Belphegor – Blood Magick Necromance (Nuclear Blast – 2011)

Metal, sesso e bestemmie.
Potrei riassumere così il concetto che si nasconde dietro i dischi degli austriaci Belphegor. Niente di male, sia chiaro, questo è quello che vogliamo e cerchiamo da Helmuth Serpenth. Facessero dischi raffinati, con il mignolino alzato e la sciarpa intorno al collo parlandoci di retrospettive cecene con piani-sequenza lunghi milioni di anni sarebbe da prendere a calci nel culo.
Invece no, e per fortuna!, Helmuth&Co. continuano a proporre quello che è il trittico micidiale del death-black metal: Metal-Sex-Satan.
Con i Belphegor sono partito da Bondage Goat Zombie e, pur esprimendo la componente di cui sopra (il disco è dedicato al Marchese De Sade e la componente sadomasochista era a mille), non mi aveva colpito appieno. Sarà stato il suono o il momento di passaggio fra il sound più ruvido e sgraziato di Pestapokalipse VI (che nel frattempo ero andato ad ascoltarmi) e quello che sarebbe venuto, ma i Belphegor nel 2008 erano una creatura indefinita.
Con il 2011 e l’uscita di Blood Magick Necromance, Helmuth tira le fila del discorso e il suono si fa lucido e molto in linea con gli standard Nuclear Blast, tanto che un mio amico, ascoltando il disco, ha esclamato: “mi si stanno DimmuBurgizzando!”.
Vero, la pulizia sonora è quasi plastica, ma funzionale ad un sound che richiama sempre di più la compattezza e lo spessore apocalittico dei Behemoth.
Il fatto di aver pulito molto il suono e continuando a marciare dritti su un sentiero sempre più orientato verso un corposo death metal a tinte black (quello che i più furbi e intelligenti chiamano blackned death metal) ha giovato a Blood Magick Necromance. Un suono troppo sporco, troppo black e da cantina, non avrebbe fatto uscire quella strana e malata componente ritualistica che, in qualche modo, gli austriaci hanno piazzato dentro a questo disco.
Le canzoni si muovono su un costante midtempo e ci sono concessioni alla melodia. Un mix che, a seconda dei gusti e di quando li ascoltate, può piacere o meno e che vi farà canticchiare il ritornello della title track o mimare, se non lo conoscete, il tedesco della traccia Discipline Through Punishment.
A me, personalmente, B.M.N. piace.
Le canzoni ci sono, si sente che ci credono in quello che fanno e pur non variando troppo di brano in brano come andamento, i brani si fanno ascoltare e non ti vien voglia di schiacciare skip e andare avanti con quello successivo.
Dopo 6 anni continuo ad ascoltarmelo questo disco che, con tutti i se e i ma del mondo, qualcosa vorrà pur dire, no?

[Zeus]

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Paradise Lost – One Second (1997)

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Vent’anni fa usciva One Second dei Paradise Lost.
Mi ricordo la mia faccia dopo che, appassionato di Icon Draconian Times, mi son ritrovato a sentire One Second. I dischi precedenti, Gothic per esempio, non mi avevano mai preso troppo, mentre quando partiva Embers Fire era tutta un’altra storia.
L’alcool non è riuscito a distruggere quel periodo e neanche ad offuscarlo, quindi Icon è rimasto il mio disco dei Paradise Lost per un lungo, lungo periodo – almeno fino all’arrivo di The Plague Within, ma questo è un disco diverso.
Torniamo a One Second. Qualche giorno fa stavo parlando di questo disco con Skan e ci siamo chiesti: come cazzo fanno i pezzi di One Second a non passare in radio?
Ascoltateli bene e vedete che hanno tutti i crismi per essere singoli della programmazione radiofonica di una qualsiasi stazione radio rock, anche italiana. Va da sé che qua, per rock, si intende passare due volte Welcome To The Jungle e poi un misto fritto con Vasco Rossi e Ligabue… avete capito l’antifona, no?
I Paradise Lost nel 1997 si rompono il cazzo di essere metal (si vede che la gnocca era in costante diminuzione causa avvento grunge e nu metal) e incominciano a fare dischi con il singolo che potrebbe piazzare tanti soldoni in banca e gnocca sulla ceppa – cosa che, visto che chiamano Paradise Lost e non hanno il ritmo pop o la basa tunz-unz dei gangsta amerrigani, è difficile – e sfornano un CD che è lucido come la testa di Kojak. Le chitarre si fanno più sottili ma rimangono metal/rock, keyboard/samples ed elettronica sono in deciso aumento ed ecco che piazzano quello che poi diventerà il gothic-bagna-lolite che tutti conosciamo e targato metà anni ’90.
Non mi viene neanche da fare la recensione track-by-track perché inutile (e non ho voglia di farla) e quindi mi limito solo a dire che tutti i brani, tredici per la precisione, sono singoli e sono dannatamente catchy. 
Tredici brani – tredici singoli
, cazzo!
Dopo One Second, punto più alto della loro conversione al sound “piacione da AOR”, i Paradise Lost incominciano a perdere la bolla e i dischi si stemperano in soluzioni sempre più lontane dal metallo che amiamo e poi, visto che i fan si spaccano la minchia di rincorrere la band dentro sonorità leggerine e friabili, ritornano in sordina anche dischi metal sciatti e poco intriganti.
Questo, almeno, fino l’arrivo del succitato The Plague Within, che è un cazzo di gran disco e mi ha fatto ritornare la voglia di ascoltare i Holmes&Co. dopo un periodo di chicazzoselinculastidischimosci?
Basterebbe questo per dare credito alla capacità compositiva degli inglesi.

