Ex Deo – The Thirteen Years of Nero (2021)

Nati come progetto collaterale e potenzialmente a scadenza, gli Ex Deo di Maurizio Iacono si ripresentano al pubblico con cadenza quadriennale e, in questo 2021, fanno uscire il quarto disco: The Thirteen Years of Nero. Voi che conoscete Iacono per il suo lavoro con i Kataklysm, negli Ex Deo forse vi ci trovate anche male; tutti gli altri che ascoltano death metal orchestrale, epico, pompo e tarro allora potrebbero farsi la bocca buona con questo LP.
Il problema principale è che Iacono, e gli Ex Deo che sono una sua emanazione, ormai ci crede troppo e questo non va per niente bene. Già con The Immortal Wars avevo sottolineato che il problema dei “nuovi” Ex Deo post-2012 è il loro essere quasi troppo seriosi, troppo presi dal revival all’americana (sorry, canadese) dell’Impero Romano, mentre per fornire il massimo devono essere sopra le righe in ogni momento. Non voglio i profumi alla SepticFlesh dentro Boudicca e non voglio sentire i preziosi inserti del tizio dei Carach Angren, mi sembra che siano solo cose gettate dentro e che vogliono dare un tono “alto” ad un disco che non dovrebbe esserlo.
Quanto ho amato la tarraggine oscena, così piena di ignoranza crassa di Caligvla: questo sì che è un disco che vale la pena ascoltare. Non è per niente perfetto, è oscenamente ignorante e con pezzi che ti fanno salire la pelle d’oca, ma è tarro come vuoi che sia un disco degli Ex Deo. Epico, balordo e inconcludente: perfetto per una grigliata, per tirarti su il morale e quando vuoi darti lo smalto dell’italiota durante un raduno di metallari.
Su The Thirteen Years of Nero ci sono troppi elementi corretti, anche un cambio di voce dal classico growl di Iacono, e le orchestrazioni sono ragionate, cinematografiche (l’intermezzo Trial of the God) e con alcuni tocchi realmente alti. Non saprei criticarle neanche a volerlo: non sono troppo presenti, non sono stupide (anche se, a volte, sbracano e tirano fuori The Fiddle & The Fire o gli abominevoli rimandi quasi Dimmu Borgir-iani di What Artist Dies in Me) e nell’idea di trasformare questo LP in un’epica drammatica, il loro lavoro lo fanno con un’abilità notevole. E sono proprio tutti questi termini positivi che non voglio usare con gli Ex Deo, non mi ci sento a mio agio perdonatemi.
In generale, The Thirteen Days of Nero non è un brutto disco. Le idee le riciclano senza contegno dal loro passato, e ci mancherebbe anche, Sakis dei Rotting Christ ne sta facendo un’abilità conclamata da anni, ed il fatto di aver assoldato un tizio che sfrutta le orchestrazioni in maniera pacata (seppur decisamente presente – perdonate il gioco degli opposti), ha fatto sì che gli Ex Deo nel 2021 siano un gruppo maturo, capace di esprimere un concetto estremamente teatrale della loro idea di storia romana. Detti gli aspetti negativi e considerato il fatto che alcune parti di TTYoN fanno il verso a cose prodotte pre-2017, io concedo ancora credito a Iacono e spero vivamente che, prima o poi, rinsavisca e capisca che la carta vincente per progetti come questi non è la serietà, la rispondenza letteraria e neanche l’epos, ma la tarraggine brutta, sporca e grezza, quella che ti fa avere un Pandino 4×4 coperto per metà di merda di mucca ma con il tubo di scappamento grande come la gamba di Roberto Carlos.
[Zeus]

L’odore del thrash alla mattina. Sodom – Bombenhagel (2021)

