Quegli anni prima di essere catalogati sotto MILF: Theater Of Tragedy – Aégis (1998)

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La mia iniziazione con il fantastico mondo delle strappone gothiche è riconducibile, senza se e senza ma, a questo disco dei Theater Of Tragedy. Ancora oggi il mio apprezzamento verso il genere beauty & the beast è quasi a zero, ma dovessi dire un disco che è totalmente azzeccato per il periodo, tralasciando forse Velvet Darkness They Fear, è proprio Aégis del 1998.
Questo disco mi è stato dato da The Crazy Jester anni e anni fa, direi che potrei puntare sul 2003 (non proprio vicino alla data d’uscita ma, come detto, il genere gothico-strappone non mi ha mai emozionato troppo).
In Aégis, la contrapposizione growl-clean vocals è stata definitivamente accantonata e sostituita dall’utilizzo del baritono e delle voci operistiche della futura Milf Liv Kristine. I testi sono ancora in Early Modern English (fonte Wikipedia), quindi il fatto che non ci capivo un cazzo quando ascoltavo il CD può essere ricondotto all’ostica costruzione sintattica dell’early modern english e non al mio inglese pericolante.
Detto questo, Aégis è ancora uno dei miei dischi preferiti di genere e lo dico consciamente e senza temere lo sberleffo.
A mio (fallace, ma tant’è) parere, i Theater Of Tragedy, nel 1998, hanno definito la formula della canzone gotica quasi perfetta: hanno tenuto il tratto gotico e decadente che ci si aspettava dal successore di Velvet Darkness The Fear ma ne hanno limato le asperità che potevano renderla indigeribile al pubblico più mainstream. Limitare il growl a pochi momenti (Venus per esempio), per quanto mi pesi dirlo, costituisce il momento di equilibrio e permette alla band di strutturare un disco con il piglio giusto ma che ti fa capire “che non si sono sputtanati”.
Prendete la doppietta iniziale formata da CassandraLorelei e capite che il mix fra pulizia, alone misterioso e gotico e contrapposizione fra baritono e soprano funziona alla perfezione.
Lo sputtanamento, e/o la perdita dell’ultimo baluardo originale (sto cazzo di early modern english), si fa largo con il 2000 quando i Nostri prendono e decidono di registrare Musique.
Ma questa, amici miei, è tutta un’altra storia.
[Zeus]

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Rimestando nel calderone: Zakk Wylde – Book Of Shadows (1996)

Nel 1994, Zakk Wylde decide di uscire per un momento dall’ombra di papà Ozzy e di registrare il suo primo disco solista anche se, al tempo, aiutato dai Pride & Glory. Con questi, il chitarrista americano (non ancora barbuto e ignorante come lo conosciamo dai video recenti di facebook o altri canali) fa uscire fuori la sua vena southern e mischia le carte che lo vedono devono tanto agli Skynyrd, quanto alle divinità sacre chiamate Black Sabbath e Led Zeppelin. Dopo due anni di silenzio, ecco che Zakk ritorna in studio e si diverte a suonare quello che sarà il disco dove inserirà alcuni fra i suoi migliori pezzi elettroacustici: Book Of Shadows.
Book Of Shadows è il parto della mente del chitarrista, come tutti i dischi della Black Label Society che seguiranno, e viene inserito tutto l’amore per le sonorità più mellow del continente americano; quindi ecco il blues, il folk e le ballate che non potevano certo rientrare nelle setlist del Madman o costituire l’ossatura principale del primo disco solista di Wylde.
Una volta che lo ascolti, non puoi fare a meno di associarlo al sedersi sul balcone di casa (noi, a meno che non vivi in campagna, non abbiamo la veranda che guarda sulle coltivazioni di cotone/mais etc), con le gambe allungate sulla ringhiera, la sedia spostata indietro e una birra chiara in mano. Questo è quello che richiama questo disco: un momento di sosta meritato e una tranquillità racchiusa in 50 minuti di canzoni fatte bene, con gusto e senza caricare troppo il fattore melassa (elemento che, con il passare degli anni, ha preso la mano di Zakk e gli ha fatto pubblicare alcuni brani quasi stucchevoli e troppo sdolcinati per poter essere apprezzati appieno).
Nel recente passato il chitarrista ha fatto uscire un secondo episodio di Book Of Shadows ma, per me, questo primo disco del 1996 rimane quello definitivo di un certo tipo di intendere il concetto Zakk Waylde + musica acustica. Ci ho dato un ascolto a Book Of Shadows II ma mi annoia, non riesco a concentrarmi nella maniera dovuta, mentre quando parte Between Heaven And Hell o Throwin’ It All Away o anche solo Too Numb To Cry sento che c’è qualcosa di giusto.
La dimensione definitiva del sound che ha in mente Zakk Wylde verrà poi condensata nei Black Label Society e lo sappiamo tutti, ma Book Of Shadows, a 22 anni di distanza, continua ad emozionarmi e farmi venire la voglia di mandare tutto a fanculo tutto e mettermi in balcone, gambe distese sulla ringhiera, la testa che poggia sul muro e una birra in mano.
Vi giuro, se non avete mai sentito questa esigenza, non sapete cosa vi state perdendo.
[Zeus]

