Bruce Springstenn & The E Street Band: Live in New York City (2001)

C’è un binomio inscindibile nella mente di moltissimi rocker e questo riporta: Bruce Springsteen più la E Street Band. Sono parole che stanno a braccetto alla perfezione, come la birra e una giornata calda o il panino con la mortadella. 
Il Boss, nel 1980/1990, era una creatura inquieta, ormai arrivato al successo grazie ad una serie di dischi che dire memorabili è poco; il problema sorse quando il mondo dei “grandi” batte un colpo e Bruce si fece lusingaere da mille idee, progetti e chissà che cosa. Risultato? La fine della E Street Band e, di conseguenza, l’uso di session man per la registrazione dei suoi dischi.
Da questo punto in poi arrivarono gli alti e i bassi della sua discografia (fino ad allora a prova di proiettile), anche se nel 1990 esce The Ghost of Tom Joad, la cui title-track mi emoziona ogni volta.
Forse ci voleva la separazione dalla E Street Band per far ritrovare il brio al binomio, perché nel 1990 non sarà né la prima né l’ultima volta che Springsteen uscirà da solista per comunicare il suo messaggio, ma la qualità dei dischi usciti è sensibilmente diversa a quanto uscirà post-reunion. 
Nel 2000 si sente aria nuova, forse il Boss prende consapevolezza della sua situazione o è insoddisfatto, ma tant’è e da qui nasce la reunion. Dopo 11 anni di separazione, il Boss ritorna a calcare i palchi di tutto il mondo con la sua band, da cui prenderà spunto questo Lp, Live in New York City, e poi il successivo The Rising del 2002.
Live in New York City è un disco grande, eccessivo e pieno di vita, come ti aspetti i concerti del Boss. Sono due ore di musica che coprono il passato della sua produzione discografica, ma anche il futuro: American Skin (41 Shot) Land of Hopes and Dreams non usciranno che una decina d’anni dopo questa serie di concerti.
Come spesso succede dal vivo, le versioni proposte variano, dando l’accento rock a composizioni originariamente eseguite come pezzi folk (Atlantic CityYoungstown), versioni crepuscolari di alcuni classici (The River, eseguita solo con pianoforte e sassofono), l’inclusione di If I Should Fall Behind da Lucky Town e poi tutto il carosello di citazioni che mette all’interno di Tenth Avenue Freeze-Out. Questo è quello che ci si aspetta da Bruce Springsteen, almeno nell’accezione rock.
Il Boss è un cantautore a cui sta stretto il termine rock’n’roll e spesso, per raccontare le sue storie, si getta nel folk e quindi escono Nebraska, il già citato The Ghost of Tom Joad e lo spettacolo Springsteen a Broadway uscito qualche anno fa. 
Mi sembrerebbe di farvi un danno a raccontare cosa significa vedere un concerto di Bruce Springsteen, la sensazione di partecipazione, di essere all’interno di un rito collettivo che è lontano anni luce da ogni negatività, ma che ispira unicamente gioia e voglia di vivere.
Quello che mi stupisce ogni volta è che mi esalto per canzoni che hanno una componente profondamente personale e che, con il classico twist di cui sono capaci solo i grandi, riesce a diventare generale e spesso adattabile alla propria situazione. 
Non so quanti di voi si prenderanno il tempo di sentirsi questo LP per intero, ma se potete fatelo. Non importa se fermate la vostra vita e lo ascoltate con quel giusto pizzico di riverenza che si riserva ad un artista che ha contribuito a scrivere pagine di rock o se mettete Live in New York City come sottofondo. 
L’importante è che il ventennale di questo disco non passi inosservato, perché è nel 2000/2001 che ci viene restituito il Boss e, con lui, la E Street Band. E da quel momento non si è più fermato, registrando dischi con una cadenza impressionante (uno ogni 2/3 anni), forse non sempre di eccellente qualità, ma sicuramente spanne sopra a certi prodotti riprovevoli usciti nel primo e secondo decennio del 2000. 
[Zeus]

Sponsored Post Learn from the experts: Create a successful blog with our brand new courseThe WordPress.com Blog

WordPress.com is excited to announce our newest offering: a course just for beginning bloggers where you’ll learn everything you need to know about blogging from the most trusted experts in the industry. We have helped millions of blogs get up and running, we know what works, and we want you to to know everything we know. This course provides all the fundamental skills and inspiration you need to get your blog started, an interactive community forum, and content updated annually.

