Dischi della madonna. 1914 – The Blind Leading the Blind (2018)

Sono passati 100 anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra. Nel frattempo, il Secolo Breve ci ha regalato un’altra guerra mondiale (la Seconda) e poi una serie di conflitti più o meno aspri in zone sempre più periferiche del mondo – caso della guerra nella ex-Jugoslavia a parte.
Molte band prendono come faro nella nebbia il secondo conflitto mondiale: le grandi battaglie con i tank, la campagna di russia, lo sbarco in Normandia e via dicendo sono spunti troppo golosi per poter essere ignorati. Ecco che i Hail Of Bullets ne fanno una religione e i Marduk, beh, gli svedesi da Panzer Division Marduk del 1999 in avanti ne fanno proprio un trademark e un fattore importante come songwriting e immagine. L’ultimo, Viktoria, sembra cantare la sconfitta delle truppe tedesche, ma non riesco a capire se è la fine della guerra o del concept sulla seconda guerra mondiale. Dopo un primo periodo dedito ad altro, anche i God Dethroned hanno incominciato a macinare terreno bellico, ma il focus è quello della prima guerra mondiale.
Gli ucraini 1914 debuttano nel centenario dell’inizio del conflitto mondiale (nel 2014) e, dopo Eschatology of War del 2015, arrivano nel 2018 con il follow-up e, più precisamente, con un macigno di blackned death/doom metal che, a mio personale giudizio, sarà nella parte alta delle classifiche dell’album dell’anno.
The Blind Leading the Blind è splendido, non saprei come definirlo in maniera diversa. Undici tracce (compresi i due strumentali posti come intro e outro) e un’ora di durata posizionano TBLtB nella categoria degli LP che non stufano mai. E ve lo dico io che, negli ultimi giorni, lo sto ascoltando almeno due volte al giorno. Tutto inizia con Arrival – The Meuse-Argonne e quel riff che ti si conficca nella testa: pesante e melodico nello stesso tempo e che percorre i 6 minuti della canzone come un virus infettivo.
Poi la carneficina continua con A7V Mephisto e quell’infettivo “30 tons of useless metal”. Ma tutto il CD, tutte le tracce che seguono sono di un livello ottimo, come detto: uno dei migliori dischi del 2018 per quanto mi riguarda. Insieme a Hekatomb dei Funeral Mist, altro LP che funziona senza neanche sforzarsi troppo.
Poi, alla posizione numero 10 del CD, quando ormai tutto il blackned death, il doom sembra essere stato giocato. Quando pensi che i 1914 hanno giocato tutte le carte possibili, tutti i riff e le vocals graffianti, parte l’arpeggio di The Hundred Days Offensive. Dieci minuti di dolorosa epicità, così splendido l’inizio calmo, che suona come la quiete prima della tempesta, che poi sfocia nell’elettricità, nella tensione epica e nello sforzo quasi da martire del protagonista della canzone. E poi di nuovo si ferma tutto, di nuovo quell’acustica che percorre brevemente la notte della canzone e si ritorna, sofferenti, di nuovo nel turbine del conflitto.
Se dovessi scegliere una canzone, una sola, per descrivere la tragedia della guerra metterei The Hundred Days Offenssive nella rosa delle candidate atte ad ambire alla palma della canzone della “guerra umana” – così diversa dalla furia distruttrice, senza pietà, di Panzer Division Marduk.

[Zeus]

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11/12/2018 – Clutch (Fabrique Milano)

Dopo 8 anni si ripete.
Discesa al gran completo per uno dei rari concerti dei Clutch in Italia, che si tiene al Fabrique, Milano.

Date le distanze e gli orari di lavoro entriamo al Fabrique che gli Inspector Cluzo hanno già finito e stanno suonando i The Picture Book
A dispetto del nome orrido, supportato a loro volta da un logo dozzinale, i Picture Book ci danno dentro. Un rock molto fisico, supportato solo da una chitarra e batteria, ma il groove e l’energia del combo riescono a scuotere il pubblico, che oltre ogni aspettativa riempe quasi al completo il locale. 

