Cose inutili. Creed – Human Clay (1999)

Se voleste una prova, un’ulteriore prova, del momento difficile che stava passando il metal nel 1999, vi basti sapere ai CREED è stato concesso di far uscire un secondo album e ai BUSH (la band, non i Presidenti) è stata data l’autorizzazione di uscire con il terzo LP.
Visto che non ho voglia di parlare dei BUSH, parlo dei CREED e non nella maniera buona che farei se stessi recensendo i nuovi film della saga di Rocky.
Alla fine degli anni ’90, un po’ per distanziarsi, un po’ per appropriarsi di un periodo che puzzava come il residuo macilento che si è lasciata alle spalle la risacca, c’è stato un aumento esponenziale del termine nu. C’era la necessità di arrivare a prendere un nuovo tipo di ascoltatore, quello che il periodo d’oro non l’ha sfiorato e si è trovato catapultato nel letame della fine ’90. Quindi ecco furoreggiare tutte le nu-band e, visto che non bastavano, anche le post-band… Ad esempio, mi verrebbe da dire, quelle uscite sotto il moniker di post-grunge: gruppi che si nutrivano ancora dei riflessi della popolarità della musica di Seattle e sguazzavano nella fama data dalle cervella di Cobain.
Il post-grunge serviva eccome alle case discografiche. Se strizzi bene qualcosa, dopo aver tirato fuori tutto il meglio, forse ancora qualche filamento merdoso te lo riesci ancora ad accalappiare.
I Creed escono con il primo disco fuori tempo massimo (1997) e cioè quando le case discografiche stanno già straziando le carni del cadavere del grunge e poi, con il secondo disco, fanno direttamente il botto.
Lo si può capire, credetemi, visto che hanno potenza, ritmiche semplici e accattivanti (Inside Us All), notevole capacità di creare hook melodici e un singer che tenta di essere un Eddie Vedder sotto steroidi. 
Il problema dei Creed, e di tutti quelli che sono usciti sotto l’infamante nomignolo di post-grunge, è che sono buoni per la radio e per il supermercato. Non hanno la profondità emozionale dei Pearl Jam (ci tentano con Never Die, che sembra una scopiazzatura della band di Vedder&Co.) e neanche la potenza che mischia Zeppelin + Sabbath dei Soundgarden (Stapp tenta di fare il verso anche a Cornell in Wash Away Those Years quando alza il tiro). Ci mettono i muscoli, ma non intaccano mai sotto la superficie. La ballatona strappa-mutande (With Arms Wide Open) non è altro che un numero sui generis e continuano a produrre musica sterile (Higher è inutile) e lo faranno ancora per 10 anni, visto che nel 2009 esce l’ultimo loro disco e poi si sfaldano come meringhe.
Poi, facendola brevissima, da una band così innocua (condizione che hanno in comune con i Foo Fighters), non poteva che nascerne una band come gli Alter Bridge
I Creed, con Human Clay e poi con il successivo Weathered, arraffano tutto quello che potevano e mungono la mucca fino a distruggerle le mammelle. Il vuoto musicale che trasmettono, quella sensazione da prodotto confezionato ad arte, non ti lascia un momento e sai che è destinato ad essere ficcato nelle gole degli ascoltatori inermi come neanche il peggior deepthroat. 
[Zeus]

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My Dying Bride – The Light at the End of the World (1999)