Come la Coca Cola al gusto vaniglia. Tobias Sammet’s Avantasia – The Metal Opera, pt.1 (2001)

L’espressione Metal Opera deve essere una di quelle che fanno venire il mal di pancia a diverse persone anche solo all’idea, un po’ come la Coca-Cola al gusto vaniglia. C’è una ristretta cerchia che apprezza, ma la maggior parte preferisce astenersi. 
Se non sapete cosa s’intende per Metal Opera, è presto detto: un concept album dove diversi cantanti interpretano diversi personaggi all’interno di una storia. Come l’opera classica, però metal. E della durata di gran lunga inferiore in durata alle canoniche tre ore abbondanti.
Il mio rapporto con questo tipo di proposta in realtà non è del tutto negativo, anzi, ma non grazie al qui presente progetto del cantante degli Edguy. Prima di questo esordio, che comunque conobbe un certo successo, un tale olandese di nome Arjen Anthony Lucassen con il suo progetto Ayreon portava il concetto di metal opera al livello di capolavoro. Ed è proprio da qui, dal top nel suo genere, che sono entrato in contatto ed ho imparato ad apprezzare questo tipo di lavoro.
Il problema di quando scopri qualcosa partendo dal meglio che può offrire è che tutto il resto sembra insipido, scarso. Quindi è facile intuire che l’ascolto di The Metal Opera, pt. 1 degli Avantasia non mi abbia entusiasmato. Se anche cercassi di evitare paragoni con altri progetti, trovo ancora questo album piuttosto noioso,  poco coinvolgente, con alcuni momenti interessanti verso al fine, ma dimenticabile per quasi tutto il resto. Sarà anche per l’eccesso di power metal al suo interno, ridondante già dopo pochi brani, ma riascoltandolo dopo tutti questi anni non trovo molto da rivalutare. Peccato, perché i nomi coinvolti sono notevoli. Magari con l’album successivo mi ricrederò.
[Lenny Verga]

Vesperian Sorrow – Psychotic Sculpture (2001)

Prima ancora di nomi piuttosto conosciuti come Dragonlord e Abigail Williams, nell’ambiente del black metal sinfonico americano arrivarono i Vesperian Sorrow. Potrei dire “in tempi non sospetti” ma non conosco così a fondo la scena da poterlo affermare.  Se non li avete mai sentiti nominare, non siete gli unici perché è la prima volta anche per me. 
Psychotic Sculpture esce nel gennaio del 2001 ed è il secondo album della band. Se per caso conoscete già i due nomi sopra citati, non ci sono da fare molte distinzioni, il genere è quello. Quando ascolto questi gruppi ho sempre una sensazione che è difficile spiegare a parole, ma che mi trasmette sempre l’idea che i musicisti coinvolti, tutti molto preparati tecnicamente, non siano votati al black, ma che lo facciano comunque. 
Faccio degli esempi per spiegarmi meglio: ascoltate la batteria della prima traccia, “Solitude”, togliete il blast beat e ciò che rimane è molto diverso da ciò che si sente di norma nel black. Molti riff di chitarra sembrano pensati per un sound più orientato al classico US metal o a quello più moderno, per poi essere accelerati o suonati in tremolo per sembrare black. Più o meno lo stesso discorso si può fare per i soli di chitarra, molto tecnici ed elaborati, ma che sembrano quasi usciti da un chitarrista death/prog.
Tutto ciò non è detto che sia un male, anzi, forse è proprio caratteristico del genere e all’ascolto direi che regge bene il passare del tempo, perché modi simili di interpretare il black si sentono in molte produzioni moderne. Non mi fa impazzire e a volte alle mie orecchie alcuni elementi cozzano un po’, soprattutto quando ci sono le tastiere ad organo, ma devo dire che “Psychotic Sculpture” è un album molto interessante. I brani sono lunghi ma ben strutturati e molto vari, non annoiano ed intrattengono e hanno comunque una carica ed una rabbia notevoli. 
Una (ri)scoperta che vale il tempo speso.
[Lenny Verga]

