Audioslave – Audioslave (2002)

Quando ho guardato la lista dei dischi da recensire e lo sguardo è caduto sul nome Audioslave mi son chiesto se mi fossi bevuto la nitroglicerina. Impossibile, mi son detto. Ho chiesto quindi al maestro di ogni domanda irrisolta (Google), il quale mi ha confermato che Audioslave, il debutto dell’omonima band, è uscito realmente nel 2002.
In un primo momento son diventato vecchio di colpo, pensavo che Cochise fosse uscito forse nella prima metà del 2010, ma la cosa è durata poco visto che mi son depresso leggendo che Chris Cornell è morto ormai da 5 anni. Cosa è successo in tutto questo tempo? Mi son perso mesi e anni come niente fosse. Superato lo shock iniziale, ho rimesso mano agli Audioslave, gruppo che non sentivo da una vita e mezza.
Chi l’avrebbe mai pensato che gli Audioslave potessero realmente funzionare? Io no di certo. Va bene, erano un supergruppo formato da nomi ancora caldi nel panorama alternativo. I Soundgarden erano ormai nel frigorifero da un po’ (Down on the Upside è datato 1996), però il loro ex frontaman Chris Cornell era alle prese con una carriera solista deprimente ma di “alta visibilità” e che, Grande Satana, non ha mai realmente fatto onore alla potenza delle sue (ormai logorate) corde vocali. Dall’altra parte c’erano trequarti di Rage Against The Machine freschi di separazione da Zach De La Rocha. Evitato l’errore di prendersi un rapper (si parlava del tizio dei Cypress Hill), i tre hanno fatto la scelta più difficile: pescare uno dei migliori singer della sua epoca, anche se questo significava confrontarsi con un approccio diverso alle canzoni.
Il tutto coordinato dalla longa manus di Rick Rubin e dalla ormai sdoganata terapia di gruppo che tanto danno ha portato ai Metallica, ma che con i tre RATM ha fatto anche benino.
Ascolto il debutto degli Audioslave da un po’ e mi chiedo, a 20 anni di distanza, li reputo ancora un mix fra Soundgarden e RATM? La risposta è sì, il primo disco ne porta orgoglioso le stigmati, seppur ammorbidite da incursioni in territori che non hanno niente a che fare con il “rap metal” dell’epoca De La Rocha: i seventies, qualcosa di funk, di anni ’70 e tutta una tavolozza di idee alternative metal che ad inizio 2000 funzionavano e bene.
Per non far impazzire Cornell, Morello & Co. hanno dovuto giocare in un campionato leggermente diverso, tenere la stessa barra a dritta avrebbe stroncato le gambe al singer dei Soundgarden come si può sentire nella sua interpretazione di Sleep Now In The Fire uscita qualche anno dopo e che, signori, è realmente impietosa. Il leggero cambio di rotta non è stato una tragedia, intendiamoci, visto che ha permesso a tutte le parti di mettere il proprio sigillo sull’opera.
Lo dico adesso come inciso veloce: Tom Morello è bravo, sa suonare, ha un suono distintivo ed è una buona macchina di riff, ma ci sono momenti in cui mi annoia in maniera terribile. Bravissimo senza dubbio, ma sti squick squick con la chitarra dopo un po’ mi abboffano la uallera.
A vent’anni di distanza Audioslave è ancora un buon disco. Costruito in maniera quanto mai classica nella sua scaletta tipica anni ’70 (la partenza che viaggia con benzina ad alti ottani) e la mezza ballad al quinto posto in scaletta, Audioslave è l’amalgama non perfetto di due anime ancora in cerca della quadratura del cerchio (in certi momenti la voce sembra incollata sopra e poco organica – un po’ come era successo, ad esempio, ai Witchery con la collaborazione con Legion), ma è nell’esordio che si trovano molti dei singoli che tutti conosciamo.
E il tutto tenendo conto di una produzione troppo fredda e clinica, che rende il risultato finale spesso privo d’anima. Cochise, I Am The Highway, Like A Stone (un brano che i RHCP post-2000 pagherebbero per scrivere) o una Show Me How To Live sono ancora oggi canzoni che non passano di moda e rimangono ottimi esempi di rock. A queste aggiungerei anche Light My Way e Gasoline e un paio d’altre.
Sul versante negativo, e non me lo ricordavo minimamente, metto senza dubbio la durata extralarge. Oltre un’ora di musica è esagerata quando non tutto il disco regge sulla stessa qualità. La seconda parte del CD è debole e la band sembra averci ficcato i pezzi con meno appeal. E, perdonatemi, Morello non riesce a tenere bene in territori hard rock come faceva nei RATM. Questione di impostazione e di songwriting, ma oltre i riff c’è di più.
Oggi posso dirlo: avessero tenuto solo otto/dieci brani, frenato lo sfacelo di Morello alla chitarra e ridotto il minutaggio, starei ricordando un debutto di altro spessore. Così, con 65 minuti abbondanti di musica e una carrettata di canzoni, Audioslave mi è difficile da ascoltare tutto senza tirare il fiato, pur avendo dalla sua un bel po’ di cose da rivalutare e risentire con orecchie fresche.
[Zeus]