 

 

Ozzy Osbourne – The Ozzman Cometh (1997)

Recensire un best-off datato 1997 mi fa sentire sporco e, in qualche modo, anche ingannevole con quei 5 lettori che ogni tanto si connettono a questo sito e si appassionano alle vaccate che scrivo/scriviamo. Il problema con Ozzy, e con la truppa dei Sabbath in generale, è che non riesco mai a separmene (sia lodato Satana per questo) e quando mi capita sotto il naso un CD di uno di questi artisti, mi viene voglia di imbrattare una pagina bianca con dei pixel neri.
Mr. Osbourne, con The Ozzman Cometh, ha sfruttato il momento di pausa della band per tirar su due noccioline di soldi e continuare a restarsene in bermuda a grattarsi le palle. Il nuovo disco era previsto nel 2001 e il precedente Ozzmosis segnava il 1995, quindi tempo per drogarsi e alcolizzarsi ne aveva a piene mani.
Il Best-Off, fra l’altro, è una mezza vaccata con dentro pezzi live, pezzi ri-registrati a causa delle polemiche legate alle royalties (se avete in mano la versione del 2002) e un paio di brani interessanti.
Quali? I primi due brani targati Black Sabbath e risalenti al live del 26.04.70 per le John Peel Sessions: Black Sabbath (una versione live con una strofa in più non contenuta nell’edizione originale del disco) e Walpurgis (meglio nota come War Pigs).
Solo per questo io ho comprato questa mezza minchiata, oltre che per avere, al tempo, il best of di Ozzy su un solo Cd e non dovermi creare in maniera balzana delle compilation tratte da CD. La pigrizia è una delle virtù trascinanti.
Non ho da dire nient’altro su un Lp di questo tipo, quindi smetto subito e non ve lo consiglio neanche – tanto con l’avvento del download gratuito riuscite a farvi le compilation come volete, se non a tirarvi giù direttamente questo The Ozzman Cometh, e, inoltre, è uscita la 70a ri-edizione dei primi dischi dei Sabbath che contiene brani mai apparsi prima d’ora e le canzoni che conosciamo in versione strumentale, variata etc etc.
Il senso di comprare questo disco nel 2018 è unicamente quello del completismo ma qua, cari i miei 5 lettori, non stiamo più parlando di musica…
[Zeus]

 

Pearl Jam – Yield (1998)