I suoni sono ottimi, quindi le aspettative si alzano e vengono rispettate. I Clutch, già su disco, sono sudore e ormoni a palla, dal vivo il tutto si amplifica. Le canzoni si susseguono una dopo l’altra, Neil Fallon interagisce poco con il pubblico, giusto qualche battutina in risposta a qualche coretto del pubblico, mentre i suoi compagni eseguono il lavoro senza tanta scena ma con precisione e grinta. Poi, sei hai i pezzi e hai il carisma, cosa in cui i Clutch spadroneggiano, tutto ti è facile.
La folla balla, canta, risponde ai cori e si esalta e in un attimo, o così sembra, tutto finisce. Giusto il tempo per il bis di un paio di pezzi, tra cui una Electric Worry cantata a gran voce da tutti, e si riaccendono le luci.
Tutti contenti, tutti felici, anche se tutti vorrebbero qualche pezzo in più, magari da Blast Tyrant, album criminalmente sottovaluto e totalmente ignorato in questo concerto.

Mentre le luci del Fabrique si accendo, si riparte verso casa felici e contenti; ma con una domanda che rimarrà sempre sospesa: perché i Clutch non sono famosi? Perché non suonano in contesti tipo il Rock in Roma o il Firenze Rocks? Perché alla radio non ho mai sentito un loro pezzo? Misteri della fede, a cui forse neanche il nostro dio (quello baffuto e senza 2 falangi, ovviamente) saprà risponderci.
[Skan]

Marduk – Here’s No Peace (1997)

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Togliamoci subito il dente, questo EP dei Marduk non aggiunge niente a quanto la band svedese stava producendo in quegli anni. Lo so io e lo sapete anche voi, perché tre tracce provenienti da un passato “remoto” (la formazione è trequarti quella di Dark Endless) sono la testimonianza, feroce e senza compromessi, di quello che la band ERA e non di quello che sarà. Almeno, per me è così. 
Sette minuti di EP, con un’intro (title track) e due canzoni, non penso ci sia moltissimo da dire. Still Fucking Dead inizia spaccando e pestando in maniera brutale, poi alterna rallentamenti ad improvvise accelerazioni. 
Lo stesso si può dire di Within The Abyss, che inverte gli ordini dei fattori: parte lenta e poi va ad accelerare, ma la formula rimane quella. 
Queste canzoni erano state pianificate come singolo per l’album Dark Endless del 1992, ma non vennero mai pubblicate – quindi ecco l’operazione “Here’s No Peace” EP del 1997. 
Su questo disco, troviamo i vecchi Marduk: quelli che non erano ancora 100% black metal e il tema guerrafondaio era ancora da venire (anche se tentano di dare all’EP un’infarinata “Panzer Division Marduk” con la cover art), nel 1992 Morgan&Co. suonavano ancora un mix di death metal e black metal che poi si evolverà in quello che è diventato il trademark della band di Norrköping (SWE). 
Non spreco altro del vostro tempo straparlando di un EP di sette minuti: se siete completisti ascoltatelo, se no potete tranquillamente passare oltre e ascoltarvi Dark Endless. 

[Zeus]

Covenant – Nexus Polaris (1998)

Rispetto a molti recensori, a me Animatronic del 1999 è piaciuto. Non è un disco perfetto, non è neanche un disco che mi ascolto spesso o che porterei con me sulla classica isola deserta. Non credo di sapere bene quale sia il motivo per cui lo reputo interessante, se non il fatto che mi prendono certe canzoni o, cosa che potrei anche sospettare, ho qualche gene tetesko nel sangue e quando mi aggiungono un po’ di beat ecco che mi risveglio. Non sempre, sia chiaro, diciamo che mi limito ai Rammstein, ai Pain e, ok, anche a Falco. Ma qua stiamo parlando di levature importanti. 
I norvegesi Covenant, nel 1998 si chiamavano ancora così prima di andare in causa e dover cambiare nome in The Kovenant, se ne erano usciti l’anno prima con In Times Before The Light e, radunando esuli dei Dimmu Borgir, membri dei Mayhem (Hellhammer alle prese con uno dei suoi milletrecento progetti), nonché la corista dei Cradle Of Filth (Sarah Jezebel Deva) e il tastierista degli Arcturus, tirano fuori il successore esattamente un anno dopo… e il successore è questo Nexus Polaris
Nexus Polaris è un buon disco, anche se non mi hai mai preso veramente. Riconosco la bontà delle composizioni (la doppietta iniziale, con The Sulphur FeastBizarre Cosmic Industries è di gran classe) e che il black metal sinfonico proposto da Nagash è di quelli certificati DOP. E questo LP esce in un momento in cui il black metal così concepito è nel momento di stallo prima di gettarsi a capofitto nello sputtanamento totale, visto che le case discografiche hanno annusato che i nordici, trucidi e satanisti, fanno vendere copie (tante grazie a Enthrone Darkness Triumphant) e così ecco che lo rendono una paccottiglia indigeribile. I Covenant, pur registrando un disco raffinato, di classe e furbetto, non scivolano nel terribile, anzi. Questo disco è da mettere nella riserva e tenerlo buono, mostrandolo alle generazioni successive che, del black metal sinfonico, si ricordano solo il primo terribile singolo dei Dimmu Borgir
Pur essendo conscio di tutto questo, Nexus Polaris non mi prende. Colpa mia, sia chiaro. Voi provate a risentirlo, che forse avete un parere differente sulla questione. 
[Zeus]