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Darkthrone – Astral Fortress (2022)

Parto da un concetto che non riscuote molto successo su molte webzine: la cover-art del nuovo Darkthrone è divertente. Stupida, ok, ma divertente. Esprime un concetto, quello che dimostra l’autoironia da parte della band, concetto che però nel 2022 ha ormai raggiunto un livello talmente alto da essere quasi insopportabile. Perchè ridersi addosso, e ridere di chi ti crede qualcosa, è operazione sana. Esagerare con questa attività, mi fa salire il sospetto di trovarmi di fronte ad un clown o, ancora peggio, che la band in questione mi sta sinceramente pigliando per il culo. Visti i risultati degli ultimi 20 anni di dischi, il concetto sopra esposto mi sembra abbastanza chiaro: i Darkthrone stanno a tutti i costi provando a mettere a dura prova la mia pazienza e con Astral Fortress ci sono arrivati vicino a farmi sbottare. Non sarà brutto come alcuni LP del periodo cazzaro (sapete tutti qual’è), ma da qua a sentirci dentro una qualità minima che possa tener fronte alle cose prodotte 20 anni fa il passo è lungo. E non sto parlando di dischi epocali come Transilvanian Hunger, A Blaze in the Northern Sky o Panzerfaust. No, sto parlando già di cose come Ravishing Grimness o Plaguewielder, forse due degli ultimi dischi a potersi fregiare del logo Darkthrone senza arrossire.
Ecco perchè il mio rapporto con Fenriz e Nocturno Culto è contrastato e contrastante. Non posso che provare assoluto rispetto per quanto hanno fatto, ma anche la sensazione di rabbia che mi sale sentendo certi dischi è ugualmente ragionevole. L’idea generale di distanziarsi da quello che erano e dimostrarsi fieri di cosa sono non mi spaventa, però non riesco a concepire l’idea di un disco che non è brutto (!) ma che, in maniera alquanto paradossale, ha dentro poche idee e tirate insieme alla buona.
Perchè le idee in una canzone come The Sea Beneath the Seas of the Sea sono francamente un po’ poche, visto che poi le riutilizzano senza ritegno, e allungarle fino ad arrivare a superare i 10 minuti è materia controversa.
Il singolo, per esempio, è un classico esempio di brano dei Darkthrone che vorrei portare all’inceneritore, mi irrita. Idee col contagoccee quasi otto minuti di tempo per esprimerle, la classica combo che mi fa venire il mal di denti. Va bene, mi son messo l’animo in pace e so che i Darkthrone sono una band che viaggia in retromarcia negli anni ’80, però incollare pezzi di riff e idee qua e la senza un piano ben preciso non è neanche anni ’80, per me è semplicemente ridicolo. O, se non voglio usare questo termine così “pesante”, butto dentro dannoso. E il giudizio è tranciante perchè so che il duo Fenriz – Nocturno Culto potrebbe produrre di più e di meglio, lo so perchè nei primi 10 anni di vita hanno scritto cose da ricordare, però il dubbio mi sale e mi chiedo: avranno perso questa capacità? Le idee si son ridotte così tanto da non aver più modo di tirar fuori una canzone che prosegua dalla A alla Z senza dover portare sul petto la targhetta da giovane marmotta con scritto: sì, sto recuperando gli anni ’80 o sì, sono vintage. Però ti strizzo l’occhiolino dicendoti anche: guarda quanto casalingo è il mixing. Senti che produzione demo, meglio ancora underground (!), non ti piace? Non senti quanto è Darkthrone?
Tutto questo è una perversione che porta la band a specchiarsi e darsi le pacche sulle spalle, ignorando semplicemente le canzoni abbozzate, poco rifinite o tenute insieme solo perchè portano la scritta Darkthrone sopra. Una stampella non da poco quando la situazione si fa tenebrosa.
Astral Fortress mi fa incazzare perchè dentro ci sono diversi riff che funzionano bene. Li sento anche io che non sono certo un genio, e le buone idee potevano essere sfruttate realmente in modo decente. Ci erano riusciti, in modo almeno lodevole, con Old Star, perchè non fermare le rotative di Astral Fortress un momento, tirar il fiato e capire cosa funziona e cosa no? Ne avevano il tempo, nessuno gli chiede qualcosa visto che non devono andare in tour e, tirata via questa spada di Damocle, molto dello stress compositivo cade. Invece no, il magnifico duo si ostina a porre un’inutile strumentale come Kolbotn, West of the Vast Forests prima dell’appena appena meno dimenticabile Eon 2. E chiudono il disco così, in declino.
Io non li capisco i Darkthrone. Cioè, riformulo, li rispetto profondamente e so che Astral Fortress non è brutto (pur dimenticandmelo nel giro di qualche ora), ma non li capisco. Poi vedete voi.
[Zeus]