DomJord – Gravrost (2020)

Uso sempre meno Youtube da quando mi son abbonato a Spotify. Errore mio, ma le pubblicità di Youtube mi rendono nervoso, anche se questa nuova abitudine mi porta a non essere sempre aggiornatissimo sulle uscite musicali della Black Metal Promotion. Detto questo, un giorno ho aperto internet e ho visto che i DomJord avevano fatto uscire un nuovo disco, tal Gravrost. La mancanza di promozione su qualsiasi canale è un tratto distintivo del merchandising di Mortuus, mastermind dei DomJord, visto che il totale silenzio mediatico ha caratterizzato sia la prima uscita, Sporer, sia l’ultimo disco in studio dei Funeral Mist: Hekatomb
La pandemia, e i milleduecento lockdown del 2020 devono aver dato tempo e modo al singer dei Marduk di dedicarsi alla sua nuova creatura, visto che due dischi nell’arco di un anno è difficile che li pubblichi – almeno per quanto riguarda i Funeral Mist. 
Gravorost riprende in parte il sound di Sporer, ma non è una seconda parte tirata insieme con gli scarti. Tutt’altro, questo LP è un passo in avanti verso un’apertura del songwriting verso altre influenze oltre al rimando, classico, verso il dungeon synth/dark ambient che contraddistingueva il primo episodio. Rimangono inalterate le ritmiche basilari, scarne, da trance onirica, ma dove Sporer ne faceva un cardine e un’orizzonte, in Gravrost queste sono e rimangono unicamente la base su cui poi Daniel Rosten tesse una serie di strati di synth e orchestrazioni. Ecco che ci sono addirittura momenti in cui i synth aprono ed “esplodono” sopra una ritmica minimale (Dödsdans) e il contraltare della title-track (Gravrost) dove si ritorna ad un minimalismo oscuro e sognante. 
Ogni traccia presenta una propria personalità, accenni di incontro fra passato e presente dell’industrial/ambient svedese, e una sempre più pronunciata attitudine ad essere soundtrack di un ben preciso momento storico – la traccia finale, ad esempio. 
Non credo sia necessario aggiungere oltre a questa recensione. Chi ha trovato Sporer interessante, in Gravrost sarà ricompensato con un buon disco, capace di essere avvincente anche dopo ripetuti ascolti. 
Pur provenendo dal singer dei Marduk, i dischi dei DomJord sono papabili anche per chi il black non lo ascolta e, nella musica, vuole una colonna sonora adatta al momento che sta vivendo. 
[Zeus]

L’epoca del metalcore. Unearth – The Stings of Conscience (2001)