I My Dying Bride.
Solo a sentirli nominare certe persone vorrebbero scappare. Problemi loro perché, per quanto mi riguarda, la band inglese rientra nella top ten delle mie preferite di sempre. Lo so che i pezzi sono spesso lenti, dilatati, di lunghissima durata, ma il loro pregio sta nella capacità di non essere monotoni, di essere brani in divenire, con continui cambi di umore tanto che ogni ascolto è come un giro sulle montagne russe. 
Le emozioni che riescono a dare i Bride sono fortissime grazie a quel mix di doom, romanticismo decadente, melodie struggenti e sfuriate di una violenza inaspettata. Il tutto interpretato dalla voce di Stainthorpe, personalissima e inconfondibile, come del resto lo sono i suoi testi, elemento imprescindibile dalla loro musica. Una delle cose belle dei My Dying Bride è che, nonostante si accostino al loro sound termini come “romantico”, “melodico”, “gothic”, ecc. ad essere in evidenza sono sempre le chitarre, tessitrici di riff potenti ed elaborati e mai in secondo piano alle comunque presenti tastiere. 
Riprendendo il discorso iniziato con la recensione dei Katatonia di poco tempo fa, la maturazione personale negli ascolti porta ad apprezzare i momenti di distruzione tanto quanto i momenti in cui fermarsi semplicemente ad ascoltare, a lasciare che la musica fluisca e passi attraverso il nostro corpo per andare a toccare corde diverse. 
Ma veniamo al succo della recensione. The Light at the End of the World compie vent’anni ed ancora oggi è un album stupendo, ricco, vario e che racchiude tutte le caratteristiche salienti del gruppo e segna, dopo la sperimentazione di 34.788%… Complete (album diverso, ma comunque valido), l’inizio di una nuova serie di lavori ispiratissimi. Non fermatevi alla superficie quando vi imbattete in questa band, dategli tempo, scavate un po’ a fondo nel loro mondo e saprà ricompensarvi.
[Lenny Verga]

Di nuovo in Polonia con i Christ Agony – Elysium (1999)

Certe band soffrono della condizione “penalizzante” dei cibi vegani. Non che siano cattivi in sé, sono gusti in fin dei conti, ma quando passeggi per il supermercato (cosa che io faccio perché sono malato e mi diverto a cercare le porcherie più oscene o le novità da provare) e ti capita di passare davanti al bancale vegano, vieni assalito da una serie di nomi fuorvianti: bistecca, grigliata mista, cotoletta, affettato, würstel…
C’è qualcosa di sbagliato in tutto questo, perché si tenta di associare un cibo diverso a qualcosa di conosciuto, cosa che fa ovviamente incazzare una delle due parti nella discussione (i non-vegani più intransigenti). Ci sta il pensiero che non puoi chiamare Wienerschnitzel qualcosa che non lo è, ma capisco che riuscire a trovare un nome diverso e altrettanto accattivante è ugualmente complesso.
Quindi ecco che l’accezione black metal associato a Elysium dei polacchi Christ Agony è totalmente fuori luogo. Logico, il nome ti potrebbe far pensare ad un manipolo di entusiati fistfucker del pianeta di Dio. Quindi brutti, cattivi e incazzati come un bulldog che ha appena assaggiato il proprio piscio dalle ortiche.
I Christ Agony non lo sono. Non sono neanche granché black, ad onor del vero. Ci si trova dentro di tutto in questi solchi, dal thrash al death e qualcosa di subdolamente “dark/goth” in certi passaggi. Di black metal non c’è una fava o, come sulle ricette, si potrebbe scrivere “può contenere tracce di black metal”.
Le vocals canine, un mezzo latrato che a volte trascende nello “scream” e a volte sembra di sentire un Lemmy affetto da laringite e con un plumcake in gola (Lords Of The Night), non certificano questo disco come black metal.
Quello che c’è qua dentro è un disco influenzato dagli eighties, con un piglio vagamente “incazzoso” e con qualche buon riff, ma niente di più eccitante di questo. Fra i solchi troviamo anche dei passaggi melodici, cosa non rara, e anche le clean vocals (ad esempio la title track), questi elementi li inseriscono in quella masnada di band che, sul finire del 1990, hanno incominciato a titubare sulla validità dell’incazzatura suprema come “vero ed unico veicolo di violenza musicale”.
Probabilmente è solo una questione di etichetta sbagliata o di disco sbagliato, ma questo Elysium non mi fa certo sentire la mancanza dei Christ Agony… o la voglia irrefrenabile di recensirli per il prossimo ventennale.
[Zeus]