[Zeus]

Mgła – Exercises In Futility

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Pochi dischi contemporanei hanno avuto su di me l’impatto che ha avuto questo Exercises In Futility dei polacchi MgłaUscito esattamente due anni fa (04 settembre 2015), il disco l’ho ascoltato nella sua interezza unicamente dopo il concerto visto al Colony Open Air di questo luglio. Motivo? Quando sento troppo hype ed eccitazione verso una band contemporanea, mi viene sempre il grandissimo dubbio di rincorsa alla recensione paracula e leccaculo.
Errore che proverò a non rifare nel prossimo futuro, ma non ci conto troppo.
Gli Mgła, progetto del leader M – già con i notevoli Kriegsmachine -, hanno dietro di loro la classica gavetta fatta di Split, EP e, infine, le prove sulla lunga distanza, fra cui segnalo With Hearts Toward None
Exercises In Futility
, rispetto a WHTN, pulisce leggermente il suono e lo rende fruibile in maniera più liscia. Perde l’aspetto più “minaccioso”, ma le spirali formate dalle chitarre e dal lavoro eccellente della batteria di Darkside (estremamente funzionale e fondamentale per quello che è il suono dei Mgła suono che è lontano dalle esperienze norvegesi, svedesi o finniche) sono stringenti e creano l’atmosfera perfetta su cui inserire i testi – elemento su cui poi ritorno-, sempre dello stesso M.
Impressiona nel disco, ed è così per ciascuna delle sei tracce presenti nel CD, la capacità di creare un’atmosfera ossessiva che poi culmina nell’apice sonoro o in un improvviso momento di rilascio, che rallenta la canzone garantendole quell’aria e interesse che il mero assalto all’arma bianca avrebbe diminuito.
Altro aspetto che ci tengo a sottolineare è la qualità dei testi. Rispetto alla qualità media delle lyrics del black metal, funzionale all’espressione del concetto Satana + Odio ma in molti casi troppo banali e/o secondari rispetto all’aggressione sonora, in Exercises In Futility troviamo dei testi ben concepiti. La cifra stilistica è quella della disperazione, nichilismo e misantropia, ma la costruzione, spesso impreziosita da metafore e giochi di parole, fornisce un secondo piano di lettura che aggiunge sfaccettature alla musica.

[Zeus]

Airbourne – Breakin’ Outta Hell (Spinefarm – 2016)