Ancora adesso mi ricordo quando mi hanno fatto sentire questo disco – mi sembra addirittura strano, visto che non riesco a ricordarmi cose importanti, ma queste sì. Memoria selettiva, credo.
Quando un compagno di classe mi ha passato il disco, Yield non l’ho apprezzato subito. Mi sembrava non avesse niente di quella carica che aveva contraddistinto i Pearl Jam. La band di Seattle era già orientata sul versante classic rock piuttosto che su quello pienamente grunge, quindi lo spostamento definitivo verso questo lido sonoro non avrebbe dovuto stupirmi troppo.
Ma l’ha fatto perché, ancora oggi, mi fa strano vedere la musica crescere con me. Vai te a sapere perché.
Rispetto al precedente No Code, forse il disco che ascolto meno in assoluto di Vedder&Co., questo Yield è un deciso passo avanti. Le canzoni sono… tali (lo dice già la doppietta iniziale come Brain Of J Faithfull) e, ad ascoltarlo bene, si sente che è un lavoro più coeso e non il solo parto della mente di Eddie Vedder – divenuto, in brevissimo tempo, elemento fondamentale per il songwriting della band.
Se vogliamo questo disco del 1998 è un’anteprima di quello che sarebbe diventato il gruppo negli anni successivi (a partire da Binaural il lato più selvaggio verrà domato e ci sarà un focus più positivo nei testi e una maggiore attenzione alla forma rock della canzone).
Detto questo, però, Yield ha dentro quei brani che ti acchiappano subito: Given To Fly, la cantilenante Wishlist, l’esuberante Do The Evolution (forse quella che più aggiorna l’idea musicale presente in un disco come Vitalogy) e una canzone che ho riscoperto solo con il live acustico alla Benaroya Hall del 2004: Low Light.
Il problema è che questo disco non riesco più ad ascoltarlo in maniera completa, estraggo qualche canzone e sono contento così (con buona probabilità quelle che ho citato nel corso dell’articolo), al contrario di quanto mi capita con i primi dischi o, per esempio, con Riot Act.
Yield è il primo segnale di rughe sul viso dei Pearl Jam o, se vogliamo, il primo accenno di “vecchiaia” e quel percorso, per noi naturale, di passaggio dall’adolescenza all’età adulta.
Questo passaggio è tanto logico per noi poveri umani, quanto straniante per le band che ci piacciono. L’impressione è quella che sono diventate dei dinosauri e che non hanno più niente da dirci dire.
Il problema è che, spesso, siamo diventati vecchi anche noi e viviamo nel mondo dei ricordi. Memoria selettiva, dicevo all’inizio.
[Zeus]

Uno degli album da avere: Acid Bath – Paegan Terrorism Tactics (1996)

Anche nel metal ci sono i gruppi grandiosi ma sfigati: gli Acid Bath rientrano tranquillamente in questa categoria (direi che anche i Soilent Green possono ambire a questo stupendo premio della rogna). Chi li cagava quando si chiamavano Golgotha? Chi quando hanno incominciato a far uscire dei demo come Acid Bath e poi, in pieno movimento grunge e thrash (seconda ondata), si permettono di far uscire un disco ibrido e malatissimo come When The Kite String Pops, con quella copertina tratta da un disegno di John Wayne Gacy?
Due anni dopo quel parto musicale, ecco che la truppa capitanata da Dax Riggs e Sammy Pierre Duet fa uscire un disco maturo e poliedrico come Paegan Terrorism Tactics. Questo LP è il testamento artistico degli Acid Bath, infatti la morte del bassista Audie Pitre ha messo fine prematuramente alla vita artistica della band di New Orleans.
Ad ascoltare i due dischi si nota la crescita musicale della band, se in WTKSP c’era una componente estrema molto accentuata e corrosiva, in PTT il livello sonoro scende e le influenze musicali spaziano ad un range sonoro più orientato su canoni quasi grunge, rock, metal nel senso lato del termine, blues e molte delle componenti che poi andranno a definire il concetto di sludge – termine che è difficile appiccicare agli Acid Bath del 1996.
I growl/scream di Dax Riggs vengono centellinati e il singer americano può far uscire ancora di più il suo timbro vocale che poi sarà il trademark delle produzioni successive con gli Agent Of Oblivion o i Deadboy & the Elephantmen (band comandate da Riggs fino alla decisione di sciogliere tutto e darsi alla carriera solista). Meno estremismo sonoro, dicevo, ma non meno morbosità: i testi sono gioielli di devianza e il suono generale, per quanto melodico, è testimone dello squallore umano.
Dax e gli Acid Bath, per descrivere il loro genere, usavano il termine death rock. Non vedo perché no, visto che musicalmente è molto più vicino al sound rock più che a quello estremo del metal e le lyrics, forse qua dentro ci sono alcuni dei miei testi preferiti di Dax Riggs, sono pura perversione.
Gli Acid Bath, in due album, hanno raggiunto l’Olimpo. A volte mi chiedo: chissà cosa avrebbero potuto creare se avessero avuto più tempo?, poi mi ascolto i due LP e capisco che erano una band destinata a non divenire mai grande ed essere conosciuta solo da pochi, veri, intenditori.
[Zeus]

Comeback of the year? Corrosion Of Conformity – No Cross No Crown (2018)

