L’eterna lotta contro il bene dei Deathspell Omega – Infernal Battles (2000)

Non mi ricordo dove ho letto per la prima volta il nome Deathspell Omega, probabilmente su qualche rivista (potrebbe essere Grind Zone, ma non ne sono sicuro). Di loro mi ricordo il concetto di segretezza, un qualcosa che ti permetteva di immaginare più di quello che, in realtà, la band stava proponendo. Il concetto di “magia” era ancora intatto. Come ho già avuto modo di dire in occasione del loro demo, pur venendo colpito favorevolmente da alcuni elementi, i Deathspell Omega non saranno mai la mia band preferita. E con Infernal Battles esprimono poco o niente che possa essere qualificato come capolavoro o quantomeno un concetto di disco interessante e da avere. La seconda metà del disco è Disciples of the Ultimate Void, mentre la prima parte è un mistura di black metal registrato male e con poche idee in croce. Visto che delle ultime quattro canzoni ho già parlato, cosa posso dire della prima metà? 
Con la sapienza del poi, la batteria elettronica è la cosa migliore dentro quel guazzabuglio di suoni registrati di merda. Il riffing emerge poche volte dal casino cacofonico del duo voce-batteria e non sempre quello che esprime è degno di nota, mentre le vocals sono una tortura da sentire. Shaxul sembra avere dei grossissimi problemi dati da strumentazioni inserite nella laringe e non si possa avvicinare troppo al microfono, così che il suo screaming ne esce strano (e non nella versione piacevole dello strano!). 
Nel giro di 4 anni, questa band francese diventerà oggetto di discussioni e venerazione da parte del pubblico black metal (più o meno intellettualoide), ma nel 2000 i Deathspell Omega sono solo una band modesta e Infernal Battles è un prodotto scadente. 
[Zeus]

Il grande viaggio, Howling In The Fog – Perpetual Journey (2020)

A circa un anno di distanza ritorniamo a parlare degli Howling In The Fog, one man band di Trento a cui ormai ogni forma di catalogazione all’interno di un genere va più che stretta. La discografia, che inizia ad essere di una certa consistenza, si arricchisce oggi con Perpetual Journey.
Come ad ogni nuova uscita, il discorso musicale degli Howling In The Fog riprende da dove il precedente si era interrotto, ampliandosi con nuove idee ed esplorando sempre nuove sensazioni ed emozioni, sperimentando e spingendosi verso nuovi orizzonti. 
Il prog è alla base della proposta musicale, dove ad ogni strumento viene dedicata una certa rilevanza e la medesima cura, poi ci sono l’ambient, l’atmospheric e il post-black, mentre tracce degli esordi più estremi della band si riscontrano ancora nel cantato in scream e nelle improvvise sfuriate di violenza. Basta ascoltare anche solamente l’opener, la title track dell’album, per avere la sensazione di aver già compiuto un viaggio musicale completo e invece siamo solo all’inizio.
Quella degli Howling In The Fog è musica per viaggiare con la mente e con il pensiero: lasciatevi trasportare da tracce come Ghost e Resolve, emozionatevi con tutte le sfaccettature di Feeling e Revelation.
Perpetual Journey è una proposta che all’ascoltatore occasionale potrebbe risultare inizialmente un po’ ostica, ma per l’ascoltatore che sa quello che cerca, che sa quello che vuole, la qualità di queste composizioni non può che lasciarlo soddisfatto. Un album che cresce ad ogni ascolto e che dimostra che esistono band nell’underground che davvero meriterebbero molta più considerazione ed attenzione.
[Lenny Verga]

La semplicità prima di diventare pesanti: A Perfect Circle – Mer de Noms (2000)