Ultar – Pantheon MMXIX (2019)

Può ancora succedere, a quarant’anni suonati, con centinaia di album sul groppone, di riuscire a stupirsi davanti a qualcosa di mai ascoltato prima? A me è appena successo grazie ai russi Ultar. Scoprire questa band è stato come scoprire un nuovo super alcolico inebriante: ti ubriaca sempre, ma con un gusto totalmente diverso.
Pantheon MMXIX è il secondo studio album dei cinque giovani provenienti dalla Siberia e dediti a suonare in modo grandioso un post/atmospheric black metal. Se già l’ascolto dell’esordio Kadath mi aveva lasciato a bocca aperta, questa nuova release non fa altro che confermare il talento compositivo ed esecutivo della band. A questo punto della recensione a chi, come me, fosse un cultista di certa letteratura, sarà saltato all’occhio qualcosa di particolare. Nome e titoli sono chiarissimi riferimenti a H. P. Lovecraft. I titoli delle canzoni poi sono emblematici: Father Dagon, Shub-Niggurath, Yogh-Sothoth, Beyond The Wall Of Sleep sono alcuni esempi.
Quindi, provate ad immaginare a quale risultato possono portare le fredde lande della Siberia e i racconti del solitario di Providence uniti insieme come fonte di ispirazione. Qualcosa di unico.
Riuscire a descrivere la proposta musicale degli Ultar non è semplice. Post black metal, atmospheric black metal sono etichette che vanno bene ma sono riduttive, perché basta ascoltare la sola Father Dagon, posta in apertura di questo CD, per trovare un modo di comporre che guarda al prog alla maniera degli Enslaved, con strutture articolate e riff ricercati ma di grande effetto, ci sono momenti epici alla Summoning, c’è l’avanguardia dei Leprous e, sarà che ho il cervello fottuto, ci trovo un sacco di reminiscenze vintage suonate con un piglio attuale (avete presente band come gli In Solitude o i The Devil’s Blood? Entrambe non più in attività, purtroppo), tutto questo su una solida base di glaciale black metal. E che dire dei bellissimi soli di chitarra, degli stacchi acustici, degli arpeggi? E di un cantante che si destreggia tra scream, growl e clean vocals senza nessun problema?
Non so in quanti abbiano anche solo sentito nominare questo gruppo, non so se fra qualche anno sarà ancora sconosciuto ai più o se sarà ancora in attività o se finirà nel dimenticatoio in mezzo a tanti altri. Quello che so è che ci troviamo di fronte ad una band giovane che ha sfornato due lavori eccezionali, ispirati, dalla forte personalità e dal contenuto ricercato. Dategli un’occasione, meritano il vostro tempo!
[Lenny Verga]

Scampoli di filosofia nichilista. Mgla – Age Of Excuse (2019)

