Cult of Fire – Triumvirát (2012)

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Non so come sono entrato in contatto con questa band, non me lo ricordo sinceramente. Probabilmente nel mio peregrinare fra i meandri del sound black metal dell’Est, mi sono imbattuto in loro e mi son detto “perché no?”. Forse era dovuto anche all’aver visto un disco con il titolo मृत्यु का तापसी अनुध्यान, che col classico black metal norvegese inchiodacristi e bestemmiasanti aveva ben poco in comune.
Quindi mi sono sentito il primo full lenght, Triumvirát, e ne sono rimasto colpito tanto da farlo rimanere nel mio lettore ipod più del tempo necessario per recensirlo. Parte Závěť světu e cazzo, sai che c’è qualcosa che ti prenderà, quell’atmosfera malsana data dallo scream di Devilish o, piuttosto, quel cazzo di stacco in cui intervengono le tastiere e ti sembra di sentire i Deep Purple/The Doors in un bruttissimo trip di peyote e stuprati dal sempre saggio Satana. Questo è l’effetto straniante di Závěť světu.
Poi giù con bestemmie varie (immagino che in Satan Mentor non si affermi il contrario) e così avanti, ma non capisco la loro lingua e non ho cazzi di mettermi su Google Translate – che fa più danni del sottoscritto quando cerca di far battute in lingua straniera – e capire, con precisione, il significato intrinseco dei titoli di questi tre bestemmiatori seriali della Repubblica Ceca.
Perché il punto forte dei Cult Of Fire è proprio la capacità di creare atmosfere deviate, malate senza metterci per forza di cose i nanetti, le ballerine e tutto il cazzo di circo che ci buttano dentro le band di symphonic black metal. In Triumvirát ci sono i blast beat, i riff veloci, circolari e, soprattutto, si sente bene e in 4K il Demonio. Se vogliamo sono una fra le cose più vicine alla colonna sonora di una messa nera, ti risucchiano dentro un vortice di maleficio che ti infetta man mano che li ascolti (merito, grande merito a dir la verità, di Zdeněk Šikýř – tastierista della band). Sentitevi Černá aura, pezzo in cui i vuoti sono momenti in cui Satana ti parla direttamente o la percussività di Horizont temnoty, con quella batteria che ti martella nelle orecchie prima di lasciare spazio ad un’apertura melodica bislacca.
Ovviamente, per essere un primo LP, ci sono ancora dei margini di miglioramento e alcune lungaggini e certi sprazzi di rumorismo potevano essere sacrificati per raggiungere meglio lo sconsacrato proposito di innalzare un monumento al Grande Capro, ma stiamo parlando di un disco che sposa molte delle caratteristiche che vorreste sentire in una band black metal: malvagità, bei riff, potenza, Satana e quelle dannate tastiere che, finalmente, smettono di essere Bontempi e riescono a fornire effettivamente qualcosa di più alla musica dei Cult of Fire.

[Zeus]

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La paura dei computer risolta in Dehumanizer dei Black Sabbath (1992)