Cultist – Manic Despair (2022)

Cultist sono una death metal band canadese formatasi nel 2015 ma, causa diverse vicissitudini, arrivata solo quest’anno a pubblicare il proprio debutto, tra l’altro registrato nel 2020. Capitanati dalla cantante e bassista Vanessa Grossberndt ci propongono un sound fedele a quello di fine anni ’80, primi anni ’90, con una produzione nitida ma non laccata e pompata. Chitarre ribassate e riff serrati sono il biglietto da visita di Manic Despair, composto da musicisti probabilmente cresciuti a pane, Morbid AngelObituary e tutto ciò che è seguito.

L’album è composto da otto brani ben eseguiti ma che soffrono anche di alti e bassi. La title track posta in apertura apre alla grande, incazzata e con le linee di basso ben in evidenza, tratto caratteristico di tutto il lavoro. La seguente Synesthesia parte bene, per poi perdersi in un lungo finale che divaga troppo. Segue poi la strumentale Vicissitudes dalle idee non sempre interessanti e forse piazzata nel posto sbagliato all’interno della scaletta.

Fortunatamente dalla quarta traccia l’album si risolleva a più riprese, tra momenti doomeggianti (Regression), altri ultra incazzati (Missing a Soul), portando a casa un risultato complessivo soddisfacente. I Cultist sono una band promettente, che ha bisogno di affinare il songwriting e tagliare le prolissità, per il resto l’energia e l’aggressività non gli mancano di certo.

[Lenny Verga]

Lorenzo Manara – La Stirpe delle Ossa (2022, Acheron Books/Vaporteppa)

Italia, anno 1354. Riccardo di Malarocca è il signore di un piccolo feudo che appartiene alla sua famiglia da generazioni. Messo in ginocchio dalla carestia e dalla minaccia della peste, si trova a dover affrontare una nuova minaccia: i confinanti Castrafuria vogliono impadronirsi del suo territorio e della palude dove, in una cripta, giacciono i resti del Santo, eroe leggendario e protettore di Malarocca, che attirò dentro di sé la peste per proteggere la sua terra e i suoi abitanti. Ma la leggenda potrebbe non raccontare esattamente la verità. Quando Riccardo prega il Santo in cerca della sua benedizione, ottiene una risposta, ma le conseguenze saranno terribili.

Questa è la trama di La Stirpe delle Ossa, romanzo d’esordio di Lorenzo Manara, pubblicato da Acheron Books per la collana Vaporteppa. L’autore ci propone un dark fantasy di ambientazione medievale d’eccezione. Riducendo al minimo la componente magica, si concentra sul rendere nel modo più realistico possibile la vita nel medioevo italiano. Riccardo è un signore che deve gestire un castello, una guarnigione, deve occuparsi degli abitanti del borgo e dei contadini che lavorano le sue terre. E di andare in battaglia. Grazie ad una narrazione in prima persona il lettore indossa l’armatura, sale a cavallo, impugna la spada e vive la storia con gli occhi, le orecchie e tutti i sensi del suo protagonista. Non ci sono spiegoni o lunghe descrizioni sull’ambientazione, il medioevo viene ricreato attraverso dettagli concreti forniti un po’ per volta, attraverso l’esperienza diretta di Riccardo. Con lui cavalchiamo nelle paludi, combattiamo contro i Castrafuria, ci occupiamo del suo castello, viviamo i drammi della guerra, del tradimento e della morte. Qui si parla di talento narrativo di gran lunga superiore alla maggior parte degli scrittori là fuori.