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Mannaggia la vacca, sono anni che continuo a blaterare sul fatto che gli Airbourne sono solo una copia degli AC/DC e adesso, 2017 D.C., mi ritrovo a recensire l’ultimo disco in studio: Breakin’ Outta Hell. Sto seriamente pensando di appendermi al chiodo e farla finita, un tempo avevo più spina dorsale.
Facciamo la recensione veloce e indolore, come la nota pubblicità. Breakin’ Outta Hell è esattamente come ve lo potete aspettare, perciò una copia degli AC/DC con tanto testosterone in più dato dalla settantina di anni in meno di Angus Young & Co, ma senza l’attitudine gangster che solo uno come Phil Rudd può possedere. Vecchia generazione 1 – nuova generazione 0. C’è poco da fare, se hai venti centimetri di pelo sullo stomaco non ti ammazzano questi sbarbatelli che saltellano sul palco facendo la cover band dei brani cover della tua band.
Breakin’ Outta Hell Rivarly partono forte, non lo nego, ma è l’effetto orchite che provoca il disco dopo la terza volta che lo metti nel lettore Cd a farti assomigliare ad un canotto e far esclamare alla tua ragazza: “hai nascosto un panda nei boxer o stai ancora ascoltando gli Airbourne?“.
Sto ancora ascoltando gli Airbourne, ahimè, ma il filetto di panda è comunque pronto per finire in padella.
Questo è in sostanza il problema della band australiana dei fratelli O’Keeffe: se sei un fan hardcore degli Ac/Dc, potrebbero anche piacerti gli Airbourne e potresti anche apprezzare i quattro nuovi CD tutti uguali e tutti votati allo stesso rock’n’roll suonato anche dallo “scolaretto” Young; se non sei un fan degli Ac/Dc, dopo il primo sfrigolio di adrenalina, ti trovi a cercare di fare la tabellina del 17 mentre ascolti il disco e son cazzi.
Uomo avvisato, mezzo panda salvato.

[Zeus]

https://www.youtube.com/watch?v=gTYZWJEaOUA

 

Ignite – Our Darkest Days (2006)

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Me l’avessero detto qualche anno fa che mi sarei messo a recensire un disco di melodic hardcore punk, mi sarei messo a ridere. Tanto anche.
Ma sono tempi difficili in cui imbecilli patentati sparano bombe a caput minchia e gente che fa ancora programmi come l’Isola dei Famosi. Sono tempi difficili di disoccupazione, globalizzazione, terrore, inquietudine e veganesimo.
Brutte annate queste, permettetemi di dirlo.
Visto che TheMurderInn non è sorda a queste problematiche, anche se ormai l’udito fa cilecca causa concerti, eccoci a recensire un disco di questo tipo. Una mosca bianca nel panorama delle recensioni del sito/blog.
Ma, signore e signori, sticazzi, no? Siamo qua per divertirci, perciò non me ne sbatte una fava.
Our Darkest Days è uscito 11 anni fa e suona ancora attuale: vuoi che le tematiche non si discostano poi molto da quello che viviamo attualmente, vuoi per i valori universali delle canzoni di Zoli Teglas (anche con Pennywise per un disco e con la Zoli Band), ma il melodic hardcore punk della band americana riesce ad entrarti in testa.
Dove la musica è tutto niente più che discreta (al melodic hardcore punk non si chiede certo qualcosa di spettacolare se non suonare grintoso e accattivante), a farla da padrone è la riconoscibile traccia vocale del singer e mastermind della band – il succitato Zoli. Il cantante ungaro-americano ha una voce abbastanza squillante e la capacità di creare chorus memorabili che, di questo genere musicale, sono uno dei biglietti da visita (insieme a quella capacità di metterci, ogni 3×2, un coretto “ohh ohhh ohhhhhhh”, che tanto fa saltare il pubblico e sorridere il sottoscritto).
La tripletta iniziale (escludendo la velocissima Intro) detta legge e poi il disco segue quelle coordinate per tutti i 35 minuti di durata.
Vorrei fare un inciso su due canzoni poste proprio in chiusura dell’edizione da studio del CD. Premetto una cosa: io non reggo gli U2. La band irlandese ha fatto qualche buona canzone certo, ma li reputo sopravvalutati in maniera oscena. La cover di Sunday Bloody Sunday fatta dagli Ignite, però, è molto buona, tanto che mi ritrovo a mugugnarla mentre lavo i piatti – mannaggia a me, sto rincretinendo.
Secondo appunto è per Live For Better Days. La canzone chiude Our Darkest Days in tono malinconico e elettroacustico ed è una piccola perla (come sempre, musica banalotta, ma voce/linea vocale molto buona). Dopo qualche minuto di silenzio parte una canzone in ungherese che, paradossalmente, suona interessante pur non essendo, la lingua magiara, una fra le 3 lingue più melodiche in assoluto.