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Ho già parlato di questo disco nel grande riassunto Sabbathiano, ma oggi (!?) avevo voglia di parlare di Sabbath, quindi ecco che mi presento con Dehumanizer. Stiamo parlando di un disco che, per i tempi, era qualcosa di avanzato e, nello stesso tempo, già vecchio. Ironia della sorte, no? Il disco è l’ennesimo episodio della grandezza di Iommi come riffmaker e di Dio come singer, visto che entrambi tirano fuori una performance dura, secca, metallica e, pur venendo considerato un classico minore (si confronta con album dal peso specifico importante), Dehumanizer segna un momento importante nella storia dei Sabbath.
Perché? Il motivo è semplicissimo: se vogliamo Dehumanizer è l’album moderno dei Sabbath. Quello che avrebbe dovuto portare la band, così profumata di tutto quello che proveniva dai seventies (cannoni e cocaina) e dagli eighties (cocaina) nel nuovo millennio. Infatti Dio, su espressa richiesta di Geezer (a quanto si legge sulla rete che… volete mettere in dubbio quello che dice Google? Ecco, io no), smette di cantare di fate, regine, flauti magici e tutto l’armamentario fantasy che si portava dietro da una vita e incomincia a sondare il mondo “nuovo” (per l’epoca) del digitale, dei computer, dell’egoismo e dei predicatori televisivi (personaggi di moda negli USA, ma completamente sconosciuti qua da noi… al massimo possiamo esportare il prode Giorgio Mastrota, ma telepredicatori no). Iommi non elimina completamente il blues dalle sue dita, sarebbe come dire a noi di smettere di respirare, ma la tipologia di sound, di mastering etc è cruda e, per i canoni sabbathiani, molto brutale. Teniamo presente che il suono della baffuta mano di dio, per quanto proto-metal, è sempre stato molto caldo e bluesy, quindi il cambio di direzione, con i riff di Dehumanizer, è stata un’evoluzione nell’evoluzione.
All’inizio, quando ero un purista dell’era Ozzy (non sono migliorato, sono solo diventato più aperto alle altre epoche sabbathiane), avevo sempre guardato questo disco del 1992 con una sorta di malcelata diffidenza. Disco della reunion, sound diverso, copertina bruttina (non che ci siano state copertine degne di ‘sto nome da Mob Rules – come disco in studio intendo), tematiche che erano vecchiotte quando l’ho scoperto.. il mix non prometteva bene. Solo dopo diversi anni di ascolti, mi ha incominciato a prendere. Non riesco a reputarlo un grande classico dei Sabbath, non ce la faccio proprio, ma è un disco che ha dentro grandi canzoni e, un paio di volte all’anno, lo si ascolta volentieri (tutto il contrario di dischi come Forbidden che, cristo, sono quello che Iommi non avrebbe mai dovuto registrare – non ascolto così tanto neanche Technical Ecstasy o Never Say Die! ad onor del vero). Il fatto è che dentro Dehumanizer ci sono le melodie proprie del duo Iommi-Dio, quella strana capacità di creare momenti di assoluta calma sognante (che poi viene interrotta dal ritorno dell’elettrica e dalla batteria dritta come un filo a piombo di Appice.
Questo è Dehumanizer, un disco lasciato un po’ indietro nelle classifiche, invecchiato meno bene di della cinquina iniziale, con un sound metal e sprezzante ma ricco di passaggi emozionanti.

P.s: mi spiegate perché l’intro di Master of Insanity mi ricorda sempre i Death?
[Zeus]

 

Goatwhore – Constricting Rage of the Merciless (2014)

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I Goatwhore sono strani, diciamolo chiaro e tondo. Strani non per la proposta che, comunque, ricade in un mix che spazia fra death/thrash e black metal. Spesso i tre generi si vanno a confondere e creare quel blackned death o quel thrash-black, ma il riferimento generale è questo: estremo, tirato al massimo, growl, canzoni con groove (a volte assassino, come Baring Teeth Of Revolt – forse una delle migliori tracce del disco) e un piglio metallico sporco tipico delle band che provengono dalla zona della Louisiana.
Strani, dicevamo, e il motivo è che pur dopo sette dischi in studio (l’ultimo, Vengeful Ascension è dell’anno scorso) non hanno mai fatto il vero salto di qualità. Sono una band che rimane nella serie B del metal, e non è un termine denigratorio è per posizionarli in maniera adeguata nel grande scacchiere delle band metal di tutti i tempi. Perché se dopo vent’anni di attività e tutti quegli LP in studio non hai fatto il salto nell’Olimpo e rimani nel limbo di chi dovrebbe dare di più, visto che ti porti appresso un musicista esperto come Sammy Duet (ex Soilent Green e Acid Bath, band quest’ultima effettivamente seminale e troppo in anticipo sui tempi dello sludge) e L. Ben Falgoust II (anche lui proveniente dall’esperienza Soilent Green) allora un po’ di più dovresti aspettarti.
E lo dico con onestà, i Goatwhore hanno la capacità di essere molto incisivi e appassionanti su certe tracce e poi perdersi in una serie di aggressioni feroci e veloci ma che non ti rimangono in testa più di tanto. Questo è il principale limite della band di New Orleans: la continuità e la concretezza. Anche in questo Constricting Rage of the Merciless cadono nello stesso problema che li caratterizza da una vita e quindi dove trovi canzoni eccellenti, che ti fanno saltare le otturazioni, ecco che stai certo che dietro l’angolo ti becchi anche una canzone estrema sì, ma totalmente anonima. Ascoltare un disco di Sammy Duet è come giocare a campo minato, metti giù le bandierine cercando di capire quando incontri brani interessanti (la già citata Baring Teeth… o la cadenzata Cold Earth Consumed in Dying Flesh) e quando invece ti perdi a pensare ad altro perché la canzone ha pochi spunti brillanti e il resto si perde da qualche parte.
Questo è quanto si può dire dei Goatwhore e, probabilmente, anche dei loro dischi: sono incostanti e, nello stesso tempo, puramente underground, violenti e velenosi. Questo è il mix che li contraddistingue da sempre e che disegna, alla perfezione anche Constricting Rage of the Merciless.
[Zeus]