Lorenzo è un appassionato ed un esperto di storia, di armi, armature e battaglie, la sua conoscenza della materia emerge da ogni riga del suo romanzo. Ha anche un canale YouTube dove ne parla e se vi piace l’argomento vi consiglio di fargli una visita. Oltre che di comprare il suo libro. Non ve ne pentirete.

[Lenny Verga]

Rinascita. Pearl Jam – Riot Act (2002)

Senza se e senza ma, Riot Act del 2002 è il miglior disco dei Pearl Jam dell’ultimo ventennio, E sì che dopo Riot Act ne sono usciti ben quattro di dischi della band di Seattle, non uno. Qualcosa. a mio parere, vorrà dire. Poi sono usciti i dischi Greta Thunberg, il disco omonimo che non ascolto mai e quei quattro singoli che ancora mi ricordo di Backspacer e Lightning Bolt, ma la creatività pura e semplice si è spenta nel 2002. Binaural non è invecchiato benissimo, mentre questo LP ha già vissuto più vite di quante gliene avevo concesse ad un primo ascolto. Riot Act è tutt’altro che un disco perfetto, ha dentro più di un pezzo che mi piace saltare senza problemi (Ghost, Help Help e qualche altro) e poi ci sono i brani che sono forse troppo abbozzati per essere presi sul serio, va bene il one take e via, ma un maggiore lavoro poteva anche essere fatto.
Allora perchè dico che ha una longevità maggiore? Perchè pur essendo un disco immobilizzato in un certo periodo storico (la presidenza di Bush Jr, le torri gemelle, il terrorismo internazionale, le morti di Roskilde durante il concerto dei Pearl Jam) è comunque un LP che parla con un respiro più ampio. Ha quel tocco per cui mi dico: certo, Bush ormai si è dileguato e così anche Obama, ma dentro le canzoni c’è un tentativo di portare un problema presente ad un livello più astratto, rendendolo inevitabilmente longevo e applicabile anche ad altri periodi storici.
Cone detto, Riot Act non è perfetto, ma quei momenti in cui i Pearl Jam azzeccano la formula ecco che danno polvere a quanto fatto negli anni precedenti e che tenteranno, disperatamente, di ricreare dopo. Una I Am Mine, così semplice e così efficace, Thumbing My Way, tanto delicata da essere strappamutande ma decisamente di classe o, per me, una You Are sono espressioni di una band che smette i panni del grunge, cosa che non sono più stati da epoche storiche, si mette l’anima in pace e diventa realmente adulta. Ma un adulto consapevole, non quelli che vogliono a tutti i costi fare i ggiovani, ma quelli che mettono il cuore e il cervello dentro un disco e ti dicono: “ho maturato un briciolo d’esperienza, ascolta quello che ho da dire”.
Paradossalmente alcune tracce di Riot Act sembrano anteprime di quello che poi i Pearl Jam tenteranno di fare negli album post-2009, quella sorta di pseudo-freschezza che non gli riuscirà praticamente mai. Una Get Right potrebbe essere intesa in questo modo e dove nel 2002 ha ancora un senso di urgenza, poi la sua riproposizione in altra salsa è semplicemente poco interessante.
Ironia della sorte, pur essendo un disco profondamente Pearl Jam, le tracce con maggiore spessore emotivo o semplicemente diverse (Arc) puzzano, e non poco, di una Eddie Vedder band. Infatti sono proprio canzoni che non stonerebbero nei dischi solisti del singer e, Arc, potrebbe benissimo essere una outtake della colonna sonora di Into The Wild. Non è un fattore negativo ma è, come sempre, la cartina tornasole di quanto il singer sia fondamentale nell’economia della band e, pur riuscendo gli altri componenti ad affrancarsi lentamente dalla sua ingombrante figura compositiva, anche quanto incide nell’economia di un LP dei Pearl Jam.
Unico mio rimpianto è che Riot Act finisce con All or None, una canzoncina matura, in punta di spazzola, con un feeling che mischia un mezzo jazz ad un AOR rock di marca Binaural, ma che non mi piglia mai e che reputo abbastanza noiosa e un finale in minore. Praticamente dimenticabile.
A vent’anni di distanza non cambio opinione. Riot Act è il disco che ha segnato “la fine compositiva” dei Pearl Jam, forse quella più creativa e d’impatto. Da qua in avanti i Pearl Jam pubblicheranno altri dischi, saranno macchine da concerto e tutti sbaveranno ai piedi di questi signori di mezza età provenienti dalla provincia più piovosa d’America ma, mano sul cuore, tutti sanno che fino al 2002 la band era tutta un’altra cosa. Forse più matura e meno d’impatto rispetto a LP come Ten o Vs., ma aveva qualcosa da dire e lo faceva in maniera orgogliosa.
[Zeus]