Ci sono pochi piaceri al mondo come quello di accelerare, mettere il gomito fuori dal finestrino e ascoltarsi Albatross. Il piede, senza neanche volerlo, va giù e giù e la macchina segue il “grande serpente d’asfalto”.
Io, in queste condizioni, riuscirei a fare centinaia di chilometri senza neanche accorgermene.
Corrosion Of Conformity sono una band da macchina, uno di quei gruppi che per sonorità e capacità di condensare un certo tipo di mood nella canzone è un grande classico delle (mie) compilation da viaggio.
Sentire che si riunivano con Pepper Keenan è stata la notizia che attendevo da 13 lunghi anni. Mentre il trio Dean-Mullin-Wheaterman non hanno mai smesso di tenere alta la bandiera dei CoC, riportando indietro le lancette della band, il chitarrista era impegnato con i Down e il loro riconoscimento mondiale. Lasciare un lavoro sicuro come riffmaker per i Down per ritornare con i CoC? Non era tempo e luogo.
Con la messa in freezer dei Down (Phil Anselmo si sta concentrando sui suoi mille progetti), Pepper si è trovato per le mani molto tempo libero e quindi ecco i primi live dal vivo e poi l’ufficializzazione della reunion con la formazione a quattro.
La domanda, però, è questa: No Cross No Crown, il loro nuovo disco sotto l’egida della Nuclear Blast USA, è una becera operazione nostalgia o un LP degno di stare al fianco di capitoli eccezionali come Deliverance?
Né uno né l’altro, ad essere sinceri.
Pepper&Co sfoderano un senso del mestiere notevole e creano 15 tracce di southern metal influenzato tanto da loro stessi (il periodo richiamato è In The Arms Of God) e i classici richiami compresi fra i Black Sabbath (citati espressamente in Nothing Left To Say, forse una delle migliori canzoni), i Lynyrd Skynyrd e molto altro.
Il problema è che, a parte la succitata Nothing left to say, l’esuberante Forgive Me e poche altre tracce, non c’è niente che ti faccia saltare sulla sedia (The Luddite sembra uno scarto di una session del 2007 dei Down).


Il suono del disco è quello che aspetti, il che è un bel risultato se vogliamo, ma essere fedeli a sé stessi (o, meglio, ritrovarsi nel proprio sound) è anche un passo indietro per una band che, nel corso della sua attività, ha sempre alzato l’asticella mescolando generi e stili diversi.
Non sto dicendo che è un brutto disco, assolutamente no, solo che è un disco che ti aspetti e che non riesce, negli ascolti, a trasmetterti quel qualcosa che DeliveranceWiseblood spargevano a piene mani.
Quel qualcosa è emozione profonda.
A volte mi chiedo, nel corso degli ascolti di questo No Cross No Crown, se i CoC non abbiano tentato con troppa insistenza di essere loro stessi. Hanno guardato indietro senza mai gettare uno sguardo avanti?
Una domanda a cui saprò dare risposta unicamente fra un po’ di tempo, temo.
Forse ridurre il disco a meno canzoni, condensando meglio le idee su una decina di pezzi, avrebbe portato un notevole beneficio a No Cross No Crown.
La lunghezza, però, non è il vero problema, se mai ce ne fosse uno e, quell’uno, possiamo riassumerlo così: i Corrosion Of Conformity, nel 2018, non sono quella band che fino al 2005 ci ha emozionato con dischi di valore assoluto (Deliverance è spesso nelle liste dei dischi da ascoltare), si sono fermati, hanno messo mano al gioco ma senza l’ispirazione totale della gioventù.
Considerazione logica visto che ormai hanno 50 anni e non più venti, ma bisogna sottolineare anche questo fattore.

