Un gioco di specchi. Dark Tranquillity – Moment (2020)

Alla luce dei fatti, i Dark Tranquillity non hanno mai prodotto un brutto disco; neanche We Are the Void può essere considerato brutto tout-court, ma piuttosto risulta vagamente inutile con punte di bruttura e inconsistenza. Nell’evoluzione musicale del post-2000, che possiamo far partire dopo le sperimentazioni di Haven, c’è stata stabilità ma pochissima inventiva, tanto che ci sono dischi di cui è difficile ricordarsi un brano e dove inserirlo in una discografia di quasi sei dischi.
I Dark Tranquillity hanno intenzionalmente portato avanti una rigorosa fedeltà a sé stessi, scansandosi di poco da un modello consolidato ma che ha ridotto l’attrattiva verso i dischi con il passare del tempo. Logico che con l’abbandono di Henriksson prima e Sundin poi, qualcosa nel songwriting doveva cambiare; non per altro perché, con il passare degli anni, il comando delle operazioni è stato assunto dal duo Jivarp – Brändström. Basti guadare i credits di Construct, Atoma e il nuovo Moment per capire l’evoluzione intercorsa nei Dark Tranquillity dal 2010 a questa parte. 
Ecco perché, al momento dell’annuncio dei nuovi singoli, mi sono messo paziente all’ascolto di Atoma. Che è paradossale, lo so, ma se devo capire cosa sono gli svedesi nel 2020 devo partire da cosa sono diventati nel 2016. 
Atoma, pur non ricordandomelo benissimo, era un buon disco. Diverso dal solito, ma almeno era un tentativo serio di riprendere in mano le redini di quello che era diventato un processo compositivo a tratti stantio e sclerotizzato. 
I singoli che hanno incominciato a girare su Spotify erano The Dark Unbroken e Phantom Days. Visto che non usciva niente di nuovo dei DT da 4 anni, mi son confrontato immediatamente con una vecchia volpe come Crazy Jester, spiegandogli un mio personale dubbio sulla prima delle due canzoni: perché dura quasi 5 minuti e mi da l’impressione di non partire mai? Scoperto che era della mia stessa opinione, mi son avventurato sul resto del disco che, per fortuna e dovere di cronaca, non è come The Dark Unbroken.
Moment ha uno “strano” feeling che lo fa rientrare nello stesso campionato delle ultime prove in studio dei Paradise Lost. Il disco è senza dubbio un prodotto nuovo, concepito in maniera diversa togliendo dall’equazione il ruolo importante delle chitarre per concentrare molto dell’impatto sul trittico voce-batteria-tastiere, ma è anche una serena rilettura e rielaborazione di alcune sonorità post-2000. Quindi Moment torna a ripensare il proprio passato per poter proseguire ed ecco perché solo dopo molti ascolti capisco perché Phantom Days mi verrebbe quasi da inserirla in Character, mentre altre canzoni sono espressione dei Dark Tranquillity post-Atoma. 
Avendo eliminato il ruolo centrale del riff (e quello dei soli, che in molti casi sembrano posticci), Stanne&Co. hanno gestito un disco in cui ci sono poche vere accelerazioni ma una maggiore propensione alle raffinatezze melodiche indotte dalle tastiere o dalle clean vocals di Stanne (Remain in the Unknown, giusto per citarne una). Se vogliamo, Moment aggiunge qualche spruzzata gothic e, nonostante lo abbiate già letto su tante testate da grandi, tutti i supposti rimandi al periodo Projector non ci sono visto che mancano due elementi che hanno reso quel disco importante nella discografia dei DT: a) l’elemento naif e b) il ruolo comunque centrale delle chitarre elettriche. 
Tutto questo non vuol dire che Moment non sappia regalare degli ottimi momenti, visto che canzoni come Identical to None o Standstill sono comunque capaci di regalarti delle emozioni; e, non sono le uniche che riescono a prenderti bene, pur non avendo quel tocco in più che Atoma aveva preannunciato e a cui i Dark Tranquillity, forse a causa delle continue rivoluzioni di formazione, non hanno saputo dare un seguito concreto. 
Il nuovo percorso iniziato con Atoma viene confermato anche con Moment, LP che pur ricalcandone molti tratti salienti non ne è una copia e, anzi, prosegue l’evoluzione del songwriting in termini di maggiori suggestioni ritmiche e di tastiera/elettroniche. 
[Zeus]

Upon a Burning Body – Southern Hostility (2019)