Debutti poco famosi. Amorphis – The Karelian Isthmus compie trent’anni (1992)

The Karelian Isthmus compie trent’anni e, straordinariamente, è troppo poco citato nella discografia degli Amoprhis. Troppo old school death per chi ha incominciato ad ascoltare i finnici con Eclipse, ma anche troppo grezzo per chi apprezza gli Amorphis a partire dal successivo Tales from the Thousand Lakes. Se poi pensiamo alle mille sfumature che accompagnano Esa e soci fra il 1994 e il 2003, allora capite anche voi che un disco compatto, senza nessun vero hook melodico, senza il tema del Kalevala e senza clean vocals o tastiere, non può che essere visto con eccessiva (ma mal riposta) diffidenza o con l’etichetta (sbagliata anch’essa) di “semplice” album d’esordio.
Ovvio, The Karelian Isthmus è stato l’esordio, e quest’anno il disco ne compie addirittura 30 di anni, ma è uno spaccato di una band che cercava la sua strada, fiondandosi senza ritegno nella scena doom-death inglese, in alcune cose più americane (mi verrebbe da citare i Death) e, comunque, tentava un primo approccio alla materia folkloristica, pur senza avere un faro nella notte come è stato, ed è tutt’ora, il Kalevala e la sua mitologia.
The Karelian Isthmus ha alcune cose del folklore nordico, ma è inteso in senso generale: quindi, insieme all’inevitabile rimando al Kalevala, ci sono anche spunti di mitologia celtica e al mito di Artù. A posteriori lo si potrebbe tacciare di poco “focus”, ma nell’economia del disco, la parte folk è sinceramente meno importante rispetto al suo immediato successore o ad Elegy, giusto per citare due LP del periodo death.
Anche perchè, fa sempre bene ricordarlo, questa è la band che giusto un anno prima aveva fatto uscire Disment of Soul e Misery Path, quindi due singoli di stampo totalmente old-school death metal.
Ancora oggi, riascoltandolo con orecchie più mature, The Karelian Isthmus mantiene inalterato il suo fascino primordiale: quel misto fra gioventù, inesperienza, voglia di dimostrare di essere una band che sa muoversi autonoma e gli inevitabili riferimenti alla scena estrema del periodo. Nei solchi si sentono i Paradise Lost, i My Dying Bride o i Bolt Thrower, ma più di tutto si vede una band che cerca di capirci qualcosa del proprio modo di suonare.
Prima di lasciare il posto a Pasi Koskinen e poi al buon Tomi Joutsen, era il growl marcio di Tomi Koivusaari a rendere gli Amorphis quelli che conosciamo, è dal suo growl primitivo, forse grezzo e “poco tecnico”, ma efficace e capace di trasmettere il senso pieno della parola death metal. All’epoca di Elegy, Tomi K. fece un passo indietro volendosi concentrare sulla chitarra ritmica, ma, per me, brani come Black Winter Day rendono al meglio con il suo grezzo growl. Questione personale ed affettiva, ma è così.
The Karelian Isthmus non contiene singoli, non ha il pezzo che vorreste sentire nelle radio (e sia ringraziato Baphomet), ma ha dentro molti più riff interessanti (The Exile of the Son of Uisiliu, forse una delle canzoni che più anticipa il successivo Tales From The Thousand Lakes) nei suoi 40 minuti abbondanti di musica che alcuni dei dischi successivi a The Beginning of Time. Dischi fatti bene, prodotti alla grande, ma che mancano di una spontaneità e di una capacità di incidere che il periodo pre-2000 riusciva a fare senza sforzarsi poi più di tanto.
La carriera degli Amorphis non può essere ridotta a quanto fatto con Tomi Joutsen (per i più giovani) o a dischi epocali come Tales.. o Elegy. Nel 1992 i finlandesi erano forsi una band molto diversa da quanto poi molti impareranno ad amare, ma è dentro i solchi di un disco come The Karelian Isthmus che si trovano delle gemme grezze. Vale la pena riprenderlo ed ascoltarlo con attenzione, vi stupirà.
[Zeus]

Amon Amarth – Versus the World (2002)