Il 20 agosto è uscito un nuovo EP dei Sodom, quindi chi segue la band lo avrà già ascoltato decine di volte. Di nuovo arrivo in ritardo con le anteprime, ma tant’è, anche questa volta è andata così. Cosa bolle nella pentola dei tedeschi in questa estate all’insegna delle rotture di cazzo? I Sodom, dopo aver annullato concerti e impegni vari sappiamo tutti a causa di che cosa, fanno comunque una sorpresa ai loro fan per non lasciarli proprio a bocca asciutta. Per l’occasione viene ri-registrato un classico della band del 1987, Bombenhagel, tratto da Persecution Mania.
Di solito le ri-registrazioni portano più problemi che altro, come è successo in diversi casi più o meno recenti, ma dipende da come il lavoro viene svolto. Il buon zio Tom non cerca la produzione pompata e cristallina, non reinterpreta il pezzo, ma si limita a registrare il brano con l’attuale formazione, con una bella produzione calda e non plasticosa, arrangiandolo per due chitarre. Il risultato non mi sembra criticabile, anzi per niente, del resto rispecchia il sound attuale della band e, posso presumere, il modo in cui il brano verrà riproposto dal vivo. Certo non ha il grezzume e lo sporco della vecchia versione, ma di pulito e artefatto qui non troverete assolutamente niente. Comunque il lavoro di recupero si ferma qui, perché il resto dell’EP è composto da due brani inediti, Coup De Grace e Pestiferous Posse, che non sono altro che la dimostrazione di quanto i Sodom siano in forma. Le due canzoni sono esempio di thrash tedesco fatto come si deve e spaccano. Certo è solo una “porzione ridotta”, ma per i fan credo sia un dischetto da non lasciarsi scappare.
[Lenny Verga]

Anche Ten dei Pearl Jam compie trent’anni (1991)

Facciamo un po’ di chiarezza per chi, in questi tempi turbolenti, non capisce più cosa è mito e cosa è realtà. Succede leggendo le notizie su Facebook e informandosi dall’amico dell’amico di trovarsi a dubitare sui fatti e su quanto un tempo era realtà assodata. Nonostante tutto il tam-tam pubblicitario, Ten dei Pearl Jam è uscito prima di Nevermind dei Nirvana, anticipandolo di qualche settimana e ponendosi come uno dei punti di riferimento della scena grunge che, ad inizio anni ’90, stava dominando il Nord Est americano e, da lì a poco, anche il mercato discografico mondiale. Il fatto è che tutto è scoppiato con l’arrivo di Nevermind e, con la visibilità di Kurt Cobain, si è incominciato a pensare che i Pearl Jam fossero dei subdoli musicisti arrivati dopo.
Falso, anche se formalmente vero. Informazione contrastante, nevvero? Il fatto è che i Pearl Jam non esistevano prima di Ten e questo perché metà della band era impegnata in altri progetti poi andati in fumo a causa dello sport preferito della scena di Seattle: iniettarsi droga senza soluzione di continuità. I Nirvana erano attivi nell’underground e già incominciavano a macinare fan, ma le vere star, a fine anni ’80, non erano né loro né nessun altro se non i Soundgarden, veri beniamini del pubblico e capaci di far guardare con interesse la scena di Seattle da una stampa orma quasi sclerotizzata dall’hair metal e da quanto stava uscendo in quel periodo.
I Pearl Jam, però, non sono mai stati grunge in senso stretto, anche se, forse, questa definizione gliela si poteva appiccicare ad inizio carriera e proprio con Ten, ma l’etichetta gli è scivolata via di dosso in ben poco tempo lasciandoci alle prese con una band di classico rock che, con il tempo, ha incominciato a gravitare sempre più spesso sulle capacità compositive di Eddie Vedder e sempre meno sull’approccio “di gruppo”.
Nel 1991, però, i Pearl Jam erano tanta cosa. Erano vitali, carismatici (anche se controvoglia), ispirati e con un disco che non faceva una piega e non si prendeva le innumerevoli pause creative che, da Vitalogy in poi, hanno contraddistinto le track-list della band di Seattle. Ten era un disco con gli attributi, ben bilanciato fra esplosione giovanile, il grido di una persona che di problemi ne aveva da raccontare (e che, paradossalmente, questi problemi son diventati anche generazionali), e ci sono già quei momenti più miti in cui il classic rock americano fa capolino in composizioni molto mature per una band all’esordio.
Anche se tutta la sezione ritmica fa il suo lavoro (anche se è il basso ad uscirne vincitore in un ipotetico confronto) e il lavoro sulle sei corde del duo Gossard – McCready è ispirato e non cede un secondo, molto di quanto ci si ricorda è ovviamente dato dalla voce di Vedder, uno che con “il suo strumento” ci sa fare e che, con il passare degli anni, non ha perso granché nella capacità di ispirare e farti provare un vago, generico, risentimento verso la sua bravura e il tono di voce (contrariamente a quanto successo al compianto Chris Cornell, la cui voce è andata in gran parte a culo con il passare del tempo).
C’è poco da nascondersi quando si parla di questo LP, non ci sono i ripensamenti che si hanno con altri elementi della discografia dei Pearl Jam post-1994, Ten è un capolavoro che non sente il tempo che passa e che continua ad emozionare anche con 30 anni sulle spalle.
Non serve dirvi di recuperarlo, perché lo conoscete già e, questo, vi fa anche onore.
[Zeus]