Certi momenti della settimana mi prendono male e tiro delle somme, tutto sommato provvisorie e senza un necessario riscontro nella realtà quotidiana. Sono degli appunti mentali, cose da fare, sentire o valutare. Il normale, direi. 
Quando salgo sul patibolo e incomincio a ragionare sulla prossima recensione, che sia un omaggio a dischi del passato o qualcosa di nuovo, mi chiedo cosa trova, nel 2020, un nuovo adepto del metallo. Sapendo con mestizia che molti dei generi che mi hanno spinto nelle braccia dell’heavy metal sono morti, o sono entrati in precoce cancrena, prima del 2000, con solo pochissime eccezioni di band storiche che continuano a tirar dritto senza sentire il peso degli anni e della voglia di monetizzare, un giovane metallaro alle prime armi cosa trova nel panorama? 
Detto anche che i generi più gettonabili per un novizio, come il metalcore o derive ‘core, sono in uno stadio strano visto che affondano le loro radici in un mondo quasi “medievale” per chi adesso entra nella pubertà o nel metal, alla fine cosa resta di moderno? 
Certo, cose come il djent o altre contaminazioni più o meno estreme stanno incominciando ad allargare i confini dell’heavy, con tanto di partenza verso territori post-, uno dei possibili approdi al metal è quella del revival. O, meglio, della rivisitazione. Perché parlare di Pantera, che erano all’apice nel 1994, ad uno che compie adesso 15 anni e approccia il metal è fargli un favore ma anche renderlo perplesso. Meno se incominciamo a citare i Lamb of God, attivi ancora adesso e sicuramente più conosciuti, o le nuove leve del metalcore. 
Forse per questo è necessario trovare una band come gli Upon a Burning Body. Non sono niente di speciale, sia chiaro, però mischiano tutte e tre le componenti sopra descritte: un terzo Pantera, un terzo Lamb of God e poi ecco il metalcore. E così gli UaBB distribuiscono anche la tracklist di Southern Hostility.
Se il confine fra i primi due è meno visibile, anche perché fino a Reinventing Hatred i Upon a Burning Body pescano senza scrupoli negli insegnamenti delle due band citate, a partire dalla settima traccia i texani devono aver finito i riff nel cassetto e disfano il mood con ampie palate di metalcore.
E, sarò forse vecchio e rincoglionito, ma non ne capisco il motivo. 
Perché se vuoi essere cattivo e brutto, tira dritto con il fare redneck e almeno spezza il collo degli ascoltatori senza pietà. Rendimi felice con badilate di groove e violenza, non cercare a tutti i costi di farti piacere da tutti e tutte. Prendi il coraggio, e anche se mi rielabori senza troppa originalità il sound che fu di Pantera, comunque senza il tiro a cazzoduro di Dimebag&Co, e poi dei Lamb of God, almeno mi dimostri che non è solo facciata quella mi mostri.
Che sotto a tutto hai almeno in parte un paio di cojones.  
Posso accettare che mi sporchi tutto con le derive ‘core e mi fai il breakdown come su King of Diamonds o semplicemente rendi il tuo songwriting semplice e accessibile come in The Champ is Coming e Burn. Non me la prendo, perché se devi rileggere un genere e adattarlo al 2020, qualcosa devi cambiarlo. 
Se no mi ascolto direttamente Vulgar Display of Power, che il groove te lo sbatte in faccia meglio di molti dischi venuti dopo.
Quello che non sopporto è l’occhiolino strizzato a voler stare senza pudore in due scarpe diverse. E questo i Upon a Burning Body lo fanno nella tripletta finale, dove escono tutti i crismi del metalcore moderno. E niente, non sono da lapidare perché suonano questo genere, in fin dei conti ha un mercato e gente che lo ascolta, ma questa svolta non ha coerenza con quanto prodotto per due terzi del disco. 
E questa cosa non la sopporto, perché è come fare una pizza con lievito madre, con ingredienti DOC e DOP e poi, alla fine, ci metti sopra il kiwi e la simmenthal. Cazzo, no!
E lo dico per rispetto per chi ascolta sia il groove metal moderno, sia il metalcore/’core in generale. In un disco ci vuole coerenza, se no finisce per essere un’accozzaglia di cose messe insieme tanto per…
Per due terzi del disco, gli Upon a Burning Body giocano duro, poi si lasciano andare e abbracciano senza rimpianti il trend e la grande tetta del mercato commerciale.
E penso che questo riassuma un po’ tutto di Southern Hostility.
[Zeus]

Marilyn Manson – We Are Chaos (2020)