Placebo – Without You I’m Nothing (1998)

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Quando è apparso sul mercato questo disco dei Placebo, Without You I’m Nothing, io, di loro, non sapevo un beneamato cazzo. Fate conto che  avevano già fatto uscire un disco due anni prima e io non me l’ero cagato neanche di striscio.
Nel 1998, però, hanno incominciato a trasmettere su MusicBox il video di Pure Morning e non potevi non fermarti, anche solo un paio di minuti, ad ascoltare cos’era: quindi ecco il look androgino di Brian Molko, il video che sembra un precursore delle puntate di Black Mirror con 15 anni d’anticipo e un sound che ti restava in testa nella sua efficace semplicità. Il risultato è che mi sono fermato invece di skippare verso altri canali, probabilmente per tentare di vedermi i Simpson durante la pausa pranzo a scuola. A 17 anni erano ancora un momento nella scaletta quotidiana, probabilmente perché ancora mi facevano ridere… poi ho scoperto Family Guy e saluti.
Un po’ quello che è successo anche con i Placebo. Mi hanno intrigato con Pure Morning e non lo nego che, in alcuni casi, l’ho addirittura aspettata/cercata questa canzone: ha un mood strano, sbilenco, che vorresti sperare felice ma sai che non lo è.
Poi il resto del disco, ad onor del vero, l’ho ascoltato qualche volta molti anni dopo su YouTube, probabilmente perché avevo parlato dei Placebo a qualcuno che li aveva conosciuti quando avevo visto io quel video e così mi sono messo ad ascoltarlo. Carino, ma non è mai stato il mio genere, non sono mai stato un appassionato di questa mistura glam/pop/brit e chissà che cosa altro (molte delle mode uscite dal Regno Unito negli ultimi 20 anni non mi hanno preso – il britpop, fra l’altro, mi ha sempre disgustato in maniera poderosa).
Però Without You I’m Nothing (la canzone) non è male, ma non possiede quel fascino decadente della prima traccia. Il resto, per me, è diventato velocemente prescindibile, tanto che non risentivo niente di loro da anni e adesso l’ho fatto solo perché, quest’anno, Without You I’m Nothing compie vent’anni.
Vent’anni fa mi sono fermato un momento per vedere un video con un cantante androgino e uno slowmotion costante e poi mi sono dimenticato completamente della band. Vent’anni fa è uscita Pure Morning e, ancora oggi, è l’unica canzone che mi va di ascoltare di Brian Molko&Co.
[Zeus]

I superstiti del buco. Hole – Celebrity Skin (1998)

