Stormlord – Supreme Art of War (1999)

Lo ammetto.
Ho comprato questo CD solo perchè leggevo Metal Shock, giornale allora sotto la direzione di Cristiano Borchi, leader degli Stormlord.
Erano venuti a fare un epico concerto a Bolzano, all’esterno di un castello, e li comprai il disco.
Extreme epic metal.
Per capirlo meglio, bisogna un attimo spiegare il 1999.
Il black metal aveva scoperto le carte, ovvero ormai si era coscienti che gli artisti black metal erano normali esseri umani e non demoni notturni che vivevano nelle Foreste del Nord, le ragazzine gotiche avevano tolto la maglia di Marlyn Manson e messa quella dei Cradle of Filth e i Dimmu Borgir vendevano come il pane.
Ormai nel campo black metal si era fatto il tana libera tutti, e tutto era permesso a chiunque; quindi ecco sdoganati, oltre alle onnipresenti tastiere, i corni, le orchestre, le voci pulite, i tenori femminili e sotto a chi tocca.
Via quindi a vestirsi, oltre che con il classico facepainting e borchie, con armature, spade, asce, fa lo stesso se di plastica, mantelli e chi più ne ha ne metta.

Supreme Art of War è figlio di quei tempi: non puro black, ma un qualcosa tendente al black, voce in screaming intervallata ad una voce declamatoria che dovrebbe essere epica ma non sempre la prende, chitarra in tremolo e doppia cassa e molta, molta, tastiera, sia da sottofondo, sia a sottolineare melodie o a fare “riff”. Il disco si fa ascoltare, non si urla al miracolo, ma va bene cosi, d’altronte è il 1999!
Ma mi raccomando, anche se non si usano più mantelli o spade sul palco, tornate a fare i concerti nei castelli, erano uno spettacolo!
[Skan]

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Etichette improprie: Wallachia – From Behind the Light (1999)

I norvegesi Wallachia sono l’espressione più coerente dello stato di morte per asfissia del black metal. Questo perché sono la progenie deforme dei Dimmu Borgir dopo essere stati invitati ad una gangbang con i Theater Of Tragedy. Non fatevi ingannare, questo mischione non è così intrigante, seppur posso capire che possa piacere ad un certo pubblico: quello composto principalmente di ragazzotte gotiche che, mentre sentono le tracce di questo LP, sognano di essere la Contessa Bathory.
Non penso ci sia altro pubblico possibile e, vi giuro, so che sulla rete circolano giudizi molto lusinghieri, ma cercherò di essere efficace nello spiegare che così non è. 
A parte il fattore vocals, che fa cagare il rigurgito di una vacca morta di peste, la musica è proprio quello che ho descritto sopra, un metal all’acqua di rose che vorrebbe essere black, ma non lo è, e che è più un gothic metal con forti parti orchestrali a cui si aggiungono anche i turbozufoli che donano al tutto il carattere rustico che ci si aspetta da una band norvegese che mischia la lingua madre con i titoli in rumeno. 
Ovviamente non c’è niente che rimandi ai veri rumeni del metal, ma questo perché quelli sapevano cosa fare, mentre Lars Stravdal è al primo disco in studio (momento “a sua discolpa”). 
La produzione varia a seconda della canzone (e, mi sa, del batterista), visto che in Arges – Riul Doamnei la batteria è una cosa improponibile, suona come mezzo fustino del Dixan colpito con una scopa in saggina. Effetto voluto di sicuro – ma fa cagare comunque. 
Quando Lars sta zitto e non interviene con il suo growl ritoccato, la musica è quella che ti puoi aspettare da trequarti delle band gothic in circolazione nel periodo: Tristania, Theater Of Tragedy etc. Questo senza raggiungere, e neanche avvicinarsi, a quanto prodotto dai Moonspell in piena sbornia gotica. 

Solo per riassumere il concetto, sentitevi The Curse Of Poenari e capite che possiede tutto quello che c’è di sbagliato nei Wallachia: musica che sembra la colonna di Festivalbar, la voce che, puttanamiseria fa cagare il sangue e budella, e poi il momento “metal” che, nel contesto, non ci sta proprio per un cazzo. Se fai una canzone di merda, abbi il coraggio di farla tutta così. 