Partiamo dalle cose base, la copertina di Versus the World faceva, e fa, cagare. Non come quella di The Crusher, che svettava fra le copertine fatte male o con la pacchianeria che poi avrebbero messo in mostra con The Great Heaten Army, ma è decisamente inguardabile. Forse solo per me, ma è brutta.
Detto questo, bisogna anche tenere conto che gli Amon Amarth del 2002 rispecchiavano abbastanza bene la pacchianeria della cover: da lontano sembrano interessanti, più ti avvicini e li analizzi, più capisci che anche Versus The World non è altro che l’ennesima prova di Hegg e soci che sposta il proprio baricentro verso una mediocrità senza fine. Ancora oggi, e di anni ne son passati ormai 20, il quarto LP in studio vive e viene ricordato perché contiene Death in Fire e Where Silent Gods Stand Guard, canzoni che dal vivo vengono eseguite senza se e senza ma. E, credetemi, anche a ragione perchè vi sfido a ricordarvi For the Stabwounds in Our Backs, che occupa niente meno che la seconda posizione in scaletta. Io, per esempio, non mi ricordavo neanche che era dentro questo LP o che l’avessero mai scritta. Però Death in Fire sì, questa me la ricordavo. Non è un classico e neanche un brano che ti cambierà la giornata, ma è il classico pezzo che ai concerti ti fa scapocciare e ti fa abbracciare il tuo compagno di bevute. Qualcuno penserà anche di essere un mezzo vichingo solo perchè ascolta gli Amon Amath, ma questi son problemi più profondi e questa webzine non si occupa di casi umani.
Se tolgo dall’equazione il growl/scream di Hegg, registrato in primo piano da Peter Tägtgren, il resto della band sembra difettare di impatto. Le chitarre sono molto sottili, percorse sì da una flebile distorsione ma incapaci di uscire vincitrici dal confronto impari con il corpulento singer e dalle bacchette cinesi suonate dal Fredrik Andersson dietro il drum-kit. La batteria è in primo piano, fornisce groove e fa muro sonoro, ma ha un suono terribile con il doppio pedale che non riesce a prenderti a sberle neanche a volerlo e una scelta di suoni che è francamente ridicola.
Contenti loro, contenti tutti, ma ascolto Versus the World e mi chiedo come faccia la gente ad esaltarsi con un mixing così sterile e poco incisivo. Domande che non penso troveranno mai risposta.
Però gli svedesi non si fanno così tanti problemi come il sottoscritto, visto che nel giro di due anni pubblicheranno Fate of the Norns e sanciranno senza mezzi termini la condizione di paziente morente in cui si trovano tutt’oggi (oddio, Berserker era ancora peggio di The Great Heaten Army ad essere onesti).
Versus the World è un disco mediocre che (ri)ascolto senza particolare emozione. Me lo ricordavo senza mordente e me lo ritrovo davanti esattamente come me lo immaginavo. Una prima metà di disco che contiene alcuni brani che funzionano, prima del fatidico giro di boa intorno alla quinta traccia; da qua in avanti sono principalmente lacrime, fra canzoni dimenticabili e altre che ci tentano con tutto il cuore di diventare delle nuove hit o di creare il ritornello da cantare sotto la doccia (Bloodshed), ma finiscono a gambe all’aria e con il sottoscritto a cercare disperatamente il tasto dello skip.
Nonostante sia inevitabile leggere questa recensione come una stroncatura, non mi nascondo visto che lo è, ci sono comunque alcuni elementi abbastanza positivi che lo fanno galleggiare a metà classifica nella discografia degli Amon Amarth. Basato tutto su quelle due/tre canzoni che ancora oggi rimangono quelle migliori e più azzeccate della band svedese nell’anno domini 2002, Versus TheWorld crolla senza colpo ferire nei restanti 6/7 brani. Uno spettacolo difficile da guardare, soprattutto pensando che nello stesso anno è uscito un signor disco di melodic death metal che, pur fermando le lancette dell’evoluzione dei Dark Tranquillity, ha comunque abbastanza pezzi enormi da poter mangiare in testa a questo pezzo di plastica.
[Zeus]

Red Hot Chili Peppers – Return of the Dream Canteen (2022)