Quindi mi rispondo da solo alla domanda del titolo: comeback of the year? No. Disco piacevole e che farà scendere qualche lacrimuccia ai fan, ma No Cross No Crown è lontano da quello che sapevano comporre i quattro americani.
[Zeus]

Meglio della fiction ci sono solo gli Ex Deo – The Immortal Wars (2017)

Molto tempo fa, stiamo parlando di quasi otto anni fa, mi è capitato di vedere il progetto parallelo di Maurizio Iacono, gli Ex Deo, in quel di Brunico (Alto Adige). Proponevano il nuovo Romulus e, con un certo gusto per il pericolo, si sono presentati sul palco bardati come legionari romani in una terra che parteggia più per i barbari germanici che per le legioni romaniche. Il rischio merdone era dietro l’angolo, ma l’innegabile carisma di Iacono è riuscito in qualcosa che i politici, da millenni, cercano ancora di fare in questa terra (e che, sia lodato il Grande Capro, non riusciranno così facilmente): ha fatto gridare alla sala Ave Roma!
Risultato enorme, talmente grande da poter oscurare la proposta musicale non eccezionale. E, al tempo, proponevano ancora un epic-death metal abbastanza sobrio.
Sobrio nella maniera dell’ubriacone locale.
Con il successivo Caligvla (2012) si sono fumati un cannone alla trielina e vai con pezzi tratti dalla serie televisiva Rome, citazioni da Il Gladiatore e chi più ne ha, più ne metta. La fiera dell’esagerazione era dietro l’angolo e gli Ex Deo, nel loro delirio romano, l’avevano centrata in pieno. A me Caligvla, a scanso di equivoci, piace proprio perché è esagerato, ignorante e improponibile da presentare come disco metal serio.
Visto che anche Iacono ha capito la cosa, dopo questo masterpiece di orpelli e frizzi-e-lazzi, ha messo in hold la band (2014) per poi tirarla fuori dal freezer giusto l’anno succcessivo per registrare il seguito dell’album del 2012.
Con un parto di un paio d’anni, ecco che arriva The Immortal Wars e, a parte il video di The Roman – pura poesia pecoreccia che vi invito caldamente a vedere, anche se dovete confermare l’età per poterlo gustare-, stranamente ritorna ad essere “pacato” – ma alla maniera degli Ex Deo. Non ci sono più i millemila rimandi a serie televisive o film (mi manca Ben Hur, ma forse non l’ho capita io) e il disco è corto: 7 tracce più una strumentale per quasi 40 minuti di musica.
Dal punto di vista del risultato e di quello che mi aspetto da Iacono&Co., il disco mi ha deluso leggermente. Io volevo la pacchianeria, gli accordi aperti, le fanfare e le parti recitate alla minchia fritta. Per me questi sono gli Ex Deo, solo questi. Nella versione morigerata di The Immortal Wars mi manca quella sensazione da “canadese che vuol far l’italiano”.
Ci sono i chorus epici, ci sono gli accordi aperti e tutto finisce in pezzi che non si ricordano mai al 100%, che non ti fanno esclamare “minchia che vaccata” a cui segue poi un grido “Caligulaaaaaaaaaaa!” mentre stai pedalando contro vento; a mio gusto manca la parte funzionale degli Ex Deo: il pattume depositato sugli accordi, il barocco inutile e quegli orpelli che altre band scansano come la peste, in altri termini tutto quello che ti fa ricordare un pezzo dei canadesi e non lo fa restare su quello sfondo dove, vuoi per esperienza annuale vuoi per culo, altre band vivacchiano e sono di conseguenza “meglio” di loro.
Io lo dico e lo ribadisco: date agli Ex Deo quello che è degli Ex Deo. Quindi, caro Maurizio, quando pensi al prossimo disco e ti vien voglia di “togliere”, non farlo; aggiungi, esagera, metti dentro nel calderone e, quando sei certo di essere alla saturazione, inserisci una citazione recitata.
Solo così avremo gli Ex Deo che vogliamo.
[Zeus]

 

La fuga sta per finire: Bruce Dickinson – The Chemical Wedding (1998)