Nel 2000 il metal se la vede proprio malaccio. H guardato, in maniera distratta, cosa era uscito quell’anno e vi posso assicurare che la vivacità della scena metal (estrema o meno) era ridotta ai minimi termini. Album ne sono usciti, ma grandi album? No, quello non proprio. LP che confermano il cambio di tendenza (vedasi gli Immortal) o altre band che puntano tutto sul rosso quando esce nero (In Flames) o il saluto di un gruppo ormai allo stremo (Pantera). Sono tutti sinonimi di una condizione ormai deteriorata della musica che tanto amiamo. Ci saranno sicuramente dischi che mi ricorderanno grandi cose o anche buoni album, certo, ma quelli che ti segnano l’anima sono passati. Forse perché certe cose hanno una data di scadenza, come il latte, ed è meglio soffermarsi sui ricordi che seguirli nel futuro. Chi lo sa. 
Gli A Perfect Circle racchiudono la loro storia in due dischi, se vogliamo anche l’album di cover non è male, mentre con l’ultimo hanno messo insieme un qualcosa che non ascolto poi più di tanto. Praticamente hanno smesso di essere una band con brani “da riascoltare” nel triennio 2000 – 2003, poi si discute. Mer De Noms non bazzica nei territori metal (ma questo lo dico per chi è sceso dall’albero ieri sera) e anche se suona da rock con il baffetto ritorto, il risvoltino e l’antipasto vegan, hanno ancora quella qualità che molte band Indie cercano come il Valhalla nelle fogne del sound “artistoide”. Quindi mettono più o meno d’accordo tutti: dal metallaro di buon umore al rocker della domenica pomeriggio, con le magliette degli AC/DC comprate all’H&M. 
Sarà perché si porta appreso una mezza dozzina di canzoni buone (il video di Judith mi piace assai) e poi qualche colpo a vuoto. Tanto per buttare dentro musica, ma loro sapevano già che bastavano le altre per vedersi su Billboard, quindi va bene così. In fin dei conti quelle sei canzoni ti fanno riascoltare Mer de Noms, mentre i brani deboli non ti fanno cagare a spruzzo e, secondo un modello di valutazione ormai certificato dalla NASA, questo è un punto a favore di un disco. 
Gli APC se la prenderanno comoda per registrare il seguito, ma intanto hanno rimesso la parola rock in mezzo al letamaio dell’indie e di tutte le band con il The… davanti che, puttanatroia, mi fa salire il vomito. In mezzo ad una marea di letame o dischi inutili, una scintilla come questo Mer de Noms è abbastanza per cercare di scavallare il 2000 e non gettarsi giù da un ponte. 
Me lo ricordavo meglio, riascoltato dopo lungo tempo mi son ricreduto sull’eccellenza che gli avevo appiccicato addosso. Sono invecchiato io e la memoria mi gioca brutti scherzi, ma comunque sia Mer de Noms rimane un disco da tenere e riascoltare. Vent’anni di decantazione non l’hanno trasformato in aceto, per la gioia di Keenan. 
[Zeus]

La presa di coscienza dei Primordial: Spirit the Earth Aflame (2000)

Nel percorso di crescita di una band che parte dall’underground, spesso con componenti molto giovani, arriva prima o poi il momento della maturità, in cui stilisticamente si trova la propria identità, una caratteristica sonora che verrà impressa nella mente dell’ascoltatore e che renderà quella band riconoscibile e distinguibile dalle altre, chi più chi meno. Si spera sempre poi che quel momento coincida con un balzo in avanti non solo qualitativo ma anche di notorietà. 
Per gli irlandesi Primordial questo momento arriva nel 2000, vent’anni fa, con la pubblicazione di Spirit The Earth Aflame. Dopo due lavori interessanti anche se ancora acerbi, la band riesce a focalizzare meglio e a incanalare le proprie idee nel modo migliore, bilanciando alla perfezione tutti gli elementi della sua musica. E si parla di veramente tanti elementi, di tanta carne al fuoco, perché da qui i Primordial non possono più essere relegati semplicemente nell’ambito del black metal con qualche rimando al folclore. 
Il sound della band è estremamente ricco: ritmiche serrate di chitarra acustica e arpeggi di chiara derivazione folk, il tremolo picking e lo screaming del black metal, ritmiche rallentate e rocciose tipiche del doom, momenti epici e drammatici, progressioni melodiche di accordi perché il powerchord non è elemento da mettere in primo piano quando si trovano soluzioni migliori, la voce pulita di Alan Averill sempre più definita, personale, con quel suo fare che viaggia al limite tra l’interpretazione teatrale e la sofferenza del ribelle. E ancora melodie elaborate con variazioni sul tema, assoli ispirati, linee di basso in evidenza, intermezzi dal sapore celtico o dall’incedere battagliero, una carica emozionale che prende allo stomaco oltre che al cervello, che è una di quelle caratteristiche che mi fa adorare una band.
Dopo tutto questo tempo l’album non ha perso il suo smalto e sono diversi i brani che ancora oggi vengono riproposti dal vivo nonostante la discografia della band sia diventata di una certa consistenza. 
Qui i Primordial iniziano ad assumere la forma definitiva della band unica e straordinaria che sono ancora oggi, un punto di partenza ideale per chi volesse iniziare a conoscere questo gruppo senza dover per forza ripercorrere l’intera discografia.
[Lenny Verga]