Il nuovo singolo della Black Label Society: Set You Free (2021)

Su Spotify è apparsa la segnalazione: nuovo singolo della Black Label Society e io, come un bambino a Natale, mi son messo le cuffie e sentito in direttissima. Ormai il buon Zakk Wlylde ha capito che è l’effetto macho lascia il tempo che trova e ha incominciato il sacro percorso della presa generica per il culo. Se lo seguite su Instagram capite perché e così anche per la copertina di Set You Free, che non è certo quello che i metallari-duri-e-puri si aspettano da uno col pedigree di Zakk.
Non posso certo mettermi a giudicare il risultato finale da un singolo, peraltro ascoltato via Spotify, ma quanto esce fuori da Set You Free non è altro che BLS versione vagamente moscia. Certo, ci sono le melodie che ti ricordi senza problemi (il ritornello lo canticchi senza difficoltà dopo mezzo secondo di ascolto) e così anche il momento in cui Wylde fa vedere quanto è bravo a suonare (e che son anche i momenti più noiosi, con mille note in un assolo che, boh, ci sta ma non mi fa impazzire). Set You Free è un brano standard nella discografia della Black Label Society, composto senza neanche pensare più di tanto visto che è banale songwriting per Wylde e della rabbia, dell’energia pura e cristallina di Order of the Black non se ne vede un’oncia da una decina d’anni.
Spero di sbagliarmi e che il disco, Doom Crew Inc. in uscita a novembre, mi faccia rimangiare i commenti odierni.
[Zeus]

Quanti li odiano? Nickelback – Silver Side Up (2001)

Sto riascoltando per la terza volta di fila Silver Side Up dei Nickelback mentre l’altra metà del MayheM-Duo mi sta massacrando a Jolly (gioco di carte) durante il lockdown di gennaio. Pur tentando di giocare in maniera intelligente e pianificare in maniera oculata le mie mosse, ho una sfiga da campionato assoluto e lei mi sta tirando bastonate non da poco. Una sofferenza assurda. 
Non so perché, ma credo che la colonna sonora fornita dai Nickelback è paradossalmente perfetta. In qualche modo devo espiare le mie colpe e ascoltarmi Silver Side Up, che quest’anno compie 20 anni di vita, è un’ottima via per la mia redenzione. Almeno credo, perché se no non ho ben capito cosa fare. 
Il problema di Silver Side Up è la completa inutilità del disco, perché oltre a How Do You Remind Me, e forse un paio d’altre in misura esponenzialmente minore, il terzo LP di Chad Kroeger non te lo ricordi proprio. Ha quella stessa imbarazzante qualità dei Foo Fighters e di altre band similari: non hanno contenuti e quindi scivolano via senza intaccare la tua giornata. 
Però c’è un punto che bisogna sottolineare: i Nickelback sono inutili sì, sono francamente noiosi sì, ma non è colpa di Kroeger (che ha anche una voce decente) e neanche della capacità di creare un singolo perfetto, cosa che How Do You Remind Me è. Una canzone che è colonna sonora di metà dei party della terra e anche quel brano che passa alla radio e dopo mezza nota sai già chi la canta. Anche se non li reggo e mentre continuo a soffrire a carte mi sto riascoltando per l’ennesima volta Too Bad e mi salendo il vomito per questo disco, How Do You Remind Me è all’interno di una compilation di Spotify per i party, ci sta francamente. Non stona, non danneggia l’umore e mentre bevi come un assassino, il suo ritmo e il fatto di essere conosciuta da tutti è un fattore importante per una buona soundtrack. 
E questo anche se tutti, o almeno moltissimi, li odiano in maniera viscerale. Comprensibile, sia chiaro, visto che non forniscono niente di niente alla musica. Tirati dentro al grande calderone del post-grunge, impersonano tutto il contrario dell’efficacia viscerale del rock uscito da Seattle e dintorni ad inizio 1990. Come potevi non odiarli, tutti vestiti per bene, puliti e carucci come se, invece della bontà della musica, la casa discografica (Roadrunner Records) avesse scelto gente per creare un poster. 
Come potevi non detestare un gruppo che sembra essere l’equivalente rock delle boy-band che infestavano le onde radio di quegli anni? Se non ti senti male al pensiero di qualcosa creato in provetta, allora c’è un problema serio nella tua concezione di musica o, per restringere il campo a quanto trattiamo su questa webzine, di metal. 
Intanto l’altra metà del MayheM-duo sta distribuendo le carte per un nuovo round di Jolly e, guardando il punteggio noto che ci sono almeno 100 punti distacco fra me e lei, e so che la situazione non migliorerà in questo turno. Me ne faccio una ragione di vita e, visto che sarà una nuova “carneficina”, schiaccio nuovamente play e l’apertura con Never Again è un beffardo disclaimer a cui io, a quanto pare, non sto prestando veramente attenzione. 
Apro con i 30 punti e spero di pescare qualche buona carta, perché se no qua finisce con punteggi imbarazzanti. 
[Zeus]