Un disco che non toccherò mai più, perché se voglio sentirmi una delle band che ho citato in questa recensione, allora vado a tirar fuori uno di quei dischi, se voglio un disco brutto, lo trovo senza dubbio anche in altro loco. 
Non fidatevi delle recensioni che lo spacciano come symphonic black metal: non è che parlare di Dracula, essere norvegesi e/o avere un growl/scream sia per forza l’investitura del Diavolo per essere black metal. 
Wallachia sono un prodotto dello sfinimento del metal, ormai ridotto a tirar fuori dischi poco più che passabili e a cui, per convenienza, viene appiccicata l’etichetta di black metal per farli vendere di più. 
Peccato, perché alcuni passaggi strumentali (ad esempio The Last Of My Kind) non sono neanche brutti. 
[Zeus]

Nargaroth – Geliebte Des Regens (2003)

Il terzo full length dei NARGAROTH si concentra ancora di più sul versante musicale. Questa volta troviamo sei canzoni (anche se dentro ci troviamo un’intro e una canzone è presente in due versioni differenti) e sembra che Kanwulf abbia più o meno trovato la sua direzione musicale visto che è uno sviluppo completo dal mini CD “Rasluka Part II” (traducibile con molto lungo, molto deprimente e molto intenso).
Le canzoni di Geliebte des Regens durano tutte sopra i 10 minuti (anche l’ultima canzone, sebbene dichiarata come outro, dovrebbe essere vista come una canzone vista la durata) e questo è sicuramente un album per dark autumn o winternights. Chiunque fosse in grado di gestire gli album precedenti (in particolare il suddetto mini CD o “Herbstleyd“, il demo “Orke” piuttosto che “BMIK“), può comprare questo album alla cieca, perché non vedo alcuna ragione per cui non dovrebbe
Apprezzo anche questo album, pur ponendo l’accento sue due considerazioni. La prima musicale, visto che per me sarebbe stato meglio che Kanwulf avesse usato un batterista migliore, specialmente in “Von Scherbengestalten und Regenspaziergang”, visto che il suo drumming distrugge l’atmosfera più di quanto non aiuti a crearla.
La seconda, invece, di natura più generale: mi chiedo se per i Nargaroth, oggigiorno, sia sufficiente essere giudicati solo dalla qualità musicale?

La band tedesca invoca la pioggia e lo fa nel modo migliore possibile, con un disco che pur essendo black metal fino al midollo è allo stesso tempo intimista, melodico e soprattutto delicato e lento nel suo incedere. Lo sviluppo lento permette ai malinconici riff di scavare nei nostri vuoti e riempirli di tristezza.
Geliebte des Regens si apre con “Calling The Rain”. L’intro è un’evocazione della pioggia e così si parte con il suono di certi strumenti originari del Cile che dovrebbe ricordare un temporale (i bastoni della pioggia che vanno inclinati da una parte e dall’altra) per poi passare a sentire la pioggia vera e propria accompagnata da vari rumori ambientali e si finisce con qualcosa che mi ricorda il suono di un corno. Pur essendo una intro, i tedeschi ci regalano una traccia molto suggestiva, magari fuori contesto, ma talmente rilassante che quasi verrebbe da chiedere ai Nargaroth un intero disco fatto così.
La prima vera canzone “Manchmal Wenn Sie Schläft” spezza bruscamente il clima di serenità che si era creato. Il brano si apre con un riffing estremamente malinconico, che viene amplificato quando inizia il cantato, che segue il giro di chitarra, e che quindi conferisce molta enfasi alla melodia. Un brano che mantiene lo stesso mood per tutto il suo corso, giocando tutto su un riffing ripetuto alla nausea, pochissimi cambi di tempo e un cantato mai troppo invadente.
La seconda traccia parte con un riffing che molto ricorda le sonorità burzum-iane, ma dopo poco anche questo brano ricade nella lentezza che caratterizza tutto l’album. Wenn Regen liebt (Zwiegespräch mit mir) ha una registrazione più grezza rispetto al resto del disco, con voce e batteria che risaltano maggiormente rispetto a prima, ma alla fine dei conti le coordinate stilistiche non mutano.
La quinta traccia non è altro che un rifacimento di “Manchmal Wenn Sie Schläft”, che però non aggiunge poi molto (neanche in termini di durata per fortuna) al pezzo originale. Giungiamo infine all’ultima traccia, che si apre con un arpeggio e di nuovo tornano protagonisti i suoni dell’acqua. Dopo poco più di tre minuti e mezzo parte la canzone vera e propria che conclude in maniera stupenda il disco.
Parlare della complessità del songwriting per un disco del genere è eccessivo, sono i riff e le melodie malinconiche e ripetute fino all’ossessione a catturare l’attenzione dell’ascoltatore. E credetemi che riuscire, come i Nargaroth hanno fatto, a comporre un album di 73 minuti così minimale senza annoiare non è cosa da poco; il merito va senza dubbio alla bellezza dei riff, tutti ispirati e coinvolgenti.
Ovviamente i tedeschi sono figli del Burzum di “Hvis Lyset Tar oss” e a chi non piace quel modo di fare black metal, di certo troverà questo “Geliebte Des Regens” un disco di una noia mortale.