Ho smesso di sentire realmente Marilyn Manson nel lontano 2000, all’epoca di Holy Wood (In the Shadow of the Valley of Death), ma credo di stare esagerando e l’ultimo disco che ho sentito interamente è stato Mechanical Animals. Nei successivi 20 anni di vita e pubblicazioni discografiche, ho dedicato poche attenzioni a Manson; sì e no qualche veloce ascolto in occasione dei singoli, ma mai un disco intero. Non era più qualcosa di interessante per me, forse perché aveva perso anche quell’accezione “malvagia” che lo aveva circondato per anni nella seconda metà degli anni ’90
Ovviamente sempre tenendo conto che qua in Europa le Chiese le bruciavano davvero e lo show non era limitato a strappare una Bibbia, cosa che comunque, nell’immaginario americano, deve essere uno scandalo incredibile. 
Nonostante la perdita di “ruolo”, quello che è innegabile è che ogni uscita di Manson è sempre stata accolta da una spasmodica attesa, anche se in lento declino post-2000, e questo è di certo un punto importante per descrivere l’importanza del Reverendo nel panorama metal moderno. Quando è uscito We Are Chaos volevo riservagli lo stesso trattamento degli ultimi x album che ha fatto uscire, ma visto che son ritornate misure restrittive e lockdown anche qua in Austria, allora mi son preso il tempo per riascoltare il percorso musicale di Manson – giusto per capire come si è arrivati a questo disco del 2020. 
Il percorso del Reverendo Manson è chiaro e quanto troviamo dentro We Are Chaos stupirà chi riprende solo ora in mano Marilyn Manson, ma non chi lo segue da anni. Perché Mr. Warner, nel 2020, non ha alcuna intenzione di stupire, non vuole essere trasgressivo e non gioca neanche sulla volgarità gratuita. Manson, in We Are Chaos, è come un crooner che decide di accarezzare e non colpire e così disegna anche la musica. Molta melodia, molte ballad che ti rimangono anche incollate alla mente (Solve Coagula, We Are Chaos) e anche il genere musicale è molto distante da quella mutante forma di industrial che mi ricordavo dai tempi che furono. Ci sono elementi quasi country/southern, declinati in versione apocalittica come Broken Needle, e poi anche i richiami ormai non proprio nascosti a David Bowie. Quello che piace, però, è la coesione che traspare dalle tracce, non c’è qualcosa che stona e tutto suona organico. 
Se volessi usare un termine che mi vergogno ad associare a Marilyn Manson potrei dire che We Are Chaos è un disco adulto, maturo, dove il singer americano si spinge oltre il suo ruolo “classico” e forse ormai un po’ stantio, per prenderne uno diverso e forse più adeguato al passare del tempo. 
Io non so a che livello di Manson siete rimasti, quello di Mechanical Animals o le versioni successive; ma questo di We Are Chaos è un singer maturo che ha preso una decisione importante su sé stesso e il disco che ne esce contiene uno spettro musicale ampio e capace di descrivere fedelmente questa versione 2.0 del Reverendo. 
A scanso di equivoci, We Are Chaos è effettivamente un buon disco… in fin dei conti di questo si tratta e questo è l’importante. 
[Zeus]

Erano un bel ricordo, Green Day – Warning (2000)

Sfido chiunque della mia età a non aver mai avuto fra le mani un disco come Dookie; nel 1994 girava tipo la peste o il COVID, e così anche il successivo Nimrod del 1997. L’album di mezzo, Insomniac, non me lo ricordavo neanche, giusto per dire. Quel disco, Dookie, conteneva una serie di canzoni coverizzate dalla chiunque ai concerti e Basket Case, When I Come Around erano usate spesso nelle compilation delle feste (ma in realtà appariva spesso anche Good Riddance). Dookie era il disco della gioventù e senza apparire scontato, anche il miglior prodotto uscito dalla penna di Billy Joe, uno che post-Dookie deve essersi visto svuotare la creatività con una velocità incredibile e aumentare il conto in banca. Questo lo dico perché, evitando di parlare dell’album di mezzo che non conosco, già Nimrod era altalenante e non sempre all’altezza della situazione. Però aveva un fattore positivo dalla sua, era decisamente meglio di Warning, un LP che contiene sì e no 3 pezzi decenti (title trackMinority di sicuro, la terza dovete cercarla bene) e poi una serie di brani flatulenti e pedanti, tanto da risultare noiosi senza possibilità di rivalutazione visto che festeggiano vent’anni. La tendenza a contaminare il punk melodico con una serie di altri generi non è nuova, vedasi le mirabili evoluzioni dei Social Distortion incominciate nel 1990, ma è la vacuità del songwriting dei Green Day nel 2000 che fa paura. Billy Joe voleva fare il grande, espandendo il sound originale e provando a giocarsela contro il nuovo trend proveniente dalla Britannia, ma quello che ne uscì era robetta senza sugo e che non ti saresti ricordato neanche a volerlo. In altri termini, con un solo disco i Green Day mettono una bella pietra sopra quella che chiamiamo creatività. 
Non li ho persi di vista neanche dopo questo flop, principalmente perché mi è rimasta la curiosità di vedere come si stava scavando la fossa una delle band che giravano alla grande durante il periodo delle superiori. Che tu lo voglia o no, qualche ricordo è connesso anche alla loro musica.
Erano un bel giocattolo i Green Day, ma si son rotti troppo presto continuando comunque a portare avanti lo show senza il minimo senso del pudore. E lo dico senza rimproveri, sia chiaro. Bisogna pur mangiare e/o pagarsi gli sfizi. 
Dopo Nimrod, e in misura minore questo Warning, i Green Day hanno perso anche i miei ascolti più o meno distratti, ma sono certo che hanno acquistato una serie di fan nelle generazioni successive che, vuoi per l’età o altro, non erano così legate a dei ricordi specifici e da dischi che, pur lontani dal mio genere, erano in qualche modo generazionali e non solo delle compilation di canzonette. 
[Zeus]