Possiamo dire tutto, ma a Courtney Love non è mai stato data la possibilità di essere un personaggio a sé stante. Sarà che è stata, per lungo tempo, adombrata dai ben più influenti compagni (Billy Corgan e Kurt Cobain) o perché, da vera tossica, ha sempre espresso le sue posizioni in una maniera vagamente urticante, il suo status di “persona intollerabile” è scattato verso l’alto.
Poi c’è anche la frangia di persone che, nel corso degli anni, le hanno attribuito il ruolo di “mente nascosta” dietro la morte di Cobain, capirete che anche i grungettoni più intransigenti l’hanno abbandonata al lato della strada insieme alla scarpa, ai bidoni fiammeggianti e altre simpatiche amenità.
Quello che però è sempre stato messo sotto il tappeto è il suo talento nel songwriting. Abilità, questa, di cui anche il biondo di Seattle ha avuto modo di beneficiare (vedasi la maturazione lirica dei testi da Nevermind a In Utero, giusto per intenderci). Il problema, almeno all’inizio, è sempre stato il paragone ingiusto ma naturale: grunge per grunge, ecco che tutti ci finivano dentro, ma la linguaccia della Love non la tenevi a freno e quindi i punti simpatia scendevano e così anche la sua quotazione.
Capite che quando è uscito Celebrity Skin nel 1998, per molti die-hard l’eco dello sparo era ancora nell’aria e Live Through This, uscito giusto quattro anni prima, veniva ancora reputato (ingiustamente) farina del sacco del marito piuttosto che intelligenza compositiva sua. I giudizi su Courtney Love erano negativi a prescindere… e qua c’era l’errore.

Celebrity Skin è un disco che di grunge non ha quasi più nulla, forse un po’ di angst esistenziale ma niente di stratosferico. Il disco è talmente pulito da essere powerpop ed è radiofonico all’ennesima potenza, non stona su radio “rock” o più mainstream. I singoli (Malibu, Awful o la stessa title track), mi ricordo ancora, venivano sparati da Music Box con una frequenza da vomito – infatti sono passati 20 anni da quando ho ascoltato per intero questo CD.
Vi dirò una cosa: io, Celebrity Skin, l’ho sentito al momento giusto, quando era appena uscito e avevo voglia di sentire qualcosa di inerente al grunge. L’ho sentito ma la magia era passata (anche se Northern Star è ancora un canzone toccante). Non sentivo niente dentro questo disco, non sentivo quello che mi aspettavo da composizioni così perfette (merito dell’unione d’intenti fra la carismatica leader, Billy Corgan e Melissa Auf der Mar). Questo mi ha deluso e, alla lunga, mi ha anche fatto perdere voglia nell’ascoltarlo.
Forse cercavo di riportare indietro l’orologio della mia evoluzione musicale, cercando qualcosa che non sarebbe più ritornato, e quindi era un’impresa disperata anche per un disco che ha tutte le carte in regola (sentitevi Boys On The Radio, ad esempio) per essere uno dei CD da tenere per un adolescente.
Non lo dico tanto per dire, fidatevi: presentatelo ad una adolescente che non si sia rincretinita con il rap/hardcore o altre porcherie musicali e vedrete che, in questi solchi digitali, ci si troverà a suo agio.
[Zeus]

Witchery – Restless & Dead (1998)

Se proprio vogliamo, il primo disco dei Witchery è forse uno dei migliori che ha scritto la band svedese. Con il passare del tempo, vuoi per la formula usata, vuoi per l’essere un progetto secondario per parte dei suoi membri (dicasi D’Angelo, impegnato con gli Arch Enemy a tirar su soldi e fan mortidifiga), la proposta di Toxine&Co. è diventata sempre meno incisiva, meno focalizzata sull’essere di enorme cazzoneria. Il disco con Legion (ex-Marduk) alla voce ne é stato il sigillo: a me piace, per motivi che non riesco a spiegarmi visto che sembrano due realtà unite a caso durante il processo di registrazione, ma ha perso tutta quel marciume black’n’roll che contraddistingueva questo Restless & Dead.
Perché il carattere di un disco lo si capisce spesso dalle prime battute. Annusi l’aria, senti il riffing e poi vedi come sarà… e Restless & Dead non si nasconde dietro mignoli alzati, monocoli e sciarpette. I Witchery vogliono divertirsi e lo fanno.
Sentitevi l’iniziale Reaper e dovrebbe già dirvi tutto quello che volete sapere. I testi sono banalotti, ma a voi interessa veramente? Come dice il buon Skan, certi dischi sono fatti di testi completamente inutili ma hanno il ritornello da gridare abbracciati agli altri compari di sbronze. Restless & Dead è fatto proprio così: testi che puoi tranquillamente dimenticarti e/o ignorare senza sentirti in colpa e poi via a cantare il ritornello!
Se vogliamo indirizzare “l’occhio di bue” su qualcosa, sentitevi il riffing del duo Corpse/Jensen, niente di eccezionale, distorto al quadrato e con pochissimi spazi nel pulito (spesso unicamente come bridge), ma ha un’efficacia incredibile sia quando è veloce, sia quando rallenta un po’ (The Hangman) e si sentono echi di hard rock/metal tutt’altro che “estremo”.
Mi fa strano dover fare una recensione veramente intelligente di questo LP del 1998, perché non se lo merita – e lo dico in senso buono. Anche quando partono canzoni come Midnight at the Graveyard in cui lo scream cambia (in maniera meno convincente, preferisco quando la band da spazio alle vocals fulminate di Toxine), i Witchery sono convincenti e non inseriscono niente che sia ascrivibile al concetto di filler.
Questo è un LP da mettere su quando andate a fare una grigliata con gli amici o sei in auto e stai andando a qualche concerto. La sua dimensione ideale è quella dove l’ignoranza si taglia con il coltello e la colonna sonora non può che essere il black’n’roll targato 1998 degli svedesi.
[Zeus]