[Countess Grishnackh]

Setherial – Hell Eternal (1999)

Se si nomina Svezia e black metal, che nomi vi vengono subito in mente? A me il duo MardukDark Funeral come grande classico, poi i Dissection e i Necrophobic e infine tutti gli altri. Capisco che molti aggiungerebbero volentieri anche i Watain, ma ci sono alcuni nomi che sono in cima ai pensieri (per popolarità, distribuzione, presenza sulle riviste, immaginario, promozione…) e altri che rimangono in secondo piano per le più svariate ragioni.
Pensate ai Setherial. Attivi dal 1995 e con già due album per la Napalm Records fra il ’96 e il ’98 (dovrei recuperarli), gli svedesi Setherial salutano il 1999 con un disco, Hell Eternal, che è una mazzata sui denti. Il quintetto non accenna a rallentare neanche sapesse di avere la Finanza alle spalle, quindi 7 tracce e 40 minuti di tempo per definire quello che loro considerano swedish black metal
Quello che i Setherial sparano fuori in questo LP del 1999 è una sorta di sound alla Dark Funeral velocizzata al quadrato, con una compattezza che non li fa sfigurare per componente trve e attitudine grim (data anche dalle vocals ferali di Wrath, ora nei Naglfar). Ci sono momenti melodici che risuonano nel riffing e/o in alcuni passaggi di tastiera, ma sono compressi nella furia della band, quindi non spaventano chi dal black metal vuole sentire Satana che urla dalle casse. 
La “testardaggine compositiva” ha l’altro lato della medaglia e, scegliendo un songwriting veloce e senza sosta, i Setherial hanno fatto una scelta di campo decisa: quella di preferire il colpo di maglio alla possibilità di distinguere perfettamente una traccia dall’altra. 
Questo non è un lato negativo in sé, visto che ci sono band che hanno fatto un disco incentrato sull’assalto sonoro assoluto e senza compromessi, ma se mi capitasse di sentire questo LP dal vivo, dubito che riuscirei a distinguere un brano dall’altro.
Hell Eternal è un disco furia e distruzione, con parti veloci e altre velocissime (che si alternano, creando dinamismo nei brani), ma è quando arrivano a The Nightrealm che sembrano trovare la quadratura del cerchio e registrano la traccia definitiva di questo LP del 1999. Un brano così intenso, veloce e violento che spazza via il resto delle canzoni presenti su disco. E questo, signore e signori, dovrebbe darvi il polso della situazione. 
In un anno in cui i Marduk tirano fuori Panzer Division Marduk – ridefinendo il black metal svedese -, i Setherial rispondono per le rime e salutano il XX secolo e se ne escono con un prodotto violento e che inneggia a Satana toccando le corde giuste. 
Per me non ha avuto la visibilità necessaria, ma questo è un parere tutto mio e voi potete, sbagliando, averne uno diverso. 
[Zeus]

Mistigo Varggoth Darkestra – The Key to the Gates of Apocalypses (1999)