Il Nome della Fossa: Mark Lanegan – Sing Backwards and Weep: A Memoir (2020)

Il periodo del lockdown mi ha dato modo di leggere una quantità incredibile di libri, anche se non tutti riguardanti il rock/metal visto che trovarne di qualità per il Kindle non è proprio facilissimo.
Uno dei libri che ho aspettato per diverso tempo è quello di Mark Lanegan: Sing Backwards and Weep
Ho approcciato il libro con una certa arroganza, lo ammetto, venendone punito senza pietà.
Di Mark Lanegan conosco bene il suo percorso musicale, dagli esordi con i misconosciuti Screaming Trees (band che pochi cagano di striscio) alla sua carriera solista ed il passaggio nei Queens of the Stone Age, e non mi sono nuove neanche le sue travagliate peripezie personali; con queste premesse mi son trovato a pensare che questo libro non era altro che a) una auto-celebrazione, b) un resoconto di cose che sapevo già, ma raccontate in prima persona. 
Errore grossolano, il mio.
Ripeto, sono fan di Mark Lanegan da moltissimi anni, da prima che molti della mia città ne scoprissero le sue capacità canore e finissero per renderlo feticcio del movimento alternativo da bar, ma quello che mi son trovato di fronte leggendo Sings Backwards and Weep mi ha lasciato a bocca aperta.
A partire da una prosa avvincente e senza peli sulla lingua che ti tiene attaccata alle pagine, quello che stupisce in maniera positiva è la capapcità di Mark Lanegan di raccontarsi dall’adolescenza fino alla disintossicazione con un candore e un’onesta a dir poco brutale
Il risultato? Lanegan, nella sua stessa biografia, ne esce malissimo.
Di pagina in pagina, si viene a scoprire che Mark non era nient’altro che una testa calda pronto a far a botte con chiunque fosse nei dintorni, aveva un carattere a dir poco di merda, era un drogato senza speranza ed era capace di indulgere in ogni atteggiamento discutibile. 
In pratica racconta l’essenza del rock’n’roll, e il tutto senza il belletto che ci mettono sopra le biografie autorizzate dove sembra che i musicisti si drogano e poi sono persone belle, pulite e senza problemi. 
No, in Sing Backwards and Weep questo non avviene. La miseria raccontata in questo libro pareggia quella contenuta nei Diari dell’Eroina di Nikki Sixx e, se vogliamo, anche in Life di Keith Richards.
Come Nikki Sixx, Lanegan racconta la sua dipendenza crescente senza nascondere nessun particolare ributtante e l’ironia e il sarcasmo, comunque presenti, sono spesso soffocati da un’aura pesante, che però non mina la leggibilità e “scorrevolezza” del libro.
Non ci sono trilli e/o grandi rivelazioni in nessun momento del libro, se non alla fine, e con il passare delle pagine si scivola sempre più nell’inferno personale dell’ex Screaming Trees, fino ad arrivare al punto più basso in cui Mark Lanegan diventa un barbone, capace di sfruttare le proprie compagne per procurarsi la droga, con una band in rotta (gli Screaming Trees post-Sweet Oblivion non riescono a gestire le aspettative della casa discografica), senza reale interesse per la musica e, infine, a pieno titolo un tossicodipendente terminale. 
Pur essendo un fattore centrale, l’eroina/la tossicodipenza non sono il cardine del libro. Certo, hanno un posto di rilievo visto i trascorsi di Lanegan, ma il singer americano non trascura l’aspetto importante della sua vita: l’essere un musicista e, prima di tutto, un amante della musica. Questi elementi sono ben descritti, anche se la sua condizione fisica e mentale dell’epoca non lo rendono qualcuno con cui è facile lavorare e/o andare in tour (chiedere agli Oasis o ai Ministry). Quindi ecco che buona parte del libro è riservata anche agli aneddoti della scena di Seattle, gli esordi con gli Screaming Trees e i rapporti con i fratelli Conner (Gary Lee Conner viene descritto come patetico e infantile), la sua nascente carriera solista e il rapporto con gli altri musicisti della scena.
Anche questo punto, ovviamente, può far salivare i nostalgici del grunge; ma ricordatevi le premesse che ho fatto: Lanegan, in questo libro, si racconta candidamente e, all’epoca, era una persona di merda. Quindi viene sì menzionata l’amicizia con Kurt Cobain, ma sono più i rimpianti che altro quello che ne esce; parla di Dylan Carson degli Earth, ma mai in termini musicali e infine non può mancare il rapporto di amicizia sincera con il suo compagno di eroina e cocaina: Layne Staley. Tutti questi personaggi ed eventi fanno luce su quello che Seattle e dintorni era alla fine degli anni ’80 e, ovviamente, dopo l’esplosione di Nevermind.
Sing Backwards and Weep è probabilmente uno dei libri più metal che abbia mai letto, senza essere in alcun modo metal. Trattando di tutto con candore e sotto forma di penitenza scritta, Lanegan non cerca in nessun modo di costringerti giustificarlo. Non vuole apparire meglio di quello che è (impressione che ho avuto dopo aver letto il libro di Rex Brown) e non fa altro che raccontarsi e raccontare il tutto senza filtri. 
Dopo la lettura, Lanegan ne esce fuori sì come un personaggio “schifoso”, ma che alla fine riesce a redimersi, trovare una propria sobrietà e un percorso di vita/musicale. 
Se volete una lettura avvincente e siete stufi di leggervi l’ennesima biografia di cartapesta e/o l’ennesima disamina di quanto erano fighi i Metallica con Cliff, allora Sing Backwards and Weep è il libro che fa per voi. 
[Zeus]