Ho perso il conto delle volte che ho riscritto questa recensione e, ovvio, delle volte che ho riascoltato questo Age Of Excuse. Li si aspettava al varco dopo Exercises In Futility, non poteva che essere così: QUEL disco è il metro di paragone per tutto quello che incideranno i polacchi.
Gli Mgla, con il passare del tempo, hanno riportato il black metal ai canoni che gli sono propri: sbattersene il cazzo delle mille menate della promozione e puntare tutto sulla musica. Ecco perché il disco è uscito senza nessun tipo di promozione se non l’anteprima di Age Of Excuse II su YouTube e poi, da un giorno all’altro, ecco il disco. Una cosa così l’ho vista, sempre di recente, con Hekatomb dei Funeral Mist.
Il black metal dovrebbe essere così, senza stronzate, senza circhi equestri, nani, ballerine e crociere con il vino. Pur non essendo il 1994, e ce ne siamo accorti tutti che sono passati 25 anni, ho di nuovo bisogno di immergermi in un LP e riemergere dopo mesi cercando ancora di capirlo e con la voglia di studiarlo nei minimi particolari. Perché questa è l’unica sensazione che nasce dopo il primo ascolto di questo disco: la voglia di sentirlo, studiarlo e ritornare a quella tipologia lenta d’ascolto.
Ma veniamo a noi e affermiamo la base: Age Of Excuse è l’opera necessaria degli Mgla e, in un certo senso, il proseguimento del discorso di Exercises In Futility. Troppo grande quel disco per riuscire a superarlo nettamente senza il rischio di bruciarsi. Quindi il disco “necessario” è quello che riprende gli spunti dall’Lp del 2015 e li rielabora abbastanza da crearne un disco nuovo, originale e convincente senza il necessario bisogno di forzarne le regole interne. Che poi, QUEL disco, non è la sola pietra su cui si fonda questo Age Of Excuse, ma ci vedo dentro anche alcune cose di With Hearts Towards None.
Nel 2019, quindi, non sparisce niente di quanto ha reso grandi M e Darkside. Ci sono le melodie subdole e il riffing circolare e asfissiante, così Burzum-iano ma totalmente riconducibile ai soli Mgla, ed entrambi questi elementi sono memorizzabili in brevissimo tempo, ma senza perdere di vista il fattore “scoperta”, profondità dell’ascolto.
Age Of Excuse II ti resta in testa e, quando incominci a dubitare dell’effettiva durata nel tempo dell’LP, ti ricredi e capisci che c’è un’ulteriore sfumatura, un passaggio che non avevi sentito (giusto qualche giorno fa ho “scoperto” una nuova stratificazione sonora su Exercises In Futility che prima mi era sfuggita).
Il pregio di questi polacchi è che, pur creando brani stratificati e farciti di notevoli partiture (sentitevi il lavoro di batteria di Darkside), tutte le canzoni sono abbastanza semplici e scorrevoli da potersi recepire senza doversi studiare le tabulature: Age Of Excuse V e il suo chorus “Not just yet” è indicativo di tutto quanto sopra citato. 
Come nei precedenti capitoli, gli Mgla puntano sempre sul crescendo musicale. Giocano con tracce più “semplici” nelle prime e poi incominciano a caricare di tensione e drammaticità fino a raggiungere la quinta-sesta traccia. Solo in questo momento, la tensione musicale sfocia in brani oscuri e che ti lasciano con la voglia di riascoltarli… perché, come si sa, Misery Loves Company.
Su Age of Excuse, tralasciando i brani già citati, è come sempre la traccia conclusiva (Age of Excuse VI) ad essere il connubio perfetto di circolarità nel riff, nichilismo delle lyrics e un lavoro sopraffino, quasi jazzato, di Darkside.
Ironicamente i 9 minuti della canzone scorrono veloci tanta è la qualità che la percorre e le melodie malate e sottocutanee che circolano su tutto l’LP sono l’ennesima riprova che, se mai ci fossero dubbi, gli Mgla sono una delle realtà più interessanti e emozionanti che il black metal ha tirato fuori negli ultimi 20 anni di vita
Non è poco, ve lo posso assicurare.
[Zeus]

Un parto lungo anni riassunto in una recensione di poche centinaia di righe. TOOL – Fear Inoculum (2019)