Agent Steel – Alienigma (2007)

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Siamo nel 2007 e non so come e non so da chi, ma mi arriva tra le mani Alienigma.
Non conosco gli Agent Steel, non so che genere suonino, però capisco che questo è il loro nuovo CD visto che è datato 2007.
Beh, io all’epoca avevo un CD Player portatile, ve li ricordate? Quelli enormi, scomodi e che consumavano un sacco di batterie?! Ed avevo in programma un viaggio in treno, quindi 1+1 fa 2, no?
Bene, metto il CD nell’apparechio, aspetto i 15 secondi che si carichi l’antishock e poi parte la musica.
Com’è? Avete presente quando le chitarre fanno un riff dietro l’altro, il batterista pesta come un dannato e il cantante urla che sembra che lo stiano torturando? Quando i ritornelli ti fanno venire voglia di urlarli al cielo con i pugni alzati? Quando durante gli assoli, anche se esagerati, fuori luogo e ogni intanto di cattivo gusto, ti viene voglia di scuotere la testa?
Si avete capito, HEAVY METAL. Nient’altro che HEAVY METAL, caro buon vecchio HEAVY METAL.
E’ stato uno di quei viaggi in treno in cui la gente nel vagone ti guarda e non capisce perchè stai sorridendo; tu vorresti fargli le cornine con la mano, ma sarebbe inutile, tanto non riuscirebbero a capire lo stesso.
[Skan]

Bill&Phil, Songs of Darkness and Despair (2017)

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Come possiamo giudicare Songs of Darkness and Despair? Phil Anselmo (con il contributo di gente delle sue altre band, gli Illegals o i Superjoint o anche i King Parrott, band nel roster Housecore Records) ha scritto e registrato questo LP in 3 giorni, dopo che Bill Moseley (conosciuto come attore in Texas Chainsaw Massacre o nei recenti film di Rob Zombie) ha portato i testi per 5 deliranti canzoni. Il sound punta i piedi dentro il blues, un po’ di outlaw country, l’ovvio inserimento del rock e alcune meno scontate derive sludge, dipanandosi in un formato che sa di jam session cazzeggio ma con un risultato quantomeno coerente e intrigante.
Bill Moseley è meglio come attore che come cantante, ma per quello che ha fatto non se l’è cavata proprio male. Dirty Eye fa ben sperare con il suo riff grasso, ma il troppo bello non dura e quindi arriva la, troppo, lunga Corpus Crispy (titolo stupendo) che allunga la minestra di un brano che dopo i 4/5 minuti aveva già detto tutto, mentre su Catastrophic la parte strumentale è decisamente meglio delle vocals nasali o gli accenni di crooning di Moseley.
Su Tonight’s The Night We Die vengono alla mente i Southern Isolation (la defunta collaborazione fra Phil Anselmo e la sua ex moglie Opal), mentre Bad Donut è veloce e si sente lontano un miglio la puzza del buona la prima e fuori dai coglioni, visto che ci avranno messo sì e no 2 minuti a scriverla.

Ps: merita il video di Dirty Eye, trashata assurda ma figa, che rende bene il tono del progetto.