Diego Armando Maradona, la mano de Dios.

In queste pagine mi sono spesso avventurato in metafore calcistiche, anche se la mia carriera come calciatore è stata quantomeno inutile e mai oltre il livello del calcetto con gli amici. Il motivo, credo, è che le storie sportive mi piacciono, quando sono ben raccontate hanno dentro un’epica incredibile e molti dei protagonisti ne escono fuori come deus ex machina o eroi, a volte senza macchia e paura, a volte figure tragiche.
Questo perché l’aspetto sportivo era predominante, capace di lasciare il sottoscritto bambino a bocca aperta per certi gesti tecnici (e non sto parlando solo di calcio, ma di sport in generale). Nel caso di Maradona è stato diverso, perché la sua personalità extra-calcistica era talmente grande da rivaleggiare con la padronanza dello strumento: i piedi e il pallone. Maradona era gesto sportivo e ribellione, era la punizione sotto l’incrocio contro la nobiltà del calcio (la Juventus) e i rapporti con la mafia e le droghe. L’ho visto giocare diverse volte alla televisione, così come sono uno di quelli che ha seguito le partite di Italia 90 fremendo e appassionandosi per una squadra, gli Azzurri, che poteva essere grandissima ma si è infranta contro l’Argentina dell’amato/odiato Maradona. Ed ero davanti alla televisione per seguire i Mondiali del 1994, dove due talenti si davano battaglia a distanza. Il primo, Roberto Baggio, era una figura tanto epica quanto tragica di quel torrido Mondiale; il secondo era ovviamente il rientrante Diego Armando Maradona, anche se ormai stava percorrendo la parabola discendente della sua carriera calcistica.
Io, il suo sguardo allucinato nella telecamera, me lo ricordo ancora.
Però Maradona era anche questo gesto di rivincita forsennato, ma non lo si può inquadrare in così poco spazio, perché dubito che ci sia uno sportivo che non si sentirebbe ispirato da un pezzo di storia del calcio come la serpentina contro l’Inghilterra del 1986. 
Diego era il calciatore che si ti dava l’idea di divertirsi con il pallone, di amare il gioco del calcio e, nello stesso tempo, il personaggio pubblico che viveva ancora più veloce in quella Napoli che, per molti anni, l’ha celebrato come un dio in terra e che ha continuato a vivere sotto la sua pesante ombra anche quando Maradona ha abbandonato il Napoli, il San Paolo e il calcio italiano. 
Oggi, a 60 anni, è morto uno dei simboli del calcio mondiale.
Genio e sregolatezza la chiamavano quella forma d’arte che riusciva a combinare l’incredulità sul campo da gioco ad una vita vissuta al limite. Ecco, Diego Armando Maradona era questo. Niente di più, niente di meno. 
Che la terra ti sia lieve. 
[Zeus]