Benighted – Benighted (2000)

Prima di buttarsi senza problemi sul brutal death, i francesi Benighted non si sono lasciati scappare l’opportunità di far uscire un disco in onore del Grande Satanasso. Un disco “satanico”, o mezzo black metal, è il pass universale per essere considerati cattivi senza riserve e, diciamocelo, ci son passati moltissimi gruppi. Il debutto dei Benighted è, a tutti gli effetti, un disco death metal con orientamento al demonio – ecco quindi scream e altri piccoli vezzi che possono rientrare nel filone, ma sono solo sfumature. 
Il disco picchia e ha un suono compatto e cazzuto, il che è una fonte di distinzione da tutto il movimento “cantina” del black metal, ma è anche un LP caotico nel suo incedere. Pieno e compresso, è un rullo compressore che tritura veramente tutto quello che incontra sul suo passaggio. 
Ci sono delle cose interessanti (parte della linea vocale di Last Part of Humanity è tratta direttamente da un’aria operistica), ma troppo poche per essere realmente indice di un debutto convincente al 100%. 
In un momento in cui il black metal entra in crisi e anche il death subisce delle trasformazioni, uscire con un debutto confuso non è proprio una delle presentazioni che ti fanno entrare di diritto nella categoria dei grandi giocatori. Ma fortunatamente Benighted è l’esordio e non una condanna a morte, quindi non è il caso di redigere un sproloquio funebre su una band che negli anni successivi si concentrerà sulla parte del sound (e sulle tematiche) che meglio si confanno. 
Ma tanto anche dal debutto si capiva che fare i cattivoni nominando Satana era un gioco ingenuo, giusto per limare alcune parti del sound, tirare a lucido il songwriting e tentare la via del brutal. 
[Zeus]

Diventa subito un’ossessione, Konvent – Puritan Masochism (2020)