Rituali magici. Wolves in the Throne Room – Primordial Arcana (2021)

Quanti di voi avevano sollevato un sopracciglio nel 2014? Lo chiedo perché in quell’anno i Wolves in the Throne Room hanno fatto uscire un disco come Celestite e, nella loro discografia, è comprensibile solo per chi fuma crack e beve Coccolino. Fortunatamente poi si sono presi una pausa di riflessione, sono andati in qualche fast food brutto e cattivo e tre anni dopo se ne escono da sotto i muschi con Thrice Woven. A mio parere un disco buono tendente al molto buono, con diversi degli elementi che ci aspettiamo dai Wolves in the Throne Room e, per una band che aveva appena cagato fuori dal vaso, ritrovare qualche certezza non è certo un brutto procedere.
Questo, almeno, è quello che penso io, poi voi potete essere come quelli che si fumano il crack e aver bramato per un Celestite part.2 e che ci volete fare? Potete sbagliare liberamente.
Thrice Woven mi era piaciuto perchè mi sembrava di sentire i Lupi alle prese con la ri-presa di coscienza di sé, lasciandomi un buon feeling e quando me lo sono riascoltato per la recensione odierna, che viene da giorni di ascolto ininterrotto di Primordial Arcana, quella sensazione di LP di “ritorno” che mi aveva lasciato Thrice Woven è rimasta intatta. Da questo sentimento son partito per l’ascolto di Primordial Arcana, ultima fatica dei WITTR uscita il 20 agosto per la florida Relapse Records. Quanti bei dischi mi arrivavano un tempo dalla Relapse, che figata, gente realmente appassionata.
Scusate il momento malinconico, ma Primordial Arcana porta a questo mood così, un po’ mesto e molto autunnale. E io che me lo sto ascoltando mentre fuori la temperatura è scesa di circa 15 gradi nel giro di 2 ore non posso che esserne preso bene. Nel 2021, i WITTR non inventano nulla, ma lo fanno con una formula ormai rodata che, solo in pochissimi tratti, suona vuota o solo poco ispirata. Le chitarre sono presenti e hanno un’importanza sempre maggiore e le spezie introdotte dal chitarrista, dicasi qualche momento più estremo o un growl più marcio, le potete anche sentire riassunte nella bombastica Primal Chasm (Gift of Fire).
Primordial Arcana mette da subito il petto in fuori e sfoderando due dei suoi pezzi più “black”, prima di scivolare verso territori in cui l’ambient e le derive atmosferiche si fanno standard (non inteso in senso negativo, sia chiaro). Ci sono evidenti rimandi alla scena norvegese, con alcune cose che potrebbero farvi pensare a Burzum (Underworld Aurora) o agli Emperor, e Primordial Arcana lo fa mischiando un certo wall of sound di stampo black ad un approccio a tratti epico e sinfonico, a tratti quasi post-rock, ma sempre con un occhio di riguardo per l’elemento vagamente folk-ish. La più lenta e dai tratti ambient Through Eternal Fields è sull’estremo opposto di quanto proposto giusto un paio di tracce dopo con Master of Rain and Storm, che gioca sugli opposti e sui cambi di tempo, percorrendo un sentiero difficile in cui epicità e oscurità si giocano il posto di rilievo all’interno del brano.
Il fatto è che se dovessi scegliere un disco dei WITTR post-2014, il mio voto andrebbe senza dubbio a Thrice Woven, che secondo me aveva dalla sua, seppur cum grano salis, una maggiore ispirazione. Questo non significa che su Primordial Arcana non vi troverete con la voglia di cercarvi una pelle di lupo da mettervi sul capo, di pittarvi la faccia e cercare monili fatti con i denti di un Grizzly, ma il giudizio finale lo guardo in termini di formula e del risultato della suddetta. Io ritengo che con Woven Thrice abbiano almeno cercato di mettere una pezza al casino post-Celestite, mentre con il nuovo LP ci sia un qualcosa che, seppur ricercata, mi è piaciuta ma senza lasciarmi realmente a bocca aperta. Voi, può darsi, che resterete fulminati da Primordial Arcana.
Non ci sono risposte giuste in questo caso, forse solo quantità di ore spese ad ascoltare un disco rispetto ad un altro.
[Zeus]