La fuga di Bruce Dickinson dalla casa madre, nel 1998, aveva le ore contate. Nell’arco di tempo fra il 1994 e il 1998, il cantante inglese pubblica quattro dischi rispetto ai due degli Iron Maiden. In termini di creatività lascio a voi decidere il vincitore.
L’arma in più del singer non è l’altro transfuga dei Maiden (Adrian Smith), bensì il chitarrista e compositore Roy Z, il vero asso nella manica di Dickinson. Credetemi, il chitarrista latino è la marcia in più che fa diventare i dischi dell’inglese appassionato di cunnilingus dei dischi da tenere.
The Chemical Wedding è questo. Ho dovuto approcciarmi con una calma olimpica ai dischi dell’ex singer dei Maiden, ma solo perché non sono mai stato il primo fan del classic metal (mea culpa, mea grandissima culpa) e, ad onor del vero, gli ultimi due dischi degli Iron Maiden non erano certo il top del top nella produzione discografica della Vergine di Ferro.
Prevenuto com’ero, al primo ascolto di The Chemical Wedding ho storto il naso e l’ho lasciato nel cassetto per diverso tempo. La promessa era “lo sentirò nel futuro prossimo“. Il futuro prossimo è, in seguito, diventato presente e mi sono gettato dentro questo lavoro. Risultato?
Ho amato il disco e, ad oggi, continuo ad ascoltarmelo quando ho bisogno di un certo tipo di mood. Paradossalmente sono proprio le tracce composte dagli ex-Maiden a piacermi di meno, Killing Floor e Machine Men, mentre sono i brani composti con Roy Z quelli ad intrigarmi e costringermi a riascoltare il disco. L’apertura King In Crimson setta l’atsmofera ed ecco che seguono la title-track e The Tower e capisci che hai in mano un disco che batte, 10 a 1, la discografia dei Maiden dal 2000 in avanti.
Una cosa ve la posso assicurare ed è che il cuore pulsante del disco è nella parte centrale: la lunga Book Of Thel, Gates Of Urizen e, infine, la stupenda Jerusalem – epica, con testi presi da William Blake e resa perfettamente dalla voce di Bruce Dickinson versione 1998 (quindi meno Air-Raid Siren e più cantante).
Se dovessi citare una canzone per amare The Chemical Wedding, direi Jerusalmen senza neanche pensarci. Ma poi anche la tripletta iniziale mi piace e rimango interdetto.

Io vi dico di ascoltarlo questo CD, ve lo dico con la candida onestà di un metallaro che nel classic metal non ha mai trovato la sua dimensione ideale. Se piace a me, potreste dare una chance a questo The Chemical Wedding anche voi.
Sulla fiducia, ecco.

 

L’ultimo disco dei Death: The Sound Of Perseverance (1998)

L’ultimo disco dei Death, ironicamente, era il disco che non doveva uscire.
Dopo aver registrato Symbolic, l’idea di Chuck Schuldiner era quella di concentrarsi sui Control Denied. La storia è breve e risaputa: la Nuclear Blast chiede al singer di registrare un nuovo disco dei Death prima di potersi dedicare a quello che è il suo nuovo progetto, il buon Chuck acconsente, prende un po’ di brani già scritti per il debutto dei Control Denied e ne scrive di nuovi, aggiunge una cover (Painkiller dei Judas Priest) e sforna The Sound Of Perseverance.
Anche in questa occasione la formazione è nuova (Clendenin – Hamm – Christy) e il sound si distanzia da quello di Symbolic.
Quando ho sentito questo album per la prima volta è stato amore a prima vista, ve lo giuro. Ci sono dischi che ti fanno questo effetto: li ascolti e li adori. The Sound Of Perseverance è stato questo. Dall’iniziale Scavenger Of Human Sorrow fino alla conclusiva Painkiller, il nuovo disco di Schuldiner (molto più Control Denied, se vogliamo, che Death) è una compilation di canzoni che spaccano. La tripletta Bite The PainSpirit Crusher Story To Tell è talmente azzeccata che, a scanso di equivoci sull’obiettività di questa recensione, mi trovo ad ascoltarla “giusto per…”. Nella chiavetta USB che ho in macchina le tre canzoni sono protagoniste senza se e senza ma.
Ve l’ho detto, ci sono dischi che fanno questo effetto.
Per trovare, nel grande bacino di canzoni dei Death, una canzone che mi fa lo stesso effetto scimmia devo risalire a Individual Thought Patterns (1993) e, per la precisione, cliccare sulla decima canzone: The Philosopher. Ma quello perché mi ricorda un momento in cui, per motivi conosciuti solo a Satana, mi sono creduto un singer e, detto questo, ho provato a consacrate le mie corde vocali al Demonio e The Philosopher era una delle canzoni che stavamo provando.
Visto che mi trovo ancora a scrivere recensioni, direi che il Grande Capro non ha gradito le mie corde vocali e ha capito che il mio ruolo nella società terrena è quello di far proseliti non con le canzoni, ma con le parole.
Ad ognuno il suo ruolo.
Ma lo sentite anche voi quell’adrenalina che sale con l’intro di Flesh And The Power It Holds e poi, dopo 30 secondi, la canzone improvvisamente rallenta e tutto sembra così perfetto? Perché sai che è come le montagne russe, l’accelerazione segue la tranquillità.
E poi ci si ferma un momento con Voice Of The Soul
No, mi fermo, perché tanto dire qualcosa di ogni canzone di un disco uscito nel 1998 è utile come una pisciata nel deserto, quindi mi limito a dire: se non lo conoscete, per motivi riconducibili ad un vostro sbarco sulla terra nell’anno domini 2017, allora dovete recuperalo. Se invece lo conoscete, vi ricordo che il 2018 è il ventesimo anno di vita di The Sound Of Perseverance, quindi festeggiatelo nella maniera giusta!
[Zeus]