Mentre voi state pianificando la grigliata di Ferragosto, qua c’è gente che lavora. 
Visto che non ci si ferma mai, il nuovo album sotto la lente d’ingrendimento è quello dei misconosciuti (per me) Mistigo Varggoth Darkestra. Apprendo dal web che sono situati in Ucraina e sono un solo project di tale Knjaz Varggoth (membro anche dei deathster Necrom e dei blackster (ex !?)-NSBM Nokturnal Mortum, nonché di altri progetti di cui non mi degnerò neanche di scriverne il nome). 
The Key to the Gates of Apocalypse è un enorme disco di ambient-black metal, oltre 1h di black metal (scuola norvegese?) e sezioni di synth/ambient che a volte ricordano Burzum e, in altri casi, alcune porzioni del sound di Mortiis. La produzione non è eccelsa, ma non ci si aspetta questo da una band black metal, così come non è così fondamentale riconoscere un singolo riff (ad un certo punto, non so a quale minuto, mi son venuti in mente i Metallica, ma forse era solo una questione meramente casuale) o ricordarsi a vita un passaggio musicale; nei progetti come questi, il segnale forte da dare è l’immersione totale nella nebbia e nel mood creato dalla band. 
Rispetto ad un disco totalmente ambient/industrial (come potevano essere quelli dei Paysage d’Hiver o quelli interamente fatti con i synth dei Burzum), questo LP si divide in maniera netta fra le parti sospese e pervase di elementi ambient e quelle in cui la musica si sposta su un black intrigante. Delle prime, in molti casi, si rimane perplessi: nel 70% dei casi sono passaggi utili a staccare la pesantezza di un’ora di musica formato malloppo; ma a volte Knjaz Varggoth si fa prendere la mano e suonano come il rumore del vento che passa sotto la porta o la registrazione di un tizio che russa in una stanza – non proprio degli effetti da spellarsi le mani. 
Sul versante black metal, invece, non c’è niente di negativo da dire. I pezzi non si discostano mai dal mid-tempo, se non per occasionali accelerazioni, e mescolano bene gli elementi sinfonici alla doppia cassa e uno screaming intellegibile (se ci si vuole sforzare di sentirlo).
L’importanza dei testi sarà anche alta (?), ma sinceramente mi è bastato sorbirmi tutta l’ora di musica e non mi son curato di leggermi le lyrics del mainman ucraino – questo lo lascio a voi, visto che avete tempo mentre mettete il culo nell’acqua torbida di qualche località marittima affollata dalla chiunque. 
Per quanto intrigante e, concettualmente, molto intransigente visto che è concepito come opera unica e non diviso a capitoli, dopo un po’ mi sfascia il cazzo. Da ascoltare, questo sì, perché immergersi nell’universo sonoro prodotto dai Mistigo Varggoth Darkestra può far bene per pulirvi le orecchie dai tormentoni estivi che sentirete ovunque e potreste anche estraniarvi dal mondo per un’ora; ma dopo l’ascolto non so quante volte ci ritornerete sopra. 
Progetto nato e morto nel giro di tre anni. Per chi fosse interessato può anche recuperare Midnight Fullmoon del 1997. Io mi accontento di questo The Key to the Gates of Apocalypses
[Zeus]

ps: visto che un’ora di disco potrebbe essere pesante come una mazzata sui coglioni, eccovi un estratto – sta a voi decidere se proseguire nell’ascolto o meno.

Kaltenbach Open Air 2019

Contrariamente a qualsiasi previsione di inizio anno, la felice combriccola di TMI dirigerà il proprio radar metallico verso il KALTENBACH OPEN AIR.
Ritorniamo a questo festival dopo un paio d’anni d’assenza e l’attesa è alta, soprattutto perchè i nomi che girano dentro questo festival non sono quelli “di grido”, ma sono quelli giusti, quelli che ti fanno saltare dalla sedia senza avere 20.000 persone a soffiarti sulla schiena.
Headliner sono grossi, Enslaved, Asphyx (già apprezzati anche al Colony Open Air) e Carpathian Forest non sono i nomi da prime-time per altri festival, ma il KOA punta su cose più di nicchia e gli rende giustizia.
Se poi ci aggiungete l’hype che mi ha preso sapendo che ci sono dentro gli Mgla e i Gutalax, capite che è una questione di principio essere presenti a questo festival. I primi, con buona probabilità, presenteranno qualcosa dal nuovo disco, di cui abbiamo già avuto modo di vedere una preview nei giorni scorsi, mentre dai secondi ci si aspetta uno show divertente e, cosa interessante, ogni volta che li sento mi torna in mente la band bolzanina Ešerichija Cøli. Penso per assonanza nelle tematiche, ma è una questione abbastanza naturale.
Prendo tempo per questi, perché citare tutta la lista, che comprende Aura Noir, Pestilence, Haemorrage, Vomitory, Sinister, Avulsed, Dornenreich etc, sarebbe veramente troppo lungo e non c’è bisogno di presentare mille band quando basta dire: ci vediamo al Kaltenbach Open Air.
Il resto vedete voi.