Il Nome della Fossa. Martin Popoff – Born Again: Black Sabbath in the Eighties & Ninties

Son ritornato sul luogo del misfatto e dopo essermi letto Sabotage!, mi son buttato a capofitto nella lettura di Born Again: Black Sabbath in the Eighties and Ninties. Il primo libro di Popoff era fatto talmente bene che mi son lasciato convincere a sborsare altri euro su Amazon per prendermi anche questo e, come potete immaginare, il mio giudizio rimane invariato. La qualità della scrittura è alta, con ottimi incastri fra bibliografia, raccolta delle fonti e parti scritte di propria mano; l’insieme delle tre cose è talmente bene armonizzato che non fai fatica a seguire il discorso e anche ad appassionarti ad una storia che, diciamoci la verità, è conosciuta più o meno da tutti gli appassionati dei Sabbath e, spero, anche da chi si ritiene metallaro.
Una notevole differenza sta però nell’analisi dei dischi di questo periodo travagliato del Sabba Nero. Dove in Sabotage! la parte “recensione” era ampia e con analisi molto approfondite su suoni, tecniche e altre piccolezze, in Born Again questa parte va in secondo piano e i brani sono descritti sì, ma con meno “passione”. Si nota, forse, un minore coinvolgimento di Popoff in questo periodo storico di Iommi & Co., visto che il lavoro da recensore sfegatato tiene duro fino a Mob Rules o forse lo stesso Born Again, ma poi incomincia a scemare in brevi commenti e una più generale impressione sul disco in sé.
Il fatto è anche comprensibile, visto che nel periodo ’80-’90 i Black Sabbath erano un porto di mare e una formazione ufficiale era difficile capirla, trovarla e vederla per due volte di seguito. Persino Iommi, uno che ci crede molto, sbanda e incomincia a pensare ad un disco solista per evitare di vedere, e confermare, lo sfacelo in cui si stavano gettando i Black Sabbath a metà anni ’80. Il problema, come sempre, son le case discografiche, gli interessi e tutto il circo che circonda le band e quindi ecco l’abominio chiamato Black Sabbath feat. Tony Iommi per il disco Seventh Star.
Solo vedere quel feat. Tony Iommi dovrebbe farvi capire che la situazione in casa Sabbath non era proprio una delle più rosee.
Popoff però è bravo a non lasciarsi prendere la mano e, come un narratore distante, segue l’evolversi della situazione lasciando parlare i protagonisti e dando spazio, ampio, a chi la situazione l’ha vissuta realmente. In questo contesto, per esempio, fanno sorridere i commenti di Tony Martin. Il singer britannico, il più utilizzato da Iommi post-Ozzy Osbourne, ci crede e nelle interviste per Headless Cross e Tyr spende parole al miele sulla band e sui rapporti interni, non sapendo che a) verrà sbattuto fuori senza mezze misure per far posto a Ronnie James Dio e il suo seguito americano; b) verrà richiamato in fretta e furia e per due dischi – di cui uno catastrofico come Forbidden – e c) verrà deriso in maniera alquanto meschina da Iommi nella sua biografia, intitolata Iron Man.
Pur essendo un mezzo gradino sotto Sabotage!, consiglio questo Born Again senza incertezze. La scrittura è chiara, interessante e non c’è da stupirsi se vi troverete a metà libro in un batter d’occhio; come plus inserisco che getta un po’ di luce su uno dei periodi più complessi della storia dei Black Sabbath e, per chi è appassionato della band, non può che far piacere questo approfondimento.
Tutti son bravi a dire i dischi con Ozzy Osbourne, sì anche Technical Ecstasy, ma sfido io a capirci qualcosa del periodo compreso fra Born Again ed il primo disco con Tony Martin.
[Zeus]