[Zeus]

Amorphis – An Evening With Friends At Huvila (Nuclear Blast – 2017)

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Nomen Omen, direbbero i recensori con le palle, parlando degli Amorphis. Bisogna dar ragione a questi recensori sapienti e chiedersi: quante pelli hanno cambiato i finlandesi Amorphis dal 1991 ad oggi? Quanti, e quali, sound hanno attraversato, sperimentato e rimaneggiato questi sei musicisti?
Qualche giorno fa stavo parlando della band con un amico, TheCrazyJester, e stavamo cercando di dire quale disco degli Amorphis sarebbe da proporre da un novizio per fargli capire chi sono questi finnici. Se porti Tales… o Elegy (scelte facili e dischi amatissimi da entrambi), ecco che ti perdi le evoluzioni successive del sound. Se porti Tuonela/Am Universum vedi una sfaccettatura rock della band, ma non riesci ad apprezzare il profondo cambio di direzione che ha portato Tomi Joutsen con il suo ingresso nella band da Eclipse in avanti.
Per questioni di cuore ecco che io metto sul piatto Skyforger, disco della seconda giovinezza della band che reputo eccellente; TheCrazyJester, invece, butta sul piatto Under The Red Cloud e, a pensarci bene, non è una scelta così sbagliata. L’ultimo disco in studio non ha la qualità eccelsa di Tales from the thousand lakes o Elegy o le ritmiche rock quasi seventies di Tuonela, ma ha un po’ di tutto dentro: melodia, death metal, ritmiche orientaleggianti, folk, Kalevala e tutto l’armamentario della band dal 2006 in avanti.
Mi scazza sempre dargli ragione, ma far partire un novizio degli Amorphis con Under The Red Cloud è una scelta che ha le sue buone ragioni.
Tutto questo cosa c’entra con An Evening with Friends at Huvila, il live album uscito sei mesi fa per la Nuclear Blast? Il fatto è che questo live è una sorta di best of della band, ma in chiave semi-acustica (qualche briciolo di elettricità c’è e si sente), ma è l’ennesima esibizione di poliedricità della band finnica. I brani, tratti da quasi tutti i dischi della band (da Tales…, per motivi d’arrangiamento presumo, non è stata inserita nessuna canzone), sono reinterpretati in chiave folk-jazz con tanto di flauti e sassofoni a punteggiare canzoni che, nate elettriche, sono state riconvertite all’acustico senza perdere di splendore. Un sospiro ti sale quando senti partire My Kantele Alone (le due canzoni più “datate” nella set list), ma anche ai nuovi brani presi dalla discografia con Joutsen giova il trattamento folk-jazz intimo.
Ascoltare gli Amorphis interpretare queste canzoni in questa versione è come incontrare un pugile fuori dal ring e parlare di pittura (esempio del minchia, lo so). Dove prima c’erano i guantoni e la tensione, adesso c’è un’atmosfera rilassata. Un cambio interessante.
Se può essere un motivo in più per approcciare questo disco, sappiate che in Her Alone c’è anche la partecipazione come guest di Anneke Van Giersbergen e non credo serva dire altro.

 

Delirium X Tremens – Troi (una seconda opinione)