[Zeus]

Alice in Chains – Black Gives Way To Blue (2009)

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Un disco che esce 14 anni dal suo predecessore, come lo valutate? E non stiamo parlando di Chinese Democracy dei Guns N’ Roses o il terzo segreto di Fatima del nuovo disco dei TOOL. Se questo disco viene registrato da uno dei pezzi da novanta del rock dei ninties, allora la questione cambia? Sono domande da farsi quando si parla di Black Gives Way To Blue, il primo disco della nuova formazione degli Alice in Chains.
Rimpiazzare un singer come Layne Staley non è certo un’operazione facile visto il peso del defunto cantante nell’economia della band – sarebbe come resuscitare i Nirvana senza Kurt Cobain, sempre per rimanere nell’alveo del grunge. Il fatto è che gli AIC non erano solo Staley, un peso notevolissimo ce l’aveva/l’ha anche Jerry Cantrell. Un peso così grosso che solo lui poteva continuare a tirare avanti la carretta della band nei periodi duri della tossicodipendenza disperata di Layne e poi, 14 anni dopo l’ultimo omonimo disco, uscirsene con un nuovo LP con inciso Alice in Chains in alto.
Black Gives Way To Blue vive di ottime composizioni, forse un po’ troppo distinte una dall’altra, la qual cosa da l’impressione che sia un’overdose (scusate il gioco di parole) di creatività tappata per troppo tempo. Quindi ecco che si passa da momenti più elettrici e accattivanti, All Secrets Known – stupendo ad un certo punto il riff che la percorre – e l’efficacissima Check My Brain o Take Her Out. Quando stai prendendo il ritmo con i riff hard di Cantrell, ecco che partono la semi-acustica Your Decision When The Sun Rose Again.
Ci ho messo un po’, ma devo nominare anche il nuovo singer, William DuVall, un cantante che ha due palle tante per prendere il posto di Staley e fornire una prova personale ma rispettosa della tradizione AIC.
A Looking In View mi fa venire in mente le prime cose fatte dalla band di Seattle (le parti più metal di Facelift), mentre si entra sui ritmi quasi psichedelici su Acid Bubble.
Lesson Learned è un classico numero di Cantrell&Co. e il disco, che sta sotto l’ora riuscendo a non annoiare mai, si chiude sulle note malinconiche della title track (con ospite a sorpresa… Sir Elton John).
Non ho ascoltato questo disco per anni, colpa dei pregiudizi su un “nuovo disco degli Alice in Chains” senza Layne Staley. Non mi fidavo. Ma ho scoperto un LP bello, vario e che non stufa dopo numerosi ascolti. Non fate la mia stronzata, se potete.
[Zeus]

Ophaned Land – The Never Ending Way of ORWarriOR (2010)