System Of A Down – Toxicity (2001)

La legge secondo cui le band catalogate, erroneamente o meno, come nu metal dovessero esplodere nell’arco di due/tre dischi è avvalorata anche dai System Of A Down. Il debutto non l’ho mai trovato esaltante, ma aveva di certo il suo carattere, mentre Toxicity era già il canto del cigno della band. Tankian&Co. all’epoca non lo sapevano ancora che avevano sparato la loro miglior cartuccia del caricatore, quindi si intestardirono a buttando fuori prima Steal This Album! e poi il doppio Mesmerize – Hypnotize che definire per la maggior parte dimenticabili non è affatto lontano dalla realtà dei fatti. Il fatto che questi due ultimi siano ancor più inutili di Steal This Album! potrebbe essere messo in relazione con il fatto che Malakian si fosse messo in testa di essere quello che non è (un cantante) e un abile songwriter? Non lo è, e la prova la potrebbero fornire anche i Scars on Broadway. Ma la stessa cosa si può dire di Serj Tankian, che è di certo un vocalist dotato ma che da solista non l’ho cagato neanche di striscio. 
In definitiva il meglio lo hanno prodotto insieme, gestendo alla meglio due ego ipertrofici e facendo uscire Toxicity nel 2001. Mentre tutti giochicchiavano con le melodie mediorientali, i System Of A Down ci davano dentro per bene ma nascondendo bene la patina esotica sotto una serie di distorsioni, e le influenze del Medio Oriente saltavano fuori qua e là nel riffing (i piccoli inserti su Shimmy e via dicendo) o nella voce di Tankian che non seguiva il normale trend del vocalist metal. Uniteci melodie catchy (la stessa Toxicity è incazzata più di facciata che di fatto, visto l’ampio utilizzo di melodie e parti in clean) e l’essere incasellati alla stregua di Slipknot, Limp Bizkit e via dicendo e potete capire il perché hanno fatto il botto. 
All’epoca i System Of A Down erano radiofonici da abbracciare un’ampio spettro di pubblico, ma rimanevano heavy da non arrossire quando li si incasellava nel comparto metal, mentre i testi politicizzati e l’attitudine vagamente alternative faceva presa anche su quella fetta di pubblico che era sul confine fra alternative e metal. 
Erano talmente bilanciati che anche il sottoscritto è finito a sentirli a apprezzare Toxicity, buttando su quell’LP nei momenti in cui non avevo voglia di cose realmente pesanti. Per questo motivo Toxicity non è invecchiato male, perché non picchia come un fabbro per il gusto di picchiare e non è smielato senza motivo, quindi continua a prenderti per la capacità di creare un buon giro “pop” e radiofonico in un contesto metal. 
Peccato che Malakian e soci non se ne siano accorti che avevano trovato la loro gallina dalla uova d’oro, finendo per diventare parodia di sé stessi e facendo concerti, a quanto dicono chi li ha visti, a dir poco freddi e senza nerbo. 
I System Of A Down hanno tentato con tutte le forze di non essere intrappolati nelle maglie del nu metal, credo che ci abbiano messo anche una buona dose di buona volontà e onestà d’intenti, ma più sono corsi distanti da quel termine immondo, nu metal, più hanno impersonato il cavaliere che scappava dalla morte in Samarcanda di Roberto Vecchioni. 
[Zeus]

Svarttjern – Shame Is Just a Word (2020)