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Qualche tempo fa, Skan ha recensito il nuovo disco dei bellunesi Delirium X Tremens: Troi. Sono mesi che mi riprometto di dire la mia opinione su questo disco e solo oggi mi sono deciso ad approcciare la cosa.
Vuoi te che conosco i Deliri da moltissimi anni e, ad ogni loro uscita, mi prodigo per recuperare il loro CD, ma recensire un loro disco è difficile e foriero di (mia) sventura nonché di possibili (dicasi, probabili) castroni.
Come cerco di spiegare sempre: se sei un fan, meglio che cerchi un hobby diverso da quello del recensore.
Non imparerò mai; quindi mi sono gettato anima e corpo nell’ascolto ossessivo del disco. All’inizio ci avevo sbattuto il grugno e non avevo trovato quello che volevo. Sarà che il precedente Belo Dunum, Echoes From The Past era un disco tanto rivoluzionario, quanto tradizionale, per i bellunesi che mi è rimasto impresso in maniera molto positiva. Se poi tenete conto che Belo Dunum l’ho assimilato per ben 5 anni prima di sentire Troi, capirete che l’approccio alla nuova fatica in studio partiva sotto una brutta stella.
Mai giudizio fu superficiale e avventato.
Dove Belo Dunum era paradossalmente quasi di facile assimilazione (in relativamente pochi ascolti, riuscirete ad assimilare alcuni punti chiavi dei brani e così renderli fruibili in breve tempo), Troi parte subito con un approccio meno diretto, meno lineare e memorizzabile. In altri termini, una canzone come (la stupenda) Artiglieria Alpina in Troi non la trovate. Non la trovate non perché ci sia qualità inferiore o meno ricerca o quant’altro. Non la trovate perché l’approccio che hanno avuto i Delirium X Tremens in questo disco è diverso e così l’unica traccia che richiama Artiglieria Alpina, Spettri nella steppa, ha bisogno di molti ascolti prima di trovare la chiave delle (molte) sfumature che la contraddistinguono: il cantato, il testo, la musica, le contaminazioni e tutto lo spettro di soluzioni scelte dalla band per rendere, in musica, la drammaticità della ritirata alpina dalla Russia.
Sempre Skan, nella sua recensione, parlava appunto di un approccio a tre teste: pezzi più diretti e brutali, pezzi con più contaminazione e brani che sono contaminati al massimo. Non posso che concordare e, come lui, sono affascinato più dai brani contaminati dalla tradizione montanara e alpina, le nostre montagne, rispetto a quelli più diretti, straight forward (usando i termini di chi sa recensire), e quadrati. Forse perché i pezzi più contaminati sono quelli più personali, quelli in cui la rielaborazione del death metal della band assume un carattere più maturo e cangiante. Brani come Col di Lana, Mountain of Blood o la stessa Spettri nella Steppa sono la testimonianza diretta che non è necessario andare a scavare nella mitologia vichinga per risultare epici e tragici nello stesso tempo; abbiamo storie di eroismo, valore, genio e sangue anche nelle nostre terre e nella nostra tradizione.
Tutto bello, direte?
Diciamo che è difficilissimo tirare le fila del discorso a causa della premessa che ho anticipato all’inizio del pezzo. 
Troi 
è indubbiamente un buon disco e ha alcuni ottimi momenti, ma ci sono tracce che, pur avendo una logica all’interno del concept del disco, non mi hanno fatto impazzire (Owl è forse il brano che meno mi ha impressionato).
Lo so che l’avventura dei Delirium X Tremens parte, ufficialmente, con l’LP CreHated From No_Thing ma, forse, è con Belo Dunum… che i bellunesi si sono tolti le vesti della “solita” band death metal e sono diventati una nuova formazione.
Se guardiamo a questo dato e poniamo il 2011 come data di partenza dei “vecchi-nuovi” DXT, attendiamo il terzo disco per la definitiva conferma del valore della band.

[Zeus]

I (Nuclear Blast – 2006)

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Volevo parlare dei Mgła, ma ho deciso di spostarli fra qualche giorno e sparlare di un disco che, chissà per quale motivo, salta fuori nel mio iTunes: il disco è l’omonimo degli I di sua granchiosità Abbath. Perché il chitarrista norvegese, fra una birra e l’altra, si diverte anche a cazzeggiare alla grande.
Gli I sono proprio questo, cazzeggio puro. Sì, ci sono stati i Bömbers, ma là dentro Abbath si è limitato a rendere omaggio ai Motörhead; negli I il frontman fa finta di stropicciare un po’ il sound più acchiappone degli Immortal (non c’è, fidatevi), ci spruzza dentro tanta epicità & heavy metal e un po’ il fritto misto del sound nordico (grazie anche alle lyrics di Demonaz Occulta) e tira fuori otto tracce che non rivoluzionano la storia della musica, ma che una quarantina di minuti te li fa passare. E, vi dirò, sono quasi propenso a preferire questo prodotto Nuclear Blast (il tocco si sente dannazione) anche al disco di Demonaz (March Of The Norse del 2011) che, per motivi a me sconosciuti, mi intriga per i primi minuti e poi decade velocemente preferendogli l’ignoranza alcolica di questo progetto del 2006.
E questo è quanto di meglio si possa chiedere ad un disco uscito per puro divertimento.

Se proprio devo scegliere, mi prendo questo I piuttosto del disco solista di Abbath dell’anno scorso. Vuoi la mancanza di Demonaz alle lyrics, vuoi che aveva un paio di canzoni decenti e poi c’era un vuoto totale, vuoi che probabilmente era una prova giusto per vedere la reazione dei fan e vendere il suo merchandising inguardabile (e, allo stesso tempo, stupendo nella sua ignoranza da alcolista perso), ma ABBATH – il disco – è inferiore a I.