Nel 2006 ero alle prese con un lavoro strano: ero rinchiuso in un sotterraneo e inalavo spore di muffa e polvere cercando di venire a capo della carenza di vitamina D mentre aspettavo l’arrivo della successiva chiamata. Per sfuggire alla mia prigione, sono corso dal negozio di dischi e mi son comprato 10,000 Days dei Tool. Rispetto a molte delle opinioni vigenti in questi anni, io ritengo Lateralus in generale più godibile di Aenima, ma forse è una questione personale e io non capisco un cazzo di musica. Dato, quest’ultimo, ormai assodato.
I Tool non sono mai stati un gruppo prolifico, ma ogni cinque anni un disco lo tiravano fuori, quindi pensavo che il successivo sarebbe arrivato giusto giusto con il giro di boa fra spensierata gioventù e spensierata post-gioventù, dicasi i fatidici 30 anni.
Invece stocazzo.
I Tool ci hanno messo 13 cazzo di anni per cagare fuori Fear Inoculum, con tanto di mille notiziole, twitter e psicodrammi collettivi che, sinceramente, facevano un baffo alla perdita dell’iPhone da parte di Kirk Hammett.
Va da sé che io, vedendo lunghezze epiche descrivibili solo come ChineseDemocracy-iane, mi son tenuto sul vago con “potrebbe essere uscita una minchiata di disco”.
Quindi al primo ascolto, mi son calato sull’occhio il monocolo-del-cagacazzo e ho sollevato tutta la peluria dichiarando: non ci siamo.
Un po’ come fanno tutti quelli che vogliono “sapere”. Tredici anni per tirarmi fuori un disco così? Ma che cazzo. No, non ci siamo. Perché hanno preso elementi da 10,000 Days? Perché ci sono rimandi ai dischi precedenti?
Non scherziamo, dai TOOL voglio di più. Un disco di rimandi lo posso concepire dai Metallica, che ormai dell’operazione nostalgia ne fanno un vezzo. Ma da chi fa dell’evoluzione un vezzo? Ripeto: no, non ci siamo.
All’ascolto numero venti, mi sono ammorbidito. Non avevo ancora tolto il monocolo-del-cagacazzo, quindi i superpoteri non mi sono spariti. Ma le melodie, in effetti, le hanno fatte e ci sono anche canzoni che ti prendono subito. Ti pigliano bene troppo presto? Forse. Lo dico senza troppa paura, forse nonostante la lunghezza media, le canzoni sono quasi troppo semplici.
Fear Inoculum ti prende subito, ok, ma riascoltata diverse volte non ti fa maledire il creato ma tiene bene. Ma così fa anche Pneuma, che poi si rivela essere la migliore di tutto il disco (insieme, forse, a 7empest).
Dopo altre decine di ascolto mi son trovato a capire che questo LP si fa ascoltare bene per essere un malloppo di 80 minuti. Il problema è che, contrariamente alle dichiarazioni di Keenan, non servono tutti questi ascolti per accorgersi che non ha la profondità di dischi come Aenima o Lateralus. Appurato questo, Fear Inoculum si porta addosso le stigmati del pippaiolo dello spartito, quel genere di dischi che si amano alla follia da soli e che quindi regalano canzoni che ci mettono ere geologiche prima di donarti quel brivido di gioia assoluta che ti aspetti. Passano molti minuti prima di arrivare al gran finale di Invincible, e anche l’oscura Descending mastica amaro un po’ prima di svegliarsi e rivelarsi essere una buona traccia.
Le logiche tracce strumentali sono utili a prendere fiato, anche quando si rivelano inutili (Litanie contre la Puer / Legion Inoculant) o dannose (Chocolate Chip Trip mi fa accapponare la pelle), mentre fra le canzoni l’unica che non regge realmente il peso delle aspettative è Culling Voices.