Con il cambio di secolo, il metalcore prende sempre più forza, anche grazie ai risultati commerciali che si fanno sentire. Senza contare chi la commistione fra hardcore punk e metal l’aveva trovata battagliando per le strade, band come Shadows Fall, Killswitch Engage o Heaven Shall Burn possono di certo essere visti come detonatori di una scena in rapidissima espansione. E non c’è da stupirsi se, in un modo o nell’altro, questi nomi circolano con una rapidità enorme: il motivo, quando non si riferisce alla mera influenza musicale (vedasi quanto i qui presenti Unearth prendono dagli Shadows Fall), è anche legato al ruolo di deus ex machina di Adam Dutkiewicz dei Killswitch Engage come produttore. Quest’ultimo è dietro la consolle di moltissime band di genere e, ovviamente, non poteva mancare nell’esordio ufficiale degli statunitensi Unearth, The Sting of Conscience
Era l’anno 2001 e, sinceramente, il metalcore non mi interessava. Ok, non è il mio genere neanche ora, ma l’altra metà del Mayhem-Duo ascolta diverse band metalcore, quindi mi sembra improbabile restarne escluso. 
Visto che ho tempo da buttare via, allora mi ci metto e via il dente, via il dolore, se così posso dire. 
Ascoltato vent’anni dopo, cosa ne resta di The Sting of Coscience? Perché dopo che i prime-movers avevano settato il tono, le “nuove leve” dovevano decidere come gestire la propria carriera risolvendo il dilemma base: evolversi o ricalcare le orme?
Gli Unearth, almeno nell’esordio, scelgono per la seconda opzione e pur mischiando l’hardcore con il metal (i riff armonizzati di Stings of Coscience My Desire), rimangono un prodotto per chi al tempo già amava gli Shadows Fall. Niente di più, se non con le sostanziali differenze di non includere dei veri ritornelli in clean e di avere un sound di batteria orribile, visto che sembra di sentire un tizio che picchia su un bidone. 
Allora, come oggi, The Sting of Conscience è un prodotto che potete tranquillamente evitare.
Non offre niente di nuovo, se non qualche breve spunto peraltro indolore, e se vi piace il metalcore, mi chiedo perché non recuperate i dischi di chi l’ha creato realmente invece di perdere tempo con questo disco degli Unearth che non era altro che una versione modernizzata dei conterranei Shadows Fall. 
[Zeus]

Potevano osare un po’ di più. Akhlys – Melinoë (2020)

Non li conoscevo gli americani Akhlys, lo ammetto senza pudore, ma Spotify me li ha proposti per qualche balzano motivo e così eccomi qua a sentirmi, in rapida successione, Supplication, The Dreaming I e il qui presente Melinoë. Partiti con Supplication come progetto dark ambient, alquanto perverso e impegnativo da ascoltare, il duo Naas Alcameth – Eogan ha incominciato a spostare il tiro verso il classico black metal già dal secondo disco, pur mantenendone ancora intatti diversi elementi ambient. Questa tendenza a spostarsi verso il black metal, nel 2020, non è variata e quindi nel nuovo disco gli Akhlys puntano forte e duro (cit.) verso il genere amato da Satana.
Melinoë è un buon prodotto, abbastanza calligrafico nell’ambito black metal ma con interessanti inserti ambient/industrial; il problema principale è che lo trovo privo di un riff memorabile o di una melodia che rimane nell’aria. Pur non avvicinandosi alla versione stupracristi e vivaSatana del metallo nero, questo disco riesce comunque a trasmettere uno degli aspetti importanti del black metal: il disagio. Il quale è veicolato sia dall’approccio di Naas sia dalla registrazione di Dave Otero, questi due elementi fanno si che l’ambient/l’industrial rimanga un efficace complemento (ad esempio l’intro di Succubare, ma non solo), rendendo invece il black metal la stella polare su cui indirizzare la musica. Se sull’aspetto musicale ho già espresso alcuni dubbi, trovo invece buona la registrazione: non è pulita all’eccesso, rimanendo quindi dinamica ma senza essere di plastica. 
A fare il gioco dei riferimenti, mi sentirei di avvicinarli alla “moderna” scuola francese del black, ma io ci sento dentro anche una versione aggiornata e senza particolare mordente dei Gorgoroth periodo Gaahl. Forse prendo io un abbaglio e con i Gorgoroth si avvicinano unicamente in qualche frangente, ma almeno avete capito che genere suonano gli Akhlys. 
Per apprezzare Melinoë è necessario perderci un po’ di tempo, ai primi ascolti ci si trova davanti ad un “normale” disco black metal (con tutte le particolarità del caso), dopo un po’ di ripetizioni vengono fuori alcune sfumature da segnalare, soprattutto nella parte ambient. Rimane comunque la perplessità iniziale, quella che porta ad inserire la band statunitense in quel grande calderone delle buone band, quelle da tenere d’occhio, ma che è difficile ricordare o citare. 
[Zeus]

Aborym – Fire Walk with Us (2001)