[Zeus]

Rotting Christ – A Dead Poem (vent’anni dopo)

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da web

Come fai a superare un disco eccezionale come Triarchy Of The Lost Lovers (uscito nel 1996)? Se lo sarà chiesto anche Sakis Tolis, mastermind dietro tutti i dischi passati, presenti e futuri dei Rotting Christ.
O forse no e se ne sarà sbattuto le balle continuando sulla strada del keep the spirit alive.
Il livello di adorazione che abbiamo a TheMurderInn per i greci Rotting Christ è a livello hooligans, perciò riusciamo a trovare motivi di gioia e gaudio anche in Sleep Of The Angels del 1999 (il loro disco più debole ad oggi), figuriamoci quando abbiamo un disco come A Dead Poem che, di momenti buoni, ne mette insieme diversi.
Ho fatto il passo del gambero ubriaco con i greci, partito con Triarchy… sono passato a Thy Mighty Contract e poi via col passo a zig-zag a seconda dell’umore.
Il mattino ha l’oro in bocca, cita il proverbio, e io vedo Sorrowfull Farewell e Among Two Storms che mi tengono là con gyros e tzatziki a festeggiare un nuovo dischello degli amati greci. Perché vuoi te le contaminazioni con quel mood inglese (maledetta Albione) e il sound un po’ gothic e un po’ Paradise Lost che ha stroncato le gambe a tanti gruppi dell’epoca, ma Sakis&Co. non si fanno spaventare più di tanto e lo maneggiano inserendolo nel loro sound e non facendo il processo contrario.
Credo che il processo si chiami contaminazione e non svaccare, ma dovreste chiedere delucidazioni a recensori più sapienti di me.
La svolta gothic-piaciona di alcune band mi aggrada (in certo modo), soprattutto quando sono nel mood giusto. Non ho voglia di un sound pesante, non ho voglia di sbattermi troppo ed ecco che un dischello di metà anni ’90 con quelle atmosfere ti fa arrivare a sera senza troppe bestemmie. Questo per dire che, all’ascolto e in retrospettiva, non parto prevenuto e, vi giuro, non gliene voglio neanche che hanno cambiato logo.
Poi anche i greci sbanderanno un po’ con Sleep Of The Angels, ma teniamo presente che i Rotting Christ sono un gruppo che, dal lontano 1986, tengono alto il PIL della Grecia con millemila tour e dischi ogni 2/3 anni, perciò un minimo di incertezza gliela si può concedere.
Ma su A Dead Poem sono ancora in bolla e recuperarlo, a distanza di vent’anni, è ancora un bel sentire.

[Zeus]

God Dethroned – The World Ablaze (2017)

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Dopo l’esibizione scazzatissima al Kaltenbach Open Air, l’idea di sorbirmi un disco dei God Dethroned non era nella top ten delle mie priorità. Sia chiaro, gli ultimi due dischi (Passiondale e Under The Sign Of The Iron Cross) mi sono piaciuti e mi ritrovo ad ascoltarli nei momenti più disparati, ma l’atteggiamento di merda di Henri Sattler mi aveva indisposto.
Lo so che è un ragionamento di merda, ma visto che questo non è un mestiere ma una passione, posso permettermi di avere il cazzo girato quando do i soldi e la band timbra il cartellino.
Detto questo, e non serbando rancore, mi guardo i due video dell’ultimo The World Ablaze giusto per capirci qualcosa del loro ritorno sulle scene. Mi sparo la doppietta The World Ablaze e On The Wrong Side Of The Wire e ridò fiducia alla band.
Mossa sbagliata al 50%, credetemi.
Perchè i God Dethroned del 2017 sono lontani compagni di quelli del 2010 (anno di pubblicazione di Under The Sign Of…) e in The World Ablaze, la band fa uso e abuso del mid-tempo che è, a tutti gli effetti, la soluzione più scontata per un disco di death metal con tematiche dedicate alla guerra.
Un po’ come quando giochi a calcio e, per evitare di fare qualche bel cross o rischiare un passaggio difficile, ecco che incominci a far melina con il pallone e rompi il cazzo in maniera improponibile alla gente che ti guarda.
In questo disco ci sono alcune canzoni che ti fanno ben sperare, che te la fanno annusare, ma poi il resto è un midtempo continuo e indefesso. Può piacere le prime tre volte che lo ascolti, ti farà scapocciare (se non l’hai sentito mille altre volte prima), ma lo sai tu e lo sanno anche loro che non durerà nel tempo.
The World Ablaze è un dischello di mestiere di una formazione rimessa insieme che si prende e si molla più delle pseudo-star della nostra televisione.
Sette anni di stop dal precedente disco si sentono tutti, perciò vediamo se TWA è solo una buca imprevista sul percorso o Henri Sattler& Co. sono ormai spompi di idee.

[Zeus]