Black Winter Fest XI

La motivazione principale per muoversi verso questo Black Winter Fest è stata la presenza in scaletta dei Marduk. Lo so, scontato quanto volete, ma i quattro svedesi riservano sempre uno show con i controcazzi, quindi perché perderseli?
Detto questo, la truppa di TMI (Skan e il sottoscritto) parte in direzione Parma. Messe a posto le formalità (pernottamento e pranzo), ci addentriamo nel ventre caldo del Campus Industry Music. Fuori la temperatura è ancora sopportabile, ma da lì a poche ore fuori il freddo la farà da padrone e le uscite saranno riservate unicamente a chi fuma e per mangiare un hamburger. Entrati nel Campus Industry Music notiamo che ci sono pochi stand con merch ufficiale (quello dei Valkyrja, Marduk e Attic è piazzato proprio all’entrata e, puttanamiseria, il merch dei Marduk è scarso: ogni volta che li vedo hanno due minchiate, fra cui un’imbarazzante maglietta di Silent Night e una bianca con Tiger I, probabilmente un imbarazzante fondo di magazzino) e le distro messe nelle salette laterali. La disposizione è logica e chi guarda dischi/magliette non rompe le palle a chi vuole vedersi il concerto. 
Causa varie ed eventuali, ci perdiamo quasi tutto lo show degli italiani Afraid Of Destiny. In compenso siamo pronti e reattivi quando attaccano gli Scuorn. Non li conoscevo e scopro solo adesso, grazie al web, che è una one-man band capitanata da Giulian. Lo show è interessante ma il sound, che unisce il black metal al sound mediterraneo (cosa che li affianca ad act più celebrati come i Rotting Christ o, se vogliamo, ai Kawir), è impastato per trequarti del set. I volumi sono sovraumani, tanto che la doppia cassa mi assesta delle pedate nel setto nasale ogni 3×2, ma non bilanciati. Pur apprezzando e vedendo lo sforzo di portare il black metal in una dimensione napoletana/locale, sento in maniera più o meno chiara solo gli ultimi 2/3 pezzi. Usciti di scena Giulian&Co., sale sul palco il primo act europeo: gli Attic. I tedeschi sono della stirpe della gente che ci crede un casino (cit. Skan), quindi ecco che arrivano le impalcature enormi, l’altare con il rituale fregato dal Baffo televisivo (cit. Skan) e un bassista con il gilet bianco (che ci crede più di tutti, cit. Skan). Solo che gli Attic, di black metal puro, non hanno niente. Sono una band di heavy metal dalle tinte oscure, sulfuree se vogliamo, e il cantante è l’incarnato tetesko di King Diamond. Il buon Skan li elegge subito a eroi della giornata, io apprezzo ma mi riservo di sentirli meglio su CD/Youtube. Non c’è il pubblico delle grandi occasioni, sono le quattro di pomeriggio, ma quelli presenti apprezzano.
L’arrivo dei Soujorner, collettivo internazionale, azzoppa il crescendo della giornata. A mio parere sono fuori luogo in un festival come questo e il loro sound non mi ispira per niente. A loro discolpa posso dire che per buona metà del set hanno avuto basi pre-registrate che partivano a cazzo di cane e, una volta corretto il problema, suonano innocui e senza nerbo (le clean vocals perfettine ma anonime della chitarrista non aiutano di certo). Forse su disco o in altro ambiente sono perfetti, al Black Winter Fest non c’era cazzi di farli sembrare adeguati.
Quando salgono sul palco i finlandesi Antimateria, reggiamo due canzoni e poi ci dirigiamo a mangiare un hamburger. Lo so, non si dovrebbe dare un giudizio tranciante dopo pochi pezzi, ma quello che hanno fatto non ci ispirava e siamo andati a riempirci lo stomaco e sederci due minuti.
Rientriamo giusto in tempo per veder suonare i SAOR. Gli scozzesi si portano appresso uno dei nomi più brutti in assoluti, ma solo in italiano e in zona veneto. In gaelico il significato è assolutamente onesto e sincero.
Detto questo, il progetto del polistrumentista Andy Marshall ci mette poco a prendermi. Il suono è buono, sempre a volumi spaventosi ma almeno tutti gli strumenti sono decifrabili (il violino molto meno), e l’insieme ti fa perdere nella musica e ti fa sentire bene. Almeno a me è successo questo. Unico lato negativo è forse la voce di Andy Marshall, troppo monotona per essere realmente un plus nei Saor, ma sono piccolezze per uno show che, in termini di qualità, fa vedere che si sta arrivando ai piani alti del bill.