At The Drive In – Relationship of Command (2000)

Con un po’ di colpevole ritardo sulla scaletta di pubblicazione, riesco a riprendere in mano anche gli At The Drive In. Non che ne sia mai stato un vero fan, ma mi sembrava un peccato non riportare l’attenzione su un disco importante come Relationship of Command
Il punk, e la seguente evoluzione nel post-punk e derive simili, non sono mai stati il mio brodo musicale primordiale. Non sono partito dai Sex Pistols e neanche da altre band punk. Forse è per questo che sono il peggior recensore possibile degli At The Drive In e/o il migliore, visto che li guardo sotto una lente meno “partigiana”. 
Al tempo il duo Cedric Bixler – Omar Rodriguez era presente su tantissime testate musicali, e non sto parlando esclusivamente di quelle metal. Anche mensili di musica più alternativa corteggiavano la band, e avrebbero proseguito a tesserne le lodi compositive anche quando formarono i Mars Volta. Mi era praticamente impossibile non incontrare il loro nome, o quello degli At The Drive In, in quello e quell’altro articolo. 
Son quasi certo di averne ascoltato anche qualche estratto di questo Relationship of Command, recuperato con il sudore della fronte tramite metodi a dir poco alternativi e pioneristici. Non mi ricordavo, prima di riprenderlo in mano per questa celebrazione, come suonasse in realtà. Credo di essermi sempre immaginato il suono degli At The Drive In e non averli più tenuti a mente. Alla prova dei fatti, il disco è al contempo estremamente bello e in molte parti altrettanto noioso. Lo so, parlare male di un LP come questo è da fucilazione, ma vi ho detto che non sono un fan di questo post-punk/post-hardcore o alternative. Ormai le categorie sono così liquide che non si capisce bene dove inizia una e finisce l’altra. 
Nel 2000 la band di Bixler è capace di spaziare attraverso una serie di emozioni e suoni mutevoli e mai banali, cosa che sanno anche gli ATDI, ovvio. Il fatto è che i veri grossi picchi di questo album, canzoni che mi ricordo per una linea melodica, un ritornello o l’efficacia totale del brano, subiscono il contraltare di pezzi molto più cervellotici e, a mio personalissimo gusto, noiosi. Non sono un fan della voce di Bixler, quindi mi disturba un po’ il suo modo di approcciarsi alla canzone, ma ci sono diversi momenti in cui il rapporto musica – voce è talmente perfetto, che si condensano in un’unica soluzione e qua, per me, gli At The Drive In sono qualcosa di eccezionale. 
Probabilmente sono questi i momenti in cui si capisce perché la band americana deve avere un posto nell’Olimpo della musica: la capacità di trovare, anche se solo per un breve momento, la completa perfezione è merce rara.
Ormai ascolto ininterrottamente questo Relationship of Command da n-volte e credo che mi farò bastare questi ascolti per molti, ma molti, mesi. Ma voi non fate come me e gettatevi senza riserve su un LP che offre moltissime chiavi di lettura e una profondità musicale che, vi assicuro, non vi stuferà. 
[Zeus]

Riff e attitudine, in ricordo di Malcolm Young. AC/DC – Power Up (2000)