[Zeus]

Lynyrd Skynyrd – Edge Of Forever (1999)

Scrivo questa recensione nell’anno in cui i Lynyrd Skynyrd annunciano il loro ritiro dalle scene. Probabilmente per sfinimento, visto che la sfiga ha avuto un accanimento particolare su questa combriccola americana e, alla fine, devono aver pensato “ok, hai vinto tu, ci ritiriamo! Adesso basta però“. Se lo meritano di uscire di scena da grandi, anche se sono anni che non producono niente di veramente interessante (ok, gli ultimi due dischi in studio sono buoni, ma stiamo parlando di prodotti che i “vecchi” Skynyrd non si sarebbe mai sognati di buttar fuori). Se lo meritano, perché ultimamente l’unica cosa veramente eccitante, e morbosa, è l’attività da “vecchio dimmerda” di guardare le notizie musicali e sperare di non incrociare lo sguardo sul necrologio di uno dei Lynyrd Skynyrd.
Ironia della sorta, fino al 1977 la Nera Signora aveva giocato al gatto e al topo con la band, utilizzando “elementi esterni” (il famigerato aereo) per mettere fine ad una delle band più incendiarie degli anni ’70. Solo dopo il 1990 è intervenuta di persona falciando i membri originali della band con il suo arsenale migliore: malattie, overdosi e tutto quello che una vita di eccessi, e di sfiga si porta dietro.
La Triste Mietitrice ci ha tentato anche con gli unici due Skynyrd originali rimasti, Rossington e Rickey Medlocke – primo batterista della band -, ma si vede che pur avendo una predilezione per questi americani, deve avere un cuore gentile e ci ha lasciato in piedi, barcollanti, almeno due memorie storiche del tempo che fu.
Sono proprio gli anni ’90 a forgiare il nuovo sound dei Lynyrd Skynyrd. Il tempo passa e le mode incominciano ad intaccare il sano approccio boogie rock, torrenziale e ruvidissimo (tanto da concepire Freebird e fare il culo agli Who), trasformando la band americana in una Big Band che suona un hard rock innocuo, condito da chitarroni enormi e pochissima efficacia nel songwriting. Se poi aggiungiamo anche l’inspienza dei testi, rivolti ad una retorica di stampo conservatore (e fin qua, ok, sono sudisti ed è nel DNA), osserviamo che la band appiatisce di molto sia il lato musicale che quello testuale, banalizzando il tutto.
Non si può sempre parlare di scazzottate e bevute, ma diventare l’organo di propaganda di Fox News forse è troppo.
Considerazioni politiche a parte, Edge Of Forever riflette in toto la nuova era della band americana. Dentro al disco troviamo quindi i chitarroni grossi, puliti e scintillanti nel mixing, le backing vocals femminili (comunque già introdotte in pianta stabile da Street Survivor), le tastiere honky tonk di Billy Powell e, ovviamente, a svettare su tutto c’è la voce di Johnny Van Zant: simile a quella di suo fratello Ronnie, ma a cui manca la ruvidezza e il vissuto del fratello maggiore.
Per non scontentare nessuno, soprattutto le radio, le canzoni hanno la durata standard (4/5 minuti) e i brani migliori vengono messi tutti nella prima parte dell’LP: ecco quindi Workin’, Full Moon Night e Preacher Man (ci aggiungerei anche Mean Streets), piacevoli hard rock con spazzolata di spirito sudista sopra.
Ovviamente non mi posso aspettare i “vecchi Skynyrd”, ma nel 1999 quello che si sente è qualcosa di strano: la band sembra essere il fratello mutato in cui convivono brevissimi geni del DNA Lynyrd Skynyrd, una parte di .38 Special (band del fratello Donnie Van Zant) e poi l’occhio a non essere troppo “fuori moda” rispetto alla seconda/terza ondata di southern rock commerciale. Questo mix non produce niente di eterno, ma nella prima parte c’è sicuramente un buon impatto melodico e di groove.
Da qua in avanti gli Skynyrd diventano discontinui e quando non cercano il “revival” (la ballata Tomorrow’s Goodbye è una mezza copia di All I Can Do Is Write About It) assestano troppi episodi deludenti (ad es. l’hard rock slavato di Through It All o Money Back Guarantee).
Il problema di Edge Of Forever è il songwriting che, per quanto bene li si voglia, non gira appieno. Questo perché i responsabili, chi ha le chiavi della vettura, non sono proprio dei campioni e non hanno mai scritto niente di realmente eccitante: i Blackfoot di Medlocke hanno fatto sì e no una vera hit, mentre gli Outlaw di Thomasson erano una mezza copia già all’epoca.
Su Johnny e Rossington il discorso è diverso: se Johnny deve portarsi appresso un peso enorme (senza avere la qualità eccelsa di Ronnie), il secondo, pur talentuoso e capace di scrivere hit incredibili, già nel periodo di massimo splendore della band era in seconda posizione dietro al vulcanico Allen Collins e, in Street Survivors, anche al nuovo entrato Steve Gaines.
Al problema del songwriting, si aggiunge anche una seconda considerazione: dal 1991 in avanti, i Lynyrd Skynyrd non sono riusciti a tenersi una line up fissa neanche a volerlo. Questo comporta che quello che rimane della band sono dei volonterosi gregari, le impennate d’orgoglio di Gary Rossington (via via sempre più monumento di sé stesso e della band stessa) e l’incredibile somiglianza di Johnny a suo fratello. 
Troppo poco per essere i veri Lynyrd Skynyrd. Troppo poco per spostare Edge of Forever dalla seconda metà classifica della produzione discografica dei ragazzi di Jacksonville.
[Zeus]