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Torno un po’ indietro nel tempo, circa 8 anni, perché nella selezione casuale di iTunes mi è tornato fuori questo disco degli Orphaned Land. Ammetto che la traccia era l’iniziale Sapari, una delle canzoni più accessibili del disco grazie ad un mix di elementi che la rendono assimilabile. Preso dalla curiosità di sentire questo CD, cosa che non facevo da diverso tempo a questa parte, ho lasciato scorrere tutto l’album degli israeliani e mi son chiesto: “ma quanto dura?”. Questo è il vero problema di The Never Ending Way of ORWarriOR: è un mattone. La band ci impiega 78 minuti per arrivare alla summa di tutto e ad un certo punto si incomincia a boccheggiare e, ormai lo sapete, io con il progressive ho un rapporto decisamente strano e poco lineare. Le composizioni in sè sono intriganti, viaggiano sul death metal progressivo, quello con tanto di stacchi derivanti dal vicino Medio Oriente, e non si limita a sondare lo spettro del metal per proporre la sua musica, ma arriva a lambire anche ambiti più folk per testimoniare la capacità di riprodurre, in forma moderna, un sound proprio di una terra. Questo è quello che succede in molte delle tracce presenti su questo CD: la band rielabora, nelle sonorità ma soprattutto nei testi, passi della Bibbia o del Corano per abbracciare, idealmente, lo spazio insormontabile fra due religioni e due popoli.
Il risultato, però, spesso è troppo complesso e pesante da sopportare. Il death metal funziona, ma avendolo appesantito con incursioni di prog (si potrebbe fare un paragone con gli Opeth in certi momenti) ecco che l’impatto, la classica botta, risulta smorzata a favore di una componente più cerebrale che, al sottoscritto, non garba molto.
Questo il motivo, presumo, per cui ho fatto passare una cosa come 7 anni dall’uscita del disco (e prima recensione) a questo nuovo sporcare il video di parole. Sette anni senza sentirlo per intero e/o approcciarsi di nuovo all’opera degli Orphaned Land.
Sono intellettuali, perfetti, illuminati e sicuramente gente più dotta del sottoscritto troverà in queste tracce un motivo di rinnovata fiducia e/o un punto di partenza per un genere il prog-death. Chi saprà reggere l’impatto con il genere e il minutaggio, riuscirà, ne sono certo, ad apprezzare le sfumature e tutto il lavoro dietro la consolle di Steven Wilson (ex Porcupine Tree). Tutti elementi, questi, che uniti insieme formato i presupposti per un disco da ascoltare e tenere fra quelli cari.
Io non sono più fra quelli, mi dispiace. Mi ascolterò una traccia qua e là (Sapari è, e continua ad essere, una traccia che mi ascolto per puro piacere, From Broken Vessel o altre), ma per l’esperienza completa di The Never Ending Way of ORWarriOR probabilmente passerranno altri 7/8 anni.
[Zeus]

Immortal – Northern Chaos Gods (2018)

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Estate 2018, una calda estate.
Quando sulle spiagge echeggia ancora il reggaeton, esce tra gli squilli di trombe e gli applausi della stampa Northern Chaos Gods, primo disco degli Immortal senza quel mattacchione di Abbath.
Ovviamente me lo procuro.
Devo ammettere che, in un primo momento, non mi prende bene. Ma la colpa è mia: faceva troppo caldo e sono io che mi faccio influenzare da quelle voci che urlano “sono tornati i veri Immortal!!!” “è di nuovo 1993!!!”; insomma, ragazzi, non basta usare il bianco e nero per l’artwork, siamo nel 2018, non ce la beviamo più la favola del disco registrato nella foresta e sono anni che le chiese non bruciano più!
Quegli anni sono passati, finiti, kaputt!
Appena è tornato un pò di freddo, e la mia mia mente si è fatta più lucida, è venuto il momento di riascoltare questo cd: questo disco è una bomba!! No, non è il ritorno ai primi Immortal, è un compendio di tutte le epoche degli Immortal con qualcosa in più, con un suono “moderno” ma non plasticoso, con i riff e la batteria bestiale a 1000 tipica degli Immortal, ma anche con i riff epici e gelidi degli Immortal e con gli stacchi arpeggiati freddi degli Immortal, insomma, avete capito, un disco 100% degli Immortal!
E i pezzi sono tutti, tutti, di altissimo livello, neanche un riempitivo e con il picco a mio avviso in Where mountain rise, mid tempo epicissimo che cita e omaggia il riff di Where the Eagles dare dei Maiden.
E l’assenza di Abbath? Neanche si nota.
E poi sapete da cosa si capisce che è un disco grandioso? Quando lo finisci di ascoltare ti viene voglia di andare ad un concerto degli Immortal.
Vedere queste canzoni dal vivo dev’essere qualcosa di totale.

[Skan]

L’equivalente del panino con tutto. Ex Deo – Caligvla (2012)