Ammetto che in tutta la mia vita di metallaro ho ascoltato un solo album degli Aborym e non è stato questo. Si tratta di Generator, quarto disco pubblicato dalla band nel 2006, ascoltato poche volte ma comunque apprezzato, nonostante poi non abbia trovato sufficiente interesse ad approfondire le uscite precedenti e successive.
Avvicinarsi per la prima volta a Fire Walk With Us, secondo lavoro degli Aborym, non è stato semplice. Sebbene ci siano idee molto interessanti, oggi questo black infarcito di industrial, con effetti e rumorismi, almeno su questo disco non mi entusiasma. Probabilmente si tratta di un sound ancora in via di sviluppo e definizione, perfezionato successivamente, ma l’impressione che mi ha dato il CD in questione è che spesso la parte industrial sembri quasi infilata a forza all’interno di un black con il quale raramente va d’accordo. 
Non escludo che ciò possa essere stato intenzionale, perché comunque mi sto muovendo in una nicchia che conosco poco. Non so come l’album venne accolto da pubblico e critica quando uscì nel 2001, ma non credo che se lo avessi ascoltato all’epoca avrei avuto un parere diverso.
Memore di Generator, proverò a riascoltare lui e ad avvicinarmi agli altri lavori successivi per vedere se ciò che ho trovato di mio gradimento in Fire Walk With Us si sia realmente evoluto in qualcosa che possa apprezzare di più.
[Lenny Verga]

Un po’ di tutto, ma forse anche troppo: Beyond the Grey – Promo (2020)

“Promo” o “New Promo”, non saprei quale dei due, è il nuovo promo dei Beyond the Gray.
Sì, è una supercazzola. Ciò che ci troviamo per le mani sono due brani che presumibilmente andranno a far parte di un album prossimamente in uscita. La band proviene dagli USA, più precisamente dal Kansas, ed è composta da membri provenienti da varie realtà della scena locale. Nelle intenzioni del five piece c’è la volontà di proporre un sound che prende ispirazione dal rock e dal metal, dagli anni ’70 fino ad oggi. Un po’ di tutto insomma, un po’ troppo, aggiungerei, anche se a parlare deve essere la musica. 
La band è sicuramente formata da musicisti capaci e le due canzoni a disposizione si lasciano ascoltare volentieri, ma attualmente il giudizio è solo nella media. Il materiale è davvero poco e si muove senza infamia e senza lode nei territori di un metal con un certo groove, classico nella composizione, ma senza particolari guizzi.
Il primo brano, Men of War ha un intro marziale che esplode in qualcosa a metà fra Judas Priest e sonorità più americane, con un ritornello melodico e molto orecchiabile/canticchiabile. Il secondo, You’ve Got Another Thing Comin’ è una cover dei Judas Priest, ben eseguita. Un po’ poco per esprimere un parere definitivo, ma facciamo un grosso in bocca al lupo ai Beyond the Gray e gli auguriamo di portare avanti la composizione del loro album in modo da poter avere qualcosa di più da sentire, per poterci fare un’idea più chiara sul loro reale valore.
[Lenny Verga]

Recuperi estivi in inverno. Mudvayne – L.D. 50 (2000)