I greci Acherontas sono sulla rampa di lancio e si sa. Attivi da 10 anni, 7 dischi (fra cui l’ultimo Faustian Ethos) e un sound costruito sul lavoro delle due chitarre e sui pattern di batteria. Il singer è enorme e, modulando lo scream, tira fuori dei sibili serpenteschi e riproduce rituali blasfemi che, a mio avviso, sono centrati al 100%. Il sound è ben calibrato e questo fa sì che tutti i brani ne escano bene, potenti, percussivi, ritualistici e dall’alto tasso di viaggio mentale. Il set finisce prestissimo, anche se hanno 45 minuti di tempo, e per me i greci sono uno dei vincitori di giornata.
Superato lo scoglio Acherontas, si incomincia a vedere la parte alta della classifica. Arrivano i Valkyrja e, come per gli Antimateria, dopo neanche due canzoni, decidiamo di andare a mangiare. Ho visto gli svedesi tre/quattro volte (?) e ancora non riesco a capirli. Non mi ispirano molto e raramente mi danno lo slancio da amarcord. Dovrei ascoltarmeli su disco, me lo riprometto ogni volta ma poi passo oltre.
Con l’arrivo degli Archgoat abbiamo raggiunto numerose ore di concerto sempre in piedi e senza riuscire a sedersi per più di 10 minuti. La stanchezza si fa sentire, ma è ancora un’ombra. I finnici si presentano bardati di tutto punto, black metal al 100%, ma sono spaesati e non trasmettono malignità o pericolo… solo un “checazzocistiamoafarequa?“. Forse è colpa della stanchezza crescente, ma è la prima impressione. Quando suonano guardo Skan e ci si presentano subito due domande fondamentali:
a) i finlandesi sono gli unici che non hanno le basi pre-registrate, ma si portano dietro un tastierista messo a caso dietro a Lord Angelslayer;
b) gli Archgoat sembrano muoversi solo due due tempi: il velocissimo tupa-tupa o il lento tu-pa-tu-pa. Non hanno mezze misure, se non in rarissimi casi che, come potete immaginare, uniscono i due tempi senza troppe sottigliezze. Poca varietà ma con impatto elevato, le chiusure delle canzoni fatte alla cazzo di cane (mai a tempo), ma un applauso allo scream di Lord Angelslayer: un rutto inumano che dura oltre 50 minuti, che mi ricorda quello degli Inquisition.
Arriviamo finalmente alla doppietta finale: Tsjuder e Marduk.
Quando i norvegesi salgono sul palco sento la schiena rotta e le otto ore di black metal sparato a volumi sovraumani si fanno sentire. Non demordo e, non avendo mai sentito i Tsjuder dal vivo, tengo alta l’attenzione: so cosa suonano, norwegian black metal senza troppi fronzoli, ma il plus è la furia che ci mettono, supportati da suoni perfetti per la prima volta in tutta la serata. Non mi ricordo i brani che hanno fatto, ma so che Draugluin ha versato tonnellate di sudore sulla chitarra e il terzetto ci da dentro senza risparmiarsi un secondo. In quanto a furia e precisione nel suono, i Tsjuder si lasciano alle spalle molte delle band precedenti.
Quando salgono sul palco i Marduk, cari miei, sono sfinito e faccio una fatica del diavolo a per non accovacciarmi e dare sollievo alla schiena. Il festival è bello, ma ci sono tantissimi gruppi, e senza posti da sedere si arriva alla fine cotti. Aggiungete a questo un mix di suoni completamente sballato e capirete che il set dei Marduk parte con l’handicap. Non riesco a capire perché però: i suoni degli Tsjuder erano una bomba, ma quando sono partoti gli svedesi la chitarra era così impastata che fino a… Wolves?… non si riusciva a capire bene cosa stesse facendo Morgan. Anche Mortuus era funestato da un sound ridicolo (da dove ero io, sembrava che cantasse con l’elio in gola) e probabilmente sentiva la stanchezza della gente nella sala, tanto che verso la fine del set i Marduk hanno incominciato a velocizzare le canzoni senza nessuna pietà (da The Blond Beast in avanti).
L’ultima volta che li ho visti erano sempre in un contesto festival (al Colony) e, in quanto a suono e performance, erano nettamente meglio.