L’album del cambiamento: Dark Tranquillity – Projector (1999)

Ci sono dischi che ti ricordano momenti della tua vita: quelli che leghi alle superiori, a delle vacanze, a eventi specifici della vita, alle prime cotte e/o alle delusioni che questo mondo ti riserva. Ognuno di noi ha i suoi album, quelli che tira fuori in certi frangenti o che hanno il potere di evocarti memorie del passato: uno di questi è Projector e, per me, è (e sarà sempre) legato indiscutibilmente all’Università (anche se gli eventi, uscita del disco – Università, non coincidono come anni).
Anni passati fra leggi, tomi enormi, postille, le sale di lettura (dove mi sono addormento, risvegliandomi nel pieno di una lezione improvvisata – ad onore e gloria imperitura, hanno cercato di non svegliarmi), internet con modem veloci (stiamo parlando dei primi modem e la cosa più figa in assoluto erano le chat di MTV o Jumpy…), gli stormi di gnocca delle vicine facoltà, le sbronze assassine e i caffé al bar all’angolo.
Messo nel frullatore c’era anche la musica dei Dark Tranquillity o gli Amorphis (anch’essi usciti con un disco strano per i loro standard: Tuonela).
Le discussioni sulla musica erano all’ordine del giorno, tanto che l’epopea dei grandi del rock anni ’70 è stata sviscerata con sapienza estrema (c’erano dei veri appassionati di rock anni ’60-’70 in Facoltà) e, dal rock al metal, il passo è breve. Quindi ecco che discutere su Projector, il disco più sperimentale della seconda parte della storia dei Dark Tranquillity, ci sta ed è cosa buona e giusta.
Il 1999 segna un momento di passaggio e la band svedese lo fiuta subito, solo che il suo movimento in avanti è talmente repentino e brusco che il risultato finale, di gran classe, dimostra sia delle punte di acerbo, sia dei momenti di avanguardia troppo accentuati rispetto al dictat del momento. Il mondo del death metal, anche se melodico, non era ancora pronto per un’incursione così forte nei territori dell’elettronica e delle clean vocals.
Queste vengono introdotte in maniera consistente, non appoggiandosi più a singer femminili (come su The Mind’s I), ma sfruttando il potenziale dell’ugola di Stanne, singer con un growl molto espressivo (questo, almeno, fino a Damage Done, poi ha incominciato a standardizzarsi). Il risultato finale, comunque molto apprezzabile, risente ancora di qualche “acerbità”.
Per quanto riguarda il primo aspetto, l’elettronica, la band sente la necessità di arricchire il proprio sound rispetto a quanto fatto fino a quel momento: questa spinta in avanti è talmente forte che, da questo album in avanti, i Dark Tranquillity aggiungono Martin Brändström come nuovo membro della band.
Questi due punti dovrebbero avervi dato l’idea di cos’era Projector: un disco in cui le anime death metal ed elettronica trovano un terreno di scontro, più che di incontro. Gli elementi si fondono, ma si sente ancora l’incapacità dei Dark Tranquillity di utilizzare in maniera piena tutto il potenziale che l’elettronica, le clean vocals e le nuove sonorità gli aprono davanti.
Non tarderà ad arrivare il momento, visto che su Damage Done la band svedese amalgama il suono in maniera mirabile facendo uscire il disco più compiuto (e forse l’ultimo grande LP) della seconda parte della carriera dei Stanne&Co.
Pur essendo troppo avanti nel tempo rispetto a quello che i fan si aspettavano dalla band (e troppo innovativo per la stessa capacità della band di maneggiare con cura tutto il sound), Projector ha però la capacità di non deluderti mai.
Non ci sono canzoni brutte e, anzi, collego a questo disco alcune delle memorie più belle dei primi 2000 (molto più che con The Mind’s I, per esempio). Freecard è un colpo al cuore e richiama i pomeriggi spesi in biblioteca di Sociologia a “studiare”, mentre ThereIn sa di autostrada e viaggi lunghi un weekend.
Ma potrei collegare un ricordo, una sensazione o un aneddoto a quasi tutte le canzoni che ci sono dentro questo CD. Ma, perché vi voglio bene, non lo faccio e non vi scasso il cazzo con altre storie legate a Projector.
Oggi Projector compie vent’anni e, pur essendo uno dei dischi più “controversi” della band, nella sua imperfezione è un LP che merita di essere tenuto fra i grandi.
E vi consiglio di riascoltarlo, e rivalutarlo, anche voi, perché nel 1999 i Dark Tranquillity, come mai prima d’ora e come non faranno più dopo Haven, cercano di spostare il confine del proprio sound, senza paura dei giudizi o della risposta dei fan.
[Zeus]