Die Red Hot Chili Peppers veröffentlichen gleich zum zweiten Mal dieses Jahr ein neues Album mit 17 neuen Songs. Ein Geniestreich oder doch zu rasante Releases nacheinander? Ich habe mir das neue Album mit dem Titel Return oft he Dream Canteen für euch angehört!
Gleich nach dem ersten Song wird einem klar: Dieses Album ist super funky! Und nicht ohne Grund wurden „Tippa My Tongue“ und „Eddie“ schon vor Album Release als Singles veröffentlicht. Ohne Zweifel, zwei der besten Songs der Neuerscheinung. Vor allem für mich als alten Gitarren Freak das Solo am Ende von „Eddie“ lässt mich mit der Musik verschmelzen. Für mich das absolute Lieblingslied von „Return of the Dream Canteen“.
Aber auch andere Lieder sind eine Klasse für sich. „Fake As Fuck“ beispielsweise hat gleich drei verschiedene Phasen. Startend mit einem leiseren Intro, gefolgt von einem schnellen, funky Mittelteil und schließlich einem langsamen, aber kräftigem Ende. Es ist als würde das Lied dir eine Geschichte erzählen und dich die unterschiedlichen Vibes fühlen lassen.
Ähnliche Aspekte wie bei den vorher genannten Songs finden sich auch in anderen Songs des Albums wieder: „Afterlife“ mit cleanen Riffs, „Bella“ wieder voller Funk, „Peace and Love“ sogar mit ein paar versteckten Jazz Aspekten.
Zwei Lieder stechen vom restlichen Album nochmals hervor. „Carry Me Home“ war beim ersten Mal noch nicht wirklich unter meinen Top 5. Aber nach ein paar Mal hat mich die harte Hook und der Flow von Kiedis einfach gepackt. „My Cigarette“ ist das einzige Lied im Album bei dem ich, ohne es ein einziges Mal gehört zu haben, mitsingen konnte. Die super catchy Hook zwingt einen fast dazu auch zu singen.
Das Album spart nicht an verschiedenen Stimmungslagen. Mit „The Drummer“ haben wird wahrscheinlich den euphorischen Höchstpunkt durch einen sehr schnellen Beat und einen eher “hellen“ Vibe. Ganz im Gegensatz dazu, aber bei weitem nicht schlecht, steht „Reach Out“ mit einem recht langsamen und einer gedrückteren Stimmung.
Weder Fisch noch Fleisch sind „Roulette“, „Handful“, „Shoot Me a Smile“ und „Copperbelly“. Ich finde diese Songs zwar nicht schlecht, aber mir würde es beim Hören wahrscheinlich gar nicht auffallen, ob sie fehlen oder nicht. Es fehlt Ihnen einfach das gewisse Etwas, um sie zu einem Ohrwurm zu machen. Aber versteht mich nicht falsch, sie sind es auf jeden Fall wert gehört zu werden, wenn auch nicht auf dauerschleife.
Zuletzt gibt es noch drei Songs, mit denen ich mich nicht anfreunden kann. „Bag of Grins“ ist in meinen Augen alles andere als harmonisch und macht mich alles andere als glücklich. Ein weiteres Lied ist „La La La La La La La La“ und ist, gleich wie der Name, etwas einfallslos in meinen Augen, das kann für mich kein Red Hot Chili Peppers Song sein. Dann gibt es noch „In the Snow“. Was soll ich sagen… Es wird der halbe Song nicht einmal gesungen, sondern nur gesprochen. Als wäre es ein Gedicht mit Hintergrundmusik…
Aber mit 3 von 17 Songs, die mir nicht gefallen, 4 von 14 Songs, die mich nicht unbedingt hooken und damit 10 Songs, die ich mir den gesamten Tag anhören kann, denke ich haben sie einen soliden Release. Ein Album voller Funk und Gefühl, Ups and Downs und einem überraschend netten Vibe. Auf jeden Fall ist Ihnen der zweite Album Release dieses Jahr gelungen!

[Loki]

Imperial Age – New World (2022)

Gli Imperial Age sono una band di origine russa che attualmente risiede in Turchia e che, a quanto si legge dalla bio, negli ultimi anni non se l’è passata molto bene, essendo passata attraverso vicissitudini non proprio felici. Ma nel loro caso la musica ha comunque vinto, almeno per quanto riguarda la release del nuovo album. New World è il terzo full-lenght, che esce a quattro anni di distanza dal precedente The Legacy of Atlantis e addirittura a dieci dal debutto Turn The Sun Off!.

Gli Imperial Age suonano un metal epico e sinfonico che si colloca a metà tra i primi Nightwish e i Therion. Già qui immagino il pubblico che si divide tra chi non apprezza il genere e chi invece lo adora, senza troppe vie di mezzo. Io personalmente ho sempre adorato i Therion, nonostante i numerosi passi falsi nelle produzioni più recenti (devo ancora sentire Leviathan II), mentre per i Nightwish provo sentimenti contrastanti, apprezzandoli a fasi alterne.