Riassumendo posso dire che il Black Winter Fest XI è un ottimo festival, organizzato bene e facilmente raggiungibile. Ci sono cose da migliorare, come il suono e la durata complessiva (dalle 14 alle 2 di notte, senza potersi sedere, è francamente sfinente), ma è uno di quei festival da tenere sott’occhio e vedere cosa propongono di anno in anno.
Bravi agli organizzatori.
[Zeus]




Emperor – Anthems to the Welkin at Dusk (1997)

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Tre membri su quattro imprigionati per vari motivi subito dopo aver realizzato un disco fondamentale come In The Nightside Eclipse, il solo Ihsahn fuori a tenere alto lo stemma dell’Imperatore e un futuro oscuro a tutti, tranne a loro. Questo lo dico perché nel momento in cui Samoth esce di prigione (e dopo aver inciso un po’ di cose con i Zykon-B), ecco che nel 1997 esce il nuovo disco in studio degli Emperor: Anthems to the Welkin at Dusk. Faust e Tchort vengono sostituiti da, rispettivamente, Trym e Alver, mentre il duo Ihsahn – Samoth sposta le coordinate della band in lande che mischiano in maniera eccellente black metal, eleganza, precisione e brutalità. Il tema demoniaco, per la precisione quello satanico, non ha più la centralità che aveva nel 1994 e il focus viene spostato su temi più mistici, cosa che si adatta alla perfezione al sound degli Emperor del 1997.
Cosa significa questo? Un sound incentrato sulle chitarre, quindi con meno interventi delle tastiere (seppur mixate a volumi incredibili), e un’attitudine che si sposta sul versante progressivo dell’extreme metal. Cosa che permette ai due compositori principali di giostrare al meglio il proprio spirito musicale e gettarlo nel calderone di Anthems… Il risultato, come potete immaginare, è sostanzialmente perfetto, equilibrato nelle due anime (black e death), progressivo e artsy (nel senso positivo del termine) e quindi una forma evoluta di malvagità ed oscurità.
Questo non significa che ci troviamo davanti ad un ammorbidimento del suono, tanto che Trym sembra avere un conto in sospeso con la batteria e non lascia il doppio pedale neanche a morire. Se il mix fosse stato leggermente più equilibrato, avreste avuto modo di sentire meglio il suo lavoro, ma è spesso sommerso dalle chitarre o dalle tastiere.
Come sempre per i dischi usciti oltre vent’anni fa (questo LP li ha compiuti l’anno scorso), non ha senso mettersi a fare un track-by-track. Lo dico perché oltre ad essere noioso per me, è anche noioso per voi che dovete leggervi uno sbrodolamente su un disco che conoscete a memoria.
Mi fa piacere però scrivere qualcosa degli Emperor, visto che non c’è praticamente niente di loro su questo blog e, mea culpa, è veramente una brutta cosa.
Adesso mi son rimesso a posto con il karma, cercherò di non farmi cogliere impreparato dal 2019 quando sarà IX Equilibrium ad essere il festeggiato principale. Non faccio promesse, ma cercherò di essere sul pezzo.
[Zeus]