La desolazione umana. Clandestine Blaze – Tranquillity Of Death (2018)

Il nome di Mikko Aspa e il monicker Clandestine Blaze non sono proprio degli sconosciuti. Il primo è anche singer per i Deathspell Omega e titolare della conosciuta Northern Heritage Records (etichetta discografica che fa uscire anche il materiale di Mgla e Kriegsmachine), i secondi, incarnazione dello spirito di Aspa, sono attivi dal 1998/1999 (vent’anni fa usciva il debutto ufficiale della band). Dei Deathspell Omega abbiamo già parlato su questo blog (anche se dell’incarnazione pre-Aspa), mentre dei Clandestine Blaze niente, neanche menzione.

E qua c’è da fare subito un distinguo importante: vista l’ingombrante figura del suo creatore, che non ha nascosto posizioni ideologiche non interessanti a questa webzine, cercherò di valutare il disco trascendendo sulle posizioni politiche che emergono, di quando in quando, dalle lyrics del progetto. 

10 album in 20 anni di attività e un’etica del lavoro encomiabile (ogni due anni fa uscire un LP, con una punta d’attività nel biennio 2017-2018), i Clandestine Blaze arrivano a Tranquillity Of Death facendosi forza di un trademark sonoro ben rodato.
La produzione è buona, lontana dalla cacofonia norvegese (il basso, comunque, viene ignorato nel mixing finale), ma questo non toglie che le chitarre mantengano una sporcizia notevole, capace di farle risultare ruvide ma comunque organiche. Più del Nord Europa, il feeling che se ne trae è quello del black metal francese, ma l’influenza dei Darkthrone è innegabile.
Sarà una considerazione scontata quanto volete, ma in Tranquillity of Death si respira odio. Niente di brutale e musicalmente in-your-face, ma l’odio è un costante reminder di quanto questo mondo faccia cagare.
Le canzoni sono asfissianti, condite da un riffing circolare e tutte, tranne quelle in apertura e chiusura (l’irruenta e diretta God on the Cross e Triumphant Empire), superano i 7 minuti di durata.
Non sono pochi per un genere come quello proposto da Aspa, a cui si aggiunge l’impossibilità di sentire questo disco come mero sfondo alle attività giornaliere. O gli si dedica del tempo, carpendo anche i fugaci momenti d’apertura (la chitarra acustica che fa capolino nella title-track è uno di questi), o si ascolta qualcosa di diverso e più caciarone. 
Non puoi permetterti di sentire distrattamente Tragedy of Humanization, il cui procedere è tutt’altro che veloce o leggero, così come non c’è niente di radio-friendly in Blood of the Enlightenment (o la title track), sostenute e con un suono di chitarra tagliente e molto in luce rispetto al comparto ritmico. 
Tranquillity Of Death è un LP che si rivolge a specifiche categorie di pubblico: quelli che sono alla ricerca di band affini per ideologia, quelli che stanno cercando album asfissianti e circolari ma senza essere ipnotici e, soprattutto, quelli che nella musica cercano odio e violenza (più nella sostanza, visto che le brutalità di altre band qua non vengono raggiunte) sotto forma di musica. 