Sto facendo una scarica di chilometri a piedi in questi tempi. Non uso praticamente più la macchina (due volte in diversi mesi) e le campagne circostanti sono una sirena troppo interessante per essere ignorata. So che in questo momento dovrei concentrare il mio cervello su certe attività e focalizzare il mio pensiero, ma maledetto il falegname più famoso della terra, non ce la faccio. Quando cammino ho bisogno di ritmo, di qualcosa che mi prenda bene e mi faccia smettere di pensare, non l’esatto contrario. 
Leggendo in giro, ho incontrato una recensione eccellente di Puritan Masochism delle Konvent e la scimmia è salita sulla schiena. Non ascolto il classico doom/death da una vita e mezza, e nelle ultime settimane sto disco è stato praticamente la colonna sonora di ogni spostamento. 
La semplicità con cui un disco come Puritan Masochism ti piglia bene è incredibile. Sbagliare qualcosa in questo genere è semplicissimo e il rischio di annoiare è praticamente dietro l’angolo, non ci si mette poi troppo a creare un pastone sonoro in cui ti scortichi la minchia dopo mezzo disco fatto di riff triti e poche idee sparse su lunghezze spropositate. 
Le quattro figliole danesi, a quanto sembra, hanno capito che la formula giusta è quella della democristiana via di mezzo: non cagano fuori dal vaso, girano bene per tutta la lunghezza del disco e dopo essermelo sparato nelle orecchie in ogni forma, mi sale il concreto sospetto che sia realmente un disco fatto bene. Ci sono i riff, quelli fighi, che suonano sì conosciuti ma senza entrarti a gamba tesa sui coglioni come un difensore italiano qualsiasi, mentre il growl è imponente e niente, ti innamori di ‘sto disco senza praticamente accorgertene. 
Non fa assolutamente senso scrivere di più di Puritan Masochism e neanche calcare la mano sul fatto che uno dei dischi doom-death più interessanti di questo inizio 2020 è stato registrato da quattro ragazze, perché mi sembrerebbe di ledere la vostra intelligenza e per il voyeurismo Google è il browser che state cercando; quindi vi raccomando di ascoltarlo. 
Oh, non fate stronzate proprio adesso che è finito l’isolamento. 
[Zeus]

Thy Primordial – The Heresy of an Age of Reason (2000)

Dopo quante battute capite che i Thy Primordial sono svedesi? Più o meno quanto ci mettete a capire che una scoreggia in televisione fa cinepanettone. O qualcosa di meno. 
Lo senti subito, una zaffata forte e decisa come il sottobraccio di un pendolare sull’autobus in luglio. E a guardare il DNA, si vede subito che ci sono i Dissection che fanno ciao ciao da dietro la collina degli amplificatori. La band di Jon Nödtveidt ha rivoluzionato il panorama musicale svedese, almeno quello estremo, inserendo delle melodie infettive all’interno di una matrice estrema sempre presente. E così anche per i Thy Primordial, i quali richiamano sì alla mente i conterranei Dissection, ma anche alcune cose di Necrophobic e dei Dark Funeral (soprattutto per la capacità di creare un certo effetto epico nelle loro composizioni). 
Nel 2000 i Thy Primordial sono al quarto disco in quattro anni, c’è quindi c’è poco da meravigliarsi se sono compatti come il culo di una ballerina e senza troppi fronzoli. La band svedese sa suonare e sa di aver nelle dita la capacità di produrli bene e senza troppi cazzi. Questo è il motivo per cui The Heresy of an Age of Reason ha tiro e violenza, ma senza perdere di vista né le melodie sottocutanee, né un songwriting concreto. La produzione è tipica svedese: quindi pulita, capace di esaltare tutti gli strumenti, ma senza diventare plastica come da tradizione Nuclear Blast.
Non stiamo parlando di capolavori assoluti, ma c’è una capacità di sintonizzarsi sul canale giusto della via svedese al black metal, che li rende molto più attrattivi dei conterranei Watain (anch’essi, nel 2000, alle prese con uno dei loro dischi più convincenti – seppur catalogato nel reparto, “un paio di volte e poi di nuovo nel cassetto fino a prossimo riepilogo”). I Thy Primordial fanno il paglio con i Sacramentum, altra band riscoperta in questo lavoro di ricordo/pulizia/valutazione di quanto uscito nell’A.D. 2000. 
Entrambe le band guardano alla stessa fonte d’ispirazione e, pur mantenendosi fedeli e riconoscibili nel sound di genere, hanno una personalità definita e appeal da vendere. 
The Heresy of an Age of Reason non sarà un capolavoro in senso stretto, ma continua una tradizione onorevole. Per me, da riscoprire. 
[Zeus]

Il suono della Bestia, Besatt – Hail Lucifer (2000)