A pensare che gli AC/DC hanno una carriera discografica più vecchia del sottoscritto e sono ancora capaci di tirar fuori un Power Up, mi fa riflettere sulla sfacciata svogliatezza della mia vita.
Lo dico sapendo che tanto non cambierà un cazzo, visto che il sottoscritto non sa suonare una nota una e che, per quanto riguarda la musica, si rimette alle abili mani di chi sa suonarla e prova a parlarci sopra.
Ed è così anche con il diciottesimo disco di Young & Co. Esce il nuovo LP degli AC/DC e non ne parli? Anche se, con buona probabilità, è l’equivalente di incontrare un vecchio amico che conosci da una vita e che, per quanto si sia evoluto nel tempo, sarà esattamente come te lo ricordavi. 
Power Up riesce nell’intento di rimettere un po’ di pepe in quella formula compositiva che è la ricetta base su cui si fondano il 92% delle canzoni degli AC/DC. Il fatto è che la band australiana, a partire dal 2000 con Stiff Upper Lip, ha incominciato due processi concomitanti: il primo è rallentare la frequenza delle uscite discografiche (cosa che però possiamo far risalire al 1990 con The Razors Edge) e il secondo è quello di diventare la band del popolo, quello che ascolta gli AC/DC alla domenica e che vede i concerti degli australiani come l’happening da 130 Euro ma che non sa cosa significa vivere la musica, solo essere presenti. 
Discorso del cazzo, lo so, perché i concerti vanno avanti anche così… ma cristo, un po’ di risentimento mi piace buttarcelo dentro a sta recensione.
Sul primo punto non posso che comprendere lo sfinimento di un gruppo che aveva iniziato a calcare i palchi negli anni 70 e quindi la volontà di non far uscire troiate a valanga; sul secondo appunto, invece, non è colpa loro. Che ci possono fare, se la gente li tratta alla stregua di un passatempo innocuo?
Però questo fattore è supportato da una produzione discografica che, dal 2000 in poi, ha dato dei segni di cedimento sotto il profilo del colpo killer e hanno incominciato ad uscire dischi sempre più “di maniera” (buone maniere, ma comunque tali). Sia Black Ice che Rock or Bust avevano dentro alcuni buoni brani, ma non erano due grandi dischi. Forse forse il primo meglio del secondo, ma credo che il giudizio su Rock or Bust sia offuscato dal fatto che è il primo senza l’apporto concreto di Malcom Young al songwritingE, credo, il disco ne risente in qualche modo. 
Cosa che, invece, Power Up non sembra soffrire. Probabilmente Angus ha avuto il tempo di metabolizzare la perdita del fratello nel 2017 e mischiando vecchi riff di Malcom e materiale nuovo, è riuscito nell’intento insperato di produrre un disco vivo, eccitante e vibrante come non sentivo da molti anni. Sono 40 minuti di puro hard rock, che forse forse cede il passo in qualche sparuto passaggio tirato su di maniera, ma di fondo è dritto e cazzuto dall’inizio alla fine. Ci sono i riff che conosciamo, i soli, i cori e le linee vocali di Brian Johnson sono semplicemente ispirate e vi ritroverete a canticchiarle senza neanche accorgervi. 
E vi posso assicurare che i due singoli, Realize Shot in the Dark, descrivono bene Power Up, ma non hanno metà del tiro feroce che si porta dietro una Witch’s Spell o Rejection, la classica canzone AC/DC che ti fa fare headbanging e air guitar. Fanculo, sarà almeno la ventesima volta che mi ascolto questo disco e continuo a trovarlo bello. Vorrà dire qualcosa, no? 
Voi non fate gli stronzi e ascoltatevi Power Up, perché questi giovanotti stanno arrivando ai 70 anni e quando smetteranno di farvi piovere sulla capoccia tonnellate di riff e attitudine rock, chi cazzo prenderà il loro posto? Gli Airbourne direte voi. Ok, fatemeli durate per 20 anni senza esplodere e riciclare i riff degli AC/DC e poi incominciamo a parlare seriamente con che buco d’autorità musicale ci andremo a confrontare. 
[Zeus]

Anaal Nathrakh – Endarkenment (2020)