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Gli Ex Deo, al secondo disco, vanno forte sull’all-in. Non ci pensano due volte ad aggiungere tutto quello che fa romanità, Impero Romano e una spruzzata di S.P.Q.R. Il che, come sapete, è lodevole oltre ogni sospetto. Maurizio Iacono decide di omaggiare una terra che gli è cara, l’Italia, mettendo in musica tutto quello che ha imparato dai libri e dalle serie TV (Rome, su tutte).
Questo approccio ad abundantiam (giusto per farvi vedere che qua a TMI abbiamo cultura da vendere), vi giuro, mi fa sempre venire in mente il fine serata del weekend. Dopo aver passato ore fra pub, bar e/o concerti, con birre e/o cocktail, la peggio gioventù (peggio per i basabanchi di passaggio, logicamente) si dirigeva in legioni compatte verso i baracchini che fornivano beni di prima sussistenza: patatine fritte, würstel e/o currywürst, leberkäse nel panino e poi la serie di panini con bistecche varie e gli hamburger brutali. La domanda classica era sempre la stessa e cioè: cosa ci metto dentro?
Risposta logica: fammelo con tutto.
Perché a moderazione, ad un certo punto e se si sta indulgendo nel vizio/nello sfizio, non serve in alcun modo. Quindi la decisione di piazzare nel panino (di solito una rosetta) tutto quello che il banco offriva, anche se la pancia protestava già da un paio d’ore sotto i colpi inferti dalle bevande alcoliche che, mischiandosi o accumulandosi, incominciavano a gonfiare le pareti dello stomaco facendoti questionare lo stato di forma dell’omino Michelin.
Quello che però è fondamentale ricordare è che la risposta ai dubbi esistenziali (quando metto in digestione la montagna di cipolla? Il piccante mi farà cagare a spruzzo o mi renderà il culo come la bocca di uno dei draghi di D&D? Ci metto dentro qualche salsa ulteriore per renderlo più unto?) è sempre e comunque: sticazzi, metti tutto.
Metti tutto, che tanto il problema è per dopo. Metti tutto, che tanto il concetto di equilibrio lo lasciamo a chi si sveglierà poi alle 7.20 di mattina per fare jogging (un tempo avrei riso, il problema è che adesso mi sveglio comunque alle 7.20 – pur senza far jogging, quindi il recupero diventa arduo).
Lo stesso concetto deve essere passato per la testa di Iacono mentre registrava Caligvla. Tiro via qualcosa? Moderazione? Evitiamo di diventare una sorta di parodia? No. Assolutamente no. Butta dentro tutto, compresi estratti dalla serie sopra citata, e far diventare il secondo disco della band un prodotto che è la summa di un certo modo di concepire il metal.
Esempi pratici? In I,Caligvla, traccia d’apertura che mette in chiaro cosa ci aspetterà da questo momento in avanti, l’estratto filmico è da Caligula del nostrano Tinto Brass. Invece in Once Were Roman ecco l’estratto di un discorso di Lucius Vorenus dalla serie Rome. Giusto per dire. Qualche ospitata, fra cui anche Stefan Fiori dei conterranei Graveworm (lo sentite su Per Oculus Aquila), e una copertina molto bella realizzata da Seth dei Septic Flesh ed ecco il disco perfetto da mettere su quando state grigliando il maiale, gozzovigliando da qualche parte o quando non volete abbassare il mood generale con pezzi di suicidal black metal. Perché, apertura caciarona a parte, è proprio un senso di epicità, di divertimento e d’esagerazione quello che ti investe quando partono i brani degli Ex Deo. Li usi per combattere il Nasdaq che scende, lo spread che sale e quando senti stronzate galattiche dette dagli esponenti politici: queste condizioni ambientali favoriscono proprio l’ascolto di Caligva e i suoi, molti, pezzi cadenzati e incentrati sulla precisa volontà di farti fare headbanging.
Lo ripeto, se non conoscete gli Ex Deo o non avete sentito Caligvla, sappiate che è un progetto eccessivo, in cui le canzoni sono dirette, non stupiscono mai, ti fanno divertire e, pur non essendo eccellente sotto molti punti di vista, è un disco godibile, che te lo ascolti e che non rimpiangi mai di aver messo su.
Ma attenzione, le premesse devono essere rispettate: se me lo ascoltate con il mignolo alzato, allora state tranquilli che vi deluderà e non sarete fra i pochi eletti a poter assistere a scene epocali come quella a cui ho assistito io.
Gli Ex Deo sono l’unico gruppo ad essere riuscito a far gridare Ave Roma ad un pubblico abbastanza ostico come quello sudtirolese. Vi giuro, un momento a dir poco surreale.
[Zeus]