La furia. Anaal Nathrakh – A New Kind of Horror (2018)

17 anni e 10 album dopo, gli Anaal Nathrakh continuano a tirar calci in faccia. Rammento ancora con estremo “dolore” (= piacere), lo show che hanno tenuto al Kaltenbach Open Air. In quel frangente, la furia distruttiva della band inglese è stata un macigno nei denti, non credo di aver mai provato un senso di dolore fisico così grande senza essere colpito con qualcosa. L’aggressione costante, pur intervallata dai diversi ritornelli in clean, era quasi insostenibile (così come i volumi), tanto che i Dark Funeral, headliner e osannati da molti dei presenti, hanno fatto la figura degli agnellini innocui. Riuscire ad eguagliare la potenza brutale degli Anaal Nathrakh era fisicamente impossibile e gli svedesi, probabilmente anche scarichi per motivi loro, non hanno certo fornito una delle performance migliori per rubare il trono di “band del giorno” a Kenney&Co.
Ma veniamo al presente e, cioè, a questo A New Kind of Horror uscito il 28 settembre per Metal Blade.
Kenney e Hunt, ormai, hanno raggiunto un livello che gli permette di creare l’album Anaal Nathrakh adatto al momento. Sono capaci di comprimere, maciullare, distruggere e ricostruire suoni apparentemente incompatibili all’interno di un brano e sputarli fuori suonando perfettamente (in)coerenti con loro stessi. Il problema, se di problema vogliamo parlare, è come sempre il momento in cui “l’abilità nel rimanere sé stessi” diviene “formula”. In questo secondo caso si incominciano a vedere i primi segnali di riciclaggio delle idee già ampiamente sfruttate nel passato e, con questo, intendo proprio l’alternanza fra strofe al limite del delirio cacofonico, brutali e incredibilmente caustiche/velenose, con i ritornelli “melodici” o in clean. In A New Kind of Horror non siamo a parlare di mestiere, ma sicuramente c’è un tocco di sicurezza nello strutturare una canzone secondo uno schema consolidato (Obscene as cancer) e, nel passato, vincente al 100%.
A New Kind Of Horror si getta a capofitto in temi attuali, la Prima Guerra Mondiale e altre fonti letterarie. Questo ci si aspettava da Hunt e questo ci ha fornito, per nostra suprema gioia.
Ma veniamo al disco in sé. Per quanto sia un brano diretto come un TIR con lo sterzo bloccato, Forward! è efficace (la ritmica supportata dal suono della mitraglia è un tocco che apprezzo e che non mi si toglie dalla testa neanche con l’esplosivo) e, sulla stessa scia, possiamo porre anche The Horrid Strife.
E questo è solo un esempio dell’efficacia della band, brani come New Bethlehem/Mass Death FuturesThe Apocalypse Is About You! riescono a convincere (la seconda un classico assalto all’arma bianca in stile Anaal Nathrakh). Dal punto di vista delle vocals, mi piacciono gli scream acidissimi di Hunt e le incursioni in territori degni di Halford/King Diamond (The Reek Of Fear).
Queste contraddizioni vocali, che stridono in maniera terribile sul songwriting aggressivo oltre ogni limite degli inglesi, sono momenti di freschezza che dovrebbero essere sfruttati in un futuro prossimo; almeno si andrebbe a rimpiazzare la formula “strofa aggressiva – ritornello enfatico/epico con voce clean“.
Se vogliamo trovare un punto vagamente negativo in tutto è il livello delle voci: non so dove, probabile in sede di mixing, ma gli hanno dato un volume fuori dall’ordinario, tanto che sovrastano alcuni riff di chitarra etc. Ma sono piccolezze, se vogliamo.
A New Kind of Horror non potrà ambire alla palma del miglior disco degli Anaal Nathrakh, ma ancora una volta Kenney&Hunt ci hanno fornito 30 minuti di pura, incompromissoria, violenza sonora che, ascoltati in questo momento pieno di musiche natalizie, Bublè, mercatini di Natale e falsi buoni sentimenti, sono un vero e proprio toccasana.
[Zeus]