Ci sono dischi che ti capitano in mano nel momento giusto e questo Shame Is Just a Word degli Svarttjern è esattamente questo: il CD giusto al momento giusto. I norvegesi non inventano nulla di nuovo, ma quando li ho riesumati dalla to-do list, mi hanno tirato su il morale – il quale era stato ampiamente distrutto dall’ascolto dell’ultima fatica dei tedeschi Groza.
Gli Svarttjern sono una succursale degli ultimi Carpathian Forest, visto che ci suonano ben tre quinti dei componenti, e quello che propongono è un black-thrash bello grezzo, in parti uguali aggressivo e melodico, che ha dalla sua dei riff affilati, il marcio e quel “tiro” che è componente essenziale in dischi come questo e che mi ha fatto innamorare immediatamente dei Ravencult.
Shame Is Just a Word contiene poche puttanate, i pezzi durano una media di 3/4 minuti, a parte Melodies of Lust che ne dura sei ed è anche il pezzo che dopo un po’ perde quel cazzodurosenzafuturo che io mi aspetto da un disco come questo. Il pezzo “più lento” non lo vedo come un fattore negativo, pur allungando un po’ la minestra i norvegesi mantengono un sudiciume notevole, grazie al lavoro di chitarre e alle vocals di HansFyrste, il quale, finalmente, non prova ad essere niente di diverso che un tizio che vomita di tutto nel microfono con astio e perversione palpabile.
Forse l’unica critica che mi viene da muovergli ai norvegesi è che nella seconda metà del disco si sente, a volte, un po’ di appannamento nelle idee, ma tutto sommato rimangono pezzi che tirano bene, con i riff che hanno quell’attitudine tutta circolare del thrash, e mi son trovato comunque a far headbanging con il sorriso sulle labbra.
Io voglio dischi così, ignoranti e senza pensieri. Sono sinceri e senza pretese di essere chissà cosa.
Non mi stupirei di sentirmi uno degli LP degli Svarttjern, che non si differenziano poi così tanto uno dall’altro, quando ho la giornata è in fase di stanca e ho bisogno di qualcosa che mi distragga. Shame Is Just a Word è il tipico disco che metti in macchina e abbassi i finestrini così da rompere le balle agli sventurati che ti stanno accanto, mentre tu ghigni sereno, con la testa ballonzolante e il ticchettio delle dita sul volante a seguire i passaggi in doppia cassa.
[Zeus]

Groza – The Redemptive End (2021)

La stupefacente imprenditorialità satanica che contraddistingue i tedeschi, mi ha sempre portato a reputare i gruppi della terra dei crauti e dello stinco un miscuglio di gente che ci crede e che, anche quando non arrivano all’eccellenza, si lasciano ascoltare proprio perché sono band rozze, zozze e che non vogliono assolutamente farsi piacere.
L’approccio dei bavaresi Groza, invece, mi ha stupito e lasciato perplesso. Escludendo il debutto del 2018, che mi ha irritato solo vedendo la copertina presa di sana pianta da Hekatomb dei Funeral Mist e che quindi ho tralasciato, questo The Redemptive End è l’espressione di una band che, di idee proprie, non ne ha. Non ne vuole neanche avere, visto che si cibano senza problemi del sound degli UADA e lo risputano fuori senza la minima vergogna.
Non c’è canzone in questo disco che non possa essere associata all’act americano, non c’è passaggio che non ti ricordi Cult of a Dying Sun o Djinn e la mia attenzione è rivolta solo a cercare di capire quale canzone hanno saccheggiato – ed il brutto è che riescono nell’intento di metterci dentro anche qualcosa degli Mgla, giusto per non farsi mancare niente. E questa cosa mi disgusta parecchio, perché posso anche apprezzare una band che arriva a formare un proprio percorso partendo da un genere già esplorato, vedasi gli stessi UADA o i portoghesi Gaerea, ma almeno quelli hanno la sensibilità di partire da quel punto e cercare, in qualche modo e con risultati più o meno positivi, una via quantomeno personale.
Ai Groza questa cosa fa schifo.
Non so cosa dire, ve lo giuro, perché qua dentro c’è solo la copia degli UADA. I Groza suonano bene e le composizioni le ascolti, ma per tutto il disco l’unico pensiero che ho è il seguente: “questa è solo una cover band” e a me, ‘sta cosa, sta proprio sul cazzo.
Imbarazzanti.
[Zeus]