Sarà una questione mentale e il fatto che mi tocca ascoltare il nuovo disco dei Tool non fra i 20 e i 30, ma fra i 30 e i 40 (porco cazzo) e una sottilissima vena di scazzo mi potrebbe anche percorrere le dita in sede di recensione, ma francamente aspettare tredici anni per ricevere un LP come Fear Inoculum mi sono sembrati troppi. Aumentando le aspettative, hanno giocato a loro sfavore, perché tutti (io in primis, probabilmente), mi sarei aspettato un disco quasi miracoloso, pur con la consapevolezza che i Tool, di dischi miracolosi, non ne producono da anni e, ormai, hanno incominciato il lento rotolare verso il viale cipressato.
Succede a molti di mettere radici in studio e far la figura dell’elefante che partorisce un topolino. Fear Inoculum sarà adorato alla pazzia dalla folla che, adorante, pende dalle labbra dorate dei Tool, ma alla luce di molte considerazioni possiamo metterlo all’altezza di 10,000 Days ma niente di più.
[Zeus]

Anaal Nathrakh – Total Fucking Necro (Demo 1999)

Dopo aver fatto uscire, sempre nello stesso anno, il seminale Anaal Nathrakh, il duo Irrumator – V.I.T.R.I.O.L (con l’aiuto di Leicia – che per diverse volte ho letto unicamente come Leica), se ne escono con Total Fucking Necro. Il salto è notevole, infatti il black metal bastardo è stato arricchito con delle orchestrazioni, pur mantenendo il mix black metal – industrial come base fondante del lavoro. 
Lo senti già dalle prime due tracce The Supreme Necrotic Audnance – Satanarchist che qualcosa è cambiato e i rimandi agli act norvegesi sono espliciti in maniera quasi paradossale. I Mayhem, omaggiati di nuovo (dopo Carnage è il turno di De Mysteriis Dom Sathanas), sono i richiami eccellenti nella prima traccia, mentre si vira maggiormente su influssi “Emperor/Satyricon/primi Dimmu etc” (per l’uso delle tastiere) nella seconda. 
Lethal, D.I.A.B.O.L.I.C.AL. mischia di tutto e di più, ma non è il massimo pur anticipando alcune soluzioni che poi si riproporranno nel futuro. Molto meglio The Technogoat, sia nelle parti in cui scatenano il delirio, sia in quelle dove adottano uno stile marziale, lento e pesantissimo. 
Unite i due demo, scremate i rimandi espliciti agli act norvegesi e troverete il suono che gli Anaal Nathrakh poi andranno a sviluppare pian piano nel corso degli anni. 
[Zeus]

Luca Turilli – King Of The Nordic Twilight (1999)

Non ho mai nascosto il mio apprezzamento per il secondo album dei Rhapsody, Symphony of Enchanted Lands, che so benissimo essere quanto di più paragonabile ad un blockbuster hollywoodiano in ambito musicale. Quel disco epico, melodico, pompatissimo è per me anche un simbolo di bei tempi e bei ricordi di gioventù. 
Ci vollero solo due dischi prima che uno dei due mastermind della band, Luca Turilli, cadesse in tentazione si lanciasse in un progetto solista.
Ovviamente da fan della band madre, mi precipitai a procurarmi King of the Nordic Twilight appena uscì. “Luca Turilli è un chitarrista”, pensavo dentro di me, “sarà un album incentrato un po’ di più sulla chitarra rispetto ai Rhapsody” pensavo ancora, “sarà più heavy, altrimenti che senso avrebbe?” dicevo convinto tra me e me. Coglione. Io, non Turilli.
Perché il buon Luca è libero di comporre e suonare la musica che vuole.
Il mio pensiero era quanto di più lontano dalla realtà. L’album solista del nostro guitar hero infatti si rivelò ancora più barocco e, in alcuni casi, “tastieroso” (Accademia della Crusca, sono qui!) degli album dei Rhapsody. E con meno chitarre. In teoria il lavoro avrebbe dovuto comunque piacermi. Ma in pratica? In pratica ci troviamo di fronte ad un album che sembra una copia sbiadita dei Rhapsody: ultra melodico, con meno idee, l’ennesimo concept fantasy, una voce un po’ anonima (non che Olaf Hayer non sia un bravo cantante, ma è uguale a tanti altri), ritornelli stucchevoli, cori a non finire, scale alla Malmsteen piazzate un po’ in giro, ma poca botta e poco pathos. 
Certo ci sono dei pezzi azzeccati e che ancora oggi sono validi esempi di power/epic/symphonic metal, a partire dall’intro To Magic Horizon, dalla prima track Black Dragon, e dalla titletrack, ma ci sono anche pezzi fin troppo ruffiani come Legend of Steel e The Ancient Forest of Elves, o banalotti come Lord of the Winter Snow o la zuccherosissima ballad Princess Aurora.
Sia chiaro, in questo album non troverete musica brutta, assolutamente! Ma è uno di quei CD che a distanza di anni non mi viene mai voglia di ascoltare, se mai mi ascolto Symphony of Enchanted Lands (o qualche altro lavoro dei Rhapsody) che, secondo me, è molto meglio!