Partiti nella metà del 1990 e con un primo full length nel 1997, i polacchi Besatt arrivano nel 2000 affermando, senza troppo pudore, la propria fedeltà per Lucifero e tutta la congrega di anime dannate. 
Come lo fanno? Registrando Hail Lucifer su cassetta e portando avanti un black metal ispirato dalla second wave norvegese e qualcosa dei progenitori del black metal. Quello che mi piace e che non stona neanche adesso, a vent’anni dalla sua uscita, è la personalità con cui i polacchi riescono a condensare le sonorità sopra descritte e tradurle in qualcosa di personale. 
Per quanto riguarda il riffing, potrei citare gli Archgoat come comune denominatore (due riff a brano e due velocità totali nel repertorio), ma la qualità delle parti di chitarra è notevole. La registrazione è straordinariamente pulita per una band black metal così diretta e senza compromessi (Antichrist), tanto che sia la batteria che il basso suonano organici (Black Banner). Se vogliamo, questa caratteristica li accomuna ai Marduk, altra band che per diversi anni ha incarnato l’incapacità di mettere insieme una canzone a più velocità (seppur facendolo con i controcoglioni, sia chiaro).  
A questo aggiungo che la capacità di sintesi è un punto a favore dei Besatt. Troppe band si perdono in mille seghe e finiscono per perdere il filo del discorso e anche la mia totale attenzione. 
I Besatt, grazie al Capro, non hanno questo problema e con 9 brani per 35 minuti, riescono a invocare Lucifero senza troppi patemi d’animo. Personalmente sono sempre molto scettico sulle canzoni black metal estremamente lunghe, a parte qualche raro ed illuminato caso, soprattutto da band che nel repertorio musicale hanno due riff in croce rovescia. Non è necessario che tutto il brano o tutto il disco sia veloce come un attacco di scagazza post-chili messicano, apprezzo anche quando le band si prendono il tempo di costruire le canzoni facendole raggiungere il climax, ma questo unicamente se non stai tirando la minestra e le idee giuste le hai finite dopo mezzo minuto forse. 
Per trovare del buon black metal, in questo torbido 2000, bisogna scendere nell’underground dove i soldi non hanno ancora fatto troppi danni. I Besatt hanno qualità e con Hail Lucifer lo dimostrano pienamente. 
[Zeus]

La parabola del grunge, Pearl Jam – Binaural (2000)

Visto adesso, con gli occhi di un quasi quarantenne e tenendo presente che i Pearl Jam produrranno dischi come l’omonimo, Backspacer e Lightning BoltBinaural sembra essere un disco compatto e forte. Vedendo gli estratti dal nuovo gretathunberggiante Gigaton, Binaural è già un classico (e stiamo parlando di un disco uscito nel 2000).
Il problema è che non lo è. Non è un disco forte e compatto e non è un classico, anche se il comitato di difesa ad oltranza della produzione di Vedder&Co. potrebbe risentirsene e tirarti camice di flanella.
Binaural non è un grande disco nonostante lo abbia comprato subito e, con il tempo, abbia incominciato ad approfondire la conoscenza delle canzoni contenute al suo interno. Il problema di fondo era che, nel 2000, la band si confrontava con tutto e tutti, ma soprattutto con sé stessa.
Perchè se fino a prima c’era la spinta del grunge originario (quinquennio 1989 – 1994, giusto per stare larghi) e un’ispirazione tutto sommato decente, per quanto sempre più altalenante, nel 2000 i Pearl Jam hanno l’ignobile compito di lottare contro gli epigoni, contro i detrattori, contro chi crede che il grunge sia ormai sepolto e, non ultimo, contro il blocco creativo di Eddie Vedder.
Quest’ultimo, unito all’indecisione generale su come produrre Binaural, è il motivo per cui nel 2000 i Pearl Jam faticano a trovare la quadra. I pezzi più “pesanti” sono anche quelli più noiosi e scontati, mentre quando l’atmosfera si rilassa ecco che ne escono brani più interessanti.
A conferma di questo, il trittico iniziale è quasi sempre skippato e così anche il finale, spesso lasciato ad un lo riascolterò con calma. La parte centrale la riascolto ancora, ma se devo cercare un loro disco “moderno” che mi da delle emozioni vere, allora butto su Riot Act. In quel CD si sente qualcosa di fresco e, sfortunatamente, per l’ultima volta.
Però non bisogna farne una colpa a Binaural, non è solo per una sua incostanza che non è un buon disco. Già da No Code le scalette degli LP hanno incominciato ad essere altalenanti, troppo compresse fra pezzi realmente efficaci e derive arts-y?
Anche in questo caso interviene il gusto personale, ma una scaletta come il trittico iniziale non l’hanno più riproposta e, ahimé, questo è un dato di fatto.
Binaural è lì in mezzo, fra quello che ancora respirava le esalazioni dell’eroina dai cucchiaini e quello che, con tutto il bene e il male, ci riserverà il nuovo millennio. All’alba del 2000 i Pearl Jam, complici crisi interne e cambi di formazione, fanno l’unica cosa possibile nella loro evoluzione sonora: crescere e diventare classic rock.
Ad un’età più giovane della mia attuale, i cinque di Seattle devono diventare adulti e così vengono recipiti da un pubblico sempre più giovane e più avvezzo a chi copia rispetto a chi crea.
La copertina di Binaural rispecchia l’ironia della loro condizione: per continuare in maniera coerente, sono stati costretti a crescere; per poter crescere hanno dovuto abbandonare il grunge e la rabbia adolescenziale e quindi si sono trovati nella condizione obbligata di dover crescere e riproporre all’infiinito il ciclo che ha portato Binaural e i dischi che verranno.