In questo 2020, dove tutto sembra andare a puttane più di quanto sarebbe anche solo lecito immaginare, gli Anaal Nathrakh se ne escono con Endarkenment e subito sento una scossa, un tremito, nella forza. Che sia il momento buono per raddrizzare la barra di quest’anno di merda? In fin dei conti lo diceva anche De André, dai letame nascono i fiori, e se questo 2020 non è catalogabile come montagna di letame, non so che altro dire. 
Quindi, con un po’ di ritardo rispetto al normale (ma dovevo sbrigare un po’ di cazzi e mazzi chiamati sopravvivenza quotidiana), butto su Spotify il disco e tutto mi sembra più chiaro, meno ossessivo. Sarà che sono suscettibile a causa della permanenza forzata in quattro mura casalinghe, non tanto per il lockdown ma piuttosto perché la gente ha incominciato ad impazzire di brutto, ma Endarkenment suona al contempo brutale e accessibile più di molti altri dischi del duo inglese. 
Ormai anche Mick Kenney ha trovato la formula per la creazione del brano Anaal Nathrakh e non credo di insultare qualcuno dicendo che da un po’ di dischi a questa parte c’è una sorta di costanza compositiva e/o di intelligente mestiere (e se anche, oh, leggetevi altre webzine di musica… ce ne sono a bizzeffe e molto migliori di questa). Detto questo, ci sono anche le variazioni sul tema e quindi ecco che le voci rincorrono momenti quasi heavy metal/epici e non disdegnano di calibrare ritornelli furbescamente quasi pop nel loro essere deviati e brutali. 
Come ha detto il buon Skan, vi ritroverete a canticchiare A Thousand Cocks mentre state impastando la pizza, cagando o facendo la spesa. Non è cosa da poco, visto che era più semplice far uscire una mezza cazzata piuttosto che inserire il ritornello in clean in un contesto extreme, facendolo suonare comunque organico. Non nuovo, visto che sono anni che le clean vocals fanno capolino nelle canzoni degli Anaal Nathrakh, ma di certo memorabile. Non mi aspetto molto di più di quello che trovo in Endarkment, perché dal duo Kinney – VITRIOL non voglio nient’altro che una compilation di disgusto, odio, violenza e quel tocco di british humour/humour nero che solo loro riescono a trasportare in musica. Non lo voglio e, ragionandoci sopra con maggiore freddezza, è probabile che non vogliano neanche loro proporre delle reali novità, dato che sono anni che il modus operandi è quello e, in termini di “prevedibilità”, ci sono diversi momenti in cui sai già cosa aspettarti dalla canzone. 
Dall’altro lato, però, alla fine del disco ti regalano una piccola perla come Requiem e già capisci che tutto il songwriting per lo più identico è intenzionale, un trademark avviato, e quando vogliono stupire, gli Anaal Nathrakh, lo fanno e senza farsi troppi problemi. 
Endarkenment cresce lentamente, facendosi strada nelle maniere più disparate: a volte ti piglia bene per le parti in clean (che contrastano con le variazioni di growl di VITRIOL), ti fa sorridere per l’oscenità dei testi (questo è extreme metal, signori e signore, se non avete lo stomaco sentitevi altro) e spesso ti fa sentire a casa per quel mix brutale di black metal e grind/industrial.
In generale, Endarkenment è un toccasana per questo 2020 di merda, 
[Zeus]

Figli di Satana o di un dio minore. Thokkian Vortex – Thy Throne Is Mine (2020)

Grazie all’attiva Non Serviam Records ci arriva tra le mani il secondo album dei Thokkian Vortex.
La band creata da Lord Kaiaphas, noto ai più per la sua appartenenza ai norvegesi Ancient, a cui si aggiungono membri provenienti da varie scene, compresa quella mediorientale, attinge a piene mani dalle origini della scena black ma non si limita a voler riportare in auge il “true” sound. Consci che probabilmente non è rimasto molto da inventare all’interno di questo genere, cercano di prendere più elementi possibili e di metterli insieme per creare un album dove, cito testualmente le parole del leader “le canzoni non suonino tutte allo stesso modo”.
Il risultato, niente di clamoroso in realtà, è piuttosto sorprendente. 
Dal black della tradizione figlio dei Mayhem si passa per quello dei Satyricon fino a degli accenni di black n’roll; ci sono echi di Limbonic Art nell’uso delle tastiere in alcune tracce, ci sono elementi atmosferici ed epici che fanno pensare agli Emperor. Ma ci sono anche rimandi ai Mercyful Fate, soli di chitarra dal gusto classicamente metal, effetti, parti recitate, clean vocals. Insomma un bel calderone, però quello che mi sorprende è che ho ascoltato il tutto molto volentieri, senza annoiarmi ed ho trovato nello scream di Lord Kaiaphas l’elemento che tiene insieme il tutto, perché un minimo di continuità è necessario per dare coerenza ad un lavoro, altrimenti risulterebbe un’accozzaglia di canzoni messe insieme a caso.
Oltre a tutto ciò, la band inserisce come penultimo brano la cover di un pezzo folk del 1970: Come To The Sabbat dei Black Widow, con tanto di flauti. Se non è coraggio questo…
I Thokkian Vortex giocano la carta della varietà compositiva rischiando non poco, muovendosi spesso sul filo del rasoio, ma il rischio a volte ripaga: i pezzi sono tutti validi, le intenzioni saltano subito all’orecchio. Probabilmente in molti non le condivideranno ma personalmente, sarà anche colpa del periodo che stiamo passando che mi fa sgorgare insofferenza a mille, sono contento di non aver ascoltato la “solita solfa”. Degno di nota anche l’artwork ad opera di Moonroot.
[Lenny Verga]