[Lenny Verga]

Rage – Ghosts (1999)

Ghosts rappresenta la terza collaborazione tra i Rage e la Lingua Mortis Orchestra ed è il secondo capitolo di una trilogia di album scritti appositamente per band ed orchestra. Subito dopo le registrazioni, tre membri del gruppo, i fratelli Efthimiadis (chitarra e batteria) e Sven Fischer (chitarra), abbandoneranno i Rage – rimanendo accreditati ma senza foto all’interno del booklet.
Ed è proprio dalla foto session di Ghosts che si assisterà alla nascita di una formazione incredibile: il power trio formato da Peavy Wagner alla voce a al basso, Viktor Smolski alla chitarra e Mike Terrana alla batteria. Una combinazione perfetta, purtroppo destinata a non durare, capace in sede live di sprigionare una tale potenza da pettinare all’indietro gli spettatori al solo tocco degli strumenti.

In questo album, quindi, non sentiremo le performance dei nuovi arrivati, anche se Smolski ha aggiunto qualche parte di chitarra in post-produzione.

Ma come suona “Ghosts”?
Premetto che il precedente XIII è uno dei miei album preferiti dei Rage: un lavoro perfetto e senza cali qualitativi, diverso dalla classica produzione della band, ma così dannatamente bello da essere uno di quei dischi che si ascoltano per tutta la vita. Le aspettative nei confronti del successore erano, ovviamente, altissime. Sarà all’altezza del suo predecessore? La risposta, almeno per me, è no, ma Ghosts è comunque un buon lavoro.
L’album presenta un concept che unisce i testi in un’unica storia, quella di un uomo morto in circostanze misteriose che, sotto forma di fantasma, ci parla della sua vita e di diversi aspetti dell’esistenza. Il disco si apre con un pezzo da strapparsi i capelli, Beginning of the End, talmente ben scritto che con le idee del chorus e del pre chorus una band qualsiasi ci avrebbe scritto due canzoni intere. L’orchestra, mai invadente, appare per accompagnare il riff portante ed il chorus, allo scopo di aumentarne la drammaticità ed il risultato finale è perfetto.
Peccato che tali livelli di intensità appaiano solo ogni tanto nel resto dell’album. Pezzi come la titletrack, Back in Time, Wash my Sins Away, Love After Death o la conclusiva suite Tomorrow’s Yesterday per quanto belli non raggiungono mai quel climax che il pezzo di apertura ci ha sbattuto in faccia così sfacciatamente. Fa eccezione la ballad Vanished in Haze che, per chi le apprezza (io sì), è uno dei picchi emotivi e compositivi dell’album.

Una menzione la meritano i testi, che non saranno trascendentali, ma creano un concept ben definito e danno un senso compiuto alla storia che la band ci racconta… e no, non è una cosa scontata.

