea, mi viene sempre il grandissimo dubbio di rincorsa alla recensione paracula e leccaculo.
Errore che proverò a non rifare nel prossimo futuro, ma non ci conto troppo.
Gli Mgła, progetto del leader M – già con i notevoli Kriegsmachine -, hanno dietro di loro la classica gavetta fatta di Split, EP e, infine, le prove sulla lunga distanza, fra cui segnalo With Hearts Toward None
Exercises In Futility
, rispetto a WHTN, pulisce leggermente il suono e lo rende fruibile in maniera più liscia. Perde l’aspetto più “minaccioso”, ma le spirali formate dalle chitarre e dal lavoro eccellente della batteria di Darkside (estremamente funzionale e fondamentale per quello che è il suono dei Mgła suono che è lontano dalle esperienze norvegesi, svedesi o finniche) sono stringenti e creano l’atmosfera perfetta su cui inserire i testi – elemento su cui poi ritorno-, sempre dello stesso M.
Impressiona nel disco, ed è così per ciascuna delle sei tracce presenti nel CD, la capacità di creare un’atmosfera ossessiva che poi culmina nell’apice sonoro o in un improvviso momento di rilascio, che rallenta la canzone garantendole quell’aria e interesse che il mero assalto all’arma bianca avrebbe diminuito.
Altro aspetto che ci tengo a sottolineare è la qualità dei testi. Rispetto alla qualità media delle lyrics del black metal, funzionale all’espressione del concetto Satana + Odio ma in molti casi troppo banali e/o secondari rispetto all’aggressione sonora, in Exercises In Futility troviamo dei testi ben concepiti. La cifra stilistica è quella della disperazione, nichilismo e misantropia, ma la costruzione, spesso impreziosita da metafore e giochi di parole, fornisce un secondo piano di lettura che aggiunge sfaccettature alla musica.

[Zeus]

Airbourne – Breakin’ Outta Hell (Spinefarm – 2016)

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Mannaggia la vacca, sono anni che continuo a blaterare sul fatto che gli Airbourne sono solo una copia degli AC/DC e adesso, 2017 D.C., mi ritrovo a recensire l’ultimo disco in studio: Breakin’ Outta Hell. Sto seriamente pensando di appendermi al chiodo e farla finita, un tempo avevo più spina dorsale.
Facciamo la recensione veloce e indolore, come la nota pubblicità. Breakin’ Outta Hell è esattamente come ve lo potete aspettare, perciò una copia degli AC/DC con tanto testosterone in più dato dalla settantina di anni in meno di Angus Young & Co, ma senza l’attitudine gangster che solo uno come Phil Rudd può possedere. Vecchia generazione 1 – nuova generazione 0. C’è poco da fare, se hai venti centimetri di pelo sullo stomaco non ti ammazzano questi sbarbatelli che saltellano sul palco facendo la cover band dei brani cover della tua band.
Breakin’ Outta Hell Rivarly partono forte, non lo nego, ma è l’effetto orchite che provoca il disco dopo la terza volta che lo metti nel lettore Cd a farti assomigliare ad un canotto e far esclamare alla tua ragazza: “hai nascosto un panda nei boxer o stai ancora ascoltando gli Airbourne?“.
Sto ancora ascoltando gli Airbourne, ahimè, ma il filetto di panda è comunque pronto per finire in padella.
Questo è in sostanza il problema della band australiana dei fratelli O’Keeffe: se sei un fan hardcore degli Ac/Dc, potrebbero anche piacerti gli Airbourne e potresti anche apprezzare i quattro nuovi CD tutti uguali e tutti votati allo stesso rock’n’roll suonato anche dallo “scolaretto” Young; se non sei un fan degli Ac/Dc, dopo il primo sfrigolio di adrenalina, ti trovi a cercare di fare la tabellina del 17 mentre ascolti il disco e son cazzi.
Uomo avvisato, mezzo panda salvato.

[Zeus]

https://www.youtube.com/watch?v=gTYZWJEaOUA