La prima volta che ho sentito parlare dei Mudvayne è stato per merito di quel mattacchione di The Crazy Jester, il quale ha messo su Happy? e mi ha detto che era dei Mudvayne. Prima di quel momento, la band di Gray & Co., per il sottoscritto, era sconosciuta (se non di nome). Non potevi evitare di leggerli, soprattutto per l’associazione al nu-metal e a tutta la pletora di gruppi che sono usciti in quegli anni. Che poi nel 2005 il “fenomeno” nu-metal fosse ormai imploso dopo una serie di dischi francamente inutili, è un discorso a parte. Il problema, mio, è che dopo l’ascolto di Happy? non mi sono più interessato alla sorte dei Mudvayne. 
In altri termini, non me ne fregava un cazzo di quel che suonavano. Se li sentivo non cambiavo canale, ma non li andavo a cercare. 
Quindi affrontare L.D. 50 è l’equivalente di sentire un disco nuovo, mai sentito. E cosa ne ricavo adesso, a vent’anni di distanza? Che è un buon LP, che butta dentro praticamente di tutto: dal crossover, alle ritmiche fratturate, da ritornelli tranquilli e acchiapponi alle strofe incazzate, dal disagio esistenziale ad una buona sezione ritmica (il lavoro di basso è notevolissimo e passa fra funk ad altri generi senza grossi problemi). 
E poi ci mettono dentro anche i singoli che prendono, facendo la propria fortuna negli ascolti: Dig.
Il problema è che la formula che usano: l’idea strofa incazzata – ritornello pulito viene ripetuta ad libitum. Ad un certo punto, anche se interessante, la riproposizione bulimica perde quella capacità di pigliarti bene. Se poi aggiungiamo la lunghezza improba del disco, quasi 70 minuti sono troppi, i punti negativi che emergono dall’ascolto non fanno bene alla longevità di questo LP dei Mudvayne. 
L.D. 50 è un prodotto del suo tempo, con tutti i pro e i contro che questo comporta. Vent’anni dopo, nel debutto dei Mudvayne si riescono ancora ad apprezzare alcune caratteristiche positive che poi, con il passare degli anni e con l’arrivo di un po’ di riscontro da parte dei fan, verranno perse per inseguire una parvenza di metal commerciale e/o per una crisi compositiva inevitabile. 
[Zeus]

La nera signora. Ellende – Lebensnehmer (2019)

Agli Ellende non ho mai dedicato una recensione, ma credo sia più una questione di tempo e/o voglia che della qualità della band. Credetemi sulla parola. Visto che dal 2020 ho spostato il centro della mia attività in Austria, e precisamente a Graz, mi sembrava brutto non fare una recensione anche degli Ellende. Questo per puro spirito di rinnovata partigianeria. E dato che il disco in questione, Lebensnehmer, è uscito nel 2019 e quindi non troppo distante… perché no? 
Gli Ellende sono un progetto esclusivo di L.G., ma rispetto a molti act similari non risente del grave problema della one-man band. Questa triste patologia assale chi è padre-padrone di un progetto e non riceve stimoli esterni alla propria attività. L’autoctonia funziona, ma il fattore rischio aumenta notevolmente se non si ha la capacità di rinnovarsi, mettersi in discussione e/o agire come band. Ascoltando Lebensnehmer non si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad una one-man band classica, seppur qualche piccolo episodio inevitabilmente ci casca dentro. Per il resto, invece, il black metal degli austriaci funziona e anche bene. 
A doverla dir tutta, soprattutto per chi il black metal lo considera solo in versione trve norwegian, quello degli Ellende è un black metal dalle fortissime influenze post e atmospheric. Quindi ci sono sì i momenti in cui si sente la fiamma nera, funzionali ad un risultato più atmosferico ed emozionale che al classico stupracristi, ma anche una registrazione pulita, chiara e che mette in mostra sia chitarre acustiche che, orrore (sarcasmo, n.d.A), delle melodie. Non stiamo parlando di momenti da baraccone/festa campestre o stracciapalle, le melodie sono pensate per gettare nelle otto tracce di Lebensnehmer una sfaccettatura in più – tanto che nello strumentale Ein Stück Verzweiflung mi sembra di sentirci dentro addirittura gli Agalloch (e non è il solo punto in cui il black metal cascadico esce fuori dalle corde di L.G.). 
A voler far breve il discorso, Lebensnehmer è uno di quei validi dischi di post-black metal che funzionano sotto vari punti di vista, pur non raggiungendo il top per logici motivi temporali e di imprinting sonoro. Certo, chi cerca il classico sound black metal, negli Ellende rimarrà deluso; mentre per chi volesse approfittare della bruma mattutina, del buio alle cinque del pomeriggio e di tutto quello che l’inverno porta con sé, allora un ascolto a questa band della Stiria non dico che è d’obbligo, ma di sicuro sensato. 
[Zeus]