A tutti questi, Tranquillity Of Death piacerà senza riserve. Tutti gli altri se ne astengano. 
[Zeus]

Sacramentum – Thy Black Destiny (1999)

Quando si parla di black metal in Svezia, ci sono tre scuole di pensiero: quella dei Marduk, quella dei Dark Funeral e poi ci sono i compianti Dissection a completare un’ideale triade sonora.
Sto generalizzando, lo so, ci sono anche molti gruppi svedesi che guardano alla vicina Norvegia come ispirazione, ma devo restringere il campo. 
Le cronache musicali danno per breve la vita degli svedesi Sacramentum: tre dischi ufficiali in otto anni d’attività, finita la quale anche la carriera dei musicisti sembra essere giunta al capolinea. 
Il terzo dei dischi è Thy Black Destiny, uscito all’alba del 1999 e colpevolmente ignorato dal sottoscritto. Ignorato, tanto che non ne conoscevo l’esistenza fino a quando non mi sono messo a rovistare nel musicume del 1999 e ho tirato fuori dal cilidro questo LP influenzato sì dai Dissection, ma ci possiamo leggere dentro anche una suggestione simil-Necrophobic ma meno votato al black (Spiritual Winter o Demonaeon).
Thy Black Destiny è un disco che mantiene tutte le promesse: una mazzata di black melodico con una forte attitudine death metal tanto che associare a questo LP il concetto di black metal è quasi sbagliato, risultando questo un disco death metal. Ma son piccolezze.
Il disco è concepito per staccarti la testa a furia di headbanging nel treno (oggi ci ho fatto caso, più del solito, che mentre sono in treno ho la testa che sembra una bobble head) e si contiene solo nello strumentale e nella title track. Il resto del disco non si ferma, e fra riffing di chitarra, momenti più ritmati in alternanza a quelli in cui il blast beat si impone sovrano (ottimo il lavoro di Nicklas Rudolfsson dietro il drumkit), il disco mantiene una costanza di risultato e un’efficacia spaventosa. Se ci uniamo la buona prova di Nisse Karlén (uno che ha un nome tirato fuori da Leo Ortolani) dietro il microfono, allora stiamo parlando di uno di quei dischi da ripescare dal fondo della memoria, per chi lo conosceva, o dalle profondità di YouTube, per gli ignoranti come me.
Vista la compattezza del disco, e l’evidente mancanza di qualsivoglia filler, mi stupirei di sapervi indifferenti dopo la doppietta The Manifestation – Shun The Light e mi farebbe strano non vedervi cercare su Google/Youtube questi Sacramentum. Se poi siete come me, che dagli svedesi volete anche il titolo in latino, sarete accontentati con Rapturous Paradise (Peccata Mortali).
Cosa volete di più? Ditemelo. Perché Thy Black Destiny è un LP da riprendere, soprattutto se nei vostri ascolti casalinghi (o nelle playlist di Spotify, quanto è cambiato il mondo), ci sono band come i già citati Dissection, Necrophobic o, se vogliamo, anche gli Unanimated… 
Da riscoprire al più presto. 
[Zeus]