[Zeus]

The Big Black, il terzo disco degli Orange Goblin (2000)

Gli Orange Goblin sono portatori sani di una contraddizione che mi balza agli occhi ogni volta che riascolto un loro disco ma che non me li fa scendere di gradimento. Ogni LP suona Orange Goblin, è perfettamente riconoscibile, ma, ecco l’ironia, gli Orange Goblin non hanno un loro sound definitivo. Questo significa che anche The Big Black è personale, ma non unico.
The Big Black è un disco compatto e dopo vent’anni non mostra segni di cedimento; merito anche di canzoni corte e senza cazzate. Si sente che il disco è un passaggio da periodo più “psichedelico” a quello più diretto e heavy del presente. Ci sono ancora le digressioni stoner classiche (Hot Magic, Red Planet), ma si incominciano a vedere i riff diretti e muscolosi come su Scorpionica (riff cannibalizzato dalla band nel futuro), Turbo Effalunt (Elephant) o Quincy the Pigboy.  
The Big Black è proprio il momento in cui Ben Ward&Co. incominciano a cambiare e diventano una macchina più “heavy” e meno stoner, se per stoner intendiamo quello che si spara mille viaggioni mentali o che tira dritto sul sentiero della droga. C’è chi rimpiangerà la vecchia forma della band inglese, quel suono “spaziale” e “acquoso”, ma io li preferisco nella versione asfalto e sudore. Seppur Frequencies from Planet Ten sia un gran disco, è la botta da auto che mi attira negli Orange Goblin – quella sensazione fisica di essere presi a schiaffi e di tirar fuori ritornelli allo stesso tempo duri e orecchiabili. 
Che poi dal vivo il rischio di prendersi due ceffoni, o di vedersi usare la testa come una palla che ti dice il futuro (come successo a me e al buon Skan al Manorfest in UK), da parte del mastodontico Ben Ward sia alto, è quella la dimensione in cui gli Orange Goblin tirano fuori il meglio: pezzi diretti, sudati, dentro tutta e via (King of the Hornets). Poche stronzate e poche attitudini intellettualoidi. 
Vent’anni dopo, The Big Black fa ancora la sua porca figura e ha un sound della madonna. Non sarà il mio disco preferito, ma molti di voi, forse, hanno approcciato gli Orange Goblin proprio con canzoni come Scorpionica o altri brani di questo LP. 
Forse, e lo dico mettendo le mani davanti, il punto d’entrata per capire Ben Ward & Co. nel 2020. 
[Zeus]