La particolarità della band è la presenza di ben tre cantanti, due donne e un uomo, a cui si affiancano batteria, basso e chitarra, più le varie orchestrazioni. New World è un album molto melodico ma mai banale, che per struttura mi ha ricordato i Therion: una solida base metal sopra la quale si stendono strati di orchestrazioni, linee vocali e cori. A seconda dei momenti si passa dall’epico al drammatico, spesso raggiungendo un mood da colonna sonora e le melodie rimangono impresse già al primo ascolto. Certo non hanno la stessa oscurità che gli svedesi riuscivano ad imprimere nella loro musica in tempi migliori, ma probabilmente non è nemmeno nell’intento degli Imperial Age

New World mi è piaciuto (perché a me il metal melodico, quando è fatto bene, piace, non ho problemi ad ammetterlo a differenza di un sacco di gente là fuori) proprio dove Leviathan non era riuscito: è un album con una direzione precisa, con pezzi convincenti ed energici, senza cali dall’inizio alla fine e, anche se la parte metal fa per lo più da sfondo, quando emerge si fa notare, che sia per le accelerazioni, che per le linee melodiche della chitarra e pure  per gli assoli. Nel complesso pecca un po’ in varietà e qualche parte un po’ più heavy ce l’avrei messa, ma speriamo nella prossima volta.

[Lenny Verga]

Trentenni col pullover di cashmere. R.E.M – Automatic for the People (1992)

I R.E.M. sono uno dei miei piaceri nascosti, quelli che gli inglesi chiamano guilty pleasures, e non mi vergogno minimamente di averli fra i miei gruppi non-metal che ascolto con più frequenza quando non ho voglia di stordirmi, rilassarmi ecc ecc con il fiero suono del metallo.
Da quanto mi piacciono i R.E.M.? Non saprei calcolarlo, visto che a ripensare indietro alla mia vita mi sembra che siano sempre stati presenti in maniera più o meno evidente, che sia con tormentoni (Losing My Religion, certo quello) o con canzoni che mi hanno spaccato il cazzo in maniera violenta (forse per questioni di tempismo malsano), ma Stipe e soci hanno sempre svolto un ruolo di approdo “gentile”, un porto tranquillo dove potevo semplicemente ascoltare musica pop senza dover tirar su anche l’anima.
Automatic for the People è uno dei dischi che mi piacciono di più del periodo dei ninties (se escludiamo canzoni prese qua e là da dischi come Monster o New Adventures in Hi-Fi) e, come ho già detto nella recensione di Out of Time, lo pongo diverse spanne sopra il disco del 1991 che, seppur bello, fonda moltissima della sua popolarità proprio su Losing My Religion.
Automatic for the People, invece, ha tantissime canzoni che funzionano, le classiche hit radiofoniche. Se escludiamo Everybody Hurts che, in un modo o nell’altro, è diventata la colonna sonora di chi sta male con la vita, canzoni come Drive o Try Not To Breathe che aprono il CD, a mio parere, sono semplicemente perfette. Io, per esempio, mi ci perdo dentro.
L’album è poi concepito come una sorta di panino, visto che le canzoni più conosciute sono poste nelle prime posizioni o nelle ultime (Man on the Moon, Nightswimming, quest’ultima non mi ha mai acceso l’entusiasmo in questi 30 anni), mentre nel mezzo ci sono i pezzi “sconosciuti”, quelli che devi andare a scovare per poter beneficiare dei 4/5 minuti del perfetto songwriting dei R.E.M. Sweetness Follows è cupa, “tristA” ma riesce ad avere tutti gli hook melodici giusti e una linea vocale che, anche se non vuoi, ti farà canticchiare il ritornello insieme a Stipe e così sono anche Monty Got A Raw Deal, altra canzone che ascolto meno di quanto meriterebbe.
Per quanto questo fosse stato progettato come un album rock, la tendenza dei R.E.M. è quella di andare più lenti, accordando i suoni, il mood ai temi del disco, tanto che le atmosfere più rock emergono in pochissimi momenti e, adesso che lo riascolto con orecchie nuove, si possono contare sulle dita di una mano e non le sfrutto neanche tutte.
A trent’anni di distanza, Automatic for the People è ancora il disco che consiglierei a chi i R.E.M. li ha sempre reputati semplicemente una band pop per tipi con il maglioncino di cashmere. Certo, li ascoltano anche loro, ma le tematiche dark trattate nel disco, il modo di affrontarle, il songwriting semplicemente perfetto e un disco che non cede un minuto sono quanto di meglio si possa immaginare per un LP per chi la definizione di alternative ha ancora un senso compiuto e intelligente.
[Zeus]