Un nome un programma: Alabama Thunderpussy – Rise Again (1998)

Un paio di sere fa stavo parlando con un amico mentre rientravo da un concerto: la scena stoner/sludge nella mia provincia è rimasta un culto per moltissimi anni (diciamo fino al 2010?) e poi ha avuto un rigurgito di popolarità quasi subito finito nel dimenticatoio. Chi ascoltava stoner nei primi anni del 2000 si poteva contare sulle dita di una mano e, di conseguenza, era abbastanza probabile trovarli tutti a quei pochissimi eventi regionali dedicati al genere.
La vita era grama per chi voleva dedicare il proprio tinnitus al genere del deserto. Ma siamo metal e, detto questo, sapete che non ci siamo persi d’animo.
All’alba del 2000 conoscere band differenti dai Kyuss – ci metto dentro anche i Down per ovvie questioni di pubblicità visto che c’era dentro quel simpatico redneck ubriacone di Phil Anselmo – era un lusso riservato a pochi intenditori; citare band diverse dai classici era passabile di eresia e sguardi allucinati.
Delle fighe di tuono dell’Alabama ho sempre apprezzato River City RevivalFulton Hill mi fa salire in mente ricordi di un’epoca passata fatta di tour in Inghilterra, tentativi  riusciti di sbronza molesta e giornate passate in troppe persone in un un furgone Volkswagen che, animato dal furore sacro, non funzionava nei momenti peggiori in assoluto.
Rise Again è l’esordio del 1998 e si sente tutto: ruvido e southern, ma non stoner nel vero senso del termine. Direi che è il suono di una band statunitense che, finito di stordirsi di alcool e guardare i braccianti tirar su cotone e mais, si mette nel fienile a suonare a volume spropositato (cit.) e, arruolato un alcolista di passaggio (Johnny Throckmorton), decide di incidere su plastica 13 canzoni che esaltano l’essenza del redneck americano.
Dischi come questo, le care fighe di tuono, non li faranno più. Vuoi che era il primo disco, vuoi che le idee son tante, milioni di milioni, ma Rise Again è un unicum nella discografia e, messo davanti alle evoluzioni sonore successive, sarà sempre il fratello in salopette di jeans, cappello a tesa larga, collo bruciato e spiga fra i denti.
La differenza la farà sempre quel suono delle chitarre, sporco come non mai, e proprio l’alcolista di passaggio. Dopo Rise Again Johnny Throckmorton imparerà a cantare anche in un clean decente, tendo a credere che dopo il primo disco gli hanno consigliato di cambiare dieta e passare dal moonshine cucinato nella vasca da bagno della madre-sorella a qualcosa meno ulcerante. Ma forse è solo fantasia e, in fin dei conti, ha continuato a bruciarsi le corde vocali anche dopo, con buona pace del business di famiglia.
Rise Again è il suono southern moderno e metal, quello caldo, viscerale e che ti richiama alla mente strani show con disinibite ragazze coperte di copri-capezzoli e degli asini eccitati.
Questo mondo clandestino, conosciuto da pochi eletti e su cui ci si scambiava battute allusive (suonano come gli Alabama Thunderpussy, non credi?), terminò quando i Queens Of The Stone Age vennero eletti come gruppo rock da mainstream e la mia città divenne un covo di persone che citavano i Kyuss in ogni conversazione come fossero l’unico gruppo degno di nota.
Ma a noi, poveri e semplici, continuavano a piacere le fighe di tuono dell’Alabama.
[Zeus]