[Lenny Verga]

Darkthrone – Ravishing Grimness (1999)

Il segnale del cambio si poteva annusare dalla ristampa di Goatlord dopo Panzerfaust, terzo disco del trittico true norwegian black metal.
La band aveva già incominciato ad evolversi e Panzerfaust non cercava più solo la velocità, ma è nel 1996 e precisamente con  Total Death (1996) che i Darkthrone fanno intravedere una nuova presa di posizione sulla loro musica. 
Dopo la pausa di tre anni, il duo Fenriz – Nocturno Culto ritorna in studio e, con Ravishing Grimness, fa capire che i vecchi Darkthrone sono finiti e che l’evoluzione del sound porterà a implementare nella musica delle influenze che vanno dal thrash, all’heavy, dal crust/punk al rock. Il morbo del black metal non sparisce, solo che diventa sottocutaneo e striscia sotto tutte le canzoni come una malattia. 
In Ravishing Grimness non si raggiungono più le velocità del trittico black metal, ma quando decidono di mollare la presa sul midtempo e ci sono quei naturali scoppi di velocità – To The Death (Under The King) – ecco che la sensazione di malignità fuoriesce senza nessun pudore. 
C’è comunque un tratto comune a tutte le canzoni ed è la registrazione: dopo anni passati in lo-fi e un suono raw, Ravishing Grimness tira fuori un wall of sound che ti aggredisce. Le registrazioni sono pulite per i canoni dei Darkthrone e il riffing di Nocturno Culto sono ben udibili, come anche tutto il resto della strumentazione. 
Quello che stupisce è l’efficacia degli stacchi, seppur spesso minimalisti o addirittura semplici. I mid tempo della title track sono intriganti e, insieme a Across The Vacuum, vediamo la band reiterare il proprio sound tanto da renderlo quasi ipnotico. Non dico che raggiungono il livello degli Inquisition, ma sicuramente c’è una componente che ti permette di staccare il cervello e seguire il flusso della musica dentro il “vacuum” (come da titolo). 
La distanza fra Ravishing GrimnessA Blaze in the Northern Sky non può essere maggiore (ma la distanza aumenterà con il passare degli anni). I fan più intransigenti storceranno il naso, ma qua dentro ci sono brani incredibili, ben strutturati (tanto che le canzoni, nella maggior parte, superano i 4/5 minuti di durata) e l’attitudine è quella onesta del duo Fenriz-Nocturno Culto. 
L’idea di stupire gli ascoltatori con una prima traccia in mid tempo non è nuova: il mid tempo dell’iniziale Earth’s Last Picture di Total Death aveva già segnato un punto a favore dell’evoluzione del musica dei norvegesi, ma la registrazione sporchissima era figlia del primo periodo trve grim, quindi lo scarto era meno evidente. Con Lifeless, invece, si segna la vera svolta. La pulizia sonora contrasta con la vecchia visione musicale di Euronymous&Co. e il wall of sound riempie le casse di una canzone che, nel suo incedere a volte ridondante riesce a trasmettere un feeling maligno. 
Ma è un discorso che si potrebbe ripetere per tutti i brani del disco, anche se l’inserto di derive rock’n’roll alimenta (ed alimenterà) sempre più dibattiti su quello che stanno diventano Fenriz e Nocturno Culto. Tutto vero, ma sentitevi il riffing di The Claws of Time. Il groove che esce nella seconda metà della canzone fornisce una prima idea di quello che poi verrà ridefinito come black’n’roll e che sarà la bibbia musicale di act come i Taake post-2000 o dei Satyricon dopo la sbornia violenta di Rebel Extravaganza (a sentirla bene, The Claws of Time non sfigurerebbe su un disco come VolcanoNow, Diabolical). 
La velocità rimane, ma in Ravishing Grimness il concetto che passa è quello di disco compatto, registrato bene e con un songwriting intelligente (firmato, per i 5/6, da Nocturno Culto). 
Un ritorno sulle scene che alimenterà sempre più dicerie e che spaccherà i fan.
Da questo LP del 1999, i Darkthrone non guarderanno più indietro e aggiorneranno il sound a seconda della volontà del duo Fenriz – Nocturno Culto di far uscire questa o quella influenza musicale. 

[Zeus]